CONCLUSIONE
Dopo aver parlato a lungo di realtà fisica
vogliamo dedicare queste ultime pagine alla cogitazione umana in rapporto ad
essa. Avendo dato l’avvio a questo libro con una citazione letteraria, con
un’altra, che traiamo da Palomar di
Italo Calvino, ci avviamo verso la conclusione. Anche in questo caso non siamo
affatto sicuri che la nostra interpretazione corrisponda all’opinione dello
scrivente, quel che ci pare è che le riflessioni del signor Palomar rendano in
forma divertente ciò che abbiamo sostenuto sin qui. Il signor Palomar è un tipo
strano, pieno di tormenti e di problemi, ma anche ossessionato dal “voler
capire”, sicché un giorno si concentra sul suo prato che vorrebbe tenere
“all’inglese”, perfetto, uniforme e soprattutto “unitario”. Esso è voluto da
Palomar “uno”, dovendo esser “uno”, ma si rende conto che quel “dover essere” è
irrealizzabile. Infatti “un” prato in quanto tale non esiste:
I decimali sommati non fanno un numero intero, restano
una minuta devastazione erbacea, in parte ancora vivente, in parte già
poltiglia, alimento d’altre piante, humus … Il prato è un insieme d’erbe – così
va impostato il problema, - che include un sottoinsieme d’erbe coltivate e un
sottoinsieme d’erbe spontanee dette erbacce; […] è “il prato” ciò che vediamo
oppure un’erba più un’erba …? Quello che noi diciamo “vedere il prato” è solo
un effetto dei nostri sensi approssimativi e grossolani; un insieme esiste solo
in quanto è formato da elementi distinti. […] Invece di pensare “prato”,
pensare quel gambo con due foglie di trifoglio, quella foglia lanceolata un po’
ingobbita, quel corimbo sottile … Palomar s’è distratto, non strappa più le
erbacce, non pensa più al prato: pensa all’universo. Sta provando ad applicare
all’universo tutto quello che ha pensato del prato. L’universo come cosmo
regolare e ordinato o come proliferazione caotica. L’universo forse finito ma
innumerabile, instabile nei suoi confini, che apre entro di sé altri universi.
L’universo, insieme di corpi celesti, nebulose, pulviscolo, campi di forze,
intersezioni di campi, insiemi di insiemi… [1]
Il signor
Palomar, riflettendo sull’impossibilità di “un” prato, pare sia arrivato dove
siamo arrivati anche noi; lo vede come un modello dell’universo nel quale a
esistere sono solo una pluralità di esseri che si celano sotto una falsa unità.
Bisogna infatti dubitare del nostro “pensato” quando vuol rappresentarsi la
realtà a partire dal “desiderato”, perché l’Uno-Tutto appaga un eterno
desiderio. Il nostro pensiero è inadeguato a cogliere la realtà troppo profonda
o troppo estesa senza usare protesi tecnologiche, perciò meglio inventarlo
omeostaticamente.
Che cos’è il pensare? Esiste veramente un
atto chiaro e definito del pensiero? Che cosa capita quando si pensa? Non è
peregrino affermare che “il” pensiero esiste e non esiste a seconda che prenda
le forme discorsive che noi vogliamo attribuirgli, poiché è il prodotto di
stati cerebrali fatti di attenzione, interesse, capacità, volitività,
possibilità, emozioni, che finiscono in espressione linguistica come
assemblaggio di parole legate da grammatica e sintassi verso un “significato”.
Ma per quanto un pensiero “puro” non esista si tratta di una gran bella
invenzione. Sentiamo Hegel: «Il libero e vero pensiero è in sé concreto, e perciò è idea: e, in tutta la sua universalità, è l’Idea o l’Assoluto.» [2].
Di ciò per Hegel si dà ovviamente
“scienza”, la quale, come tutte le scienze del divino è “sistemica”.
Infatti: «La scienza di esso è essenzialmente sistema, perché il vero, come concreto, è solo in quanto si svolge
in sé e si raccoglie e mantiene in
unità, cioè come totalità.» [3]
Il pensiero implica il linguaggio e questo è un elemento così fondante l’“esser
uomini” che alcuni sono stati indotti a pensare che esso “fondi” l’essere e in Heidegger che sia l’essere.
Per i pensierocrati il pensiero puro è creatore del “tutto”, e così una
funzione complessa, frutto di una lunga evoluzione biologica del sistema nervoso,
è stata divinizzata. Il pensiero in realtà è sempre “spurio”, nella misura in
cui è una funzione complessa che sia l’indagine fisiologica che quella
psicologica sono riuscite a comprenderla solo in piccola parte. Lo “stato puro”
di esso è Dio, l’Assoluto, il Lógos.
