Capitolo IX
Il pluralismo ontofisico e i suoi correlati
9.1
Un giorno speciale.
Ci alziamo
ogni mattina per iniziare un nuovo giorno, compiamo atti abitudinari per vivere
nel migliore dei modi, per esistere insieme ad altri in modo possibilmente
buono, ci attiviamo per intraprendere un lavoro, per procurarci di che vivere,
per svagarsi o per divertirsi. Se non siamo dei professionisti della fisica,
non ci interessa “capire” come si strutturi e funzioni il mondo che ci ospita.
Immaginiamo invece di vivere un giorno speciale: un giorno “per conoscere”
qualcosa in più su quel mondo della fisica a cui guardiamo perlopiù con
indifferenza o disattenzione. Ci alziamo che è ancora notte e usciamo sul
balcone da cui cogliamo la meraviglia di un cielo stellato. In realtà non ci
sono solo stelle, ma anche pianeti del nostro sistema che distinguiamo per la
loro luce non pulsante ma fissa. Quali sono le stelle che vediamo? Quelle molto
vicine o più lontane ma con luce molto energetica; comunque non più di un
miliardesimo della miliardesima parte di quelle esistenti. Possiamo anche
chiederci: perché il cielo notturno è scuro? Se il cosmo è vuoto e se la luce
si diffonde in tutte le direzioni il cosmo dovrebbe essere pieno di luce e non
conoscere mai il buio! È la domanda che si era posto Heinrich Wilhelm Olbers
alla fine del ‘700, ma in realtà preceduto da Thomas Digges nel 1576, da
Keplero nel 1610 e da altri. Olbers diede al “paradosso” una risposta sbagliata
nel 1823, supponendo che tra le stelle esistesse una qualche materia opaca che
fermasse la luce. Herman Bondi nel 1920
coniò l’espressione “Paradosso di Olbers”, e tale è rimasto.
La
risposta al paradosso di Olbers è
complessa e semplice nello stesso tempo; in realtà il paradosso nasce da tre
assunti errati: 1° che l’universo sia infinito; 2° che esista da sempre e 3°
che le stelle, come fonti di luce incorporea siano anch’esse incorporee. Ma le
stelle sono “corpi” e un qualsiasi raggio di luce (o meglio un qualsiasi
fotone) trova sempre prima o poi un corpo che lo ferma e l’assorbe: il viaggio
dei fotoni luminosi impatta quasi sempre su qualche corpo degradandosi a
calore. Ma questa è la spiegazione intuitiva; la vera spiegazione si trova in
un equazione fisico-matematica che sostituiamo discorsivamente. L’universo si
espande e la luce al red shift; ma
essendo l’infrarossa e le rosse le meno energetiche tra le radiazioni, vanno
poco lontano. Ne abbiamo la controprova se ci chiediamo: ”perché il cielo è
azzurro?” Lo è perché la luce azzurra è la più energetica e ci arriva, mentre
le altre si perdono per strada. Il red
shift deriva dal fatto che l’universo si espande e che la luce “scappa” con
esso, per cui molta tarda a raggiungerci e altra non ci raggiungerà mai. La
fuga delle galassie accelera e quella in cui stiamo (la Via Lattea) si
allontana dalle altre. Inoltre il nostro universo è nato 13,7 miliardi di anni fa e oggi è gigantesco,
espanso e freddo, con fotoni che solo in infinitesima parte puntano su noi. Ciò
che c’è dappertutto sono i debolissimi neri fotoni della radiazione di fondo, il “fossile” del big-bang, quelli (per
capirci) dei fornetti a microonde.
Il
cielo stellato non è qualcosa che il Buon Dio ci regala per riempirci “l’animo
di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente” [1]
come pensava Kant, ma un fatto ottico, che non per questo deve indurci a minor
emozione, ammirazione ed entusiasmo estetico. Rientriamo in casa e accendendo
la luce per illuminare la cucina in cui prepareremo la prima colazione; è quasi
bianca perché imita quella del sole, ma potremmo farla di qualsiasi altro
colore. Che la luce bianca sia composta lo sappiamo, meno che per quanto ci
paia omogenea e fissa sia invece eterogenea e caotica. Ci ricorda Feynman: «Una sorgente
di luce bianca, che è una sovrapposizione di molti colori emette fotoni in modo
caotico; l’angolo dell’ampiezza varia bruscamente e irregolarmente, a sbalzi.» [2] Ma accendendo una lampadina siamo spettatori
di uno dei più straordinari comportamenti dei fotoni, senza i quali la nostra
vita sarebbe oggi inimmaginabile: l’elettricità. Ma che cos’è e come ci viene
all’utilizzo tale energia? La cosa è semplice: si ha un conduttore buono ed
economico che è il rame ridotto per trafila in cavi di diametro direttamente
proporzionale alla quantità di fotoni che gli elettroni devono trasportare
all’utilizzo.
Metaforicamente il cavo elettrico è la strada, gli elettroni i veicoli,
i fotoni la merce che deve arrivare a destino. Il sistema distributivo attuale
è “a corrente alternata” per questioni di sicurezza, ciò significa che la
polarità viene continuamente invertita secondo una frequenza (normalmente 50
herz) e con una forza d’uso di 220-230 v.
Un voltaggio che va bene per i grossi elettrodomestici, ma che in molti altri
casi un trasformatore riduce al voluto (di solito: 12 o 9 v), mentre se andassimo alla centrale dove si produce elettrica che
la produce vedremmo grossi cavi che trasportano fotoni a 500.000 o 380.000 v. Con la rete domestica al massimo
rimediamo una scossa, ma se entriamo in una stazione di trasformazione con cavi
anche solo a 20.000 v a meno di 20
cm. troveremo morte immediata. Se accendiamo la radio per ascoltare le notizie
del mattino mettiamo in funzione un ricevitore di onde radio, flussi di fotoni
con lunghezze d’onda tra 10 8 e 10 10 nm., come manderemo
o riceveremo fotoni simili parlando al
telefonino con qualcuno. Se poi accendiamo il fornetto a microonde (tra
10 6 e 10 8 nm.) esse metteranno in caotico movimento le
molecole dell’H2O nei cibi, producendo uno degli aspetti più
evidenti dell’entropia, il calore prodotto dagli urti tra le molecole
dell’acqua. Se usiamo lampadine di vecchio tipo, quelle a incandescenza,
costituite da un’ampolla sotto vuoto con all’attacco un filamento metallico che
si arroventa, dobbiamo stare attenti poi a non toccarla, dopo poco scotta. Quel
calore, quei fotoni non diventati luce, è energia sprecata (entropica), e ciò
vale per ogni elettrodomestico che disperda calore, dal frigorifero al rasoio
elettrico al modem con cui accediamo a internet.
Finita la notte, appena l’alba risulterà incipiente, ci ritroveremo di
fronte a uno spettacolo ancora più stupefacente, col cielo solcato
all’orizzonte da vapore condensato in nuvole con luci e colori che vanno dal
giallo al rosa al grigio, in un caleidoscopio che muta di istante in istante
sino a che il Sole si alza e illumina via via vegetazione, montagne, mari, case
e cose, nella loro rinascita al giorno. Ebbene, tutto ciò è ancora sempre il
frutto dei fotoni sparati dalla nostra stella e dei loro differenti stati
energetici, frequenze, lunghezze d’onda che il nostro occhio può cogliere. Se poi
intenderemo continuare a vivere il nostro giorno speciale dovremo dedicarci a
qualcosa di meno poetico ma non meno interessante. Uscendo all’aperto in pieno
sole e posando le nostre mani su tutti gli oggetti che ci verranno a portata ci
accorgeremo che non tutti hanno la stessa temperatura, e se avessimo con noi un
termometro a contatto potremmo anche misurarle. In questo caso i fotoni possono
essere considerati soggetti passivi,
poiché sono i corpi, e specialmente la loro superficie, a determinare il
tipo di assorbimento che determina la loro temperatura superficiale e il colore
che percepiamo.
Il
rapporto tra colore superficiale e calore disperso è stretto, ci accorgeremo
subito che a parità di struttura molecolare i corpi neri sono i più caldi, seguono
i bruni, i rossi, i gialli, i verdi, gli azzurri e infine i bianchi. Ciò
dipende dal fatto che il nero assorbe tutte le frequenze, gli azzurri poche e
il bianco nessuna. Il calore è l’energia ceduta dai fotoni assorbiti, mentre
quelli a frequenze respinte danno il colore alle superfici e diffondono luce
riflessa. Se vediamo bianco è perché quella superficie rimanda indietro tutti i
fotoni del visibile (se passassero attraverso un prisma vedremmo i sette colori
dell’iride), se vediamo nero è perché li assorbe tutti. Abbiamo detto a parità
di struttura molecolare nello spessore del materiale investito, ma è la
tipologia della superficie ad assorbire o respingere. I conduttori (p.e.
lamiere) e i colori scuri assorbono e si scaldano, i coibenti (isolanti termici)
e i colori chiari respingono. Se abbiamo lasciato la nostra auto in pieno sole,
a prescindere dall’angolo tra la superficie considerata e i raggi incidenti, ci
accorgeremo che la macchina è e rovente, ma il color bianco del muro è quasi
fresco. Ciò dipende dalla differente conducibilità della lamiera di ferro, ma
dipende anche da compattezza e porosità, cioè dalla quantità d’aria che il
corpo racchiude nei suoi alveoli, per cui i coibenti sono sempre molto porosi e
leggeri.
