Stelle del XXI secolo
Gala internazionale di danza
Teatro Romano, Verona, - 14 luglio 2001

Nell’ambito dell’estate teatrale veronese è stato offerto uno spettacolo interessante e di alto livello. Nella consueta, eppur sempre sorprendente  cornice architettonica un folto pubblico ha assistito, partecipato, applaudito le nuove star, almeno secondo le scelte degli organizzatori,  della danza internazionale.
La serata si è articolata in due tempi, costituiti da 12 danze, in sequenza libera sì da lasciar trasparire la forte disparità tra moduli coreutici tanto diversi e linguaggi lontani, il tutto accompagnato da musica registrata, unico filo conduttore: il movimento.  I danzatori si sono esibiti in almeno due prove. Ma veniamo al programma.
Incipit con Lacrymosa su musica di Verdi, coreografia originale creata per l’occasione da Ben van Cauwenberg (del quale sono stati presentati ben quattro lavori, una presenza eccessiva). Interpretato da tre danzatori del Staatstheater Wiesbaden: A. Monachov  danzatore  molto alto, dotato di una muscolatura poco “lavorata”, non bella, di maggior interesse l’aspetto interpretativo e, a tratti, un certo lirismo che ben accompagnava l’esecuzione. G. Posterino un fascio di fibre muscolari e agilità  racchiuse in un corpo piccolo ma agilissimo, apprezzabilissimo anche  nella versione mimata de Les Bourgeois cantata da Jacques Brel, un vero mimo, certo la coreografia era un po’ ripetitiva,  forse per sottolineare il ritornello della canzone?
Vera rivelazione Daniela Severian, apprezzata per le doti interpretative, emotive, per il senso musicale e una verve forte, potente, danzatrice dai giri vorticosi, rapidissimi finiti sempre  bene, spinte e cadute da vera professionista. Astratta in questa prima esibizione, intensa e sensuale in Carmen, in coppia con Monachov. Un piccolo granello di pepe ne Non, je ne regrette rien cantata da E. Piaf.
In Lacrymosa è parsa buona l’intesa tra gli interpreti.
Circa i moduli coreutici proposti erano visibili i riferimenti al lavoro di Mats Ek, molto buone le prese in Carmen, nel complesso il lavoro proposto da van Cauwenberg è discretamente gradevole, interessanti e riuscite le due canzoni proposte, per il resto accettabile.
Superlativa prova de Delphine Moussin e Lionel Delanoe primi ballerini de l’Opera di Parigi.
In Steptext de W. Forsythe eseguito come seconda danza nel primo tempo invece che nel secondo come da programma, sono stati ottimi rasentando la perfezione nell’esecuzione, astratti ma nel contempo fortemente presenti nel comunicare un pieno controllo muscolare e una buonissimo contatto col partner. Peccato che il pubblico non abbia colto, applausi tiepidi che hanno commentato una scena vuota: i danzatori non sono rientrati per gli inchini.?
Nel secondo tempo in sostituzione de Esmeralda hanno proposto l’Adagetto de Mahler, cor. O. Araiz. Una interpretazione intensa, commovente per l’intesa tra loro, sinuosi nei movimenti, elegante e sospeso Delanoe; leggera, a tratti quasi diafana eppure dotata di una dinamica d’acciaio Moussin. Si è creata una sospensione nella dimensione spazio-temporale che è stata compresa anche dal pubblico, ottima esecuzione  sinfonica, purtroppo nel programma non veniva riportata alcuna informazione sugli esecutori delle registrazioni. Un applauso veramente spontaneo li ha più volti richiamati alla ribalta.
 Antonio Marquez: istrione, dominatore della scena, comunicatore esperto. Bravo nell’interpretazione, molto recitata, buona la scelta di proporre Zapateado (nel primo tempo però, subito dopo Steptext!)  con musica registrata, e Farruca (nel secondo tempo dopo l’Adagetto…)  accompagnato da bravi professionisti: 2 chitarristi e voce solista.
