PREFAZIONE
Caminante, son tus huellas
El
camino, y nada mas
Caminante no hay camino
Se hace camino al andar.
Al andar se hace
camino
y
al volver la vista atràs
se ve la senda que nunca
se ha da volver a pisar.
Caminante no hay
camino
sino
estelas en la mar. [1]
Antonio Machado
Questi versi del grande poeta andaluso sono
scolpiti nella nostra memoria da lungo tempo, ma solo di recente crediamo di
scorgervi un significato ontologico che va molto al di là sia delle possibili
intenzioni del poeta (era un fervente cristiano) ed anche di ogni possibile
senso criptico involontario che un’ermeneutica immaginifica possa attribuir
loro. Di essi, peraltro, ne sono state date numerose interpretazioni
filosofiche, ed in particolare esistenzialistiche; non saremo perciò noi a darne
qui un’eco inadeguata che sarebbe oziosa [2].
D’altra parte, è proprio la poesia di Machado ad esser ricchissima di sfumature
filosofiche, quindi non deve stupire se assumeremo questi versi quale translazione
poetica di ciò che proponiamo, vedendo l’universo come un viandante fisico. In
realtà non esiste nessun viandante giacché non esiste alcun universo unitario,
ma soltanto “viandanti”: i bosoni [3],
i fermioni [4]
( o forse le stringhe? [5])
e i loro assemblati, in numero di miliardi di miliardi di miliardi elevati
quasi all’infinito. E tuttavia, “il viandante”, quale loro espressione
insiemale poetica, intende rappresentarli tutti come loro unità convenzionale.
La nostra tesi principale è infatti che tale universo convenzionale (in realtà i suoi costituenti) “si fa divenendo”,
cioè tracciando la propria strada per il solo fatto di esistere e di evolvere
nel suo pluralismo ontico. I costituenti hyletici [6],
che costituiscono tale “materia plurale” e “camminando” ne tracciano la strada
scrivendo la loro storia nelle proprie orme con le leggi del loro stesso
esistere. “Plurale” sottolineiamo, poiché è sempre metafisica, anche se
materialistica, quella di porre sullo stesso piano i differenti enti fisici
come se fossero tutti figli di “mamma–materia”. All’opposto, la materia sarebbe
(se esistesse in quanto tale e non come mera espressione linguistica), semmai,
“loro figlia”, avendo essi scritto col loro divenire e non essa ciò che la
cosmologia cerca di scoprire e descrivere.
Ma la storia è anche “tempo”, e la
strada-storia è irreversibile perché l’universo “va” proprio come va un
viandante avventuroso, il cui “andare” ha inizi casuali e nessuna meta lo
attende se non il suo collasso o il suo perdersi nel nulla. La strada cosmica
non è un progetto né una realizzazione, ma, come l’immagine tremula delle
stelle sulle onde, è il mutevole segno del divenire, o più correttamente dell’accadere [7].
Machado, dunque, con la sua eccelsa poesia, sembra prefigurare il convenzionale
cosmo-viandante a cui noi pensiamo, anticipando ciò che offriamo come tesi
principale del presente lavoro, quella che potrebbe essere sintetizzata nella
breve frase: l’essere è in quanto diviene,
e ciò che è continua a farsi divenendo. Ci auguriamo che il lettore ci
perdonerà l’arbitrio di aver esteso l’intuizione lirica machadiana alla sfera
della fisica, della cosmologia e più specificamente, filosofando, a quella
dell’ontologia del fisico, che è in definitiva l’oggetto del presente libro. Tale
oggetto, tematizzato ed analizzato è all’origine di un oggetto teorico che
chiamiamo pluralismo ontofisico, dove l’aggettivo è una sintesi di
“ontico” + “fisico”, poiché concerne l’essere della fisicità (o
materialità).
Il corso storico dell’universo fisico, vale
a dire degli enti hyletici (le
particelle elementari) e del loro divenire, è visto da noi
come la fissazione di huellas creatrici delle leggi fisiche che le
governeranno a posteriori. Trattandosi, in definitiva, di un hacer camino
che dura da quasi quattordici miliardi di anni, attraverso i quali l’essere
(cioè le masse-energie e i bosoni legagenti) determinano il divenire
esistendo e traducendo il loro esistere in leggi di perpetuazione;
quelle che chiamiamo leggi fisiche. Lo spazio/tempo, nato con la
massa/energia stessa sotto l’azione dei bosoni, è il fondale attivo
del “farsi” della materia, che è ciò che sta divenendo (e sarà ciò che diverrà)
nella più totale autonomia e autosufficienza, dovute al fatto stesso di
“esserci” e di hacer camino. Ciò concerne sia le particelle elementari
(gli enti hyletici), costituenti il fondamento del cosmo, sia gli innumerevoli
loro composti microscopici o macroscopici quindi l’”insieme” cosmico stesso. È
questa “pluralità insiemale” [8],
reale (non la ”unità-totalità” metafisica) a costituire l’insieme cosmico e a
farne un concetto. Nessun fantasticato “Tutto” ha mai determinato le sue parti,
poiché sono queste a farlo esistere e a farlo diventare quel che è, quale
“insieme” organizzato di esse “scenario” generale di riferimento. Questa
concezione non è affatto un modo riduzionistico di porre la realtà fisica, come
qualcuno potrebbe pensare [9];
è al contrario il superamento di un riduzionismo concettuale semplificatorio
che si ostina a cogliere del reale solo una nominale “risultante” d’insieme.
Scrivere questo libro per noi è stata una
fatica e un’imprudenza. Molti concetti della fisica non sono chiari neppure ai
fisici stessi, i quali spesso si contrappongono con interpretazioni differenti
e qualche volta addirittura opposte. In ogni caso noi, poveri profani,
rischiamo grosso a riflettere su cose complicate e spesso incerte, ma il
mestiere del filosofo è ormai ad un bivio ineludibile, perché il sontuoso treno
del modo tradizionale di fare filosofia è già fermo da molti anni all’ultima
stazione. Il viaggio è finito, polvere e muffa si stanno accumulando per quanto
siano alacremente tolte da un esercito di lacché della metafisica; dai loro
alti o bassi scranni accademici essi restaurano e lucidano, riverniciano,
saldano ganci, e appendono ad essi sempre nuova chincaglieria ermeneutica e
teorica. Il treno della metafisica (la teologia filosofale) è fermo da tempo,
ma appare sempre magnifico e pomposo,
pieno di medaglie e consensi.
Dove sono i filosofi veri, quelli che
“amano la conoscenza”? Forse si sono persi nei boschi e là, lontani dal clamore
dei convegni e dei talk show televisivi, nel rapporto con la realtà naturale
consumano il loro pensiero, e magari affidano a qualche torrente impetuoso il
loro messaggio in bottiglia, che nessuno leggerà. E tuttavia un filosofo che
lavori per “amore del conoscere”, in senso gnoseologico ed ontologico, non può
esimersi dal lavorare, anche se nell’isolamento e nel silenzio, perché la
filosofia possa sopravvivere come disciplina autonoma e viva. Certo, c’è un
modo sicuro per evitare di dire sciocchezze sui temi della fisica: ripetere
pedestremente ciò che dicono i fisici, o meglio ancora, fornire un elenco di
libri di fisica da leggere “per farsene un’idea” e poi distillare qualche
chiosa brillante. Noi vogliamo invece metterci in gioco; daremo sì informazioni
scientifiche che traiamo dai libri di fisica, ma non per questo ci limiteremo a
ripetere ciò che dicono i fisici. O la filosofia è in grado di dire qualcosa
“di suo” sulla realtà fisica, oppure, lo ripetiamo, si suicida. Noi cerchiamo
di evitare che ciò accada.
Nella concezione dell’universo che intendiamo
proporre partiamo dall’idea che le leggi fisiche che governano l’universo non
sono un a-priori dell’essere. Né
l’impersonale Dio-Necessità dei deterministi e né il Dio-Volontà dei monoteisti
le hanno prodotte; non esiste nessun intelligent
design come non esiste alcuna intelligence
of matter, ma è sempre all’opera una poiesi
dell’accadibile, di cui parleremo, la quale fa sì che gli enti hyletici,
ininterrottamente, esperiscano tutti i possibili processi evolutivi possibili
in un incessante operare “per tentativi”. Nessuna Intelligenza ha progettato il
mondo ed ancor meno lo ha creato, né il mondo si è auto-progettato; il suo
“farsi” non è suo, ma delle entità elementari che lo hanno costruito hacendo
camino. Le masse-energie, i bosoni legagenti e qualcos’altro che si
sottrae, per ora, alla nostra conoscenza, in perpetua attività evolutiva e in
infiniti “laboratori cosmici”, producono “fatti” per poiesi dell’accadibile. Noi possiamo conoscere di ciò il pochissimo
“riuscito”, ignorando tutto del moltissimo “abortito”; il primo sta qui o lì, a
testimoniarci la sua esistenza e a raccontarci qualche volta la sua storia, il
secondo è nato e poi è ritornato nel non-essere che tutto accoglie e rinserra
sino alla prossima nascita.