Con
il legno, ma ancor più col sughero o qualsiasi altro coibente posto sotto il
nostro tetto di casa eviteremo che il calore estivo lo surriscaldi e che il
gelo invernale lo raffreddi. Ogni volta che però apriremo un infisso l’aria
calda (a molecole agitate) tenderà a andare verso la fredda (a molecole ferme)
e viceversa. Questo fenomeno dipende dalla tendenza di ogni realtà
termodinamica ad equilibrare il più e
il meno verso l’eguale, cioè i fotoni si spostano da dove sono più fitti ed
energetici a dove sono più radi e a bassa energia. Ma torniamo all’entropia, la
dispersione di calore da lavoro, per scoprirla nella nostra auto e nel nostro
corpo se abbiamo deciso di fare un po’ di jogging in un parco. Prendiamo l’auto
e viaggiamo una manciata di minuti; ma appena a destinazione ci accorgeremo che
il cofano è caldo. Quel calore è piccola parte di tutta l’energia sprecata dal
motore e dagli attriti per far girare le ruote. La trasformazione di energia
esplosiva in movimento delle ruote comporta una serie di passaggi e trasformazioni
lineari-rotatorie a spreco elevato. Ci metteremo finalmente a trotterellare nel
verde, ma dopo un po’ proveremo un senso di disagio perché saremo accaldati e
sudati. Ciò perché la trasformazione di energia muscolare (di zuccheri) in
movimento degli arti va in parte sprecata ed espulsa con la sudorazione per
mantenere l’isotermia del corpo. Constatiamo così che il moto corporeo è un
processo meccanico di trasformazione energetica con elevata entropia, per
quanto con un resa maggior di un motore a scoppio od elettrico.
Le
considerazione fatte sopra riguardano i fotoni, generatori di
elettromagnetismo, che nel libero spazio si offrono a noi come luce, forza
motrice, onde radio, calore, microonde, ecc., mentre all’interno degli atomi
essi agiscono da quanti di energia.
Nel parco ci siamo immersi nel verde, ma perché la vegetazione è in prevalenza
verde? È un frutto dell’evoluzione che riguarda molti vegetali; appena
l’ossigeno (elemento di per sé distruttivo) ha incominciato ad abbondare sulla
Terra gli organismi hanno imparato ad utilizzarlo (ma quanta peirasi e quanta ektromasi prima di arrivarci!). Per adattamento e opportunismo
biologico anche i fotoni solari erano utili energie, poi anche l’anidride
carbonica (CO2 da C + 2 O) è stata usata per produrre tessuti,
trovando nella clorofilla uno straordinario catalizzatore essendo il verde il
colore a maggior rendimento metabolico. Ciò significa che è la parte rossa
della luce solare a venire assorbita perlopiù dai vegetali, “scaldando” la pianta
e migliorando il metabolismo. Per i fiori la questione è più complessa, in essi
i colori si coniugano con le forme a scopi sessuali più che metabolici, infatti
sono appendici non-strutturali ma sessuali e temporanee. Il loro scopo favorire
l’incontro tra il seme maschile e quello femminile, che costituisce la
struttura profonda del fiore. Questa strategia sessuale si manifesta in molti
modi, ma la più comune associa colori e forme per attrarre gli insetti
impollinatori e usarli come vettori del polline all’ovario.
Le
nostre precedenti considerazioni, e altre simili di carattere fisico,
chimico-fisico, chimico, bio-chimico, biologico, riguardano fenomeni che sono
del tutto indipendenti dall’homo sapiens.
Il fatto che ci sia un mammifero intelligente che osserva la realtà, ne
analizzi gli aspetti, li classifichi e li definisca, è irrilevante. Ancor meno
che sia in grado di elaborare conoscenze, inventare equazioni, formulare
teorie; tutte belle cose che anche solo alla natura terrestre non aggiungono né
tolgono nulla (anche se possono distruggerla!). Ciò che l’uomo constata esiste
già da oltre 13 miliardi d’anni mentre egli è comparso meno di 200.000 fa. Per 12.999.800.00 anni il mondo è esistito
senza la presenza dell’homo sapiens e
la sua venuta non lo ha cambiato in nulla.
L’uomo è superfluo per la realtà cosmica, sicché per lui il “senso del
cosmo” è tutto sommato “il senso di sé”: Della realtà cosmica possiamo anche infischiarcene perché è la realtà antropica ad interessarci, quella
importante “per vivere”. Il cosmo non ha senso e noi non abbiamo senso in esso,
ma per evitare il nichilismo un senso dobbiamo darcelo e per poter trovare un
significato dell’essere-nel-mondo e dell’esistere-in-quanto-uomini su questo
infimo pianeta di un infimo sistema stellare alla periferia di una tra miliardi
di miliardi di galassie, dobbiamo tematizzare l’esistenzialità.
Abbiamo vissuto un giornata “fuori contesto”, nel fisico e nel
biologico, mentre i più l’avranno vissuta “in contesto” e molto spesso pensando
a qualcosa di meta-fisico, qualcuno leggendo oroscopi, altri stringendo agli
amuleti. Ogni qual volta l’uomo è dimentico della natura, dei fenomeni, del
divenire, delle cose e dei fatti, è sempre a rischio di cadere nel metafisico.
Come evitarlo? Ci sono strade per evadere dalla materialità senza tradire la
realtà umana? Vediamo. Noi siamo fatti interamente di materie: di fermioni (elettroni, quark-up e
quark-down) e di bosoni
(fotoni-quanti, gluoni e bosoni nucleodeboli). Dalle unghie dei piedi alla
parte più complessa della corteccia cerebrale siamo degli assemblati di
fermioni + bosoni + quanti: tutto qui. E il pensiero? È una forma sfuggente di epi-materia, un epifenomeno del sistema nervoso prodotto
da cellule molto speciali, i neuroni
coi loro assoni collegati da sinapsi, le cose più misteriose e
stupefacenti della materia. In numero elevatissimo per neurone, misteriose,
quasi immateriali, esse costituiscono i veri attori di quel fenomeno
straordinario che è il pensiero. Più in là, allo stato attuale, non sappiamo
andare, anche se quella nuova disciplina che in relazione alla sua
interdisciplinarità tra competenze diverse ha assunto il nome di scienze cognitive, riesce a produrre
sempre nuove conoscenze su come funziona il cervello.
Dal
punto di vista della biologia e della neurofisiologia è difficile aggiungere
altro; forse perché ogni “aggiunta” ci riprecipita nella metafisica? Non
necessariamente. In Necessità e libertà
abbiamo intravisto una via extrafisica
[3]
tenendoci lontanissimi dalla metafisica. Che cosa intendevamo? Che la fisica
non esaurisce affatto la realtà antropica. Per quanto”ci concerna”, nella
nostra vastità esperienziale, fatta non solo di percezione ma anche di emozioni
e di sentimenti, la fisicità ha peso modesto. Il dualismo antropico reale (entro la cornice del pluralismo ontologico) è perfettamente compatibile col pluralismo ontofisico. L’ontologia pluralistica permette di
coniugare il pensare la realtà cosmica
e sentire la realtà antropica perché
l’esistenza di un homo sapiens è
anche esistenzialità (cioè possiede individualità) e non solo esistentività (che concerne un ruolo e tutt’al più una personalità). D’altra parte i meccanismi
del pensare sono tutto sommato abbastanza uguale per tutti i cervelli, ma è il sentire che è una fenomenologia
individuale, particolarissima. Un “individuo” infatti non è solo un homo sapiens ma molto di più; egli non è
solo una persona ma molto di più, perché sia la parola latina persona che la corrispondente greca πρόσωπον
significano “maschera”. La maschera è il ruolo dell’attore sulla scena
della tragedia greca, ma anche l’attore “sulla scena del proprio esistere
reale”, con una situazione, una condizione, un ruolo. L’individualità molto di più e molto altro, è una singolarità unica e
irripetibile, una specificità che distingue l’uno dall’altro sei miliardi di
individui che vivono su questo pianeta e di cui l’idema è nucleo caratterizzante. [4]
9.2 Epigenesi sostruttiva ed epigenesi hyletica
L’insieme delle leggi fisiche, oltre che
rappresentare le linee evolutive del nostro universo, sarebbero l’a priori del suo esistere? Molti lo
pensano, nella fantasia popolare l’origine e la causa di tutto ciò si chiama
Dio e molti fisici, anche illustri, ne sono altrettanto convinti. L’idea che le
leggi fisiche preesistano alla fenomenologia delle materie, e che quindi ne
siano origini-originate da una Necessità o da una Volontà è priva di alcun
fondamento. Eppure è concetto-base di tutte le cosmogonie in tutte le culture
storiche presenti sul pianeta, da polo a polo, da meridiano a meridiano, e pone
invariabilmente il concetto di una origine-causa-legge-prima-ultima. Credenza
legittima e che in quanto utile alla psiche dei molti non è affatto riprovevole,
ma che ci fa anche capire perché molti tra i moltissimi possano essere
bravissimi fisici. Non però Lee Smolin, che afferma:
Si apre la possibilità che molte proprietà delle particelle
elementari (o anche tutte) siano contingenti e dipendano da quale soluzione
delle leggi viene scelta nella nostra regione dell’universo o nella nostra
particolare era. Potrebbero esser diverse a seconda delle regioni; potrebbero
addirittura cambiare nel corso del tempo. [5]
In un
saggio del 2000 l’epistemologo Mauro Dorato svolge il tema delle leggi di
natura analizzandone significati e connotazioni e pone, in chiusura
dell’introduzione, due fattori all’origine del concetto di “legge naturale”: «l’influenza dello sviluppo tecnologico
sui nostri modi di rappresentare la natura e la derivazione teologica del
concetto di legge naturale.» [6],
concludendo:
Accingendoci a esaminare
queste due componenti, facciamo presente che dedicheremo più spazio alla
seconda che non alla prima: l’universalità e la necessità che ancor oggi
associamo alla nozione di legge di natura trovano infatti la loro spiegazione
storica nell’idea che la natura sia espressione dell’immutabilità della volontà
divina. [7]
“Universalità e necessità” direttamente o
indirettamente riconducono al concetto di divino e “lo confermano” quale
origine-fondamento. Ad una terza componente non meno importante Dorato accenna
in una nota, rilevando che una «soggiacente struttura matematica» del cosmo è
il contributo di Platone nel Timeo [8].