Tecnicamente molto valido, un talento del senso musicale. Come da copione gli incitamenti da parte di molti del pubblico, suoi collaboratori o conoscenti che hanno trascinato il resto del pubblico nella richiesta (vi era necessità di farla?) dell’assolo ulteriore,   il  mazzo di calendule bianche alla fine di Farruca consegnatogli a scena aperta da una signora molto partecipe  è parso un po’ retrò.
Proporre flamenco dopo Forsythe o Araiz è sembrata una incrinatura, un rispondere alle aspettative un po’ picaresche di parte del pubblico,  spettacolo  non è  anche educazione al gusto? Senza nulla togliere alla bravura del danzatore e alla tradizione rispettabile di questa forma d’arte.
Lucia Lacarra e Cyril Pierre del San Francisco ballet hanno presentato Light rain su coreografia de G. Arpino e Adagio for strings cor. G. Bohbot col quale si è chiusa la serata.
 In ambedue il ruolo del danzatore era inesistente, confinato nel puro ruolo di  porteur, Lacarra ha esibito questo suo corpo da contorsionista, o dal passato  ginno-ritmico rimanendo molto fredda, inespressiva, senza anima.
Ne Light Rain l’intera coreografia sembrava costruita perché venisse visto cosa questo corpo può fare, in effetti un tale livello di disarticolazione dell’anca accompagnato da dondolio del bacino fuori asse come fossero cera nelle mani del partner  era impressionante, purtroppo però la danza dov’era?
Ne Adagio for strings la coreografia si poteva riassumerla in un’unica posizione: cambrè en arrière, ripetuta talmente tante volte da stancare pur  ammirando il piegarsi della schiena all’indietro a 180 gradi, vi è stato un minimo di partecipazione in più nell’interpretazione di Lacarra ma è apparsa distaccata e poco comunicativa. In qualche momento sembrava dimenticare di raddrizzare la schiena rispetto al bacino, rimanendo in qualche passaggio praticamente lordotica.
Si impone la domanda sul perché siano stati scelti questi pezzi? Resta l’esigenza di vedere Lacarra in ruoli diversi dove sia possibile vedere cosa lei sa comunicare e non soltanto cosa il suo corpo possa esibire.
Successo di pubblico prevedibile.
Rut Mirò e Carlos Lopez del ballet Victor Ullate sono stati piacevoli e bravi. Hanno chiuso il primo tempo con Don Chisciotte, cor. Petipa. Mirò ha una figura un po’ pesante, la muscolatura delle gambe è un po’ troppo grossa, annotazione valida anche per altre danzatrici della suddetta compagnia, le variazioni scelte sono state eseguite correttamente. Come dicono i buoni maestri mai presentare una variazione che non si è in grado di eseguire molto bene, è stata scelta una delle versioni semplici, la musica era molto rallentata, uniche difficoltà forse i giri che dal passè scendevano velocemente in coù de piè per finire in quinta. Pareva in difficoltà con gli equilibri che prendeva dopo numerosi secondi salvandoli sempre con maestria, ma non eseguendoli efficacemente, la medesima difficoltà si notava anche nella seconda esibizione. Molto corretta la sezione dei fouttès intercalati con il doppio giro che ha eseguito bene, nonostante l’applauso del pubblico senza mai perdere il ritmo musicale. Molto coinvolgente il sorriso e la vis interpretativa, presenza scenica molto apprezzabile.
 Lopez ha dato prova di potenza, elevazione, interpretazione. Tecnicamente dotato è parso molto disinvolto.
Mirò è parsa molto più a suo agio ne Arrayàn Daraxa, cor. Ullate, dove le sue doti di esecuzione apparivano più spontanee e di livello molto alto.
Buona l’intesa tra i due interpreti.
Nel complesso una piacevole serata di buona danza, dove gli interpreti, a parte qualche eccezione,  hanno donato qualcosa di sé.

S.M. Novarin


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