Il nascere è un fatto e lo scomparire è un
altro fatto; il pensare dell’homo sapiens l’uno e l’altro è invece solo
un epifenomeno inconsistente e non-fattuale della materia grigia neuronale e
sinaptica che ricopre il nostro encefalo. Ciò che nasce, una volta nato, o
sopravvive o scompare. Se sopravvive è perché si è dato intrinseche leggi di
sussistenza nel senso di “adattamento” al sistema che lo include, sia esso un
ecosistema, un sistema planetario, un sistema stellare, una galassia, un ammasso,
o il cosmo nel suo insieme. Per questo noi riteniamo plausibile che le leggi
che governano gli enti hyletici siano nate dopo essi, che le hanno,
metaforicamente, “create ed assunte” al loro servizio e per la loro
perpetuazione. Le entità primitive del proprio essere (le leggi) “se le sono create” e non le hanno ricevute da
nulla e nessuno; ciò per il loro stesso sussistere nello spazio-tempo che
disegnano col loro moto intrinseco, lo spin [10]
e con l’estrinseco nel vuoto. Le leggi, quindi, seguono, accompagnano, ordinano
e governano le particelle che “se le sono date” col loro esistere in funzione
del loro perpetuarsi.
Un volta nato il primo fotone [11],
esso si è dato le leggi per l’esistenza di tutti i fotoni possibili e di ogni
forma dell’elettromagnetismo. Nati i quark ed i gluoni, sono nate le leggi che
ne governano gli assemblaggi nei barioni dei nuclei atomici. Il primo
elettrone, esistendo, ha reso possibili le leggi “di esistenza” degli elettroni
e il possibile rapporto con i nuclei, avvolti da essi e stabilizzati in atomi.
Tutto ciò è avvenuto in un tempo estremamente breve, ma permetterà ancora a
lungo l’esistenza di “queste leggi” e di un universo. Leggi nate “dopo” la
nascita delle particelle elementari, saltate fuori da un vuoto quantistico, da
un caos-uniformità originario, in cui una qualche perturbazione energetica ha
portato differenziazione ontica (in termini fisici “rottura di simmetria”) e
non in qualche metafisico “prima” del loro apparire, come le teologie filosofali
sostengono [12].
Dal punto di vista filosofico le leggi della cosiddetta “materia” seguono l’esistenza
delle “materie” che la creano, ma dal punto di vista fisico può risultare utile
vedervi contemporaneità. Ogni particella elementare non può esistere senza le
leggi che ne governano i comportamenti; perciò la particella e le proprie leggi
possono essere viste come un’unità fisica, ma mai come unità filosofica. Il
concetto di perturbazione è importante perché è l’unica in grado di spiegare la
rottura di un equilibrio instabile per cause microscopiche rispetto a un esito
macroscopico. Il pensiero può correre al famoso effetto farfalla, ma noi preferiamo esemplificazioni più semplici.
Si immagini una matita in piedi su un
tavolo con la punta verso l’alto: che essa sia lì per caso, per necessità o per
volontà di qualcuno, è del tutto irrilevante. Tra essa e il tavolo c’e un
equilibrio precario, ma finché il sistema è fatto solo dal tavolo su un
pavimento immobile alla matita non capita nulla. Affinché accada qualcosa
occorre alle variabili del sistema se ne aggiunga una esterna che irrompa a
turbarlo; basterà infatti un debolissino movimento del tavolo o un colpo d’aria
entrato dalla finestra perché essa cada senza un come-dove preordinato, poiché
l’accadimento nasce dall’irrompere di una perturbazione “da fuori” che irrompe
nel sistema. È un
esempio banale di ciò che noi chiamiamo caso:
l’incontro tra cause sconnesse nei sistemi aperti, che sono la maggior parte
dei sistemi fisici. Va anche ricordato tuttavia che se il caso porta a delle “emergenze”
fisiche, esse non sono tutte frutto del caso. Le rotture degli equilibri
precari, o meglio l’evoluzione che determina l’emergenza di fenomeni nuovi e
inaspettati sono tipiche di ciò che il chimico-fisico Ilya Prigogine (premio Nobel
1977) chiama strutture dissipative,
oggetti del famoso saggio scritto con Isabelle Stenghers e pubblicato nel 1979
col titolo La nuova alleanza. Quasi due decenni dopo così Prigogine
ribadisce e sintetizza la sua tesi:
Mentre all’equilibrio e in prossimità dell’equilibrio
le leggi della natura sono universali,
lontano dall’equilibrio diventano specifiche [locali], e dipendono dai tipi dei
processi irreversibili. Questa osservazione è conforme alla varietà dei
comportamenti della materia che osserviamo intorno a noi. Lontano dall’equilibrio
la materia acquista nuove proprietà, in cui le fluttuazioni, le instabilità
svolgono un ruolo essenziale: la materia diventa più attiva. [13]
Il fatto che a livelli alti di aggregazione
delle particelle (nelle molecole) vedano perduti i comportamenti dell’elementarità,
poiché emergono quelli della complessità, non significa che in essa, al livello
subatomico, le particelle non siano reali nei loro tipici comportamenti. E ciò
proprio perché le particelle nascono con la propria legge di sussistenza:
esistono con essa, funzionano con essa, ma non si identificano filosoficamente
con essa. La particella è, infatti, massa
o energia [14],
assemblaggio o informazione, o ancora qualcos’altro che ignoriamo.
L’esistere degli enti hyletici e l’esistere nominale di una materia (come
assemblaggio guidato dalle loro leggi) è la condizione dell’”insieme”, a tutti
i livelli cosmici (quelle che chiameremo regioni della realtà) [15].
Vi è inoltre una differenza importante tra l’essere delle “parti fondamentali”
e l’essere del nominale “insieme pluralistico”: le prime (proprio in quanto
“fondamentali”) sono caratterizzate da una fenomenologia della reversibilità,
dell’”assenza di tempo” [16];
il loro insieme, l’universo, invece “ha tempo” e quindi storia. Anche da questa
realtà deriva il nostro assunto: prima le
cose e poi le leggi, e non viceversa. È la nostra una petizione di
principio? In effetti stiamo un po’ mettendo il carro davanti ai buoi, ma ciò
dipende dal fatto che abbiamo scelto di fornire prima il quadro d’insieme del pluralismo
ontofisico come espressione fisica dell’ipotetico pluralismo ontologico,
e poi di analizzarne i dettagli. Se il lettore avrà la pazienza di seguirci,
potrà giudicare se la nostra tesi è sufficientemente motivata dall’insieme
delle considerazioni che la corredano.
Un asserto come prima le cose e poi le leggi suona però rozzo e di per sé scarno.
Le leggi, infatti, noi non riusciamo ad enunciarle senza renderle in
un’equazione, ed un’equazione, di per se stessa, non fa altro che alimentare la
credenza che la matematicità possa essere “sostanza” di una materia “in sé”. E
qui assume un importanza centrale proprio la visione che si ha della
matematica, ovvero il “suo essere”, in un dibattito che percorre la filosofa dell’ultimo
secolo, ma che lascia immutati opposti schieramenti interpretativi. Restano
infatti a tutt’oggi invariate le posizioni dei platonisti e dai logicisti,
contrapposto agli intuizionisti, agli storicisti e ai culturalisti. I primi
considerano la matematica “l’essenza dell’universo”, i secondi un’ invenzione
umana, astratta e priva di legami ontologici con la natura del mondo ma solo
strumentali e funzionali. La prima sicuramente falsa, ma la seconda troppo
riduttiva e cieca di fronte all’evidenza che se la matematica “legge” il mondo
fisico in maniera utile e plausibile, ciò lascia pensare ad un qualche legame
con essa, se non ontico almeno ontologico. Vi è d’altra parte una realtà
evidente, quella che gli enti hyletici sono essenzialmente “quantitativi”, e che la matematica è proprio una “scienza
delle quantità”, o più esattamente un “linguaggio dei discreti cinetici”.