Contributo non accessorio, ma fondamentale anche per le teologizzazioni
moderne
Il Nostro nota che è con Cartesio che nasce il concetto di “legge” su
base matematica, poiché quella di Galileo sulla caduta dei gravi e le tre di
Keplero «non vengono mai chiamate “leggi”» [9],
per quanto il primo avesse detto che l’universo « è scritto in lingua matematica » derivando da Dio «la Scrittura Sacra e
la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come
osservantissima esecutrice de li ordini di Dio» [10]
Keplero, da parte sua, si era riferito ai solidi platonici per descrivere la
forma del cosmo con l’assunto «che Dio sia garante della comprensibilità
dell’universo fisico, avendo egli stesso creato le leggi.» e che «Dio viene
chiaramente assimilato a un matematico che ordina l’universo in base a un criterio di “bellezza geometrica”».
[11]
Anche Copernico sottintende la legge come frutto della volontà di Dio, e Ticho
Brahe afferma: «le meravigliose ed eterne leggi
dei movimenti celesti, così diverse eppur così armoniose, provano l’esistenza
di Dio.» [12] Le leggi, infatti, pare non possano essere
che divine, e in quanto ci sono ratificano l’esistenza di un Dio legislatore,
chiudendo un cerchio dialettico e tautologico che è apologeticamente molto
efficace.
Cartesio è il grande notaio che sentenzia (§ 21 del Principia Philosophiae): «per quanto riguarda [la causa prima e più
universale del movimento] mi sembra
evidente che non ce n’è altra che Dio» [13].
Ne segue:
Che è una perfezione di
Dio non solo di essere immutabile nella sua natura, ma anche di agire in un modo che egli non cambia mai
[…] poiché egli ha mosso in maniere molto differenti le parti della materia,
quando le ha create, e le mantiene tutte nella stessa maniera e con le stesse
leggi che egli ha fatto osservar loro nella creazione, conserva incessantemente
in questa materia un’eguale quantità di movimento. [14]
Esiste un rapporto diretto tra la
divinità, la perfezione e la necessità che il creato si muova “esclusivamente”
in base alla volontà di Dio come legislatore di tutto il Creato (dell’uomo un
po’ meno!). Spinoza e Leibniz non mutano sostanzialmente questa impostazione,
limitandosi ad operare sui dettagli ma divaricandosi sul dualismo necessità/libertà,
l’olandese radicalizzando la prima e il tedesco la seconda. Ma il sostanziale
platonismo di Cartesio continua a dominare lo scenario fino a Russell,
Whitehead e oltre.
Le equazioni differenziali e il calcolo infinitesimale nella definizione
delle leggi ci riportano a William Whewell (già citato a proposito della simmetria), che a metà dell’800 sosteneva che l’indagine
del “come” fenomenico presuppone la “connessione dei fatti” in base a tre
fattori: 1°, le condizioni iniziali quale variabile dipendente; 2°, l’equazione
differenziale rispondente alla legge come variabile indipendente; 3°, i
coefficienti da applicare all’equazione. Tripartizione fattoriale ripresa anche
da Barrow nel suo The World within the
World del 1988 ponendo nell’ordine: 1°, la struttura algoritmica; 2°, le
condizioni iniziali; 3°, le costanti di natura [15].
L’excursus di Dorato prosegue
analizzando diverse posizioni dell’epistemologia contemporanea per arrivare a Bad
van Fraassen, teorizzatore di un empirismo
costruttivo (si veda § 6.1) che rappresenta l’abbandono del platonismo per
il pragmatismo. A lui la nozione di legge pare: «un retaggio del passato della scienza moderna, legato a
suggestioni teologiche senza più ragion d’essere» sicché: «è un relitto di
un’età tramontata, e sopravvive, come la monarchia, perché si suppone
erroneamente che non rechi danno » [16].
Posizione radicale presupponente che il concetto di legge possa essere superato
in quelli di simmetria e probabilità, che introiettandolo ne
eliminano significati equivoci e svianti.
Se l’epistemologia analizza le affermazioni
della scienza noi tendiamo a rivolgere la nostra attenzione direttamente sugli
oggetti di essa, in rapporto alle loro denotazioni (alla datità) e alle connotazioni (all’interpretazione). Sul tema delle leggi la nostra impressione è che
ci si preoccupi assai più di definire il concetto di legge che cercare di
capire che rapporto ci sia col “legificato”, visto quasi sempre come l’oggetto
passivo che la subisce “per essere”. Ciò a noi pare irragionevole, anche perché
le leggi fiche che governano la materia inorganica solo in parte sarebbero
capaci di governare la vita e le leggi biologiche sono del tutto “nuove”
rispetto ad esse perché frutto di evoluzione. È
l’apparire di un primo vivente auto-replicabile a produrre proto-leggi del
vivente che con l’evoluzione si sono via via poi affinate. È stata proprio la non-ripetizione
che ha determinato il passaggio dall’inorganico all’organico e poi al vivente
grazie al caso, che ha scompaginato
le carte dell’essere. Che poi la vita sia nata proprio qui o altrove, portata
da un corpo esterno (una meteorite o una cometa), sempre di caso si tratterebbe.
Abbiamo chiamato epigenesi sostruttiva la processualità assemblativa delle
particelle elementari, degli atomi, delle molecole inorganiche e di quelle
organiche più semplici (grosso modo sino a 10-12 atomi di carbonio), sia nel
loro singolo divenire e sia per le
strutture più complesse che vengono create. Epi-genesi,
quindi, nel senso che ogni ente genera
il futuro di se stesso, sostruttiva
(dal latino substruěre) perché
insieme con l’esistere e l’evolvere ogni parte auto-crea le “fondamenta” del
proprio perpetuarsi ed insieme concorre all’evoluzione. Sono quindi sempre le parti a stare “prima” e “sotto” ad un tutto, sì da determinarne la genesi
globale di esso col loro divenire: esse sostruiscono
le “fondamenta” dell’esistere del sistema che hanno organizzato. Ma essa è
anche retroazione ristrutturante (molto evidente in biologia) dove un effetto
diventa causa e retroagisce modificando la causa che lo ha determinato (feedback). Non è peregrino pensare che
anche l’ente fisico possa in qualche modo produrre qualche feedback in una prevalente causalità
lineare intercalatala casualità
intricata (casuale-stocastica). Gli esiti di nuove direzioni si tradurranno
nella maggior parte dei casi in ektromasi,
ma ogni tanto una mutazione sopravviverà come novità evolutiva insignificante o
forse importante.
L’epigenesi
hyletica è il modo di assemblarsi e di organizzarsi” verso la complessità,
ma il semplice e il complesso convivono e si sovrappongono, con rimescolamento
degli indirizzi, Gell-Mann vede l’indagine sulla mescolanza del semplice e del
complesso come un problema scientifico, scrivendo:
Una delle grandi sfide che si pongono alla scienza contemporanea è
quella di ricostruire il miscuglio di semplicità e complessità, regolarità e
casualità, ordine e disordine su per tutta la scala, dalla fisica delle
particelle e dalla cosmologia fino al regno dei sistemi complessi adattativi
[il vivente]. Vi è poi l’esigenza di capire in che modo la semplicità, la
regolarità e l’ordine dell’universo alle origini abbiano dato luogo, nel tempo,
alle costruzioni intermedie tra ordine e disordine che sono prevalse in molti
luoghi in epoche posteriori, rendendo possibile, fra l’altro, l’esistenza di
sistemi complessi adattativi come gli esseri viventi. [17]
I processi epigenetici del
vivente non solo sono ultra-complessi, ma implicano quel “salto” all’olistico
degli organismi viventi che resta un mistero storico. Ma anche il processo
sostruttivo che ha creato i rapporti tra i fermioni e tra essi e i bosoni sino
ad arrivare agli atomi è difficile da capire. L’epigenesi hyletica rappresenta comunque una maniera del farsi della
materia che va distinta da quella sostruttiva,
fissando molte “regole del gioco”, ma non tutte. È il motivo per cui la chimica può utilizzare molti
concetti della fisica, ma poi deve anche crearne di propri.
