BENITO MUSSOLINI
IL NOSTRO SALVATORE
PARTE 2
Mussolini se ne convince ancora di più quando inizia a vedere i pessimi risultati della Rivoluzione Russa. "Bello i soldati uniti al popolo! Bello il collettivismo! Bello la distribuzione delle terre! Male invece i nuovi dittatori statali nelle fabbriche e nelle campagne". Non era questo il socialismo che Mussolini sognava da giovane. In Russia il "padrone" autoritario e il grasso borghese zarista, usciva dalla porta e rientrava dalla finestra con la nascente "borghesia" statale di partito, ancora più autoritaria e peggio di prima perchè non possedeva capacità tecniche e organizzative. Gli esaltati operai credevano di poter mettere in riga i cervelli del vecchio management o impunemente insultare i vecchi padroni. Lenin dimostrando subito i propri limiti e le incapacità a organizzare uno Stato così vasto e burocraticamente così complesso, ha dovuto richiamare in fretta e furia ai loro posti nei vari apparati gli stessi funzionari zaristi, e nelle grandi aziende i vecchi padroni, per riuscire a sopravvivere ed evitare il totale fallimento della rivoluzione che si stava avviando nell'anarchia. Gli altri non si fecero pregare; soltanto che borghesi erano e borghesi rimasero. Non al soldo del padrone ma del Partito, che in quanto a zarismo poteva competere.
Mussolini lo troviamo quindi a guardare in altre direzioni; é il momento della sua "conversione" totale. Finita la guerra, se già aveva quelle idee gia descritte sopra, ma non ancora applicate, dopo una cocente sconfitta elettorale, profondamente mutato, lo ritroviamo nel 1920 a guidare quel movimento politico che presto lo porterà al potere.
C'erano tutte le condizioni a
favore: buona parte del proletariato senza lavoro, il ceto medio deluso, la
rabbia degli ex combattenti e la rottura dentro le file dei cattolici. Ma c'era
soprattutto la nuova borghesia industriale che iniziava a combattere le feudali
energie latifondiste che si opponevano con forza a tutti cambiamenti di una
nuova società. Non a caso il fascismo nasce in via San Sepolcro in una saletta
messa a disposizione dal Circolo industriale (l'Associazione Industriale (Confindustria)
nasce proprio in quel 1920). E ovviamente ad ascoltarlo non ci sono solo i
"camerati" o solo gli "arditi" , ma ci sono soprattutto gli industriali (con
addosso la tremarella, causata dal bolscevismo - nel fare le serrate non è che
avevano risolto il problema. Lo avevano solo rimandato).
Mussolini quasi più convinto di
molti industriali, non credeva alla fine del capitalismo. Perchè non credeva
alla forza disordinata delle masse. E soprattutto non credeva negli ottusi capi.
Lo aveva scritto infatti su Utopia ancora nel 1915: "I socialisti commettono
un gravissimo errore, credono che il capitalismo ha compiuto il suo ciclo.
Invece il capitalismo è ancora capace di ulteriori svolgimenti. Non è ancora
esaurita la serie delle sue trasformazioni. Il capitalismo ci presenta una
realtà a facce diverse: economica, prima di tutto".
Poi nel 1917 frenando gli
entusiasmi dei primi confusi progetti russi: "....La rivoluzione non è il
caos, non è il disordine, non è lo sfasciamento di ogni attività, di ogni
vincolo della vita sociale, come opinano gli estremisti idioti di certi paesi;
(il riferimento alla Russia è chiaro. Ndr) la rivoluzione ha un senso e
una portata storica soltanto quando rappresenta un ordine superiore, un sistema
politico, economico, morale di una sfera più elevata; altrimenti è la reazione,
è la Vandea. La rivoluzione è una disciplina che si sostituisce a un'altra
disciplina, è una gerarchia che prende il posto di un'altra gerarchia"
(1917, 26 luglio, Il Popolo d'Italia)
Agli operai poi, nel 1921,
quando la svolta fu decisamente tutta a destra (e i primi fallimenti in Russia
di Lenin erano ormai risaputi), MUSSOLINI così affrontò il proletariato:
"La parola socialista nel 1914 aveva un senso, ma ora è anacronistica.....
bisogna esaltare i produttori perché da loro dipende la ricostruzione.... e ci
sono proletari che comprendono benissimo l'ineluttabilità di questo processo
capitalistico....produrre per essere forti e liberi...." - "le dottrine
socialiste sono crollate, i miti internazionalistici caduti, la lotta di classe
è una favola". Voi non siete tutto, siete soltanto una parte, nelle
società' moderne. Voi rappresentate il lavoro, ma non tutto il lavoro e il
vostro lavoro é soltanto un elemento, nel gioco economico. Finché gli uomini
nasceranno diversamente "dotati", ci sarà sempre una gerarchia delle capacita'".
