V. La realtà cosmica tra l’immenso e l’infinitesimo
5.1 Introduzione
In questo capitolo guarderemo
filosoficamente a ciò che la fisica ci offre sulle particelle elementari e sull’insieme
cosmico, assumendo a viatico ciò che Steven Weinberg scrive a conclusione de I primi tre minuti: «Lo sforzo d capire
l’universo è tra le pochissime cose che innalzano la vita umana al di sopra del
livello di una farsa, conferendole un po’ della dignità di una tragedia.» [1] Sappiamo bene che la Relatività è
inconciliabile con la MQ, d’altra parte questa non considera la gravità
(irrilevante a livello quantistico) e quella non considera gli effetti
quantistici (irrilevanti a livello macrocosmico). Se però questa è aporia
insuperabile per la fisica, non é detto che lo sia per la filosofia, poiché non
la priva della possibilità, coi suoi “propri” mezzi d’indagine, di guardare
all’aporia “a suo modo”. Ciò che riguarda la filosofia solo in parte riguarda
la fisica, e viceversa. A noi filosofi interessa l’ontologia, ai fisici
l’esattezza dei calcoli; noi non dobbiamo fare i conti con il quadro cogente ed
ineludibile dei dati né con la loro
compatibilità rispetto a teorie. La
filosofia può “estrarre” il dato fisico, tradurlo, reinterpretarlo ed
utilizzarlo come “tessera analogica” del “proprio” mosaico teorico. Il compito
del filosofo è di mettere in evidenza ciò che la fisica trascura, poiché
ignorandolo o trascurandolo esso si offre alla mistificazione teologica. Il
fatto sia l’atomo che il suo nucleo siano quasi del tutto vuoti e che
l’universo “noto” (il 5% del totale) sia perlopiù vuoto, essendo il “pieno”
costituito dal 73,5% idrogeno, il 24,9% elio e lo 0,7% di ossigeno, mentre il
“pesante” (com’è il carbonio) sia solo lo 0,9%, per il fisico può essere solo
un dettaglio, non per il filosofo.
Se una teoria fisica deve “necessariamente”
attenersi al dato accertato e ripetibile ed astenersi da ogni “andar oltre”
arbitrario (pena l’auto-invalidarsi) la filosofia può farlo senza che venga meno la legittimità
del suo fare ontologia. Lo può perché non deve affatto dar conto alla scienza
di ciò che dice, dal momento che opera (come già sostenevamo [2])
ad un livello differente del conoscere. La filosofia deve appoggiarsi alla
scienza senza esserne ancilla ma
semmai soror: una sorella cognitiva
che nulla ha da suggerirle, nel senso che nulla può aggiungere alle sue
acquisizioni ma può “interpretarla” e coniugarla con l’esistenzialità, elemento dirimente del filosofare. Dobbiamo
ribadirlo: la filosofia può unicamente correlare la realtà materiale (che la
scienza rivela) con la realtà antropica, quella che l’homo sapiens esperisce. Noi, infatti, possiamo ragionare solamente
da uomini (e magari da Dèi!); nulla ci accomuna alle particelle elementari, né
agli atomi, né alle molecole e neppure alle cellule! La filosofia, questa roba
da uomini, deve cercare di leggere, interpretare e trasferire in una weltanschauung plausibile gli elementi
utili che ogni singola branca della scienza offre. Ma per fare ciò deve averli
prima correlati con l’effettualità
antropica reale, esperita ed esperibile da parte dell’homo sapiens comune, ri-verificando a posteriori la compatibilità
della formulazione antropica con la datità
scientifica.
L’intento specificamente filosofico non è
para-scientifico, ma assume dati e concetti che la scienza mette a disposizione
solo come basi gnoseologiche del filosofare, che resta però autonomo dal fare
scienza. È proprio grazie a ciò che diventano possibili letture traslate dei
dati fisici, tali da permettere di astrarre dal linguaggio della fisica e
considerare per esempio i bosoni non
più quali “mediatori” di forze, bensì come “generatori” di esse e leganti-agenti delle particelle. Allo
stesso modo il vuoto quantistico può essere riferito dal filosofo al kenón di Leucippo
quale “culla del divenire”, mentre le equazioni einsteniane della relatività
possono suggerire una specificamente “filosofica” costante di spazio-tempo (cst).
Tutto ciò non pretende alcuna validità scientifica ma esclusivamente euristica
nell’ambito di una ricerca gnoseologica che tenta di sfondare l’orizzonte
filosofico tradizionale in una nuova prospettiva ontologica. Metaforicamente,
potremmo dire che la filosofia può saltare sul carro della scienza e farsi
trasportare sin che il viaggiare su esso è produttivo, dopo di che salta giù e
procede “da sé” e per vie proprie e
specifiche.
5.2
La scienza e i suoi limiti
Il modo di considerare e rapportarsi alla scienza (chiamato naturalismo
o filosofia naturale sino al XVIII secolo) è cruciale per la filosofia e
per il suo svilupparsi e sussistere in quanto tale. Ciò si gioca sul
filo di un conflitto che parte da molto lontano, nel V sec.a.C., quando nella
cultura greca si verifica una vera guerra teoretica tra due concezioni opposte
dell’essere. Atomismo e idealismo, ovvero filosofia naturalistica e teologia
filosofale si sono affrontati in una lotta all’ultimo sangue anche se le
cronache ne tacciono. Come si sa quella guerra l’ha vinta l’idealismo, e da
quel momento la scienza vera ha dovuto accettare un ruolo minore-volgare
rispetto alla nobile-fondante “scienza prima”: la teologia filosofale.