9.3 Le regioni della realtà
Il sostantivo femminile latino regio, dal verbo regĕre (reggere, governare ), indica sia la linea di confine e
sia il territorio da essa delimitato; in subordine “campo”, “distretto”,
“sfera”, “dominio”. Con regioni noi
indichiamo i contesti infra-cosmici che presentano caratteri di relativa
omogeneità con l’operatività sia di leggi generali che di altre specifiche. La
biosfera quale RgC, è la “nostra”, quella che ci ospita e ci include, campo e fonte primaria
delle concettualizzazione umane. Ma la RgM, che onticamente abbiamo tenuta
separata, la “abbraccia” al suo contorno. Nella RgG i corpi contano tipologie
sterminate per strutture, forme e fenomenologie. La RgP, infine concerne gli
enti descritti dalla MQ. E tuttavia la
regionalizzazione opera solo un primo e sommario discrimine tra contesti di
realtà a-specifici, perché ogni contesto contiene sotto-contesti, sistemi e
sotto-sistemi. La realtà per capirla è indispensabile farla a fette e poi
ridurre le fette in piccoli dadini da affettare ancora. Heisenberg era un
monista, però negli anni ’30 affermava:
Con ciò si pone ex
novo il compito di ordinare le diverse connessioni o «ambiti della realtà»,
di comprenderle e di determinarle nel loro rapporto reciproco; di porle in
relazione alla divisione di un mondo «oggettivo» e in uno «soggettivo»; di delimitarle reciprocamente e di
esaminare in che modo si condizionino l’un l’altra; di spingersi infine verso
una comprensione della realtà che colga le diverse connessioni come parti di un
unico mondo ordinato in modo sensato. [18]
La conclusione è monista, ma il concetto
di «ambiti della realtà» è pluralista.
Quantunque molti principi posti dal grande fisico andassero in un senso
pluralista era legato al suo background monista.
Le regioni sono solo specchi del complesso
e tutto ciò che è complesso va analizzato innanzitutto nei dettagli, ma un
dettaglio è analizzabile soltanto su uno sfondo “proprio”. Conoscere il
complesso implica il suo smembramento e l’analisi di singole porzioni; quanto
più saranno piccole tanto più saranno indagabili e “diranno di sé”. Le tesi
olistiche vanno bene per la psicanalisi e l’agopuntura, perché ogni persona è
olistica; non sempre per la medicina, meno per la chirurgia, per nulla in
fisiologia. L’olismo è un criterio perfetto per indagare ciò che è olistico,
non in fisica dove di olistico non c’è nulla. Ma anche di un ente olistico si
saprebbe ben poco se non si fossero dissezionati cadaveri per isolare e
studiare singolarmente nervi, tendini, muscoli, ghiandole, organi, neuroni. Per
comprendere meglio com’è fatto e funziona il cervello ci è voluta la PET (la
tomografia ad emissione di positroni) e l’analisi di tessuti compromessi è
diventata possibile solo con la TAC. Capire scientificamente l’homo sapiens è capirne i dettagli,
altrimenti si fa filosofia, antropologia culturale o psicologia. A maggior
ragione il cosmo in generale andava sezionato per “gruppi di dettaglio”, ma le regioni non sono topologiche, bensì
funzionali.
Però il monismo deterministico è sempre
incombente. Il grande Einstein, da spinoziano irriducibile, dichiarava:
Sono un determinista, obbligato ad agire come se il
libero arbitrio esistesse, poiché se desidero vivere in una società
civilizzata, devo agire in maniera responsabile. So che filosoficamente un
assassino non è responsabile dei suoi delitti, ma preferisco non prendere il
the insieme a lui […] Ogni cosa è determinata, il principio come la fine, da
forze su cui non abbiamo alcun controllo. È determinata per l’insetto quanto
per la stella. Esseri umani, vegetali o polveri cosmiche, tutti danziamo a un
ritmo misterioso, intonato a distanza da un suonatore invisibile. [19]
A parte il
tono, più o meno è la posizione di Fritjof
Capra senza l’esperienza mistica:
Cinque
anni fa ebbi una magnifica esperienza […]
“vidi” scendere dallo spazio esterno cascate di energia, nelle quali si
creavano e si distruggevano particelle con ritmi pulsanti; “vidi” gli atomi
degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a quella danza cosmica di
energia; percepii il suo ritmo e ne “sentii” la musica: e in quel momento
“seppi” che questa era la danza di Śiva, il Dio dei Danzatori. [20]
Monismo,
determinismo ed olismo si rincorrono, anche se il terzo è ascetico e i primi
due no. La regionalizzazione va in direzione opposta e tiene anche conto dl
fatto che l’universo, espandendosi, “si sfibra”. Anche per questo non può
essere olistico, perché l’olismo per sua natura avvicina, struttura, lega,
integra e omogeneizza, mentre in un cosmo che si gonfia tutto s’allontana.
Regionalizzare la realtà implica il pluralismo ontofisico stesso come
concettualizzazione filosofica ma non scientifica, poiché l’operare della
filosofia non produce scienza, essa opera cognitivamente in modo differente. La
regionalizzazione evita anche il rischio di cadere nella trappola dei
“livelli”; essi, per definizione, gerarchizzano in ontologia verticale, indicano piani sovrapposti e anche
discontiguità. Le regioni, al
contrario, sono perfettamente contigue e intersecate, ma in uno stesso
territorio che è la realtà generale, ed il loro rapporto è di compenetrazione
fisica, ma solo in parte funzionale. Come le regioni geografiche si qualificano
“nel territorio”, così le regioni della realtà si distinguono per fenomenologici
differenti entro una realtà d’“insieme”. Le quattro regioni da noi poste
alludono a quattro “stati” (o “fasi”) della materia, per ognuno dei quali
valgono meccanismi propri. Situazioni ontiche che funzionano effettualmente in
modo diversificato, dove “a distanze minime” le leggi macrocosmiche sono
inoperanti, mentre “a distanze enormi” (nella ReG) ci sono altri modi d’essere.
Che le regioni si “offrano” a
diversità di percezione ed osservazione da parte nostra è irrilevante, sono gli
stati assemblativi a caratterizzarle; con la RgC contesto tutto a sé.
Assemblati di atomi che costituiscono i
gas, i liquidi e i solidi, cioè i componenti della realtà per noi “ordinaria”, che
riguarda il mondo “dei fatti e delle cose” caratterizzano la RgM. Un mondo del
quale si occupano varie branche della scienza come meccanica, elettrodinamica,
termodinamica, ottica, acustica e chimica. Quest’ultima, colle acquisizioni
maturate nel XX secolo, viene da molti considerata una branca della fisica per
il fatto che trova i propri fondamenti proprio nella MQ [21].
Essa, pur concernendo effetti “macroscopici” è uno dei pochi campi dove il
“sotto” resta operante anche se il “sopra” non ne reca segni evidenti. Mentre la RgP è intelligibile soltanto alla
strumentazione e al calcolo matematico, il mondo sur-atomico è accessibile
anche ai nostri occhi. La RgG è
costituita quasi interamente da vuoto, solcato da sparute “collane” di quegli enormi aggregati di materia che sono
gli ammassi di galassie. Essa indica anche il cosmo nella sua generalità
“extra-solare” con la stella più vicina (l’Alpha Centauri) raggiungibile
dall’uomo soltanto in 4.000 anni di viaggio con un’astronave che volasse a
1.000.000 di Km./ora.
In realtà di ciò che sta nel cosmo noi
“vediamo” solo radiazioni ed effetti gravitazionali, poiché la RgG si distende
per miliardi di anni luce [22],
continua ad espandersi ed anche accelera. Forse è l’energia oscura a “gonfiarla”, mentre continuano a
nascere e morire astri, farsi e disfarsi addensamenti diversi attraverso
processi di tipo sia creativo che distruttivo. Le galassie sono in maggioranza
ellittiche (discoidi) o a spirale (come la nostra e l’Andromeda), per quanto ce
ne siano altre dove le irregolarità prevalgono o compaiono regolarità strane
come forme “a tamburo”, testimoniando
il fatto che i processi gravitazionali portano a esiti differenziati e casuali.