- "Non basta essere in tanti, ma ssi deve essere preparati".
Poi Mussolini rincarò la dose
"Se per gli interessi nazionali bisogna lottare contro il socialismo e se
occorre sostenere i proprietari terrieri e i produttori per non causare lo
sfascio della società in una
rivoluzione o in una guerra civile, allora il fascismo si schiererà con la
borghesia".
Il 1° agosto dell'anno
precedente al suo giornale -Il Popolo d'Italia- aveva già cambiato il
sottotitolo. Da Quotidiano Socialista -dopo aver ricevuto ulteriori
finanziamenti dagli industriali- lo aveva abilmente sottotitolato:
Quotidiano dei combattenti e dei produttori. Poi il 1° gennaio del '21, sarà
ancora più esplicito (arrivano i finanziamenti dei "siderurgici"), e metterà il
motto di Blanqui "Chi ha del "ferro" ha del pane". Il patto con gli
industriali era ormai senza più sottintesi (e quando andrà al governo alla fine
del 22, suo primo pensiero fu quello di abrogare la legge sulla nominatività dei
titoli. Gli industriali tirarono un sospiro di sollievo. Molti capitali erano
nel frattempo emigrati all'estero.
ALBERTINI il direttore del
Corriere della Sera così salutò la "svolta": "il fascismo ora
interpretato é l'aspirazione più intensa di tutti i veri italiani"
(ovviamente si riferiva a una piccola minoranza di italiani, quelli che avevano
i titoli al sicuro).
La Stampa di Torino "Il governo Mussolini é l'unica strada da percorrere
per ridare agli italiani quell'"ordine" che tutti ormai reclamano
intensamente".
(Ci fermiamo ai due maggiori giornali. Tutti gli altri si unirono al
coro).
Tutto questo accade nel 1921.
L'anno della grande crisi dovuta proprio al critico dopoguerra che si trascina
da più di due anni nell'immobilismo politico più intollerabile. La
disoccupazione è aumentata di sei volte rispetto l'anno precedente, già molto
alta (4.593.000 gli scioperanti in due anni).
La riconversione dell'economia di guerra verso una produzione di pace, nella sua
lentezza e senza una avveduta guida governativa, provoca una disoccupazione che
sembra avere imboccato una strada senza ritorno. A renderla drammatica sono poi
i debiti di guerra, con le banche in sofferenza, anche se sono piene di soldi
degli speculatori, che però non hanno certo la "vocazione" di puntare sulle
nuove "scommesse" dei piccoli imprenditori. Le piccole industrie quindi sono
senza capitali e con un mercato dei consumi che precipita sempre di più a picco
per la poca liquidità circolante nella popolazione che ha nelle sue file
4.500.000 di ex combattenti senza lavoro (cui si sono aggiunti quelli che finita
la intensissima (14 ore al giorno) produzione di guerra, sono stati mandati a
casa). Infine, a forte rischio, perfino il rimborso dei prestiti di guerra
(Buoni del Tesoro) sottoscritti dai risparmiatori. Sono tanti questi
malcapitati, tutti appartenenti alla classe media. Tutti in preda alla più nera
disperazione: una mina vagante questa categoria che vede davanti ai suoi occhi
la grande industria e le banche rifiutarsi di accollarsi i debiti nonostante gli
ingenti profitti fatti con la guerra; e ha -anche questa categoria- la netta
impressione di essere stata tradita, come i reduci. (da notare che tutto questo
sta accadendo contemporaneamente anche in Germania).