Quell’unica attività conoscitiva fondata sullo studio della natura, ovvero del
mondo reale, ha dovuto configurarsi marginalmente e riduttivamente quasi solo
come aspetto artigiano dell’operare cogitativo umano, perché l’epistéme era esclusivamente
metafisica. Così la teologia di Platone iniziava la sua gloriosa e lunghissima
carriera, seguita da quella di Aristotele che tornerà un pochino nell’alveo della scienza
nel tardo periodo della sua speculazione allorché Teofrasto gli fornirà le sue
osservazioni. Però lo Stagirita resta talmente gravato dal peso dei fondamenti
idealistici ereditati da Platone e non riesce a creare altro che modelli
cosmologici di tipo teologico e considerazione biologiche che ri-traducono in
linguaggio metafisico le vere conoscenze di naturalisti autentici oscuri e
persi nell’anonimato.
Un poco più tardi, all’inizio del III
sec.a.C. il centro della ricerca scientifica si sposterà ad Alessandria, ed è
là che si avrà, a cominciare da Euclide, un fiorire scientifico coniugato con
un modo molto diverso di fare matematica e tecnologia. Per Euclide la
matematica è “funzione” astratta applicata alla natura reale, quella che si
offre all’osservazione e all’indagine, e che può essere “misurata” nei suoi
aspetti e nella sua struttura [3].
Con lui una folta schiera di osservatori producono conoscenza vera, paziente,
cumulativa, progressiva, che costituirà quel complesso, articolato ed oscuro
patrimonio scientifico del quale non sappiamo quanto sia andato perduto e
quanto arrivato a fondare la scienza occidentale, e ciò grazie a figli di
Maometto dal momento che quelli di Cristo (almeno sino al XIII secolo) la
ritenevano frutto del Maligno. La sconfitta dell’atomismo, e con esso del legame
tra riflessione filosofica e ricerca naturalistica ha trovato la sua fossa
nell’assunzione del pensiero di Platone e Aristotele nella teologia cristiana,
costituendo quel connubio idealismo-cristianesimo che dominerà la cultura
europea. Schrödinger ha colto il cuore del problema laddove, dopo aver rilevato
la scomparsa degli scritti degli illuministi ionici e degli atomisti ed invece
la massiccia trasmissione di quelli idealistici, scrive: «Senza dubbio la
preponderanza degli scritti di Platone e di Aristotele che ci furono conservati
è dovuta alla loro importanza per la teologia cristiana. […] Essi furono per
così dire annessi al cristianesimo, su cui esercitarono, come si sa,
un’influenza durevole.» [4]
Il reale fisico va colto a più livelli
d’indagine, dai costituenti-base alle strutture che lo determinano, alle
articolarsi di esse, ai meccanismi interni e alle modificazioni-evoluzioni , cercando cause ed effetti, nascite e morti,
coniugazioni e disgiunzioni, relazioni opposizioni.. In questo quadro generale
articolato e incerto qualsiasi assolutizzazione è devastante, poiché il
conoscere è evolutivo, si costituisce in un “avanti” che si struttura e si
qualifica in gran parte attraverso errori. La scienza sbaglia, e sbagliando si
corregge, e solo correggendosi si avvicina sempre più alla realtà pur senza mai
raggiungerla, poiché i nostri modelli della realtà fisica più profonda o più
remota restano nulla più che “riproduzioni mentali”! O se si vuole “immagini” o
“rappresentazioni” che l’homo sapiens
si fa della realtà cosmica. Anche se la scienza punta all’oggettività i margini
di antropicità restano elevatissimi in numerosi campi dell’indagabile. Ludwig
Boltzmann (1844-1906) è il primo scienziato ad ammettere chiaramente che la
scienza teorica non ha carattere veritativo. Nell’Ottocento era ancora diffusa
la credenza nei poteri illimitati della scienza di rivelare la verità sul
mondo, ma Boltzmann ha capito che l’esperienza viene sempre trascesa dalla
teorizzazione scientifica. Essa idealizza la natura nella misura in cui “dice
sempre molto di più” del dicibile in base ai “dati” reali che l’esperienza
concede. Perciò egli afferma nel 1890:
Ritengo che compito della teoria sia costruire
un’immagine del mondo esterno che esiste solo in noi, che ci serva da guida in
tutti i nostri pensieri ed esperimenti; cioè, per così dire, ci serva da guida
nel compimento del processo di ragionamento […]
È una tendenza propria dello spirito umano crearsi una tale immagine e
adattarla sempre più al mondo esterno. [5]
Un’immagine del cosmo che ci guidi bene e
utilmente con i suoi segni e simboli, la “nostre” forme dell’interpretazione e
della comprensione di esso; accettabile, dice Boltzmann, se accettata come
“nostro” modo di ragionare e rappresentarci intorno al cosmo. È questo un convenzionalismo
onesto, che vede la scienza come un’insieme di opinioni umane produttrici di
un’immagine della realtà sempre migliorabile.
Quasi mezzo secolo più tardi Schrödinger,
diffidente verso l’eccessiva materializzazione della scienza, espone nel 1935,
in Alcune osservazioni sulle basi della
conoscenza scientifica, una critica coerente con la sua forma mentis
di intellettuale complesso e umanista:
Si ammette universalmente che le cosi dette scienze esatte,
come la chimica, la fisica, l’astronomia, perseguono lo scopo di farci
raggiungere verità certe e obbiettive […] Si ammette inoltre universalmente che
la scienza “ci procuri” per davvero questa verità obbiettiva […] si ammette che
tutte le proposizioni della scienza relative al comportamento reale della
materia - ciò che si usa chiamare
scienze della natura – possiedano realmente questo carattere obbiettivo […] Mi
preme insistere sul fatto che, in via di principio, ciò non è vero. [6]
E
prosegue:
È del tutto impossibile sottomettere quest’ipotesi al
controllo dell’esperienza; si può anzi asserire che ogni esperienza che si
potrebbe immaginare a questo riguardo è destinata a fallire, ossia a provare,
se mai, il contrario. La scienza non basta dunque a se stessa, ma ha bisogno
d’un assioma fondamentale che viene dall’esterno. [7]
Schrödinger
ha sempre sostenuto questo principio un po’ provocatorio, ma da quel grande
scienziato che è rimane coerente con i suoi principi filosofici oltre che scientifici.