Se è privo di senso sostenere che il
pensiero sia spirito, si fa però molta fatica a definirlo come materia,
poiché di essa ha ben poche caratteristiche evidenti. Se vogliamo metterci su
una strada prudente ed euristicamente corretta potremmo per ora definirlo come
un “prodotto” epi-materiale. In effetti esso è il prodotto di una macchina
biologica, il cervello: macchina molto particolare e complessa, ma sempre
macchina. Però a ben vedere una macchina-cervello non esiste, soltanto funzioni
neuronali e sinaptiche coniugate e sinergiche. È la coniugazione che fa pensare a una mente e la
relazione dinamica tra funzioni diventa una meta-funzione. Ma l’homo sapiens
è indotto dalla sua psiche, da sempre, ad inventarsi ciò che non c’è per nascondere
l’ignoranza di ciò che non coglie. Ogni volta che qualche realtà appare
omeostaticamente disperante, insoddisfacente, deludente, se ne fa una “falsità”
e la si chiama “verità”. Il pensiero “tutto mito” della teologia indiana [4]
ci ha insegnato la verità dicendoci che è la Maya a farci percepire un mondo
che non esiste, quello occidentale ha avuto il suo campione della verità in un
teologo “tutto ragione” e profeta del cogito:
René Descartes.
Cartesio è colui che ha creato i
presupposti per molta pseudo-scienza teologizzante posteriore, ma ha anche dato
col suo “metodo” un paradigma di riferimento della scepsi devastante per la
conoscenza. Ricordiamo che già nel Discorso sul metodo il teologo
filosofale francese aveva sostenuto che di fronte alla “certezza”
sull’esistenza di Dio, in quanto “dimostrata”,
e alla validità della matematica (in quanto il “sapere” per eccellenza
dopo la teologia) le acquisizione della scienza sono soltanto “probabili”:
Ma si dica lo stesso per quelle scienze [matematica
esclusa] le cui ragioni, non fondate sulle dimostrazioni, sono soltanto
probabili [era lo stesso aggettivo usato da per l’eliocentrismo]; formate e
cresciute a poco a poco con le opinioni di molte e molto diverse persone, esse
non arrivano alla verità dei ragionamenti […] [5]
La «verità
dei ragionamenti » è nella “dimostrazione” formale
matematico-logico-dialettica, non nella realtà fattuale! Non ci si stupisca, è
questo uno dei fondamenti della metafisica che molti uomini di scienza, ancor
oggi sarebbero pronti a sottoscrivere fideisticamente! Circa quattro anni dopo
il Discorso il Nostro vara le ben più ambiziose Meditazioni
metafisiche, dove il teologo trasforma il dato della scienza, prima visto
come “probabile”, decisamente in “dubitabile ed inaffidabile”, scrivendo nella I
meditazione:
Per questo, forse, noi
non concluderemo male, se diremo che la fisica, l’astronomia, la
medicina e tutte le altre scienze, che dipendono dalla considerazione delle
cose composte, sono assai dubbie ed incerte; ma che l’aritmetica, la geometria
e le altre scienze di questo tipo, le quali trattano se non di cose
semplicissime e generalissime, senza darsi troppo pensiero se esistano o meno
in natura, contengono qualche cosa di certo e di indubitabile. [6]
Il “certo
e indubitabile” è solo il teologico e ad esso si “connette”, universale e
generalissimo, il linguaggio matematico-geometrico. Quanto è di ciò diviene
oggetto di dubbio “metodico” in nome della “verità”, “nient’altro che la
verità”.
Con
la verità cogitativa siamo all’ultima tappa del nostro viaggio nella realtà
fisica e dobbiamo avviarci a chiudere il discorso sul pluralismo ontofisico. Esso costituisce l’esito teorico delle
nostre ricerche intorno al nulla, all’essere, al divenire, alle cause, agli
effetti, ai componenti primi della realtà fisica e alla loro fenomenologia
creativa. Accompagna il pluralismo
ontofisico il probabilismo ontologico
come quadro teorico generalissimo inclusivo della materia e dell’aiteria come
frutti della probabilità. Nella sfera del possibile si colloca il più o
meno probabile e la necessità non è
che il massimamente probabile e il caso
il massimamente improbabile. L’universo è coacervo plurale di differenti
fattori coniugatisi 13.7 miliardi di anni fa e di cui sappiamo qualcosa e molto
ignoriamo. Un “non-sapere” che ha la sua causa prima nella complessità
pluralistica e a cui si oppone un “sapere-di-sapere” infausto e devastante per
qualsiasi sapere. Con l’umiltà esplorativa il reale si lascia conoscere un
poco, con l’arroganza cogitativa lo si perde sostituendogli “invenzioni
antropiche”. Molti vivono nella messianica attesa che una nuova
equazione metta insieme il grande e il piccolo, le costanti e le leggi, la
materia e lo spirito in un Uno-Tutto agognato. Noi speriamo solo che l’homo sapiens in futuro guardi con
maggiore attenzione a ciò che è il cogito,
quindi ridimensioni la presunzione e l’arroganza di cogitans-faber creatore di false verità e sprezzante negatore della
realtà.
NOTE
[7]
I.Calvino, Palomar, Milano, Mondadori
1990, pp.37-38.
[8]
G.W.F.Hegel, Enciclopedia delle scienze
filosofiche, Roma-Bari, Laterza 1984, p.22.
[9]
Ibidem.
[10]
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia
filosofale, cit., pp.157-159.
[11]
R.Descartes, Discorso sul metodo, Roma-Bari, Laterza 1990, p.55.
[12]
R.Descartes, Meditazioni metafisiche, Firenze, La Nuova Italia 1987, p.20