Poi arrivò anche il colpo di
grazia con la "caduta" (prevedibile da mesi - ed era già iniziata la fuga dei
grandi capitali fatti dagli "squali") della Banca di sconto. La disperazione
della piccola industria, degli artigiani dei coltivatori e dei risparmiatori fu
comune, divenne una cosa sola. Quando il Tesoro farà i conti dei debiti, i
propri più quelli contratti con gli alleati, con le cifre che sono di dominio
pubblico, le speranze dei risparmiatori di riavere indietro i soldi furono quasi
nulle. Forse i pronipoti nel 1984! Questa é la data degli impegni assunti con
l'Inghilterra e l'America per i rimborsi. Altro che guerra vinta! Ogni nato si
portava dietro fino a sessantacinque anni la "follia" della Grande Guerra, che
era più coerente averla chiamata "La Grande Obbligazione a futura memoria".
La soluzione che ha adottato il
governo per far fronte ai debiti e alle spese sostenute in guerra è stata
quella di aumentare le tasse; con la conseguenza di far aumentare il costo della
vita e ha bloccato ulteriormente gli investimenti produttivi. Ma quello che
indignava i 4.500.000 reduci, era che il denaro ricavato dal maggior prelievo
fiscale serviva buona parte solo per pagare gli interessi dei Buoni del Tesoro
(90 miliardi che erano stati emessi per finanziare la guerra) posseduti da chi
la guerra non l'aveva fatta, e che ora con il paese dissanguato da uno
stillicidio di tasse, ci guadagnava pure!
Una realistica analisi la fece
De Ambris (l'amico di D'Annunzio nell'avventura di Fiume) ed allarmò ancora di
più: lo Stato tassando in questo sciagurato modo, causava la paralisi della
produzione e gli investimenti, facendo salire l'inflazione e la disoccupazione.
Inoltre essendo il debito troppo grande, "non lo avrebbe mai annullato questo
debito". Occorrevano decine di anni. Tanto valeva correre il rischio di fare una
rivoluzione, e anche se era una oscura "avventura", non c'erano altri sbocchi in
questo quadro globale confuso, contraddittorio, ma anche piuttosto drammatico.
La guerra ha provocato dunque
due fenomeni. 1) L'industria pesante ha registrato un enorme sviluppo con la
produzione bellica; che però é andata a drenare e a convogliare tutte le risorse
disponibili nel modo più selvaggio, favorendo solo su un ristretto gruppo di
industriali (si pensi alla Ansaldo e alla Fiat, entrambe dall'inizio alla fine
della guerra, passarono da 5.000 a 50.000 operai); scarsa -per non dire nessuna-
considerazione sulla media e piccola impresa che, rimasta senza risorse (prima,
durante e ancora peggio dopo la guerra), in pochi anni era quasi scomparsa. Il
conflitto ha accelerato così il processo di concentrazione sia industriale sia
bancario. Negli anni di guerra il legame grande industria-banca si é fatto
sempre più stretto. A guerra finita -finite le commesse militari- entrata in
crisi la prima, l'altra seguì la stessa sorte ma senza tanti traumi, anzi si
prese il lusso con i capitali accumulati e le quote di azioni e gli immobili
fagocitati in cambio di crediti inesigibili, di riuscire a traghettare il potere
dello Stato a questa nuova emergente forte borghesia, non aristocratica, ma
altamente produttiva, persino da proteggere (Come l'invio dell'esercito ai
cancelli della Fiat per far entrare i "crumiri" disponibili a sostituire i
"ribelli").
E' il primo passo di un patto
scellerato dell' impotenza politica, che (servilmente) ipocritamente si
giustifica (chi ha messo in bocca queste frasi lo possiamo solo immaginare) con
quello che sarà d'ora in poi un ritornello: "lo facciamo per salvaguardare il
patrimonio produttivo del Paese, per salvare l'occupazione, per dare lavoro a
tutti". In nome di questa "evangelica missione", le altre armi ricattatorie dei
poteri forti saranno in seguito anche le innumerevoli sollecitazioni a
svalutare la moneta, con tutte le conseguenze negative sulle importazioni di
beni di prima necessità; perfino alimentari. Poi questo durerà fino alla fine
degli anni Novanta, con Mussolini prima e senza Mussolini dopo. O con il
fascismo o con la repubblica, i ricatti sempre gli stessi erano.
Avviene poi il secondo fenomeno
che è l'effetto del primo: questa nuova classe, ora chiamata dei "grandi
produttori", moderna e spregiudicata, divenuta forte, progressivamente esautora
non solo i sindacati ma anche la classe politica, ormai logora, antiquata,
anacronistica, fatta di conservatori, di aristocratici, e di borghesia liberale
ma con il Dna feudale, avversi ad ogni mutamento. La grande industria é
costretta (e fa di tutto) a scaricarla se vuole andare avanti con certe
ambizioni per imitare il modello americano.