In realtà egli intende opporsi agli eccessi della radicalizzazione
dell’indeterminismo quantistico e al relativismo scientifico che ne deriva.
Atteggiamento gnoseologico corretto, ma senza dimenticare che la sua scarsa
fiducia nella datità si è poi
rivelata ingiustificata, poiché sono passati ottant’anni (che per la scienza
contemporanea sono molti) e l’indeterminismo del livello subatomico della
materia è stato ripetutamente confermato. Egli aveva del tutto torto e
Heisenberg ragione? I dati gli danno torto, ma gli asserti della scienza non
sono mai definitivi, e sempre in fieri.
Ma ipotesi come le ”variabili nascoste” e simili non hanno avuto alcun seguito
e tutti i tentativi di invalidare la MQ sono a tutt’oggi fallite.
Max Born ci ricorda che gli scienziati
tendono a dimenticare il fatto che non esistono osservazioni scientifiche di
attendibilità assoluta, anche per una certa casualità implicita in esse stesse.
Da ciò il suo monito:
La storia della scienza rivela una forte tendenza a dimenticare
questo fatto. Quando una teoria scientifica è saldamente stabilita e
confermata, essa muta di carattere, ed entra a far parte del sostrato
metafisico della sua epoca: la dottrina si trasforma così in un dogma. La
verità è invece che nessuna dottrina scientifica possiede un valore che vada
oltre quello probabilistico, ed essa è sempre suscettibile di venir modificata
alla luce di nuove esperienze. [8]
Trent’anni più tardi Richard Feynman, sempre
disincantato e ironico, osserverà con una certa amarezza:
Non è la nostra ignoranza degli ingranaggi e delle
complicazioni interne che fa apparire nella natura la probabilità, la quale
sembra invece essere una caratteristica intrinseca di essa. Qualcuno ha
espresso quest’idea così: ”La natura stessa non sa da che parte andrà
l’elettrone.” Una volta un filosofo ha detto: “È necessario per l’esistenza
stessa della scienza che le stesse
condizioni producano sempre gli stessi risultati”. Bèh, non è vero. Anche quando
le condizioni rimangono eguali, non si può predire dietro a quale foro si vedrà
l’elettrone. Eppure la scienza, nonostante tutto, continua ad andare avanti,
anche se le stesse condizioni non producono sempre gli stessi risultati. Certo,
il fatto di non poter predire esattamente quello che succederà ci rende un po’
infelici. […] Quello che è necessario “per l’esistenza stessa della scienza” e
quelle che sono le caratteristiche della natura non devono essere determinate
da pretenziose condizioni aprioristiche, ma dal materiale con cui lavoriamo,
cioè dalla natura. Noi guardiamo, vediamo, troviamo, e non possiamo decidere in
precedenza quello che deve essere. Le possibilità più plausibili spesso
risultano non essere vere. [9]
E a ciò si
associa la straordinaria modestia di vedere nel modo seguente la prassi
scientifica:
In genere, per cercare una nuova legge usiamo il
seguente procedimento. Anzitutto tiriamo a indovinare la forma della legge e
poi calcoliamo le conseguenze della nostra supposizione per vedere quello che
ne deriverebbe se la legge che abbiamo cercato di indovinare fosse giusta. Poi
confrontiamo il risultato del calcolo con la natura per mezzo di esperimenti,
paragonandolo direttamente con l’osservazione e vediamo se funziona. Se non
concorda con l’esperimento, allora la nostra legge è sbagliata, e i questa
semplice affermazione sta la chiave della scienza. [10]
Un
eminente uomo di scienza dotato di grande umanità che con laicità e modestia
guarda ad una realtà fisica che più la si avvicina e più si scopre la nostra
ignoranza su essa.
Roger Penrose è un fisico che non si è mai
accontentato di fare il fisico. Matematico insigne e platonista convinto egli
ha sempre visto gli enti fisici connessi a quelli matematici, ma senza
atteggiamenti ideologici. Il suo contributo all’epistemologia riguarda proprio
il modo di cogliere il nesso tra la matematica e la fisica sperimentale,
“guide” sinergiche della ricerca perché l’astrattezza della prima è controllata
e contemperata dalla concretezza della seconda:
In tutta la storia delle scienze fisiche i progressi
sono stati ottenuti trovando il corretto bilanciamento tra le limitazioni, le
tentazioni e le rivelazioni matematiche, da una parte, e dall’altra, la precisa
osservazione delle azioni del mondo fisico, di solito per mezzo di esperimenti
accuratamente controllati. Quando la guida sperimentale viene a mancare, come nella maggior parte
dell’attuale ricerca fondamentale, questo bilanciamento non funziona più. La
coerenza matematica è ben lungi dall’esser un criterio sufficiente per dirci se
è probabile che siamo sul giusto cammino. [11]
In assenza
della verifica sperimentale, il criterio di preferenza di una teoria rispetto
ad altre può darsi “per moda”, specialmente se c’è bellezza matematica. Osserva
ancora che: «La competizione, spesso frenetica, scatenata da questa facilità di
comunicazione, porta a “schierarsi dalla parte dei più”, perché i ricercatori
temono di essere lasciati indietro se non partecipano». [12]
Il fascino matematico costituisce quindi un problema serio per la fisica teorica.