Le galassie totalmente irregolari, non classificabili, sono circa il 10% del
totale, presentano forme tanto bizzarre quanto affascinanti. Le nubi gassose
sono invece pseudo-corpi e laboratori cosmici dove nascono le stelle per
assemblaggio di particelle instabili ad alte energie, formanti quel gas
nucleare caldissimo chiamato plasma. Una particolarità di esso sta nel
fatto di essere neutro, poiché i suoi costituenti sono totalmente ionizzati
(non-legati) e il numero di essi a carica elettrica positiva (nuclei di
idrogeno o elio) sono in numero corrispondente a quelli a carica negativa
(elettroni). [23]
Le stelle sono certamente gli oggetti più
affascinanti della RgG; palle di fuoco variamente strutturate che formano
galassie aggregandosi a miliardi. Anche i processi energetici stellari
avvengono in maniera perlopiù caotica e casuale, infatti la “resa” delle
condensazioni in un gas proto-stellare è abbastanza bassa, dell’ordine del 40% [24],
con una massa costituita prevalentemente di idrogeno ed elio. Le stelle variano
in luminosità (densità di fotoni) e tipo di luce (energia di essi), e i loro
colori coprono la gamma dello spettro; dall’azzurro (per temperature più alte)
al rosso (per temperature più basse) passando per il bianco e il giallo (come
il nostro Sole). Per stelle azzurre di tipo O e B le temperature (espresse in
gradi Kelvin) vanno da 5 x 10 4 a 2,5 x 10 4, le stelle
bianche (tipo A) sono circa da 8,5 x 10 3, le gialle (tipi F e G) da
6,5 x 10 3 a 5 x 10 3, stelle arancio (K) sono sui 4 x 10
3, ed infine, sui 2 x 10 3, quelle rosse [25]
.
Abbiamo lasciato per ultima la RgC, che
condivide elementi strutturali con le altre, ma si caratterizza come un sistema a sé e come anarchia assoluta.
La visione che di essa noi abbiamo coincide con quella espressa da Jacques
Monod nel già citato Il caso e la
necessità, con la mutazione genetica che porta il “nuovo”, lo sporadico
successo di qualche processi evolutivo, e miliardi di aborti (ektromasi). Ciò che permane
categorialmente nella biosfera, le specie viventi, sono caratterizzate da due
leggi “di persistenza” che il grande biologo chiama invarianza e teleonomia
in “macchine che si costruiscono da sé e che si riproducono” [26] Egli così definisce l’invarianza:
Si tratta della capacità di riprodurre una struttura
con un grado d’ordine molto elevato, e poiché il grado d’ordine di una
struttura si può definire in unità d’informazione, diremo che il “contenuto
d’invarianza” di una data specie è la quantità d’informazione che, trasmessa da
una generazione all’altra, assicura la conservazione della norma strutturale
specifica. [27]
E la teleonomia:
Tutti gli adattamenti funzionali degli esseri viventi,
al pari di tutti gli artefatti di loro produzione, realizzano progetti
particolari che si possono considerare come aspetti o frammenti di un unico
progetto primitivo, cioè la conservazione e la moltiplicazione della specie.
[…] il progetto teleonomico essenziale consiste nella trasmissione, a una
generazione all’altra, del contenuto di invarianza caratteristica della specie.
[…] si può ritenere che ogni struttura e ogni prestazione teleonomica
corrisponda a una certa quantità d’informazione che deve esser trasmessa perché
quella struttura si realizzi e quella prestazione si compia. Questa quantità
può esser definita “informazione teleonomica”. [28]
Non aggiungiamo nulla ai passi citati dal
momento che il concetto di “macchine che si costruiscono da sé” rende
efficacemente l’essenza del vivente, mentre le due leggi-base della
fenomenologia biologica esauriscono il quadro di riferimento in cui inserire
ogni dettaglio.
Resta un’ultima considerazione da fare,
poiché, escludendo i sognatori della TOE, è evidente che la fisica
contemporanea sia dualistica, portata da due vettori teorici differenti, la
RelG e la MQ. Ma sappiamo bene che molti fisici tendono oggi a voler
“quantizzare” anche il macrocosmo (e forse non senza qualche ragione). In
effetti, come nota Lachièze-Rey :
Essa [la RelG] incespica tuttavia sui primi istanti
del Big Bang o sulla fisica dei buchi neri, non riuscendo a trattare gli effetti
quantistici attesi in queste situazioni. Più semplicemente, l’uso della
relatività generale impone di “dimenticare” il carattere fondamentalmente
quantistico dell’universo. [...] Ricordo semplicemente che la superfluidità e
la superconduttività ci hanno mostrato come il campo di applicazione della
fisica quantistica non si limiti alle scale microscopiche. Siamo sicuri che il
contenuto dell’universo non abbia qualche proprietà quantistica, non ancora
individuata, che svolge qualche ruolo a livello cosmologico? [29]
No, non ne
siamo affatto sicuri, però lo pensiamo improbabile. L’atteggiamento filosofico
da noi assunto, basato sul “reale”, sia pure con tutti i suoi limiti è però
chiaro nell’aprire l’orizzonte ma nello stesso tempo prudente nei confronti di
una visione troppo “elastica” delle realtà di “questo” cosmo espanso e freddo,
ma non freddissimo. Il fatto che esso sia l’unico che permetta all’homo sapiens di esistere come suo
teorico non c’entra col WAP, il principio
antropico debole, palesemente tautologico, bensì con l’esistenzialità di un animale che potendo percepire la realtà “se ne
fa idea”. Come può “produrre artificialmente” nuove realtà in certe condizioni,
ma che restano antropiche, non cosmiche. Noi siamo capaci di produrre nei
nostri laboratori superfluidità, però dobbiamo creare temperature prossime a
0°K (zero assoluto) mentre il cosmo ha una temperatura media di
circa 2,7 °K. Questa sola è “reale”, la
nostra è “artificiale”. Per i superconduttori il problema dell’artificialità è
solo in parte legato alla temperatura, è possibile infatti produrre
superconduttori a temperature molto lontane dalla zero assoluto. Ossidi misti di ittrio + bario + rame diventano
superconduttori a 90°K (-180°C), il problema è però che tali ossidi misti li fabbrichiamo
noi, ma pare proprio che non esistano nella realtà, a parte l’assunto che “il
possibile prima o poi si verifica”.
9.4 Energia, hyiloinformazione ed antropoinformazione
Le cose sono fatte di masse-energie e il divenire di processi;
la realtà si costituisce con questi due sommari ingredienti. Ma noi constatiamo
anche che le prime sono strutturate”in un certo modo” e che i secondi si
verificano “in un certo modo”. La modalità dell’esistere e dell’accadere si
manifesta come un insieme di fenomeni più o meno dinamici, definiti o
indefiniti, chiari o nebulosi. Quel che,
al fondo di ogni nostra osservazione, riusciamo a capire è solo quel “certo
modo” di darsi degli enti di natura. Intuiamo infine che al disotto della
fenomenicità si cela una sorta di paradigma che fonda anche il “certo modo” in
cui si danno i nostri manufatti, con cui si comportano e funzionano i nostri congegni,
i nostri strumenti, le nostre macchine. Ciò che l’homo faber produce è risultato poietico di un processo
osservativo-riflessivo che l’homo
cogitans ha eseguito “prima”. Sono l’osservazione, la riflessione e
l’esperimento a permetterci di cogliere negli enti qualcosa del loro divenire
per “come appaiono” e “come funzionano”. Ma ciò è possibile solo per una
piccola porzione di realtà a nostra portata, per distanza, per mezzi, per
intelligenza. Da ciò la domanda: ma “quanto” rimarrà sempre fuori-portata? Se
si riesce a capire strutture e funzioni si è stati bravi e fortunati e
si ha in premio lo scoprire hyloinformazione,
ma non sappiamo se si tratti di “in-sé” o solo di intelligibilità. Gli enti di
natura sono endo-formati mentre gli oggetti del faber sono etero-formati rispetto al loro essere, quindi antropoinformati. L’in-formazione è
simile, ma né ha le stesse cause né le
stesse modalità, poiché con noi entrano in gioco ”fini ed usi” estranei alla
natura.
Com’è noto il concetto di forma è in Aristotele natura in atto in contrapposizione a materia come mera natura in potenza (Fisica,
II, 1, 193 b 28). Egli puntualizza col monismo l’indissolubilità di materia e
forma in rapporto critico col dualismo di Platone, che vedeva la forma come
elemento divino calato nella hylé, ed
in quanto tale êidos piuttosto che morphé. Come forma essenziale per l’esistenza di una sostanza-essenza (ousìa)
il concetto viene ad avere un rapporto diretto con quello di causa formale (infusa nella materia) distinta dalla efficiente (agente) in vista della finale. La causa materiale
(come il bronzo a cui la causa efficiente
applica la formale per conseguire la finale) è al livello più basso della realtà.