Vi sono tuttavia posizioni platoniste non
dogmatiche, come quella assunta da Roger Penrose, il quale, relativamente ai frattali e in
particolare all’insieme di Mandelbrot, ribadisce, giustamente, che
l’immagine straordinaria che esso genera è una “reale” struttura grafica,
basata su di un’entità matematica che deve essere considerata appartenente alla
realtà, perché nessun uomo, Mandelbrot compreso, non avrebbe mai potuto
immaginarla. E tuttavia il fisico Penrose non sostiene affatto che l’universo
fisico sia “matematico”. Dice soltanto che: «L’insieme esiste oggettivamente
nella matematica stessa.» [17] e che «La sua esistenza può trovarsi solo nel
mondo platonico delle forme matematiche.» [18]
Per lui «l’esistenza matematica è diversa non solo dall’esistenza fisica ma
anche da un’esistenza assegnata dalle nostre percezioni mentali » Egli ammette solo «una profonda e misteriosa
connessione tra esse» [19].
Che noi non vediamo affatto come misteriosa, perché essendo il mondo fisico
costituito da discreti (le particelle) e il mondo vivente costituito da
discreti (le cellule), non si vede perché il linguaggio de discreti non
dovrebbe riguardarli. Penrose non
sostiene affatto che la matematica sia trama o struttura cosmica, e precisa
anzi:
Si può osservare riguardo al primo di questi misteri –
che collega il mondo matematico platonico con quello fisico -, che io accetto
che soltanto una piccola parte del mondo matematico sia importante per il
funzionamento de mondo fisico. È certo che oggigiorno la maggior parte delle
attività dei matematici puri non abbia alcuna ovvia connessione con la fisica,
e neppure con qualsiasi altra scienza. [20]
La matematizzazione delle leggi è
un’operazione antropica indispensabile per poterle inserire nella nostra
visione scientifica del cosmo, poiché esse o sono matematiche o non sono leggi.
Ogni legge fisica reca pertanto in sé la sua matematizzazione e la matematica
sorge nel momento in cui gli enti del cosmo sussistono e si ordinano secondo
leggi e secondo costanti esprimibili numericamente. Non è tutto, l’esercizio di
una qualsiasi attività di ricerca concernente la fisica non può prescindere
dalle misurazioni, cioè dalla produzione di informazioni numeriche. Sono queste a fornire
fattori convenzionali estremamente utili per fare vera scienza, e solo su
questa straordinaria risorsa della scienza, quella di produrre informazioni
oggettive e definire con esse i dati,
diventa possibile il farsi di filosofia autentica e cognitiva. Essa deve
rigettare ogni scoria metafisica per potersi realizzare come amore della conoscenza del “reale” e non del fantastico. La
matematica in ciò è assai utile possedendo tre capacità importanti: la
numerazione, la misurazione e la simbolizzazione, determinanti le sue tre
branche dell’aritmetica, della geometria e dell’algebra. Ma la matematica, purtroppo, si presta anche
a essere trasformata, con grande facilità, in teologia, e di ciò tratteremo nel
§ 2.4.
La posizione da noi assunta implica un
ampliamento del concetto di filosofia rispetto alla tradizione, aprendo uno
stretto rapporto con la scienza senza voler fare scienza. Pur avendo premesso
che ciò che sosteniamo è solo filosofico e non pretende alcuna validità
scientifica, il rischio di venir smentiti domattina o dopodomani da qualche
nuova scoperta è alto. La scienza non si ferma mai, si trasforma, si supera e
divora quasi se stessa ad ogni nuova scoperta, e, se la si intende seguire nei
suoi sviluppi, ogni assunzione “sull’oggi” può essere ingenua. Se la prossima
entrata in funzione del Large Hadron Collider del CERN di Ginevra, capace di
produrre energie di 1000 GeV, portasse novità importanti, potremo esserne un
po’ spiazzati. Lo stesso Modello Standard, su cui ragioneremo, è sempre a
rischio di arbitrarietà in alcuni suoi assunti, e anche la Meccanica
Quantistica, così sorprendentemente latrice di indeterminismo, potrebbe
risultare superabile in una nuova teoria che la rendesse deterministica. Murray
Gell-Mann, lo scopritore dei quark nel 1964, sul fondamentale indeterminismo
della realtà però non ha dubbi:
L’universo è «quantomeccanico»; ciò significa che, quand’anche conoscessimo il suo stato
iniziale e le leggi fondamentali della materia, potremmo calcolare solo una
serie di probabilità per le sue possibili storie. Inoltre, il grado della sua
«indeterminazione» quantomeccanica va ben
oltre quello che si considera di solito. […] raramente si menziona
l’indeterminazione addizionale richiesta dalla meccanica quantistica. [21]
L’indeterminazione
la si scopre per addizione ad addizione man mano che la conoscenza procede, sia
nella misura in cui la si scopre a livello sempre più elementare e sia al
livello astrofisico dei corpi massivi. Ma ciò non significa affatto che venga
meno il determinismo “conservativo”, fatto dalle leggi fisiche, ma che l’evoluzione
cosmica è tanto un coacervo di fatti indeterministici quanto dell’instaurazione
di sistemi in equilibrio, quindi deterministici. Lo scibile d’altra parte è
limitato e l’indagine sugli elementi del cosmo e sui loro aggregati, fino alle
strutture e ai sistemi complessi, dipende in gran parte dalle possibilità
tecnologiche che si apriranno, imprevedibili queste quanto sono imprevedibili gli
sviluppi dello scibile.
Le stesse particelle elementari potrebbero
non essere affatto elementari, e d’altra parte non sappiamo quali ignote
particelle elementari costituiscano la materia oscura (il 23% del cosmo)
e non abbiamo nessuna idea di ciò che sia quell’energia oscura (il 73%)
che dilata l’universo. Per tacere del rischio che ciò che stiamo scrivendo
incorra nel famoso rimprovero di Richard Feynman ai filosofi di “dire
stupidaggini” sulle questioni della fisica. In ogni caso, sarà la scienza a dare sempre le ultime risposte
ultime, mai la filosofia; ma non per questo la filosofia non deve poter dire la
sua, avendo basi teoriche autonome e specifiche, che sono altra cosa da quelle
della scienza. La scienza fisica si occupa di “cose” e di “leggi”; la filosofia
si occupa del conoscere dell’homo sapiens “in rapporto” ad esse. Il
filosofo che intende fare dell’ontologia vera deve correre dei rischi e deve
anche avere l’umiltà di riconoscere che sul terreno gnoseologico possa
diventare tributaria del sapere scientifico e in qualche misura persino ancilla
scientiae, pena la morte.
Ribadiamo quanto già sostenuto in altra
sede [22],
vale a dire che l’assunzione delle acquisizioni scientifiche come referenti
fondamentali dell’ontologia è ineludibile quanto irrinunciabile. Fuori di esse
si fabbrica solo metafisica, teologia filosofale, inventando “cause prime”
dell’essere, immaginate entità trascendenti o immanenti come ”origine”. Da ciò
l’invenzione di: Lògos, Ragione, Dio, Essere, Necessità, Uno-Tutto, Brahman,
Tao e così via. Con tali ipostasi, quale che sia il nome, si trova sempre un
“progetto”, un “fine” e sempre un’Intelligenza primaria; quindi un Intelligent
Design che starebbe dietro l’essere reale. Noi, anti-metafisicamente,
pensiamo che l’universo, questo “nostro” universo (forse uno tra i molti), sia pluralisticamente
(nei suoi costituenti) all’origine di se stesso, e sia diventato “così” perché
le sue parti elementari hanno generato le proprie huellas come leggi
fisiche, ed hacendo camino ne hanno determinato le forme costruendo la
realtà. Il cosmo, quest’insieme puramente nominalistico di essenze reali quali
suoi fondamenti, compirà la propria parabola nel tempo fino alla sua fine
naturale in ragione dei rapporti tra i leganti-assemblanti (i bosoni) e le
masse (i fermioni) [23].
Non obbedirà a nessun destino che non sia quello di se stesso come insieme di energie
e di corpi, con le leggi che ne sono derivate e gli enti che lo strutturano e
lo formano.
C’è un domanda non eludibile: come si può
concepire l’universo nella sua totalità senza considerarlo “uno”, dovendogli
attribuire costanti come velocità di espansione (H), densità media
(Ω) ed energia del vuoto (Λ) (l’energia oscura )? Proviamo a rispondere iniziando dal primo
punto: la velocità di espansione
(la costante di Hubble) dipende dalla risultante positiva determinata
dal rapporto tra energia oscura ed energia gravitazionale, quindi
non si tratta di una proprietà del cosmo, ma di una conseguenza di due spinte
contrarie dove una prevale sull’altra. Il secondo: la densità, è la
risultante media tra il vuoto e la somma delle masse galattiche e degli aloni
di antimateria che le circondano: il cosmo “rivela” una densità generale, ma
“non la possiede” . Il terzo: si dice energia oscura, ma essa non è
“dell’universo”, ma “del vuoto” che lo costituisce in gran parte, e il vuoto
stesso forse non è neppure di un solo tipo. Ogni volta che vediamo un’unità (ma
più spesso l’inventiamo col linguaggio!) dobbiamo sempre sospettare che nella
sua “realtà profonda” essa sia una pluralità. Le “unità-totalità” olistiche
sono falsi concetti di origine teologica, eppure essi riappaiono spesso ad ingannare
anche gli scienziati, esattamente come le Sirene omeriche ingannavano i
marinai. Si badi bene, in ogni caso H, Ω e Λ non sono conseguenze
della teoria (il Modello Standard), ma è invece questa che viene formulata
sulla base della datità [24]
di tali frutti dell’osservazione e della sperimentazione di accadimenti o
situazioni leggibili attraverso H, Ω e Λ.