Aggiunge:
Il noto filosofo della scienza Karl Popper ha fornito
un criterio ragionevole per l’ammissibilità scientifica di una teoria proposta,
e precisamente che sia osservazionalmente falsificabile. Ho però paura
che sia un criterio troppo rigoroso e che in definitiva rappresenti un punto di
vista sulla scienza troppo idealistico per questo mondo attuale di “grande
scienza”. [13]
Penrose
dice eufemisticamente “troppo rigoroso” per non dire meramente logico,
idealistico, astratto e forse “troppo alla moda”.
Il falsificazionismo di Popper (1902-1994)
è stato infatti un tipico fenomeno “di moda”: tanto bello quanto inutile.
Abbiamo già visto che l’epistemologia [14]
ha in lui un grande protagonista, molto critico verso lo sperimentalismo e
l’induzione, ma essa in realtà ha percorso anche altre strade. I primi
tentativi di analizzare il pensiero scientifico risalgono al ‘700, ma è solo
verso la fine dell ‘800 e poi nel ‘900 che ha straordinari sviluppi, spesso
solo come uno dei rivoli di quella ”ermeneutica infinita” che caratterizza il
pensiero contemporaneo, perlopiù incapace di produrre nuove idee e ripiegato
sulla reinterpretazione delle vecchie. Essa però è presto diventata terreno di
scontro tra due visioni opposte della scienza, quella illuministica, che
privilegia l’osservazione e la sperimentazione, e quella idealistica, che
privilegia la teoria e la logica. L’intento dell’epistemologia idealistica:
tornare a Platone e rifarsi a Cartesio, Spinoza, Leibniz, Hegel.
Tra gli epistemologi neopositivisti Hans
Reichenbach (1891-1953), allievo di Cassirer,
di fisici come Planck, Einstein e Born, e di matematici come Hilbert,
porta la sua attenzione sui problemi della fisica con un saggio del 1928 dal
titolo La filosofia dello spazio e del tempo. È convinto del prevalente
carattere probabilistico della conoscenza scientifica e si oppone alla logica,
che favorisce un operare scientifico astratto, che mortifica l’osservazione e
l’esperimento. Pensa anche che l’induzione resti il fondamento dell’operare
scientifico perché è capace di autocorreggersi. Indica col termine di interfenomeni
gli accadimenti subatomici, oggetto della MQ, perlopiù inosservabili e
richiedenti un approccio euristico di tipo differente dagli enti macroscopici,
con procedimenti inferenziali specifici molto complessi. Nel 1944 scrive in Philosophic
Foundation of Quantum Mechanics (I, 6) che: «Gli interfenomeni si
costruiscono nella forma di una interpolazione interna alla sfera fenomenica.
La differenziazione tra essi e i fenomeni trova analogia in meccanica
quantistica tra ciò che non è osservabile e ciò che invece lo è.»
In ambito francese, e prima di Reichenbach,
emerge la figura di Gaston Bachelard (1884-1962), pensatore con poca esperienza
scientifica ma con un solido back ground umanistico. Anch’egli si oppone
al logicismo astratto ed include nelle sue analisi considerazioni
storiografiche, sociologiche e psicologiche, ampliando così l’orizzonte
dell’epistemologia. Ciò che lo caratterizza è la validazione dell’elemento
immaginativo all’interno del procedere scientifico quale elemento determinante
di molte intuizioni innovative. Se in ambito austro-tedesco, almeno in un primo
tempo, era posto il primato dell’empiria, il francese intende superarla in una
visione più complessa, auspicando una maggior razionalizzazione che egli chiama
”noumenica” proprio in contrapposizione a quella fenomenica. Scrive nel 1934:
La realizzazione del razionale nell’esperienza fisica
coincide con un realismo tecnico che è uno degli elementi caratterizzanti dallo
spirito scientifico contemporanea, molto differente da quello del passato,
lontano dall’agnosticismo positivista, dalle tolleranze del pragmatismo e senza
alcuna relazione col realismo filosofico della tradizione. Si tratta infatti di
un realismo di seconda istanza che reagisce contro la realtà del senso comune
entrando in polemica con l’immediatezza di esso: si tratta invece di un
realismo fatto di ragione realizzata e di ragione sperimentata. Il suo reale
non viene respinto nell’ambito dell’inconoscibile ”cosa in sé”. Mentre la cosa
in sé è noumeno per esclusione dei valori fenomenici, il reale scientifico ci
pare invece costituito da una trama noumenica che indica le linee della sperimentazione.
[15]
Evidente
in Bachelard l’intendimento di riformare la visione della scienza nei suoi
opposti, sottraendola sia all’empirismo che al criticismo spiritualistico.
Proponente di una “filosofia del “non” (ma riformatrice più che negatrice) ritiene
che empirismo e razionalismo vanno coniugati in una prospettiva “bipolare”.
Contro Cartesio auspica il dubbio sull’”acquisito” con uno “sforzo di novità”
che guardi avanti, ma rivendica anche il recupero, contro gli eccessi del
materialismo riduzionistico, di concetti come quello di”spirito”, però non in
senso metafisico:
La scienza suscita un mondo, non più per un impulso
magico immanente alla realtà, ma per un impulso razionale, immanente allo
spirito. Dopo aver formato con i primi sforzi dello spirito scientifico una
ragione a immagine del mondo, l’attività spirituale della scienza moderna è
impegnata a costruire un mondo ad immagine della ragione. [16]
Se
Bachelard in Francia avrà seguaci che utilizzeranno e le sue posizioni per
sviluppi di carattere eminentemente sociologico, in Austria, dopo Reichenbach,
ci sarà una notevole messe di studi per formulare una ”visione della scienza”
su base logica, ma che tenga comunque conto delle necessarie verifiche
osservative ed empiriche. In seguito gli intenti da logici diventano presto
“linguistici”, sì da contrapporre la linea “teorico-logica” alla “sintattica”,
l’osservativo-sperimentale.