Se per gli atomisti il fondamento della realtà era la materia e si giustificava
l’indagine sul suo essere intrinseco (gli atomi), per gli idealisti e i
post-idealisti il fondamento della realtà è la sostanza che implica forma,
e la materia (in quanto natura in potenza) finisce per diventare un
“insostanziale”. Scrive infatti nella Metafisica
(V, 4, 1025 a 6,7): « Noi diciamo che esse [le cose materiali] non posseggono
ancor la propria “natura” qualora non abbiano la specie e la forma. E pertanto
ha una sua naturale esistenza ciò che possiede insieme la materia e la forma.» [30]
La teologia filosofale sino al ‘600, a
vario titolo e scopo, ha rielaborato il concetto aristotelico senza andare
oltre, finché Bacone propone un’evoluzione significativa del concetto di forma, vedendovi un elemento
dell’essenza della natura “non deducibile” discorsivamente (quindi non
logico-metafisico), bensì inducibile con l’osservazione e l’esperimento e solo
attraverso essi definibile. In altre parole, la forma è “estraibile”
dall’oggetto con la conoscenza, fatta emergere attraverso un’operazione
intellettuale a-logica in “reale” rapporto con la cosa. Posizione teorica di
grande portata e tuttavia perlopiù trascurata, perché il condizionamento
idealistico rimane dominante. Ma per capire come mai Bacone possa andare oltre
la metafisica occorre tener presente il fatto che la sua concezione ontologica
non è più monistica ma pluralistica. La complessità plurale della realtà appare
solo nel momento in cui viene abbandonata la metafisica per guardare “alle
cose” nella loro realtà, differenziata, complessa, molteplice. Dopo di lui i
teologi filosofali Cartesio, Leibniz, Kant e seguaci non hanno fatto altro che
rimasticare il concetto antico, “saltando” quindi Bacone e riconfermando
l’eredità teologica.
Solo guardando alla contemporaneità,
specialmente in riferimento al concetto di “perdita d’informazione” nell’entropia e agli sviluppi
dell’informatica come latrice di “flussi d’informazione”, si va oltre. Ne
deriva una reinterpretazione del concetto di forma e del suo derivato formazione
che sfocia nel concetto di hyloinformazione,
intrinseca agli enti fisici ai vari livelli di aggregazione. Il termine formazione è stato importante nella
cultura germanica post-illuministica quale Bildung
[31],
e noi stessi lo abbiamo utilizzato nella formulazione del dualismo antropico reale [32]. Ma qui la parola formazione la intendiamo in senso fisico, corrispondente quale hyloinformazione, mentre nel caso degli
esseri viventi parleremo di bioinformazione.
Gli interventi umani alterano le forme “di natura” in una etero-forma come
denotazione aggiuntiva, un’antropoinformazione
entropicamente perdibile. L’hyloinformazione,
“strutturale” alla materialità dell’ente di natura, rimane perlopiù invariata nei
casi di “rottura” di un oggetto umano, ma più o meno alterata nel caso di
materiali a base organica come il legno, che ha anche molta bioinformazione. La “forma” del legno
(come organizzazione di carbonio, idrogeno ed ossigeno), dell’argilla (come
organizzazione di silicio e di alluminio) o del bronzo (come organizzazione di
rame e stagno) hanno hyloinformazione. Quindi hyloinformati in quanto
endo-formati onticamente nel loro essere quel che sono, mentre quali materie
prime utilizzate dall’uomo per produrre oggetti ricevono antropoinformazione.
Le cose dell’uomo contengono pertanto informazione a due livelli,
hyloinformazione come materiale d’uso più antropoinformazione quale oggetto
finito. Se sul nostro tavolo c’è un bicchiere e va per terra non sarà più
“oggetto per bere” perché l’antropoinformazione è stata compromessa, ma
l’hyloinformazione è immutata. C’è stata entropia solo come perdita “di
definizione d’impiego” e di “funzione d’impiego”. Senza un’operazione di
fusione e di ri-informazione quel vetro non sarà più utilizzabile per l’uomo se
non come qualcosa che “può tagliare”.
Tale vetro de-antropoinformato possiamo
lasciarlo al suo destino di materia inerte e inutilizzabile, oppure
re-informarlo, ma in tal caso dovremo spendere energia per fondere il vetro, e
poi altra ancora per farne di nuovo un bicchiere o un posacenere o una
lampadina. Dovremo riconferire antropoinformazione
al vetro affinché serva di nuovo a qualcosa. Se i cocci finiranno nella
spazzatura generica e verranno sotterrati in una discarica quel vetro diventerà
definitivamente inutile, ma, con hyloinformazione immutata, potrà sempre venir
dissotterrato e nuovamente fuso per fabbricare qualcosa. Il non infrequente
destino di qualsiasi oggetto fragile ci permette di porre le coordinate di ciò
che si deve intendere per hyloinformazione. Nel mondo contemporaneo
l’informazione è diventata uno dei cardini dello stesso concetto di cultura.
L’informazione del vetro ha per scopo il suo “utilizzo” nella quotidianità,
quella di un chip riguarda un
“produrre” dati informativi, un informazione per produrre ulteriore
antropoinformazione e molto altro ancora se la si mette a frutto.
L’hyloinformazione contiene però anche
aspetti più complessi e noi dobbiamo chiederci quale rapporto esista tra una
legge fisica nel divenire e ciò che ci sia di essa in qualche “divenuto”;
poiché la legge contribuisce al divenire ed entra in un divenuto. È la ragione per cui un divenuto
(un effetto) è potenzialmente causa in virtù del tipo d’informazione ricevuta,
che potrà produrre altro-da-sé come massa-energia hyloinformata. Il rischio
gnoseologico è che l’informazione, in quanto “immateriale” secondo il senso
comune possa esser vista come non-materia, pensiero, intelligenza, lógos,
divinità informatrice. In realtà non può esistere alcuna informazione senza
masse-energie che “la portino” e può stare soltanto dove ci sono cose e fatti,
essendo l’essere di questi
“informato-informatore” potendo informare altro-da-sé. È nel momento in cui sono nati i
primi fotoni che nascendo hanno creato la “propria” informazione, quella di massa zero che li fa volare a
299.792.458 Km/sec. insieme all’energia che hanno li fa essere bui o luminosi,
caldi o freddi, portatori di vita o di morte. Perciò il primo fotone è
viandante archetipico “che va” e costruisce l’universo nel verso machadiano: Se hace camino a l’andar.
La realtà che ci concerne è costituita da
enti privi di massa come i fotoni e da altri dotati di massa, come i gas
dell’aria fatti di idrogeno, azoto, ossigeno e carbonio. Una parte degli enti
composti sono facili a distruggersi e noi sfruttiamo ciò per produrre energia
termica.. In generale qualsiasi sostanza può mutare e le sue trasformazioni
strutturali consistono nell’assorbire energia o cederla. Un solido passa allo
stato liquido assorbendo energia e poi a quello gassoso assorbendone altra, sì
parla perciò di “stati” per la maggiore o minore capacità di cedere o assorbire
energia. Si suole dire, in base al secondo principio della termodinamica, che si
produce energia “in perdita” ogni qual volta la materia passa da uno stato
ordinato ad uno disordinato. Le molecole di acqua nei cristalli di neve sono
massa molto ordinata, se ricevono energia (calore) si sciolgono, se l’acqua
riceve ulteriore energia si trasforma in vapore e questo è lo stato più
disordinato in cui può presentarsi l’H2O. Ma la sua
struttura interna nel passare da solido a liquido e poi da liquido a gas, ha
perso vieppiù ordine interno, passando a stati sempre più disordinati, infatti
perdere ordine vuol dire perdere informazione e acquistare energia. La “forma”
esterna (nettissima nel cristallo, modesta nell’acqua, inesistente nel vapore)
indica l’“istruzione” [33]
d’ordine interno in ragione della proporzionalità inversa energia/informazione.
Un atomo di idrogeno possiede più
informazione (maggior complessità strutturale) e meno massa dei suoi
costituenti presi separatamente. Se un protone e un elettrone si assemblano
(con questo che va in orbita intorno a quello) si ottiene un atomo di idrogeno
ed “in più” si forma un fotone ultravioletto molto energetico. Lo stato finale
del sistema rivela che un protone e un elettrone combinandosi, ovvero
connettendo le loro masse per strutturarsi in un atomo, formano un ente che
contiene meno massa ma più informazione, e che la massa mancante si esprime
come un bosone che porta energia libera. Ma siccome l’atomo così formato
possiede meno massa dei suoi costituenti e più informazione, se ne può dedurre
che questa maggior informazione si ha a spese delle masse di partenza. Ciò
significa anche che la massa di arrivo è ad un livello di informazione
strutturale più alto avendo “pagato” in energia per assumerlo: questa è la
modalità con cui da strutture materiali più semplici si passa ad altre più
complesse. Ciò vale in generale, sia per le naturali aggregazioni biologiche
sia per i manufatti e sia per le manipolazioni della natura. L’informazione è
direttamente proporzionale alla complessità di un ente o di un sistema e ove
due entità fisiche, dotate di una certa massa e di una certa struttura interna
(informazione-istruzione), si assemblino, la nuova entità che ne deriva
possiede un po’ meno massa-energia e un po’ più informazione.
Ci sono quindi almeno tre tipi di
informazione negli enti del mondo: l’ hylo-informazione
nelle materie-masse e nei legagenti, la bio-informazione
negli organismi viventi, l’antropo-informazione
nei manufatti e nelle opere dell’uomo.