Il modello teorico potrà sempre mutare, ma
saranno sempre dei dati [25],
vecchi o nuovi, a determinarlo, poiché
anche i modelli teorici più belli sono destinati a morire se i dati non
li confermano. I dati sono gli autentici fondamenti della conoscenza e
mai le teorie, alle quali va il compito e il merito di fornire gli strumenti
matematici per determinare algoritmi utilizzabili, ed anche di anticipare ed
indicare l’esistenza di altri enti o fatti forieri di nuove datità. Ed è
questa la ragione per cui anche un fisico-matematico monista e platonico come
John David Barrow può scrivere: «La
scienza esiste perché il mondo naturale sembra algoritmicamente comprimibile.
Le formule matematiche che noi chiamiamo leggi di Natura sono riduzioni
economiche di enormi sequenze di dati sui cambiamenti degli stati del mondo:
ecco cosa intendiamo con intelligibilità
del mondo.» [26] La situazione da tener presente è che, per
definizione, le scienze sono quelle discipline che costruiscono le loro
equazioni e le loro teorie attraverso una riduzione dei dati a una plausibile
univocità, spesso scartando ciò che è irriducibile, considerandolo
(provvisoriamente) come “scoria”.
Ma non vi
è equazione né teoria che sopravviva se non ci siano ulteriori «enormi sequenze di dati» a confermarle.
Ciò che spesso passa per “scoperta teorica”
a ben vedere è d’altra parte possibile solo perché altri dati già noti
suggeriscono miglioramenti del quadro cognitivo con elementi di
“completamento”, oppure, all’opposto, di “cancellazione”. Ciò detto, vi sono
intuizioni teoriche totalmente astratte che divengono matrici di
esperienzialità nuove prima impensabili: sicché, se la concretezza può creare
nuova astrattezza, così questa può creare quella. Né siamo tanto ingenui da
pensare all’inoppugnabilità dei dati in generale e a credere in una
esperienzialità sempre chiara e rivelativa; molto spesso essa è infatti
“sporca”, come può esserlo un qualsiasi minerale in natura, racchiuso e
disperso in altri minerali, estraibile soltanto attraverso raffinazione. Qui
sta il cuore del problema, poiché molti epistemologici non credono più,
giustamente, negli “esperimenti cruciali”, ma per altro verso credono che un
bel “modello”, ben congegnato e
matematicamente ben formulato, renda superflui l’osservazione, l’esperimento e
le induzioni da essi indotte. Bisogna usare cognitivamente sia l’empiricità che
la teoricità per quel che possono dare nelle loro rispettive funzioni, che sono
variamente sovrapponibili, intersecantesi, parallele, divergenti, e comunque
sempre da considerare ed assumere con prudenza analitica.
Per quanto questo nostro lavoro implichi un
diffuso ricorso a concetti della fisica, quello che viene qui proposto non sarà
un excursus sulla fisica teorica e sulla cosmologia; esse sono quasi
solo un pretesto. E se ci soffermiamo a lungo sulla matematica nel II capitolo
è solo per cercare di definirne la natura sotto il profilo filosofico, per
coglierne l’importanza ed evidenziarne gli abusi meta-fisici. Ciò che ci
proponiamo è delineare un orizzonte filosofico “compatibile” con la fisica e
sufficientemente realistico da non venire smentito dalla prossima scoperta. La
filosofia del pluralismo ontofisico non cerca verità (i fabbricanti di
cosiddette “verità” sono sempre dei falsari), ma propone un approccio
plausibile alla “realtà” nella sua oggettività [27].
Un atteggiamento che esclude dall’orizzonte filosofico sia il Dio-Volontà dei
monoteismi, che personalizzano la “causa prima”, sia il Dio-Necessità dei
panteismi, che la vedono riposta nell’impersonalità di un principio immanente
alla materia stessa e talvolta esso stesso materiale (come nel Lόgos-Fuoco
degli Stoici). Per la concezione dell’universo che proponiamo, le cose (entità
e fenomeni) hanno leggi che le governano perché il loro esistere le implica, ma
non è alcuna necessità ad averle generate. La necessità gestisce semmai
le cose a partire dal loro esistere, e ciò di cui pilota la ripetizione sono in
realtà soltanto “repliche”. Le cose, non le repliche delle cose, non nascono
che in piccola parte con essa, molto più spesso emergono per caso (la sconnessione-intersezione
delle cause). Non è fuori luogo ritenere che anche nella sfera del
fisico accada qualcosa di analogo a quanto aveva già teorizzato Jean Monod per il
biologico, che aveva sostituito il concetto di necessità biologica con quelli
di invarianza e teleonomia [28].
Dopo millenni di ontologie metafisiche
dell’Essere, del Lógos,
delle Idee, dello Spirito, dell’Uno, della Necessità, del Tutto, e simili, ci è
sembrato opportuno perciò respirare di nuovo un po’ di più modesta e “bassa”
aria filosofica materialistica, priva di tali onnipervadenti altitudini cogitative.
Qui ci occuperemo infatti di ontologia della materia (l’insieme degli enti
hyletici): proprio di quella “volgare e bruta” che forma l’universo che ci
circonda e ci include. Materia bruta che è però la stessa da cui deriva quella viva,
pensata assai più nobile secondo la migliore tradizione idealistica
gerarchizzante per negare, insieme all’evoluzione, ogni dinamica indeterministica
dell’essere. La materia che ci fonda
e ci costituisce come mammiferi bipedi pensanti è vista dai metafisici come
“roba bassa”, e noi saremmo deviati per troppo “materialismo” dal nostro
“glorioso destino” di esseri privilegiati da Dio. La materia, la natura, per
mutuare un’espressione banale del più banale linguaggio popolare, “è una cosa
meravigliosa”: anzi, miracolosa! E lo è perché la somma totale di masse +
energie + assemblanti [29],
le tre forme-base del pluralismo fisico, malgrado tutti gli sconvolgimenti
cosmici, rimangono sempre nell’identica quantità globale, e nessuno può crearne
né distruggerne. Tanta era la massa-energia allo scoccare del BigBang, quanta è
adesso in quest’universo espanso che continua ad espandersi “accelerando” [30].
Il vero miracolo, quindi, che deve riempirci di meraviglia, sta proprio nel
fatto che i pani e i pesci non sono moltiplicabili, come si favoleggia (Matteo 14,13 e 15,32; Marco 6, 33 e 8,1; Luca 9,12; Giovanni 6,1).
Inoltre, relativamente alla “legge morale in
noi”, nutriamo dei seri dubbi sulla sua realtà, però condividiamo
pienamente l’ammirazione per il “cielo stellato sopra di noi” (Kant, Cr.d.Rag.Pratica,
Conclusione), tenendo però presente
che tale meraviglia è fatta da adroni, leptoni e fotoni.
Tutto ciò ai teologi non interessa, essi
non usano i radiotelescopi ma un certo modo di argomentare che si fonda su una
logica e una dialettica strumentalizzate: con queste essi creano l’essere e poi lo connotano e lo rivestono
di vestiti smaglianti e affascinanti. Il
pensiero umano può allora “creare”, esattamente come farebbe un Dio; ed esso
infatti crea Dio come Dio avrebbe creato lui: il cerchio teo-ontologico si
chiude perciò magicamente! L’uomo, per il teologo, non è un mammifero
super-intelligente, ma il miracolo dell’universo che lo ospita; ne è al centro,
testimone della magnificenza e grandezza del progetto di un Dio-Volontà o di un
Dio-Necessità impersonale. Mammiferi straordinari privilegiati da qualche forma
di “spirito” che ci ha dotati di pensiero? Non lo crediamo proprio. Il pensiero
è il frutto di materialissimi dieci miliardi o più di neuroni, cui si
connettono un milione di miliardi di materialissime sinapsi. Il tutto rinchiuso
in una scatola ossea che li protegge validamente da danni traumatici, ma non
dai danni delle fantasie teologiche. La scatola cranica è protezione
validissima, ma purtroppo inutile agli assalti della pressione ideologica, coi
suoi richiami a quei “valori dello Spirito” che l’ignoranza umana (nell’oblio
del “sacro”) avrebbe dissipato! Noi
vogliamo essere dei dissipatori dello Spirito, perché dissipandolo lo si denuda
di quei vestiti smaglianti e affascinati che hanno mistificato la realtà ed
obnubilato le menti degli uomini … per millenni.