Su tale linea è importante Rudolf Carnap
(1891-1970), convinto che il linguaggio logico formale possa essere tradotto in
forme descrittivo-linguistiche. Negli anni ’40 emigra negli USA e là sviluppa
un’epistemologia sempre più distaccata dall’empirismo e sempre più astratta.
Nel 1934 scrive:
Per problemi oggettivi si devono intendere quei
problemi che riguardano gli oggetti del campo considerato, come ad esempio
indagini circa le proprietà e le relazioni di tali oggetti. I problemi logici,
d’altra parte, non si riferiscono direttamente agli oggetti, bensì alle
proposizioni, ai termini, alle teorie ecc. […] Naturalmente, in un certo senso,
anche i problemi logici sono oggettivi, in quanto si riferiscono a determinati
oggetti – cioè a termini, proposizioni e simili – vale a dire agli oggetti
della logica. [17]
Si
comprende bene quale errore filosofico grossolano sia il ritenere che se un
discorso logico si occupa di oggetti logici determinati sia per ciò stesso
oggettivo. Il Carnap che ha rifiutato la metafisica torna ad impantanarsi con
essa attraverso la logica. Ne abbiamo la prova poco più avanti:
Prescindendo dai problemi delle singole scienze, gli
unici genuini problemi scientifici son quelli dell’analisi logica della
scienza, delle sue proposizioni, termini, concetti, teorie e simili. A questo
complesso daremo il nome di logica della scienza. […] In base a questa
concezione, una filosofia che è stata purificata di tutti gli elementi non
scientifici, non rimane altro che la logica della scienza. [18]
Se i
”genuini” problemi scientifici sono quelli della logica della scienza
carnapiana non ci si stupirà del fiorire a cavallo della metà del ‘900 di
“logicismi” dove la logica si rifà a modelli matematici e li coniuga con lo strutturalismo. Una “pan-logica” che dopo aver detto di voler
mettere in un angolo la metafisica (sotterrando osservazione ed esperimento) la
rifonda come “struttura linguistica”.
Le teorie scientifiche sono oggetti mentali
in parte misteriosi e nuove ontologie teoriche subentrano alle vecchie e spesso
i miti si affermano come palingenesi di un “vecchio” riconfezionato “a nuovo”.
Solo la critica di Kuhn ci pare emergere come valida sullo sfondo di uno
scenario epistemologico ozioso ed abbastanza mitizzato. Un relativizzatore
disincantato che con chiarezza ha individuato l’esistenza di statiche “cornici”
culturali che ha chiamato “paradigmi”. Ebbene, anche un fisico di professione
come Heisenberg affronta il problema ribadendo che sia la fisica classica che
quella quantistica sono “giuste a loro modo”, sicché il “modo” di una teoria si
manifesta in una “chiusura”, che è anche coerenza interna, nel senso che la sua
validità esplicativa e predittiva non riguarda la realtà tutta, ma solo un
certo livello di essa. Si tratta all’incirca di ciò che pensiamo anche noi ma
da premesse differenti, poiché egli pensa che la materia sia “una”, mentre noi
pensiamo che siano “molte” .
Heisenberg indica quattro teorie chiuse nella scienza moderna: la
meccanica newtoniana, la teoria di Maxwell insieme con la RelR, la
termodinamica e la meccanica statistica, la MQ. I requisiti di un teoria chiusa sono: 1°, essere coerente
e priva di contraddizioni al suo interno; 2° descrivere in maniera accettabile
l’esperienza. Una teoria chiusa funziona egregiamente sinché «la scoperta di nuovi gruppi di fenomeni,
che non possono esser ordinati per mezzo dei vecchi concetti, ci dice che a
questo punto abbiamo raggiunto il [suo] limite.» [19] Relativamente al suo “contenuto di verità” il
Nostro precisa che:
Quanto vorremmo che con altrettanta chiarezza
e consapevolezza molti professionisti dell’epistemologia si esprimessero circa
i contenuti delle teorie scientifiche! La dicotomia qui posta tra i “concetti” della
teoria e il “mondo” delle esperienze è importante punto gnoseologico; non si
può mai sussumere l’esperienziale nel teorico, ma occorre trovarne la
correlazione in termini di “funzionamento”.
I
limiti della scienza sono enormi e soltanto essendone consapevoli è possibile
fare di essa il faro che illumina il cammino della conoscenza. Ma i limiti sono
enormi non tanto a livello teorico, per le insufficienze mentali dell’homo sapiens, ma molto più per quei
limiti tecnologici che impediscono all’osservazione e all’esperienza di
procedere oltre certe barriere insormontabili che rendono irraggiungibile
qualsiasi datità. I telescopi, i
microscopi, le bottiglie di Leida, i manometri, i contatori Geiger e tutti gli
altri gloriosi strumenti del nascere e affermarsi del pensiero scientifico sono
lontani. Oggi per scoprire cose nuove ci vogliono soldi, tanti soldi, e la
scienza pura divora soldi senza offrire prospettive sicure di ritorno
economico. Per scoprire come è fatto il mondo subatomico e quali sono stati i
processi che dal bigbang hanno portato all’oggi ci vogliono acceleratori di
particelle dai costi proibitivi. Per produrre il “nucleare pulito”, la fusione
dei nuclei, ci vogliono tecnologie ancora molto lontane ed anche solo per
rilevare un neutrino occorre scavare nel profondo le montagne per avere in
laboratori sotterranei schermi tali da riuscire a “fermarlo”. Pensare e inventare teorie è sempre facile, è
lo scoprire che è difficile!
