Una interessante serata
di danza nell’ambito della programmazione della stagione presso questo
piccolo ma suggestivo teatro, da pochi anni aperto al pubblico dopo anni
di abbandono e un cambio di destinazione d’uso. Una sala da ballo aziendale
in parte lignea, coloratissima, ariosa, riattata a teatro. Facile la prenotazione
dei biglietti, gentilezza da parte del personale.
Con piacere abbiamo
rivisto questa prestigiosa compagnia, unica realtà stabile privata.
Negli anni ha saputo fronteggiare le inevitabili difficoltà, un
cambio di direzione artistica, mantenendo sempre un livello molto alto
di produzione, esecuzione e qualità.
Dal 1997 è direttore
artistico Mauro Bigonzetti che ricordiamo interessante ballerino
poi coreografo.
La serata apre con Constructions
sugli omonimi brani de John Cage. Una scelta coraggiosa che porta ad un
risultato stupefacente. Abbiamo visto la musica suonata dal corpo, abbiamo
visto la danza leggere la partitura. Danzatrici in top su tutù
bianchi eseguivano, sulle punte, complesse legazioni; con il busto e le
mani impegnati in movimenti astratti e gambe fortissime su colli
del piede lavorati da tecnica accademica. En dedans o en dehors il movimento
era sempre corretto.
Cyril Griset ha offerto
un corpo talmente posseduto dal controllo da potersi permettere tutto e
dal comunicare di poterlo fare.
La III construction
mostra i danzatori in tenuta diversa: magliette, panta corti e scarpette
da jazz. Precisi nelle prese, sempre molto padroni del gesto; il tutto
scorre lineare e senza fratture.
Si poteva lasciarsi
condurre in questi suoni da gesti e espressioni precise, attive.
Il lavoro coreutico
è parso immane, come frutto di lunghe meditazioni in una dimensione
solo musicale. Da rivedere.
Psappha su musica
de Iannis Xenakis eseguita dal vivo da Danilo Grassi ha visto in scena
la componente maschile della compagnia. Indossavano un costume che
richiamava il chitone.
Solo percussioni, solo
ritmo di rimembranza tragica, ottima esecuzione, partecipazione intensa,
movimenti ben costruiti e originali.
Per chi ha una cultura
della metrica e della letteratura greche è stato un tuffo carnale
in ritmi perduti eppure sempre vicini.
Ottima, come d’altri
tempi, l’intesa coll’esecutore.
La musica eseguita
dal vivo rimane parte essenziale della performance di danza.
Furia corporis è
risultato meno scorrevole e lineare, gli intermezzi rumoristici interrompevano
in modo fastidioso la sinfonia di Beethoven. Pur apprezzando alcune
soluzioni coreutiche e l’esecuzione dei danzatori, permane un interrogativo
di senso.
Nelle note in calce
al programma il coreografo cita Jung poi Michelangelo. Forse l’intento
era proprio di mostrare movimenti liberi, anche ispirati a figurazioni
pittoriche, quasi permeati da spirito d’improvvisazione dove una
chiave di lettura poteva essere l’emozione, inesplicabile, che nasce
dal corpo che si muove.
Interessanti soluzioni
a tre elementi e a due elementi che ricordavano, gradevolmente, precedenti
lavori del coreografo.
Nel complesso una serata
di vera, buona danza!