I richiami per un “sano” ritorno al sacro e
alla spiritualità sono ormai una sorta di leit-motiv trionfante da una
triade di decenni, coerentemente con una deriva irrazionalistica che rende
ormai frequenti i miracoli dei padri pii e le madonne che piangono. Le cause
storiche e contestuali di questa temperie sono molteplici e le avevamo già
delineate a suo tempo [31];
tale fenomeno mediatico è vieppiù evidente da quando serafici personaggi
biancovestiti (considerati “la più alta” autorità spirituale) hanno cominciato
ad essere onnipresenti sulle TV. Questi richiami ai valori di una presunta
spiritualità (ma secondo noi assai “materialistica” nei suoi interessi primari!)
[32]
si traducono in esortazioni presenti nei discorsi di molti intellettuali anche
famosi “di supporto”. Personaggi sempre “illustri”, frequentatori assidui di
talk-show di successo, presenti in molte e titolate (e di altrettanto successo)
fonti d’informazione e testate sempre ligie e rispettose delle “autorità
morali”. Il tutto ovviamente presentato e condito con molta dotta profondità e
con ottime enunciazioni dei “valori eterni” che devono pilotare il glorioso
destino di un’umanità ricondotta al perseguimento del “suo” fine. Valori che
non sono poi troppo eterni e neppure tanto buoni, dati gli esiti storici sotto
gli occhi di tutti, anche se dirigono quasi uniformemente i destini delle
diverse comunità umane praticamente da sempre. Ma va anche ricordato che in
certi regimi apertamente anti-religiosi, dove tali valori sono stati cassati e
sostituiti con non meno ideologici [33],
le cose sono andate anche peggio. Ciò proprio perché a una religione della
trascendenza ne era stata sostituita un’altra (non meno dogmatica) della pura
immanenza materialistica e sensistica, senza corredarla di quei collegati
culturali ed esistenziali che permettano all’homo sapiens di aprirsi ad
altri orizzonti etici e culturali non riducibili alla materia stessa [34].
Le “fedi” anti-religiose passano mentre la
metafisica resta; è quindi essa a dover essere oggetto di riflessione, poiché sono
i suoi “preziosissimi” frutti cogitativi a costituire il maggior rischio per la
filosofia, che dovrebbe essere: “amore del conoscere”. Frutti cogitativi che si
pretendono svincolati dalla vile materia e a più alti liti rivolti, ma del
tutto dipendenti da essa, nascendo all’interno di materie grigie fatte con materialissimi
neuroni e sinapsi; per quanto molti loro portatori si sentano spiritualmente
ispirati ed elevati da qualche “grazia”, che a noi, ovviamente, manca. Begli e
nobili spiriti che risultano sempre testimoni di qualche eccelsa weltanschauung
[35]
afferente qualche variante del teologico “corpo mistico” del Buono-Bello-Vero-Perfetto-Ordinato
e così via. Il tutto a costituire un coacervo “divino” (in parte fideistico e
in parte speculativo) nella migliore tradizione della teologia filosofale
imperante da ventiquattro secoli (che alla teologia cristiana è sposa fin dalle
sue origini), cioè quella del “sommo” Platone e dei suoi epigoni. La
razionalità logico-dialettica idealistica e la credenza spiritualistico-mistica
costituiscono infatti quel binomio vincente che permea profondamente (e
disgraziatamente) la cultura, recandole qualche fasto per la letteratura e
l’arte, ed innumerevoli e terribili nefasti per la filosofia. A questo
proposito vogliamo ricordare che per Hegel la logica non è solo una
meccanica linguistico-simbolica per la deduzione di verità parziali o
contingenti, ma è la via maestra al divino Assoluto-Spirito e suprema
Idea-Verità dell’Essere:
Il sapere assoluto è la verità di tutte le
forme di coscienza, perché, come risultò da quel suo svolgimento [della Fenomenologia
dello spirito] solo nel sapere assoluto si è completamente risolta la
separazione dell’oggetto dalla certezza di sé, e la verità si è fatta uguale a
questa certezza, così come questa alla verità. La scienza pura presuppone
perciò la liberazione dall’opposizione della coscienza. Essa contiene il
pensiero il quanto è insieme anche la cosa in se stessa, oppure la cosa in se
stessa in quanto è insieme anche il puro pensiero. [36]
Se il buon
Kant aveva visto nella cosa- in-sé (il noumeno) un inconoscibile,
per Hegel la cosa- in-sé e il pensiero puro costituiscono un’identità
certa e conoscibile. Ma è “puro” solo il pensiero oggettivo e l’oggettività si
raggiunge con la logica. Infatti:
Come scienza, la verità è la pura autocoscienza che si
sviluppa, ed ha la forma del Sé, che quello che è in sé e per sé è concetto
saputo, e che il concetto come tale è quello che è in sé e per sé. Il contenuto
della scienza pura è appunto questo pensare oggettivo […] è l’assoluto Vero, o
se si voglia ancora adoprare la parola materia, che, solo, è la vera materia –
una materia però la cui forma non è un che di esterno, poiché questa materia è
anzi il puro pensiero, e quindi l’assoluta forma stessa. [37]
La “vera”
materia non è «un che di esterno» al pensiero, come sarebbe di un pensato
o di un pensabile, ma è il pensiero puro stesso: l’Assoluto, l’Uno-Tutto
della realtà in tutte le sue forme:
La logica è perciò da intendere come il sistema della
ragione pura, come il regno del puro pensiero. Questo regno è la verità, come
essa è in sé e per sé senza velo. Ci si può quindi esprimere così, che questo
contenuto è la esposizione di Dio, com’egli è nella sua eterna presenza prima
della creazione della natura e di uno spirito finito. [38]
La logica
come teologia: non scienza di singole verità parziali ma di quella “assoluta” e
divina. La materia è stata da Hegel dissolta nello spirito in quanto
“idea pura di materia” e la vera “materia-materiale” è svanita. Noi pensiamo,
invece, che essa sia l’essenza vera dell’essere del cosmo ed questa la ragione per cui abbiamo deciso di
dedicarle questo lavoro.
Questo nostro incipit spiccatamente
materialistico non deve trarre in inganno, poiché l’approccio filosofico alla
realtà che proponiamo è molto lontano dal materialismo riduzionistico
tradizionale, al punto di porsi come post-materialistico e per alcuni versi
persino anti-materialistico (quanto meno in riferimento al più rozzo e ottuso
riduzionismo). Alludiamo a quella proposta filosofica che in Necessità e
libertà avevamo chiamato Dualismo reale e indicammo in quel testo
con l’acronimo DR e che oggi chiamiamo, più correttamente, Dualismo
antropico reale (DAR). Ciò per evitare l’equivoco che si possa pensare a
una realtà cosmica “duale”, mentre essa è da noi considerata inequivocabilmente
“plurale”. In altre parole: dualistica è l’esperienzialità umana in termini
esistenziali, mentre pluralistica è la realtà cosmica in cui il dualismo
esperienziale umano si inserisce. Il DAR è null’altro che una weltanschauung
esistenzialistica collocantesi all’interno di una più generale ontologia pluralistica.
Un pluralismo ontologico, là soltanto abbozzato, che qui riprendiamo e a cui
intendiamo dare adeguati sviluppi teoretici alla luce delle scienze
fisico-cosmologiche. L’esistenzialismo ateo implicito nel DAR ci aveva impegnati
in una direzione interiore, tutta antropica (una sorta di nosci te ipsum),
dove l’homo sapiens (e più specificamente la sua mente, i suoi
sentimenti e le sue emozioni) erano allora il nostro vero oggetto d’indagine.
Così facendo avevamo però trascurato la direzione esteriore ed estensiva
concernente la materia da cui è nato e l’universo che ci ospita, che avevamo là
trattato in modo generico e insufficiente, sì da indurci a porre ora rimedio a
quell’incompletezza e a quella genericità.