5.3 Uno sguardo alla fisica contemporanea
La situazione attuale delle conoscenze
fisiche vede la Relatività riconosciuta e acquisita, mentre sia il Modello
Standard (per le sue carenze e per qualche elemento ad hoc) e sia la MQ (per i suoi elementi controversi) ne sono aspetti
critici. L’uno e l’altra funzionano in maniera soddisfacente per calcoli,
misure e previsioni, ma le controversie sono numerose e special,mente il MS è
precario con l’accavallarsi di nuove teorie, a volte compatibili a volte
incompatibili con esso. Sono molti però i fisici che non nutrono dubbi sulla
sua validità, tra questi Steven Weinberg, che ha scritto:
Nell’ultimo
decennio una teoria particolareggiata del corso degli eventi verificatisi alle
origini dell’universo è stata ampiamente accettata come “modello standard”. Non
è cosa da poco saper dire esattamente com’era l’universo alla fine del primo
secondo o del primo minuto o del primo anno. Per un fisico non c’è nulla di più
gratificante del riuscire a elaborare le cose numericamente, dell’aver la capacità
di dire che in un determinato momento la temperatura, la densità e la
composizione chimica dell’universo avevano determinati valori. [21]
Il punto di vista di un teorico che ragiona
pragmaticamente, posizione che potrebbe venire riassunta nell’asserzione: «È
vero perché funziona.»
Molto altri non la pensano così, ritenendo la posizione dei pragmatici
discutibile, poiché l’incompatibilità tra la Relatività e la MQ, le due teorie
dell’ estremamente grande e dell’estremamente piccolo, induce a proporne il
superamento in una TOE che li coniughi. Il perseguimento di questa è
ragionevole? Certamente, a patto di non volerla raggiungere “a tutti i costi”,
poiché non è detto che unificare significhi capire e il pensare sempre che la
realtà fisica debba essere semplice può indurre su strade sbagliate. Si tratta
di una vecchia storia, che inizia nell’Ottocento con Laplace, e che ripropone
puntualmente un “dover essere “ rispetto al “così si rivela”. Attribuire
all’ignoranza una soluzione teorica insoddisfacente è un “classico” della
storia del pensiero scientifico, ed Einstein si è arrovellato tutta la vita per
cercare di superare la MQ ed i suoi aspetti indeterministici, correndo
avventure teoriche poi rivelatesi sterili. È commovente
come nella sua onestà intellettuale egli scrivesse nel 1940:
Alcuni fisici, trai quali io, non riescono a credere
che si debba abbandonare, subito e per sempre, l’idea di una rappresentazione
diretta della realtà fisica nello spazio e nel tempo; oppure che si debba
accettare il punto di vista secondo cui gli eventi naturali sono come un gioco
del caso. E dato a ogni uomo di scegliere la direzione del proprio sforzo; e
inoltre ogni uomo può trarre un conforto dalle meravigliose parole di Lessing,
secondo cui la ricerca della verità è più preziosa del suo possesso. [22]
Soffermiamoci
su tre parole. La prima è l’aggettivo “diretta”, il suo uso rivela che Einstein
credeva fermamente che la realtà fosse deterministica. La seconda è “gioco”,
con cui il credente panteista non può ammettere che Dio giochi né col cosmo né
con gli uomini. La terza è “verità”: il grande Albert è convinto che essa
esista e che la si debba perseguire col massimo sforzo. Altri “grandi” della
fisica, da Schrödinger, a Bohm a Penrose per citarne alcuni, erano altrettanto
convinti che l’universo “debba” essere sia unitario che deterministico, un
Uno-Tutto definito e intelligibile creato da un principio divino.
Per un’informazione sommaria ricordiamo che la fisica contemporanea si
fonda su quattro blocchi teorici: la relatività
ristretta o speciale (RelR), la relatività
generale (RelG), la meccanica
quantistica (MQ) e il modello
standard (MS). Ad essi possiamo aggiungere la teoria M, lo sbocco ultimo delle stringhe, una TOE che include superandole sia la RelG che la MQ:
gli elementi della materia sarebbero le superstringhe
e le brane, con uno spazio a 11
dimensioni, di cui quattro visibili (tre spaziali e una temporale) e sette
invisibili (compattate e nascoste). Essa, tra l‘altro, è compatibile con la
RelG, perché questa ammette qualsiasi numero di dimensioni. La relatività è stata teorizzata da
Einstein in due tempi (1905 la RelR e 1916 la RelG) e pare quindi fondamentale
per qualsiasi teoria ulteriore. La RelR, rivelatrice dell’equivalenza
masse/energie in funzione della velocità della luce c (E=mc2), si coniuga bene con la MQ ed ha con essa un rapporto stretto
in riferimento al mondo subatomico. La RelG ha aperto uno scenario del tutto
nuovo sulla macro-realtà, mettendo in mora spazio e tempo assoluti, unificando
meccanica ed elettrodinamica e superando alcuni aspetti paradossali insiti
nella teoria di Maxwell sulla carica elettrica in rapporto al magnetismo.
Inoltre propone un’unità delle dimensioni cosmiche e fornisce la nuova lettura
della gravità come “curvatura” dello spazio-tempo generata dall’azione delle
masse .