Dal punto di vista dell’informazione anche la cosmogonia si offre in una
nuova luce. La fase inflazionarla è stata infatti un passare dall’omogeneità
alla differenziazione e con essa all’aumento progressivo di hylo-informazione degli enti che
“facendo-facendosi” hanno pagato in energia. Nulla ci vieta di immaginare
addirittura una pre-hyloinformazione primordiale molto elementare, che potrebbe
verosimilmente esser stata dal più al meno di tipo simile a quella che possiamo
riscontrare nel kenón.
Se alla “origine” c’era un vuoto quantistico simile a quello ottenibile in
laboratorio, l’origine può darsi possedere già un qualche tipo di informazione,
non strutturale ma vettoriale o
tendenziale in senso evolutivo.
L’informazione, quella che disegnerà il
divenire cosmico, la si può pensare di tre tipi: 1°, insita nell’àkeiron,
mare quantistico originario; 2° portata dall’elemento perturbativo; 3°,
coniugazione di entrambe in evoluzione. Quando diciamo che lo stato energetico
e l’hyloinformazione caratterizzano l’essere di una particella, intendiamo
anche alludere al fatto che la materia elementare non essendo “fatta per noi”
non è tenuta a rendersi a noi intelligibile. Abbiamo visto che quando l’homo sapiens “pretende di sapere” dove
stia una particella e a che velocità si muova (che energia possieda) è un
perturbatore che irrompe in una regione della realtà cui è estraneo. Siccome
deve usare strumenti che gli permettano di “vedere” la particella la deve
illuminare da fuori con dei fotoni, deve quindi immettere nel sistema una
quantità di energia “orientata” che lo altera. Nello stesso tempo l’apparecchio
costringe la particella ad uscire dalla sua indeterminazione per congelarsi in
una “determinazione“ a nostro uso, per “mostrarsi” alla nostra percezione e
alla nostra intellezione.
Il collasso della funzione d’onda è un “congelamento” a nostro uso e
consumo di un “passato” della particella uscita temporaneamente dal suo reale
accadere, dove posizioni e velocità sono fluttuanti, casuali e connessi nella complementarità. La RgP è un mondo
sensibilissimo all’energia, dove una massa-energia diventa una altra se vanno o
vengono dei fotoni. I veri protagonisti di questo mondo subatomico, per noi in
buona parte misterioso, sono infatti i quanti,
i “distinti” scoperti da Planck contro l’idea di “materia continua”. Il fatto
curioso è che una certa ritrosia ad ammettere ciò c’è stata persino da parte di
chi ha operato in modo diretto nella ricerca e nella teorizzazione delle stesse
leggi della MQ, a testimonianza di quanto resti forte l’attaccamento alle weltanschauungen teologiche. Lo stesso
Bohr, che pure ha rappresentato l’opposizione ad Einstein nel sostenere
l’indeterminazione del mondo quantistico, si è sempre espresso in proposito con
prudenza. Ciò si rileva persino nella teorizzazione del principio di complementarità, che fissa la doppia natura di
corpuscolo e di onda delle particelle elementari, implicante il fatto che
qualsiasi esperimento che evidenzi l’aspetto corpuscolare di una particella
esclude automaticamente la possibilità di coglierne l’ondulatorio. Egli nel
1937 precisa:
Il
punto di vista della “complementarità” non equivale infatti a una rinuncia
arbitraria all’analisi dei fenomeni atomici, ma è al contrario l’espressione di
una sintesi razionale del complesso di esperienze in questo dominio, che si
estende oltre i limiti entro cui l’applicazione del concetto di causalità è
naturalmente confinato. [34]
Ma nel 1954 chiarisce
ulteriormente:
I
computer quantistici sfruttano proprio la “stranezza” della teoriaper
affrontare compiti troppo complessi per i computer classici. Un bit
quantistico, detto qubit, può esser simultaneamente nello stato 0 e nello stato
1 (cosa ovviamente impossibile per un bit classico). Grazie a questa proprietà,
un computer quantistico riesce a svolgere molti milioni di operazioni allo
stesso tempo. L’informazione è immagazzinata negli atomi, negli elettroni e nei
fotoni. Sotto questo aspetto un computer quantistico è un congegno molto
democratico: ogni particella elementare dà il suo contributo al fine di
conservare e manipolare l’informazione. [36]
9.5 La peirasi e i processi evolutivo-creativi
La peirasi, a cui abbiamo già accennato
(dal greco πείρα = tentativo) la vediamo come la
modalità fondamentale del verificarsi dei processi fisici, chimici e biologici
in quanto “possibili”. I costituenti della materia, ai vari livelli di
assemblaggio ed organizzazione, operano “tentando il tentabile” compatibilmente
con il contesto generale da essi evolutivamente determinato, ma che in qualche
misura retroagisce su essi. Non c’è quindi alcuna continuità nei processi
cosmici ma discontinuità totale, sicché persino un platonico come Barrow
osserva:
Dovremo forse abbandonare questa semplificazione
[della continuità della materia] se vogliamo vedere l’Universo come un vasto
“programma” piuttosto che un grande “schema”. Alla fine si tratterà di
stabilire se le leggi della fisica impongono delle restrizioni alle capacità
estreme di un processo limitandone la velocità, l’ampiezza e la precisione;
oppure se le cosiddette leggi della fisica non sono altro che vaghe e
estrapolazioni delle leggi di calcolo generali che governano un Universo
fondamentalmente discontinuo. [37]
Per
quanto ci si sforzi ideologicamente di vedere nel cosmo continuità, ordine,
necessità, intelligibilità, sistemicità
e così via, tutte queste
caratteristiche, che ci pure ci sono e forse persino prevalgono, non sono mai
assolute né globali e lasciano sempre spazi più o meno ampli ai loro
contrari. Il cosmo è un non-sistema che
contiene sistemi, i quali sono in grado di retro-condizionare i propri
costituenti nel “tentare” vie del divenire
come modalità d’essere della realtà.
La divenienza si esprime attraverso tutte le possibili evoluzioni e mutazioni
compatibili in un sistema, il quale “frena” sempre l’evoluzione in quanto
conservativo. Gli atti evolutivi sono “tentativi d’essere” che solo in minima
parte “generano”, mentre in massima parte “abortiscono”. Non è quindi
necessaria ipostatizzare alcuna esistenza di progetti o disegno “intelligenti”
per spiegare il divenire; esso si svolge attraverso il contingente e
ininterrotto imboccare ogni strada evolutiva possibile. Seth Lloyd osserva ironicamente:
Però se attribuite intelligenza al cosmo non potete
negare la validità di un delle sue più brillanti invenzioni: la selezione
naturale. Per miliardi di anni la progettazione delle nuove strutture è
avvenuta con un certosino e lentissimo lavoro di tentativi ed errori. Ogni
novità nasceva da una piccola fluttuazione quantistica, le cui conseguenze
erano elaborate dalle leggi fisiche. Qualcuna ha funzionato, qualcun’altra no.
Il risultato di questo procedimento siamo noi e tutto ciò che ci circonda. [38]
La grande differenza tra l’evoluzione fisica
e quella biologica è che la prima avviene per peirasi e la seconda per adattamento,
poiché l’essere vivente possiede intelligenza o almeno istinto, l’essere fisico
no. Il fisico procede per iterazione peiratica e “a caso” sinché raggiunge una necessità perpetuativa di strutture e
sistemi. La peirasi non è quindi altro che la versione filosofica di un
principio che in fisica è espresso con l’affermazione: “tutte le interazioni delle particelle che sono possibili di fatto prima
o poi si verificheranno”. Una tesi che è stata chiamata da Murray Gell-Mann
“principio totalitario” e recentemente da Jonathan Flynn “principio anarchico” [39]
In
base a tale tesi non solo ogni interazione possibile accade, ma la tipologia
delle interazioni tra particelle virtuali
è più ampia di quella tra particelle
reali, perché nella virtualità le possibilità sono assai più ampie, sicché
diversi sono i contributi quantistici
(il termine è di Lisa Randall) che concorrono a determinare i tipi di
interazioni. Per
quanto le particelle virtuali abbiano
esistenza effimera sono reali i loro effetti, d’altra parte le particelle reali in certe condizioni
possono trasformarsi in virtuali, che
interagendo possono ritrasformarsi in reali,
ma non necessariamente in quelle di partenza [40]. Analogamente, elettroni e positroni virtuali
interagiscono tra loro emettendo fotoni; ma questi fotoni possono generare
altre particelle virtuali, in un processo mutevole, casuale e teoricamente
infinito [41].
Però anche il cosmo-contenitore ha delle sue virtualità nella misura in cui
gonfia e gonfiandosi è anche l’allontanatore delle cose che contiene. In un
cosmo iper-gonfiato i gravitoni possono diventare così radi da essere
inefficienti, ma all’opposto anche concentrarsi localmente a creare buchi neri.