A distanza di oltre un decennio dalla prima
stesura di Necessità e libertà (anche se pubblicato soltanto nel 2004)
dichiariamo che la maggior parte delle tesi là espresse rimangono valide quale
impianto di base anche del nostro pensiero attuale, di cui offriamo qui
l’ultimo sviluppo. Ma dieci anni sono lunghi e molta acqua è passata sotto i
ponti delle nostre esperienze e delle nostre riflessioni. Se pure non riteniamo
necessaria alcuna rettifica sostanziale alla weltanschauung
esistenzialistica del DAR, nondimeno essa richiede oggi qualche aggiornamento
che teniamo in serbo per un prossimo impegno. Era invece urgente ovviare alla
mancanza sopra evidenziata, poiché in qualche modo il DAR, limitandosi a
considerare la dimensione esistenziale umana, lasciava vaste lacune sotto il
profilo gnoseologico ed ontologico [39].
Lacune già in parte colmate con La filosofia e la teologia filosofale,
rimanendo però il compito di completamenti sugli aspetti più specifici della
realtà, concernenti soprattutto due temi principali: l’essere del cosmo e il
fenomeno della vita. Mentre questo secondo tema sarà oggetto di una ricerca
successiva, il primo tema è quello che viene qui sviluppato, con tutti i limiti
della nostra cultura scientifica e dei limiti della scienza stessa
nell’affrontare situazioni e scenari che concernono fasi dell’universo lontane
miliardi di anni, indagabili solo in via induttiva sulla base di dati
incompleti e talvolta contraddittori.
Il
presente lavoro si pone così come l’indispensabile accompagnamento del DAR
all’interno del generale pluralismo ontologico, la concezione
pluralistica della realtà cosmica, ed elabora qui il pluralismo fisico
cosmico-ontico, ribadendo l’opposizione a tutti i monismi ontici e ontologici,
sia antichi che moderni, dei quali riteniamo di aver già messo in rilievo l’inconsistenza.
Siamo però consapevoli che molti non la pensino come noi; anche un grande
fisico come Werner Heisenberg, che ha lavorato perlopiù con la pluralità delle
particelle, era un monista. Durante una conferenza del 1952 affermava: «Esiste solo una materia unitaria, la
quale però può esistere in diversi stati stazionari discreti. Alcuni di questi
sono stabili, come i protoni, i neutroni e gli elettroni, e molti altri sono
instabili.» [40]
Di fronte all’autorevolezza ci sentiamo intimiditi, e tuttavia pensiamo che
anche i grandi scienziati talvolta sbaglino quando vogliono fare filosofia in
modo imprudente. Il fatto che le particelle elementari siano convertibili le
une nelle altre non è infatti una buona ragione per pensare che le particelle “passino”,
mentre la materia “resta”, e che quindi esista qualcosa come una materia che le crea e da cui entrano ed
escono. Di per sé quest’assunto non significa nulla, perché nella realtà nulla
resta e tutto passa, e il fatto che un protone viva più a lungo di un
anti-protone non significa nemmeno che abbia in generale più possibilità di “esistere”
perché stabile, ma semplicemente che esso sta in uno “stato stazionario
generale” che è l’unica realtà che ci è dato conoscere e che pare sembra fargli
da supporto e da sfondo.
L’idea che solo da un uno-tutto possano
nascere le molte-parti per ritornarvi è, metaforicamente,: come se noi,
guardando un evento teatrale, pensassimo che a farlo sia il palcoscenico e non
gli attori. Analogamente, è errato pensare che sia una natura a determinare virus, batteri, vegetali e animali, e non
invece essere essi che ci offrono quello spettacolo dinamico che noi chiamiamo natura. Ma perché il monismo dovrebbe
essere sbagliato, quando grandi fisici come Einstein ed Heisenberg vi
aderiscono, trovando un così perfetto accordo tra il loro teorizzare
scientifico e quest’idea metafisica così astratta? Non c’è da stupirsi, perché
non esiste alcun rapporto tra il pensare metafisicamente la generalità ed
essere ottimi scienziati nello studiare i fenomeni. D’altra parte, la cultura
moderna, pur così avanzata, è ancora profondamente immersa nella metafisica che
ci è stata propinata per millenni. La struttura mentale dell’homo sapiens si è modellata attraverso
la ricerca della sua omeostasi e il
monismo e il determinismo ne sono i migliori garanti. Lo scenario di una realtà
pluralistica è inquietante e stressante, soprattutto se pensato come “reale”;
meglio pensarlo come provvisorio, o addirittura illusorio, sperando che esista
un livello della realtà più “profondo” o più “elevato” . Ciò è così impresso
nella nostra struttura mentale che diventa facile, da indurre sempre l’uomo a
porre un orizzonte ontologico monista, della inessenzialità degli “stati
discreti” e dell’essenza di un globale ed eterno uno-tutto da cui essi nascono
e sono riassorbiti. In ciò la tradizione monoteista si sposa con quelle
platonica, aristotelica e plotiniana, essendosi dimenticata totalmente di
Leucippo.
Se pure il nostro pluralismo ontofisico
è del XXI secolo, intende tuttavia ricollegarsi, con un salto temporale di
venticinque secoli, proprio all’ontologia pluralistica di colui che riteniamo
il più importante filosofo del mondo antico e il cui pensiero è stato oggetto
d’indagine in un altro nostro lavoro [41].
Leucippo, probabilmente di Mileto (e comunque originario della Ionia),
approdato ad Abdera all’inizio del V sec.a.C. porta là a maturazione la sua rivoluzionaria
ontologia atomistica, la base irrinunciabile di ogni autentica filosofia,
confermata peraltro dalla fisica del XIX secolo e ratificata definitivamente
dalla meccanica quantistica nel XX. L’evoluzione della fisica ha mostrato
invariabilmente che la realtà è pluralistica, poiché alla base di ciò che
sembra fondamentale, prima o poi, si scoprono i molti che lo fondano. Al
disotto dei quark, degli elettroni, dei bosoni (o delle stringhe) non c’è
nessuna materia, ma è da essi che
nascono quegli assemblaggi che portano ad atomi, a molecole, a cose, a
organismi ed insieme a stelle, galassie, ammassi. È stata solo la realtà di questa
pluralità di enti ad averci permesso di coniare parole come “natura”, “materia”,
”cosmo”, per indicare monisticamente lo scenario generale da essi creato.
Il pluralismo della realtà si accompagna
alla sua complessità, sicché i grossolani meccanicismi sei-settecenteschi
sempre più si rivelano inadeguati a interpretarla. In Sull’indispensabilità dell’atomismo nella scienza naturale, del
1897, scriveva Ludwig Boltzmann:
Se per spiegazione meccanica della natura intendiamo
quella che poggia sulle leggi della meccanica usuale, dobbiamo allora
dichiarare che è del tutto incerta la possibilità che l’atomismo del futuro
continui ad essere una spiegazione meccanica della natura. Si può parlare, per
lo meno in senso metaforico, di teoria meccanica, ma solo a condizione che si
abbia sempre a che fare con il compito di stabilire le leggi più semplici
possibili per la variazione nel tempo di molti oggetti singoli in un complesso
che probabilmente ha tre dimensioni. [42]
Il
pluralismo non-meccanicistico (e quindi non monistico-deterministico) della
realtà fisica, bensì probabilistico e statistico, deve vedere i «molti oggetti singoli» i veri oggetti
d’indagine, elementi fondamentali dell’essere
fisico, cercandone le «leggi più semplici» ma in un orizzonte «del complesso». Rimpiazzati gli atomi con le
particelle elementari quali fondamenti della realtà fisica, essi restano ancora
però il “concreto” che ci concerne secondo il grande fisico delle particelle
Richard Feynman: «Se, per qualche cataclisma, tutta la conoscenza scientifica
fosse distrutta, e solo una frase potesse passare alla generazione successiva,
quale dichiarazione conterrebbe il massimo di informazione con il minimo di
parole? Credo che sia l’ipotesi atomica» [43] Il pluralismo ontologico leucippeo, che vede
in entità elementari non-divisibili il fondamento dell’essere, è l’unica tesi
filosofica ancor oggi valida alla luce della fisica contemporanea, mentre tutti
i monismi sono miseramente crollati dopo aver dominato per millenni gli scenari
culturali
Sono considerazioni di tal genere
configurano il presente lavoro come l’elaborazione di un’ontologia
pluralistica, fondata sulle scienze della materia in ogni suo aspetto e livello
di aggregazione e organizzazione, ritenendo che una ricerca filosofica sull’essere
non possa prescinderne. Per salvare e rigenerare la filosofia, spesso ridotta a
fantasma o a isteresi cogitativa, sia indispensabile adottare una gnoseologia
di tipo transitivo, che proceda dalla datità scientifica per approdare all’elaborazione
filosofica. Né si tratta di travaso di scienza nella filosofia, bensì di una
fondazione di questa in quella, attingendo per quanto possibile alla scienza sui
suoi dati più che sulle sue teorie, e vagliandole caso per caso. Solo così è
possibile uscire dalle secche dei sistemi metafisici antichi e recenti. Fare
filosofia “per il conoscere”, quindi, basandosi su quei dati ontologici certi o
almeno plausibili che la scienza ci offre: opportunità ineludibile per
rifondare il modo di filosofare. Per avviare la nostra ricerca ci
riallacceremo quale viatico alle origini della filosofia stessa: a quel
pensiero greco-ionico del VII sec.a.C., che con Talete, Anassimandro e
Anassimene aveva dato inizio alla filosofia. Non lo facciamo certo per vezzo
antiquario, ma per l’intima convinzione che quel pensiero filosofico aurorale
avesse intravisto la strada giusta per produrre una filosofia avente come
oggetto l’universo “reale” (e la realtà antropica in esso inserita) rimanendo
lontano dai miti cosmogonici imperanti all’epoca nelle varie mitologie
regionali del Mediterraneo e del Medio Oriente.
