Nell’ambito dell’estate
teatrale veronese è stato offerto uno spettacolo interessante e
di alto livello. Nella consueta, eppur sempre sorprendente cornice
architettonica un folto pubblico ha assistito, partecipato, applaudito
le nuove star, almeno secondo le scelte degli organizzatori, della
danza internazionale.
La serata si è
articolata in due tempi, costituiti da 12 danze, in sequenza libera sì
da lasciar trasparire la forte disparità tra moduli coreutici tanto
diversi e linguaggi lontani, il tutto accompagnato da musica registrata,
unico filo conduttore: il movimento. I danzatori si sono esibiti
in almeno due prove. Ma veniamo al programma.
Incipit con Lacrymosa
su musica di Verdi, coreografia originale creata per l’occasione da Ben
van Cauwenberg (del quale sono stati presentati ben quattro lavori, una
presenza eccessiva). Interpretato da tre danzatori del Staatstheater Wiesbaden:
A. Monachov danzatore molto alto, dotato di una muscolatura
poco “lavorata”, non bella, di maggior interesse l’aspetto interpretativo
e, a tratti, un certo lirismo che ben accompagnava l’esecuzione. G. Posterino
un fascio di fibre muscolari e agilità racchiuse in un corpo
piccolo ma agilissimo, apprezzabilissimo anche nella versione mimata
de Les Bourgeois cantata da Jacques Brel, un vero mimo, certo la coreografia
era un po’ ripetitiva, forse per sottolineare il ritornello della
canzone?
Vera rivelazione Daniela
Severian, apprezzata per le doti interpretative, emotive, per il senso
musicale e una verve forte, potente, danzatrice dai giri vorticosi, rapidissimi
finiti sempre bene, spinte e cadute da vera professionista. Astratta
in questa prima esibizione, intensa e sensuale in Carmen, in coppia con
Monachov. Un piccolo granello di pepe ne Non, je ne regrette rien cantata
da E. Piaf.
In Lacrymosa è
parsa buona l’intesa tra gli interpreti.
Circa i moduli coreutici
proposti erano visibili i riferimenti al lavoro di Mats Ek, molto buone
le prese in Carmen, nel complesso il lavoro proposto da van Cauwenberg
è discretamente gradevole, interessanti e riuscite le due canzoni
proposte, per il resto accettabile.
Superlativa prova de
Delphine Moussin e Lionel Delanoe primi ballerini de l’Opera di Parigi.
In Steptext de W. Forsythe
eseguito come seconda danza nel primo tempo invece che nel secondo come
da programma, sono stati ottimi rasentando la perfezione nell’esecuzione,
astratti ma nel contempo fortemente presenti nel comunicare un pieno controllo
muscolare e una buonissimo contatto col partner. Peccato che il pubblico
non abbia colto, applausi tiepidi che hanno commentato una scena vuota:
i danzatori non sono rientrati per gli inchini.?
Nel secondo tempo in
sostituzione de Esmeralda hanno proposto l’Adagetto de Mahler, cor. O.
Araiz. Una interpretazione intensa, commovente per l’intesa tra loro, sinuosi
nei movimenti, elegante e sospeso Delanoe; leggera, a tratti quasi diafana
eppure dotata di una dinamica d’acciaio Moussin. Si è creata una
sospensione nella dimensione spazio-temporale che è stata compresa
anche dal pubblico, ottima esecuzione sinfonica, purtroppo nel programma
non veniva riportata alcuna informazione sugli esecutori delle registrazioni.
Un applauso veramente spontaneo li ha più volti richiamati alla
ribalta.
Antonio Marquez:
istrione, dominatore della scena, comunicatore esperto. Bravo nell’interpretazione,
molto recitata, buona la scelta di proporre Zapateado (nel primo tempo
però, subito dopo Steptext!) con musica registrata, e Farruca
(nel secondo tempo dopo l’Adagetto…) accompagnato da bravi professionisti:
2 chitarristi e voce solista.