La MQ nasce dopo che Max Planck nel 1900 scopre che la realtà fisica non
è continua ma discreta, fondata su
“quanti elementari d’azione”. Il quanto
è l’unità di energia/massa e misura le grandezze microfisiche in rapporto a
quel coefficiente fisso (6,625 x 10 - 27 erg/sec) che è la costante di Planck (h). Su questa base Einstein può dimostrare che i fotoni si
comportano sia come onde che come corpuscoli. Un ulteriore importante passo si
ha quando Niels Bohr fornisce un nuovo modello della struttura dell’atomo
mettendo in mora quello di Rutherford (simile a un minuscolo sistema solare”
col nucleo al centro e gli elettroni orbitanti attorno). Bohr dimostra che se
così fosse gli elettroni si schianterebbero quasi immediatamente sul nucleo, e
che essi, invece, ”saltano” continuamente su orbite differenti (senza mai
scendere al disotto di quella di energia minima) in una sorta di danza
indeterministica definita talvolta “nebbia elettronica”. Il modello di Bohr
verrà poi superato da altri più raffinati e la MQ procederà nei suoi sviluppi
grazie ad importanti contributi di Louis de Broglie, Dirac e altri, ma
soprattutto di Werner Heisenberg, che nel 1925 definisce il modello della MQ in
termini che sono rimasti sostanzialmente immutati.
Con Heisenberg si consuma la definitiva
cassazione della meccanica classica per il mondo subatomico, determinando
quella dicotomica frattura teorica col mondo macroscopico che tanto infastidiva
Einstein. Ne deriva la matematizzazione dell’atomo in quanto graficamente
irrapresentabile, intuibile solo come intensità e frequenze di radiazioni
emesse, sicché egli propone addirittura di vedere l’atomo solo come un
“matrice” numerica generatrice di energia. Ma è Erwin Schrödinger nel 1926 a
tornare a vedere gli elettroni come “cose”, o meglio come “pacchetti d’onde”
orbitanti intorno al nucleo, in termini che permettono di riconsiderarli
“oggetti” e quindi fenomeni interpretabili secondo la fisica classica.
L’ipotesi pare convincente, ma poi la cosiddetta “interpretazione di
Copenaghen” di Max Born dimostra che quella dell’elettrone non è un’onda
“fisica” misurabile, ma solo un “onda di probabilità”. È una conclusione
epocale, che mette definitivamente in crisi la concezione deterministica della
realtà fisica; ma i “realisti-deterministi” come de Broglie, Schrödinger ed
Einstein non si daranno mai per vinti, dando inizio ad una serrata battaglia
concettuale che infiamma tutt’ora il mondo scientifico. Einstein porrà il suo
paletto con la celebre frase «Sono convinto che Lui non gioca a dadi col
mondo.», non il Dio-Volontà biblico ma il Dio-Necessità spinoziano. Da ciò la
dichiarazione di fede: «Credo nel Dio di Spinoza che si rivela nell’armonia di
tutto ciò che esiste, ma non in un Dio che si occupa del destino e delle azioni
degli esseri umani.» [23]
L’ulteriore tappa della MQ la fissa ancora
Heisenberg nel 1927 col Principio di
Indeterminazione, che sancisce il fatto che la legge di causalità (dato il
presente si può calcolare il futuro) non vale per il mondo subatomico. Per
contro Heisenberg non condivide la conclusione di Bohr che la particelle
quantistiche siano nel contempo onde e corpuscoli, e sarà de Broglie a
dimostrare che ha ragione il danese, esistendo una complementarità
onda-corpuscolo relativa a tutta la materia elementare. Questa “può” esistere
in entrambi i modi ma mai contemporaneamente, quando è onda non può essere
corpuscolo e viceversa. Di fronte a tali bizzarrie Einstein inizia la sua
strenua battaglia teorica che lo terrà impegnato sino alla morte seguito da un
schiera di fedeli adepti. Nel 1933 con la collaborazione di Boris Podolski
e Nathan Rosen egli cerca di dimostrare
che la MQ è una teoria incompleta. Utilizza un “esperimento mentale”, noto come
Paradosso EPR (dalle iniziali dei proponenti), che intende mettere in
discussione la realtà dell’entanglement,
la non-località della particella. Ma è smentito, prima da John Bell all’inizio
degli anni ’60 e poi, definitivamente, da Alain Aspect nel 1982. La MQ ha
vinto, malgrado ciò, ancor oggi, molti sperano che sia falsa.
A base della validità di essa stanno
evidenze sperimentali che dimostrano, ancora una volta, come le teorie possono
essere bellissime ma false e bruttissime ma vere, essendo solo l’esperimento
giudice della validità. John von Neumann nel ’32 è categorico nel difenderla e
combatte a spada tratta l’ipotesi delle misteriose (e mistiche) “variabili
nascoste” di Einstein, ma nel 1952 David Bohm, riesce a riproporle in maniera
plausibile, come abbiamo visto. Ma è poi un semplice esperimento, quello “delle
due fenditure”, a porsi come nodo gordiano nell’interpretazione della MQ,
aprendo un nuovo orizzonte in cui indeterministi e deterministi si affrontano.
Nasce anche il famoso paradosso del vivo/morto “Gatto di Schrödinger”, col
quale, assumendo come veri gli assunti della MQ “di Copenaghen”, ci si trova di
fronte al fatto che un ente hyletico reale metaforizzato e rappresentato con un
gatto, se posto all’interno del mondo meccanico-quantistico diventa
contemporaneamente vivo e morto. Ciò è correlato al famoso problema
“dell’osservazione”, che col suo irrompere nel mondo subatomico fa sì che la
particella debba “scegliere” dove stare e che energia avere. Tra chi afferma
“non può essere così” e chi ribadisce che “eppure è così” si dipana una
polemica mai sopita.
Il Modello Standard ha anch’esso una gestazione lunga e complessa, più
comprensibile viste le sue carenze, le sue fasi e i vari correttivi. Essendo
poi a livello macrocosmico la gravità determinante per formazione e
fenomenologia di stelle e galassie è chiaro perché il MS sia “incompleto”.