La nuova classe, poche
famiglie, sono ora i padroni dell'Italia. D'ora in avanti qualsiasi politico
dovrà fare prima i conti con loro, perchè sono in grado di crearli e anche di
distruggerli i politici. Di condizionarne le scelte economiche e gli indirizzi.
Divenuti potenti, la grande industria e le grandi banche sono una forza sola.
Inoltre entrando la prima di prepotenza dentro i giornali fornisce i mezzi
propagandistici ai politici graditi, che ora sono gli industriali a scegliersi;
la seconda forza (le banche - dove i padroni sono gli stessi grandi industriali)
con i suoi nodi scorsoi sul credito, domina il resto della produzione nella
media e piccola impresa, e spesso quest'ultima è asservita, è clientelare, utile
solo per allargare il "nuovo regno" di quella grande. Il potere forte fa insomma
quello che vuole, quando vuole, con chi vuole, dove vuole. I politici che ora si
scelgono d'ora in avanti saranno solo dei soggetti manovrabili. Burattini che a
loro volta muoveranno altri fili: con la propaganda ideologica, il patriottismo,
la retorica risorgimentale (una parola che useranno socialisti, i fascisti poi
anche gli antifascisti) e l'oratoria autoritaria. Droghe utili e necessarie che
servono per avere la massa a servizio e ottenerne il consenso. Come e con cosa?
Ma con l'informazione, con i giornali degli stessi industriali subito messi a
disposizione del regime. ("Vuole un giornale sig. Mussolini?, non si preoccupi,
ci pensiamo noi, in 24 ore lei avrà un giornale, la sede, la tipografia, la
redazione, i giornalisti e tutto il resto". Questa è la potenza del grande
capitale!).
La cartina d'Italia, col "nuovo
regno", se la prendiamo e iniziamo a tracciare l'organigramma di questo nuovo
potere e ad annotare una ad una le nuove società industriali e finanziarie che
orbitano come satelliti attorno a quelle "forti" (queste non arrivano a una
decina), la rete che ne viene fuori é tale che vi troviamo imbrigliata nelle
maglie tutta l'economia nazionale. Quando se ne occuperà Beneduce, sarà lui a
stendere una complicata rete. Una rete che non termina con la fine del fascismo,
ma ha una sua continuità per quasi tutta la seconda metà del secolo. Quando una
paio di grandi aziende, e un paio di finanziarie riusciranno a condizionarne
altre 20.000/30.000.
Con il fascismo assisteremo
alla grande concentrazione fra società e banche: "Serve ed é necessario-
dicono gli economisti legati al carro dei "Signori del Triangolo" - a
trasformare l'apparato produttivo del Paese in un modo razionale, a produttività
e competitività molto forte".
E' una logica imprenditoriale ineccepibile, ma ha il rovescio della medaglia:
perchè diventa forte anche politicamente. L'avvento del fascismo viene a costoro
utile e permette di fare i primi passi. Li autorizza il regime a fare anche le
prime "prove d'orchestra" dietro lo quinte. Poi cinicamente sbarazzatosi del
teatrante di turno, dal '45 in avanti il "grande capitale" sale prepotentemente
sul "palco" a dirigere l'orchestra intera e a mettere altri insignificanti
attori a recitare; chiamata "razza padrona" oppure "uomini di governo". Poi con
un liberismo senza più nessuna etica, si permetteranno arrogantemente di uscire
anche allo scoperto e riusciranno anche ad essere l'uno e l'altro. E se qualcuno
farà notare che ci sono i conflitti di interessi, si metteranno a ridere, anche
perchè sono coscienti di potersi permettere di "comperare" chi ha il coraggio
di contestare; impiegano poco tempo e denari per legarlo al proprio carro.
BENEDUCE in questo 1921 è già
amministratore delegato dell'INA, poi guiderà la Bastogi, creerà lui e gestirà
lui quasi in forma privata il colosso IRI, l'IMI, e mille altre imprese, banche,
enti e finanziarie, pubbliche e private (il 25% dell'intera industria italiana,
quella che conta e domina l'altro 75%) poi lascerà tutti i segreti degli
intrecci (dare e avere oscuri) e tutta l'"autorità occulta" a suo genero ENRICO
CUCCIA, che ha sposato la sua
IDEA SOCIALISTA(che era il nome della
figlia di Beneduce, non confondiamo con le "idee socialiste"! Siamo invece nel
grande capitalismo; quello molto "forte").