Tale pensiero filosofico naturalistico e pre-scientifico è stato poi
disgraziatamente travisato e surclassato dall’immagine surrettizia che del
reale è stato data con le accattivanti peripezie idealistiche. Travisamenti del
mondo reale nell’ “immaginario” mentale, rifuso in procedimenti dialettico-logici
tanto affascinanti quanto mistificanti. Procedimenti che si presentano come
razionali solo nella loro formalità astratta e non certo per un rapporto
diretto e corretto con la realtà effettuale ed esperienziale che il mondo
fenomenico offre di sé. Una realtà strumentalmente verificabile in un rapporto
“materia-materia” (ovvero “strumento-fenomeno”) che esiste indipendentemente dal
pensiero umano; e ciò soprattutto nella fase di registrazione del “dato”. Datità
come testimonianza di una realtà che la scienza contemporanea ci offre ora in
termini di buona evidenza ed accettabilità (ma purtroppo anche con linguaggi e
forme espositive spesso difficili) in quanto suffragata, appunto, dall’evidenza
sperimentale e dalle conferme matematiche o viceversa. Una realtà che remotissime
tesi filosofiche su base naturalistica (come quelle di Anassimandro [44])
avevano già prefigurato, sulle orme di osservazioni e indagini sugli aspetti
reali del cosmo vicino e lontano, sul suo mostrarsi, sulle sue possibili
origini e sulle sue cause.
La formulazione e la descrizione del
pluralismo ontofisico, nella sua essenza e nei suoi rapporti con la
fisica e la cosmologia moderne, ha reso necessaria l’introduzione di alcuni
nuovi termini. In qualche caso si tratta di concetti del tutto nuovi, come
quello di peirasi (dal
greco πείρα = tentativo), che vediamo come la tendenza generale degli enti fisici,
chimici e biologici ad aggregarsi verso nuove entità più complesse nell’ambito
del “possibile”, costantemente “tentando il tentabile” in un processo che può
esser fermato solo dall’esaustione. Quello di epigenesi è invece
concetto già usato in biologia sin dal ‘700, e che noi utilizziamo in due
accezioni, con l’aggiunta degli aggettivi sostruttiva
ed hiletica. La sostruttiva (dal
lat. substruěre = dare fondamenta)
riguarda le leggi fisiche che
abbiamo associato alle poetiche huellas machadiane, la hiletica
(da ϋλή = materia) riguarda l’aggregarsi delle masse-energie
elementari verso la complessità. Altri termini che qui compaiono erano già
stati introdotti in precedenti lavori e ad essi rinviamo per un’adeguata
comprensione della loro genesi e dei motivi della loro introduzione.
D’altra parte il nostro tentativo è anche
di dissodare un terreno filosofico ormai esausto, per tentare di rigenerarlo e portare
a germinazione dei semi nuovi; ad essi occorre dare un nome. Avremmo potuto
semplicemente utilizzare la terminologia scientifica, ma sarebbe stato troppo
difficile connetterla a quella filosofica senza operarne una traduzione poco
chiara. Non va dimenticato che ogni disciplina umana ha un proprio gergo,
determinato sia da retaggi storici e sia da opportunità esplicative non sempre
trasferibili da un ambito a un altro. Se non era possibile continuare ad
utilizzare termini filosofici equivoci o largamente compromessi, non si potevano
neppure utilizzare tout court quelli della scienza (talvolta impropri o prolissi)
per questioni di opportunità e chiarezza discorsive. Così, ad esempio, ritenendo
filosoficamente del tutto insoddisfacenti i termini di “forza”e di “campo” per indicare
l’azione dei bosoni l’abbiamo ribattezzata leganza-agenza,
contraendo in legagenza. Un
glossario, posto a fine testo e prima degli indici ci auguriamo possa
costituire un valido aiuto per il lettore nel dirimere qualche difficoltà nel
corso della lettura. I termini filosofici classici e quelli concernenti il pluralismo
ontofisico verranno scritti normalmente in corsivo, come pure i termini in
lingue diverse da quella italiana.
[1] A.Machado, Proverbios y cantares (CXXXVI, xxix, 1-4) in P.Caucci, Invito
alla lettura di Antonio Machado, Mursia, Milano 1980, p.145. Traduciamo con: Viandante, sono le tue orme / la strada, e nulla più / Viandante, non
c’è una strada / la strada si fa andando. / Andando diviene la strada / e
volgendo lo sguardo indietro / si capisce che mai / si deve ritornare a
calpestare. / Viandante, non c’è una strada / ma solo stelle riflesse nel mare.
[2] Intorno agli anni ’80 uno studioso poliedrico come Edgar Morin, passato dalla sociologia all’antropologia ed infine alla filosofia, ha eletto il terzo e il quarto verso di Machado qui citati a titolo di un paragrafo dell’Introduzione generale al suo Il metodo. La natura della natura, vol.I, (Raffaello Cortina, Milano 2001, p.19). Morin lo assume come viatico al procedere elaborativo del suo “metodo” gnoseologico; egli scrive infatti: «Ciò che apprende ad apprendere, questo è il metodo. Non offro il metodo, parto alla ricerca del metodo.» E prosegue: «All’origine la parola metodo significa cammino. Qui bisogna accettare il camminare senza sentiero, di tracciare il sentiero nel cammino.» Quella di Morin è un’aspirazione al raggiungimento di una “scienza nuova”, ovvero di una sorta di scienza filosofica (o di filosofia scientifica) che ci sentiamo in parte di condividere nel suo fondamento indeterministico. Ma l’intento di Morin va poi in direzione olistica e monistica, mentre il nostro, all’opposto, assume la differenziazione ontica quale essenza della realtà, da cui il pluralismo ontologico. Parleremo dell’ontologia di Morin nel §
[3] I bosoni
sono le particelle elementari
generatrici e mediatrici delle forze cosmiche note, che sono quattro: la
forza nucleare forte (generata dagli 8 tipi di gluoni), la forza
nucleare debole (generata dalle particelle W+, W - e Z 0), l’elettromagnetismo
(generato dal fotone) e la gravità (generata dal gravitone).
Tutti i bosoni hanno spin intero.
[4] Per fermioni si intendono i due tipi di particelle, gli adroni e i leptoni, che concorrono a formare la materia reale a noi nota in tutte le sue forme. Gli adroni (dal greco adròs = pesante) sono i quark (le particelle che formano il nucleo atomico) e i mesoni, particelle intermedie poco stabili. I leptoni (dal greco leptòs = leggero) nel mondo reale sono gli elettroni, le particelle che orbitano nel vuoto intorno al nucleo come una nebbia di corpuscoli-onda, e i neutrini elettronici. I fermioni hanno tutti spin frazionario.
[5] Con il termine stringhe o corde (ingl. string) si intendono ipotetici elementi fondamentali della materia molto più piccoli delle particelle elementari e di forma filiforme, che vibrando nel vuoto generano le particelle stesse. Allo stato attuale la teoria delle stringhe (nata alla fine degli anni ’60) si è evoluta in teoria delle superstringhe (includendo la supersimmetria) ed infine in Teoria M (includendo anche la supergravità a undici dimensioni).
[6] Dal greco ΰλη (hyle)
= materia.
[7]
Poniamo l’accadere
come totalità del ciò che capita, quindi molto più del divenire, che indica l’evoluzione degli stati fisici verso stati “reali”
innovativi di sistemi e strutture. L’accadere
comprende invece anche quei fenomeni privi di effetto o puramente transitori ed
abortivi del tutto sterili per il divenire.
[8] Con
l’aggettivo insiemale si nomina e si indica secondo una convenzione
linguistica l’insieme dei fattori reali di una pluralità.
