SENSIBILITA’ DECADENTE NELL’ARTE DEL NOVECENTO

 

Sebbene strettamente legato con il movimento decadente perchè inseriti nel medesimo contestco culturale di rinnovamento e reazione al positivismo e alla razionalità, l’Impressonismo è in più stretta relazione con il movimento estetico, e in particolare con l’estetismo francese e il naturalismo di zola. Il decadentismo influenzò molto maggiormente la corrente dell’espressionismo, nonchè molti autori che si definiscono molto spesso post-impressionisti. Tra questi sicuramente Gaugin, è uno degli artisti più vicini alla sensibilità decadente, o almeno a parziali aspetti di essa, in quanto il decadentismo è una corrente che riguarda molto più specificamente la letteratura.

In Gaugin è evidente il gusto tipicamente decadente per l’esotico, il lontano. Si ricordino infatti i viaggi continui in tutto il mondo del pittore che si reca prima a Panama (non era abbastanza selvaggia per lui la Bretagna), alla Martinica, a Tahiti, nelle isole Marchesi (dove muore). Soggiorna per molto tempo soprattutto a Tahiti, e al periodo tahitiano appartiene la maggior parte delle sue opere più celebri. Elemento ricorrente è la presenza di donne tahitiane, molto spesso immerse nella natura, nude o vestite con abiti sgargianti che si richiamano la colorata flora locale.

Questa volontà di viaggiare si riconduce ad una quasi disperata evasione dal mondo sociale (egli morirà solo) verso l’incessante ricerca di se stesso, verso uno stato primitivo, puro, non corrotto e contaminato dalla civiltà moderna: è la ricerca di un altro se stesso, di un fanciullino interiore direbbe Pascoli. Tesi condivisa dall’espressionista Kokoshka, secondo cui per dipingere secondo la propria espressione bisogna tornare al “primo grido e al primo sguardo del neonato”.

Per rimanere in tema un profondo simbolismo si riscontra nelle tele di Gaugin: ne è un esempio Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? in cui il consueto tema dei corpi femminili tahitiani diviene allegoria, forse, della vita nella sue fasi principali.

 

 

 

 

Altro autore che condivide una sensazione di decadenza con la propria epoca è Edvard Munch (1863-1864). Lo conferma una della opere più note di Munch: Il grido. Il titolo in questo caso non rappresenta un’azione, o il protagonista di un’azione, ma il prodotto di tale azione, un grido disperato contro la natura, il mondo, che parte dalla bocca dell’uomo e investe anche lo scenario circostante. E’ la decadenza della civiltà, è l’angoscia e la disperazione di cui parla Kierkegaard.

 Anche in altre opere di Munch si ritrova lo stesso tema, questa volta sono i volti dei protagonisti, tutti uguali, simili, mostruosi, come se l’uomo fosse svuotato della propria dignità e fosse ridotto all’animalità. E’ probabilmente il grigio diluvio democratico odierno di cui parla D’Annunzio, che imbruttisce il mondo e lo priva della distinzione.

 

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