Per anni nel bene e nel male,
Mussolini riempirà molte pagine di storia del nostro secolo. Ci saranno
intuizioni politiche da grande statista; diventerà per gli industriali l'uomo
qualificato a ristabilire l'ordine; "della provvidenza" per il clero
nel dare la soluzione a problemi secolari (il concordato); e varerà ottime
istituzioni sociali ed economiche che sono giunte integre fino a noi (che
vedremo in questi anni e in altre pagine ). Fu tutto il centro motore del suo
movimento, il fascismo, ma con gli anni sempre più distaccato da un
contatto più diretto con i suoi collaboratori; sarà il promotore di un regime
totalitario che poggiò per qualche tempo sul consenso di massa, che
demagogicamente fu abile a sollecitare attraverso coreografiche manifestazioni,
con i mezzi di comunicazione e gli slogan.
Non mancò il prestigio internazionale di un certo periodo del '29 e dintorni. In
questi anni, preso dal miraggio di mutare a vantaggio dell'Italia lo statu
quo internazionale (che era in crisi- compresi gli Usa).
Lui antitedesco Benito Mussolini, il 12 gennaio del 1932, faceva pubblicare sul giornale <<Popolo
d'Italia>> il seguente articolo, con lo scopo di sensibilizzare l'opinione
pubblica europea, contro il "pericolo delle conferenze internazionali" :
(Losanna ecc.)
"I popoli che si avviano faticosamente e fra inaudite miserie, ad uscire da
uno degli inverni più tormentati che la storia ricordi, appena paragonabile
all'ultimo inverno di guerra nelle trincee, ora che la data della Conferenza di
Losanna è ufficialmente fissata, si domandano: Che cosa accadrà? Avremo una
definizione del problema debiti - riparazioni o sarà rinviato ancora una volta?
Noi avremo una soluzione radicale oppure avremo una soluzione di compromesso che
dilazionando nel tempo le difficoltà, non farà altro che complicare le cose
all'infinito?
I governi d'Europa daranno ancora una volta prova di quella tremenda abulia che
sembra paralizzarli tutte le volte che devono affrontare un problema e che li
conduce quindi a polverizzare lo stesso durante i lavori delle Commissioni?
Queste ed altre domande affollano il nostro spirito.
La conferenza di Losanna deve giungere a quello che ormai si chiama il "colpo di
spugna", deve concludersi con la cancellazione del dare e dell'avere nella
tragica contabilità della guerra.
Non è affatto esagerato affermare, così ha detto l'on. Alessandro Shaw (deputato
del Regno Unito, n.d.r.) che la struttura economica e sociale dell'Europa si
avvicina al precipizio; la cruda verità è che se le cose vanno avanti così come
stanno andando, la scelta è semplicemente fra il ripudio dei debiti ed il caos.
Invece di una libera partecipazione con uomini e mezzi alla causa, gli alleati
hanno tracciato la più strana, illogica, antistorica distinzione. Quando un
proiettile americano è stato sparato da un artigliere americano ... con un
cannone americano, gli Stati Uniti non hanno imposto agli alleati di pagare nè
l'uomo, nè il costo del proiettile. Ma quando il proiettile americano è stato
sparato da soldati alleati per il medesimo scopo, per la causa comune, nello
stesso comune interesse... questo ha creato un debito in oro da pagarsi agli
Stati Uniti. Mai prima d'ora nella storia era stato mai stato così ingiustamente
applicato. Il giusto messaggio che tutto il mondo aspetta è: << Rimetti i nostri
debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori".
Mussolini abbandonò le cautele e, con un atteggiamento di grande e palese
insofferenza, entrò in urto con le potenze occidentali (veramente poco sensibili
ai problemi di alcuni stati europei - e perfino tra di loro) e iniziò a
rafforzare legami proprio con una Germania dove c'era un Hitler con gli
stessi suoi problemi, figura ancora modesta ma grande suo ammiratore e con
ambizioni più grandi delle sue. L'accordo formale che molto tempo dopo seguì
(il patto d'acciaio) fu un grave errore di valutazione, che dopo pochi mesi non
si poteva più riparare.