Le supernove sono fenomeni derivanti dalla
morte di stelle al disopra di una certa massa, mentre le nane bianche nascono
da quelle che ne stanno sotto e così accade per le nane rosse, quelle brune,
per i quasar, per i buchi neri, per le comete, per i pianeti, per gli
asteroidi, ecc. La massa è in generale un fattore determinante per il destino
di un corpo cosmico, tale che per oggetti che si muovono nel vuoto, costanti o
mutevoli, stabili o precari, fluttuanti od orbitanti, solitari od aggregati, è
essa a condizionarli. Dal punto di vista “creativo” sono comunque stelle di
grande massa che esplodendo in supernove determinano localmente quantità
gigantesche di energia attiva che si traduce in creatività. Lee Smolin osserva:
Il collasso di una stella massiccia è qualcosa di
simile alla caduta di un impero autocratico: le cose avvengono partendo
dall’interno verso l’esterno. La prima cosa che succede quando la stella esaurisce
il suo combustibile nucleare è che il nucleo interno della stella sotto la
forza di gravità si contrae fino a diventare denso come un nucleo atomico. Il
che produce un sacco di energia che deve in qualche modo trovare il modo di
uscire. Il nucleo è troppo denso perché la luce [i fotoni] possa allontanarsene
molto e solo i neutrini, che sono in interazione debole con la materia,
riescono a sfuggire. Così, mentre la stella collassa, vengono creati molti
neutrini che trasportano l’energia fuori dal nucleo. [42]
Con
l’energia uscita dal nucleo, “all’aperto”, i fotoni possono estrinsecarsi
liberamente per produrre quella luce intensissima che è la massima che sia dato
vedere nel cosmo, ed ha inizio un nuovo processo creativo delle particelle, che
vanno a formare nuove stelle di varie tipologie secondo peirasi. Di ciò che indichiamo con questo termine l’astrofisico
canadese Hubert Reeves fa una questione di “sapienza” della natura nel dare un
senso all’opera del caso:
Attraverso
uno straordinario rovesciamento delle cose il caso, noto soprattutto come
agente di disorganizzazione e di disordine, diviene ora l’agente stesso
dell’organizzazione. La natura ha “saputo” creare le strutture biochimiche che
consentono di conservare i colpi fortunati e di ignorare invece i suoi
insuccessi. È la “selezione” naturale. Einstein diceva: “Dio non
gioca ai dadi”. Ma è sbagliato. Dio adora giocare ai dadi. E si capisce bene
perché. Nel suo casinò, i simpatici
croupier ignorano i colpi perdenti … Si trattava inoltre di inventare
questo casinò. Come l’uomo preistorico
riuscì a “imbrigliare” il cavallo per farsene un potente alleato, così la
natura, attraverso l’invenzione del DNA, ha imbrigliato il caso. [43]
Il DNA
come frutto oppure, come pensiamo noi, l’esito fortunoso di un certo percorso
evolutivo? In ogni caso la vita non è pensabile come eccezione cosmica, ma
semmai solo come un esempio stupefacente dell’evoluzione cosmica. Nella nostra
visione le supernove sono degli straordinari croupier non-intelligenti e senza che nessun’altra intelligenza
intervenga. Il fenomeno delle supernove induce peraltro due riflessioni: la
prima conferma che la realtà macrocosmica è insieme discreta e caotica in
assenza di qualsiasi continuità, stabilità o determinazione. La seconda è che
essendo solo le stelle massive a finire come supernove, cioè indica l’esistenza
di “macro-soglie differenziali” omologhe a quelle quantistiche. Ricordiamo però
che col bigbang non hanno alcun rapporto perché le supernove sono vere
esplosioni “nello spazio” mentre il bigbang è stato un’espansione “creante
spazio”.
In riferimento a ciò che abbiamo chiamato epigenesi sostruttiva (creazione di
leggi), Smolin nota:
Ma l’energia prodotta nella stella fa sì che si produca
una pressione diretta verso l’esterno che agisce sul gas, perché i fotoni
prodotti nelle reazioni nucleari cercano di sfuggire verso la superficie, il
che fa diminuire la pressione nel centro. Ne consegue che ogni stella scopre un
suo equilibrio stabile in cui questi due processi risultano bilanciarsi l’un
l’altro. La stella mantiene la sua produzione di energia ad un tasso costante
intorno a questa posizione di equilibrio grazie a un processo che funziona
esattamente come un termostato. [44]
Equilibri e disquilibri, termostasi e
sbalzi termici vanno a costituire lo scenario da noi descritto nel capitolo
VIII, fatto di relazioni dinamiche
tra gli enti cosmici in una ridda di ektromasi,
peirasi ed epigenesi. Siccome l’espansione dell’universo accelera, il quadro
si definisce attraverso due macro-causalità opposte, quella che “attira” e
quella che ”dilata”, la prima dovuta ai gravitoni
e la seconda a fantomatici bosoni tipo dilatoni,
forse costituenti la cosiddetta “energia oscura”. All’altro estremo fenomenico
stanno quelli abissi gravitazionali che chiamiamo buchi neri, che ingoiano
tutto compresi i fotoni entro il loro orizzonte
gravitazionale, e le galassie pare siano piene di buchi neri piccoli e grandi,
rotanti e fissi.
[45]
I.Kant, Critica della ragion pratica, Roma-Bari, Laterza 1974, p.197.
[46]
R.Feynman, QED La strana teoria della luce e della materia, cit, p.130.
[47]
C.Tamagnone, Necessità e libertà,
cit, pp.72-74
[48]
Ivi, pp.133-134.
[49]
L.Smolin, L’universo senza stringhe, cit., p.62.
[50]
M.Dorato, Il software dell’universo, Milano, Bruno Mondadori 2000, p.14.
[51]
Ibidem.
[52]
Ivi, p.15.
[53]
Ivi, p.47.
[54]
Ivi, p.50.
[55]
Ibidem.
[56]
Ivi, p.48.
[57]
Ivi, p.53.
[58]
Ivi, p.54.
[59]
Ivi, pp.75-76.
[60]
Ivi, pp.167-168
[61]
M.Gell-Mann, Il quark e il giaguaro,
cit., p.146.
[62]
W.Heisenberg, Indeterminazione e realtà, Napoli, Guida
1991, p.78
[63]
M.Kaku, Il cosmo di Einstein, Torino,
Codice 2005, p.126 (Da: D.Brian, Einstein:
a life, New York, Wiley & Sons 1996, p.185.
[64]
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia
filosofale, Firenze, Clinamen 2007, p. 166.
[65]
Fondamentali in tal senso sono stati gli apporti del chimico-fisico americano
Linus Carl Pauling (1901-1994) che ha fatto importanti scoperte sulla vera
natura del legame chimico e che gli sono valse nel 1954 il Premio Nobel.
[66]
Si ricorda che l’anno-luce è una distanza pari a 9.460.055.000.000 chilometri.
[67]
M.Hack, Dove nascono le stelle,
Milano, Sperling & Kupfer 2004, p.153.
[68]
M.Roncadelli, Aspetti astrofisica della materia oscura, Napoli,
Bibliopolis 2004, p.138
[69]
Ivi, p.136.
[70]
J.Monod, Il caso e la necessità,
Milano, Mondadori 2003, pp.16-18
[71]
Ivi, p. 18
[72]
Ivi, p. 19.
[73]
M.Lachièze-Rey, Oltre lo spazio e il tempo, p.180.
[74]
Aristotele, Opere, 6, Metafisica, Bari, Laterza 1973, p.129.
[75]
Il termine Bildung nasce intorno alla
fine del Settecento in area tedesca e in ambito educazionale (formazione
dell’uomo), ma assume anche il significato più vasto di “sviluppo culturale”.
Sia Herder che Goethe lo assumono; il primo in senso meramente storico, il
secondo in senso vitalistico, poiché il nisus
formativus è sia il “tendere” della sfera del vivente ad assumere sempre
nuove forme (un principio che desume dall’antropologo Johann-Friedrick
Blumenbach) e sia quello della cultura e dell’arte “a farsi formandosi”
evolutivo.
[76]
Abbiamo indicato con formazione il
processo di autocrescita dell’individualità sia dal punto di vista funzionale
(dell’idema) e sia dal punto di vista
ontologico extra-fisico (dell’idioaiterio)
[77]
Nel prosieguo del nostro discorso useremo il termine informazione sottintendendo la duplicità informazione/istruzione.
[78]
N.Bohr, Biologia e fisica atomica (1937), in: I quanti e la vita, Bollati Boringhieri, Torino 1999,
pp.43-44.
[79]
N.Bohr, Unità della conoscenza (1954), in: I quanti e la vita, cit., p.67.
[80]
S.Lloyd, Il programma dell’universo,
Torino, Einaudi 2006, p.8.
[81]
J.D.Barrow, Perché il mondo è matematico?,
cit., p.102.
[82]
S.Lloyd, Il programma dell’universo,
cit., p.192.
[83]
L.Randall, Passaggi curvi, cit., p.239.
[84]
Ibidem.
[85]
Ivi, p.241.
[86]
L.Smolin, La vita del cosmo, cit.,
p.139
[87]
H.Reeves, L’evoluzione cosmica, Milano,
Feltrinelli 1982, pp.173-174.
[88]
L.Smolin, La vita del cosmo, cit.,
pp.162-163.