Tecnicamente molto valido,
un talento del senso musicale. Come da copione gli incitamenti da parte
di molti del pubblico, suoi collaboratori o conoscenti che hanno trascinato
il resto del pubblico nella richiesta (vi era necessità di farla?)
dell’assolo ulteriore, il mazzo di calendule bianche
alla fine di Farruca consegnatogli a scena aperta da una signora molto
partecipe è parso un po’ retrò.
Proporre flamenco dopo
Forsythe o Araiz è sembrata una incrinatura, un rispondere alle
aspettative un po’ picaresche di parte del pubblico, spettacolo
non è anche educazione al gusto? Senza nulla togliere alla
bravura del danzatore e alla tradizione rispettabile di questa forma d’arte.
Lucia Lacarra e Cyril
Pierre del San Francisco ballet hanno presentato Light rain su coreografia
de G. Arpino e Adagio for strings cor. G. Bohbot col quale si è
chiusa la serata.
In ambedue il
ruolo del danzatore era inesistente, confinato nel puro ruolo di
porteur, Lacarra ha esibito questo suo corpo da contorsionista, o dal passato
ginno-ritmico rimanendo molto fredda, inespressiva, senza anima.
Ne Light Rain l’intera
coreografia sembrava costruita perché venisse visto cosa questo
corpo può fare, in effetti un tale livello di disarticolazione dell’anca
accompagnato da dondolio del bacino fuori asse come fossero cera nelle
mani del partner era impressionante, purtroppo però la danza
dov’era?
Ne Adagio for strings
la coreografia si poteva riassumerla in un’unica posizione: cambrè
en arrière, ripetuta talmente tante volte da stancare pur
ammirando il piegarsi della schiena all’indietro a 180 gradi, vi è
stato un minimo di partecipazione in più nell’interpretazione di
Lacarra ma è apparsa distaccata e poco comunicativa. In qualche
momento sembrava dimenticare di raddrizzare la schiena rispetto al bacino,
rimanendo in qualche passaggio praticamente lordotica.
Si impone la domanda
sul perché siano stati scelti questi pezzi? Resta l’esigenza di
vedere Lacarra in ruoli diversi dove sia possibile vedere cosa lei sa comunicare
e non soltanto cosa il suo corpo possa esibire.
Successo di pubblico
prevedibile.
Rut Mirò e Carlos
Lopez del ballet Victor Ullate sono stati piacevoli e bravi. Hanno chiuso
il primo tempo con Don Chisciotte, cor. Petipa. Mirò ha una figura
un po’ pesante, la muscolatura delle gambe è un po’ troppo grossa,
annotazione valida anche per altre danzatrici della suddetta compagnia,
le variazioni scelte sono state eseguite correttamente. Come dicono i buoni
maestri mai presentare una variazione che non si è in grado di eseguire
molto bene, è stata scelta una delle versioni semplici, la musica
era molto rallentata, uniche difficoltà forse i giri che dal passè
scendevano velocemente in coù de piè per finire in quinta.
Pareva in difficoltà con gli equilibri che prendeva dopo numerosi
secondi salvandoli sempre con maestria, ma non eseguendoli efficacemente,
la medesima difficoltà si notava anche nella seconda esibizione.
Molto corretta la sezione dei fouttès intercalati con il doppio
giro che ha eseguito bene, nonostante l’applauso del pubblico senza mai
perdere il ritmo musicale. Molto coinvolgente il sorriso e la vis interpretativa,
presenza scenica molto apprezzabile.
Lopez ha dato
prova di potenza, elevazione, interpretazione. Tecnicamente dotato è
parso molto disinvolto.
Mirò è
parsa molto più a suo agio ne Arrayàn Daraxa, cor. Ullate,
dove le sue doti di esecuzione apparivano più spontanee e di livello
molto alto.
Buona l’intesa tra i
due interpreti.
Nel complesso una piacevole
serata di buona danza, dove gli interpreti, a parte qualche eccezione,
hanno donato qualcosa di sé.