L'errore fu ancora più grande quando ebbe la convinzione che Hitler dopo
i suoi blitz vittoriosi soprattutto in Francia, conquistasse e mutasse l'intera
cartina d'Europa. Nel timore di essere escluso da questa spartizione, pur al
corrente dello stato di impreparazione militare del proprio paese (è lui stesso
a informare Hitler in una famosa lettera del '39; a dirgli che non è pronto)
decise, cercò, tentò, s'illuse, si sentì forse obbligato (una parte non
indifferente del Paese lo sollecitava) ad intervenire militarmente al suo fianco
per potersi ritagliare a guerra finita, i migliori vantaggi possibili per
l'Italia.
Ma altro non poteva fare. Aveva le armate tedesche al Brennero e a Tarvisio dopo
il disimpegno a est. E se si appoggiava alla Francia e all'Inghilterra, visto
poi come si squagliarono i loro eserciti e le loro difese (non capaci neppure
di difendersi in casa propria, figuriamoci se accorrevano in Italia!)
l'invasione dell'Italia da ovest, dal nord, e da est sarebbe avvenuta in 24 ore.
In Alto Adige c'erano già 250.000 tirolesi che lo aspettavano.
Venne poi l'esito disastroso
tedesco in Russia, ma ormai era troppo tardi per tirarsi indietro, contro
l'Italia c'erano tutte le potenze (che Mussolini sottovalutava) che
avevano deciso di fermare l'egemonia nazista, quando quella fascista era già
naufragata molto prima del 25 luglio 1943, cioè quando il Paese si sentì
estraneo nella guerra e finalmente capì che Mussolini era un uomo senza piu'
consensi, perdente, e soprattutto solo, non essendosi circondato da persone
capaci e intelligenti, ma solo di consiglieri che non operavano con realismo
nelle situazioni (vedi inizio della guerra contro la Francia, e vedi poi quella
in Greci), che invece stavano maturando ed evolvendosi. Anzi si boicottavano
l'un l'altro. Vedi le tre Armi.
Momenti drammatici, dove si rispondeva per coprire questi guasti interni, con
solo grandi bluff militari, politici, culturali e di costume, sempre guidati da
operatori e propagandisti di bassa levatura. Ma soprattutto c'erano dentro
dirigenti e generali, nobili e gerarchi che volevano fare i "Generali". Ma che
ritroveremo subito -dopo l'8 settembre- a guidare l'antifascismo per ritornare a
fare i dirigenti e i generali.Questo significa che era solo, ma Mussolini non se ne era reso conto.
Nel discorso del 25 ottobre
1938, analizzando bene le parole di Mussolini, appare già questa solitudine.
E' uno statista perdente! La situazione precipitava davanti a una realtà
oggettiva del Paese che dimostra subito quanto effimeri, artificiali, e come
erano sempre suonati falsi, gli accenti eroici, i toni di sfida di una certa
propaganda. Era quello già il discorso della sconfitta, soltanto che lui
non se ne era reso ancora conto, anche se lo aveva intuito: gli italiani che
"contavano" invece sì; non per nulla questa intuizione la esternò con amarezza
proprio in questo discorso: "....quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che
si annidano nel paese". Infatti, quelli che proprio lui aveva fatto diventare
ricchi, gli avevano già voltato le spalle. Un "25 luglio" infatti fu già
cospirato il 19 ottobre del 1939 e quasi dagli stessi uomini del successivo '43:
Grandi, il Re, il principe Umberto, Balbo. Quello che avvenne in seguito
fu una tragedia. La sua e insieme quella del popolo e di una nazione, dove
alcuni vecchi antiquati generali presero i migliori uomini per mandarli allo
sbaraglio, in Grecia, in Africa, (e scelleratamente a piedi) in Russia.
Inquietanti personaggi che poi caduti nella polvere, e molti nel disonore,
caduto lui, Mussolini, gli italiani in armi li abbandonarono, scapparono,
aggiungendo tragedia a tragedia (8 settembre '43). Scapparono, ma poi li
ritroveremo tutti, ma proprio tutti, dopo pochi giorni dentro i meandri degli
stessi Palazzi a guidare il Paese, mentre i più disgraziati, iniziarono a darsi
la caccia l'un l'altro.