[9] H.C. von Baeyer, Informazione, Bari, Dedalo 2005, p.76. Von Baeyer pensa che studiare la realtà fisica a partire dai suoi elementi, le particelle elementari, sia “riduzionismo”. Egli scambia il “ridurre” ai fondamenti col “ridurre” a concetti semplicistici E tuttavia questa posizione si spiega con l’oggetto dei suoi interessi; tematizzando egli l’informazione, trova, com’è ovvio, molto ricco d’informazioni il complesso e povero il semplice. .
[10] Lo spin è definito in fisica teorica il momento angolare della particella, che, come fosse una trottola, ruota su se stessa. Il valore di spin indica di quanto rispetto ad un giro completo ( = 1) la particella deve ruotare su se stessa per ritrovare la configurazione-base. Se lo spin è ½, la particella in un giro completo si trova 2 volte nella stessa configurazione, se esso è 2 significa che essa ruota due volte su se stessa per ritrovarsi nello stato da cui è partita. Per quanto l’idea della trottola sia efficace e non molto lontana dal reale, va precisato che la rotazione di spin, la dizione completa sarebbe spin intrinseco, non corrisponde a nessun movimento reale nello spazio, compiendosi all’interno della particella stessa.
[11] Il fotone è il bosone generatore e mediatore della forza elettromagnetica
[12] Ciò non esclude che il vuoto quantistico, dalla cui perturbazione, verosimilmente, ha avuto inizio il processo che ha portato al big-bang, sia carico di “informazione”. Intendiamo soltanto sostenere che non necessariamente quell’informazione implica la nascita e l’instaurazione di “queste” leggi che governano il “nostro” universo.
[13] I.Prigogine, La
fine delle certezze, Torino, Bollati Boringhieri 2003, pp.62-63.
[14] In ragione dell’intercambiabilità tra massa ed energia è con il valore di questa che si definisce la massa. La scala di riferimento è quella che pone l’elettron-volt (eV) come unità di misura, essendo esso l’energia che un elettrone acquista attraverso una differenza di potenziale elettrico di 1 volt. Per farsi un’idea dell’ordine delle grandezze: 1 eV corrisponde all’energia fornita da una nostra batteria molto debole, per questa ragione le masse si esprimono in GeV (giga-elettron-volt), pari a un miliardo di eV . La massa del protone è proprio di questo valore circa, mentre la massa dell’elettrone, molto piccola, è di tre ordini inferiore, cioè 10-3 GeV (un milione di eV). La scala di Planck, intendendo con questa espressione il campo di energie dell’universo primordiale è stimato in circa 1020eV. Il più moderno e potente collisore di particelle, il Large Hadron Collider del CERN di Ginevra, potrà produrre al massimo energie di 103GeV.
[15] Proponiamo di identificarne quattro: r. delle particelle elementari(RgP), r. molecolare (RgM), r. galattica (RgG) e r. cellulare (RgC).
[16] Alludiamo alla reversibilità della maggior parte dei processi fisici e chimici, ma non di quelli biologici.
[17] R.Penrose, La strada che porta alla realtà, Milano, Rizzoli 2005, p.16.
[18] Ivi, p.17.
[19] Ibidem.
[20] Ivi, p.18.
[21]
M.Gell-Mann, Il quark e il giaguaro,
Torino, Bollati Boringhieri 1996, p.44
[22] C.Tamagnone, La filosofia e la teologia filosofale, Firenze, Clinamen 2007, pp.19-78.
[23] Bosoni e fermioni sono le due classi delle particelle elementari.
[24] Il termine datità lo sottintendiamo sempre corredato dell’aggettivo “fattuale”, indipendentemente dal fatto che venga espresso con un valore matematico riferito a una scala di misurazione con relativa unità di misura. La datità fattuale, quindi, è riferita a un fatto o fenomeno reale, nella sua osservabilità e verificabilità, non alla sua definizione nel linguaggio matematico.
[25] Abbiamo formulato il concetto di datità in La filosofia e la teologia filosofale (Clinamen 2007) come la denotazione osservazionale-sperimentale di un oggetto o di un fatto fisico.
[26] J.D.Barrow,
Perché il mondo è matematico?,
Roma-Bari, Laterza 2002, p.93.
[27] Precisiamo, a scanso di equivoci, che siamo
anti-scientisti; ci opponiamo all’assunzione delle teorie scientifiche e di
molte evidenze fenomeniche come “verità”. Pensiamo semplicemente che la scienza
sia l’unica attività della mente umana a poterci fornire elementi
verosimilmente oggettivi sulla realtà fenomenica. Gli elementi oggettivi della
scienza sono soprattutto quelli basati sulle rilevazioni strumentali, quando è
lo “strumento” a fornire il dato, mentre i nostri sensi sono
inattendibili.
[28] J. Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 1997.
[29] Per quanto col termine assemblanti intendiamo essenzialmente i bosoni, preferiamo mantenere questo
termine quando ci riferiamo agli “assemblaggi”in senso lato e generico. Un
assemblaggio è infatti un fenomeno formativo che coinvolge probabilmente più
fattori causali.
[30] È acquisizione molto recente che la velocità di allontanamento delle galassie è in leggero aumento.
[31] C.Tamagnone, Ateismo filosofico nel mondo antico, Prefazione, Firenze, Clinamen 2005, pp. 7-14.
[32] C.Tamagnone, Necessità e libertà,
cap.IV, Firenze, Clinamen 2004, pp. 95 e 96.
[33] Vogliamo precisare che cosa intendiamo per
“ideologia”. Essa è un sistema organico di idee basate su principi ed assiomi,
che in quanto tali non sono discutibili né sottoponibili a critica o revisione.
Può essere di carattere religioso, politico o sociologico, ma sempre implica
una totalizzazione di credenze,
di atteggiamenti e di comportamenti, per cui l’individualità perde in parte l’esercizio dell’eleuteria
(la libertà personale), aderendo a ciò che non deriva dal suo esercizio ma da
cogenze esterne. Caratteristica di ogni ideologia
è la mancanza di senso critico e la chiara convinzione di ciò che è
"bene" e di ciò che è
"male". Ogni dubbio è bandito, esso riguarda solo i modi di agire e
di procedere per il trionfo di essa. I singoli individui in quanto soggetti
ideologizzati e omologati sono (nell’insieme) quelle totalità umane spesso chiamate
"masse".
[34] Nel già citato Necessità e libertà noi abbiamo posto il concetto di pluralismo ontologico. Con esso la realtà non è più considerata unitaria, ma plurale. In base a tale pluralità è possibile porre accanto alla materia, un altro reale: l’aiteria, che vediamo come la causa di emozioni e sentimenti relativi all’estetica, all’etica e alla conoscenza pura (gnóresi).
[35] La parola tedesca Weltanschauung (che
scriviamo weltanschauung in quanto ormai comune nel
linguaggio filosofico internazionale) copre espressioni del tipo “visione del
mondo”, “concezione del mondo”, “intuizione del mondo”.
[36] G,W.F.Hegel, Scienza della logica, tomo I, Roma-Bari, Laterza 1994, p.31.
[37] Ibidem.
[38] Ibidem.
[39] In Necessità
e libertà (pp. 9-12 e 17-23) avevamo posto il DAR all’interno del pluralismo
ontologico; solo in tale prospettiva pluralistica ha senso il DAR e il pluralismo
ontofisico che qui proponiamo. Là però precisavamo anche che il pluralismo
ontologico va visto in due connotazioni: quella ipotetica e quella reale.
Per pluralismo “ipotetico” intendevamo un atteggiamento teorico a carattere
induttivo, generalizzante una realtà complessa, diversificata e plurale, a cui l’homo
sapiens non ha (né avrà mai) accesso. Per pluralismo “reale” intendevamo invece
quello che concerne il cosmo fisico, ciò di cui qui ci occupiamo e che
chiamiamo qui ontofisico.
[40] W.Heisenberg, Oltre le frontiere della scienza, Roma, Editori Riuniti 1984, p.67
(Ricerca atomica e principio di causalità,
Conferenza a St. Gallen feb.1952; in Universitas,
a. 9, fsc. 3, Stuttgart 1954, pp.225-236).
[41] Ci riferiamo a Ateismo filosofico nel mondo antico (Clinamen 2005).
[42] N.Zanghì, I fondamenti concettuali dell’approccio statistico in fisica, in: Aa.Vv.,
La natura delle cose, Roma, Carocci
2006, p.139.
[43] Ivi, p.140. Idem in: H.C. von Baeyer,
Informazione, cit., p.31.
[44] Sulle paradossali interpretazioni
spiritualistiche del pensiero di Anassimandro da parte di Heidegger si veda il
già citato Ateismo filosofico nel mondo
antico alle pp. 100-101.