Tuttavia, per ciò di cui si occupa, è attendibile e a tutt’oggi è anche l’unica
teoria cosmogonica sufficientemente suffragata da dati sperimentali, calcoli e
previsioni. Soffermiamoci ora sul big-bang,
immaginato erroneamente come un’esplosione (fenomeno chimico-fisico che avviene
in uno spazio che preesiste col rapidissimo passaggio di un solido o un liquido
a gas). Il bigbang non può esser visto come un esplosione perché non avviene
“nello spazio” ma “crea spazio” per raffreddamento e decompressione. Il MS
descrive bene la natura e l’azione di tre dei quattro bosoni: fotoni, gluoni e nucleodeboli. Si
può aggiungere che se i fermioni sono
gli ingredienti del cosmo, i bosoni
ne sono i cuochi, coloro che li mettono e li tengono insieme in quel pranzo
magnifico che è l’universo [24].
Essi, inoltre, presentano un carattere molto importante anche ai fini
tecnologici, non sono soggetti al principio
di esclusione di Pauli, poiché mentre due fermioni non possono stare nello
stesso posto i bosoni possano sovrapporsi e accumularsi (come i fotoni nel laser).
I fotoni poi possono essere anche
“virtuali”, potendo fungere da puri vettori di “energia di scambio” e sono tali
quelli che si sprigionano dal vuoto.
Così ne parla Robert Oerter:
Un fotone reale, ovviamente, si muove lungo una linea
retta, ma il fotone del diagramma [di Feynman] è un fotone virtuale, e la linea
ondulata non rappresenta il suo vero cammino; il fotone virtuale percorre tutti
i cammini, proprio come l’elettrone. [25]
La virtualità è uno stato aurorale e
pre-elementare dell’ente hyletico; tale condizione è caratterizzata da
un’aleatorietà totale. La virtualità particellare implica anche la possibilità
di superare la c, che abbiamo visto
come costante di spazio-tempo (cst)
del mondo “reale”, non di quello “virtuale”. E tuttavia la virtualità pre-forma
la realtà, sì che Oerter può precisare: «Le particelle virtuali
possono sembrare troppo strane per essere importanti nel mondo reale, ma sono,
a dire il vero, indispensabili.» Se si considera infatti la relazione di due
elettroni stazionari in un atomo, essi, dovendosi respingere, rivelano la
presenza tra loro di una certa “forza” fotonica. Ma questi fotoni si
caratterizzano per energia, quantità di moto e tempo di vita «a prestito» [26]
Distingue anche i fermioni dai bosoni lo spin, una proprietà intrinseca di tutti
gli enti hyletici, simile a una rotazione della particella intorno a un asse
interno, il cui valore è intero nei bosoni
e frazionario nei fermioni. Abbiamo
già visto che con lo spin la
particella può esser visualizzata come una trottola che ruota su se stessa
mentre si sposta, ma il concetto è così fondamentale che (a costo di qualche
fastidioso tecnicismo che vorremmo evitare) è il caso di spender qualche parola
in più citando come due grandi fisici vedono il fenomeno. Cominciamo con Gerard
‘t Hoft che scrive:
Una
caratteristica specifica delle particelle piccole è che esse possono ruotare
sul proprio asse. Come le palle da tennis e da biliardo possono ruotare su se
stesse, ma non “nello spazio”, bensì “in sé”. E in più c’è un’importante
differenza con le palle con cui giochiamo: che l’entità dello spin è fissa per
ogni particella. Lo spin (più esattamente il momento angolare,
approssimativamente massa x raggio x velocità di rotazione) può essere misurato
in multipli della costante di Planck divisa per 2п. Misurato in questi termini, secondo la meccanica
quantistica lo spin di ogni oggetto deve essere sempre o un numero intero o un
numero semintero, cioè un numero intero
più ½. [27]
Vediamo
ora come Stephen Hawking spiega quest’importante fattore quantistico:
Queste particelle [tutte] hanno una proprietà chiamata
spin. Un modo per pensare allo spin consiste nell’immaginare le particelle come
piccole trottole che ruotano intorno a un asse. Quest’immagine può però esser
sviante poiché la meccanica quantistica ci dice che le particelle non hanno un
asse ben definito. Essa ci dice realmente lo spin di una particella è l’aspetto
di abbia da direzioni diverse. Una particella di spin 0 è come un punto; essa
appare sempre uguale da qualsiasi direzione la si guardi. Una particella di spin
1 è invece come una freccia; essa ci presenta aspetti diversi se guardata da
direzioni diverse. La particella riprenderà lo stesso aspetto solo dopo una
rivoluzione completa (di 360 gradi). Una particella di spin 2 è come una
freccia con due punte, una a ciascuna estremità; essa riprenderà lo stesso
aspetto solo dopo aver compiuto una semirivoluzione (180 gradi). Similmente,
particelle di spin maggiore riprenderanno lo stesso aspetto dopo una frazione
minore di una rivoluzione completa. Tutto questo sembra abbastanza semplice, ma
il fatto notevole è che ci sono particelle [i fermioni] che non tornano ad
avere lo stesso aspetto dopo una rivoluzione completa, bensì solo dopo due
rivoluzioni complete. Queste particelle si dice che hanno uno spin di 1/2 (o spin
semintero). [28]
I bosoni,
i legagenti del cosmo, possono avere
spin 0, 1 o 2, i fermioni 1/2. Questi si raggruppano in tre “famiglie” per un
totale di trenta particelle tutte determinabili sperimentalmente essendo legate
dai loro valori. Essi sono divisi in due categorie in base alle masse: i
leggeri leptoni (soggetti alla
legagenza nucleare debole e all’elettromagnetismo) e i pesanti barioni (protoni e neutroni [29]),
costituiti da 3 quark non isolabili [30]
ma “confinati” dai gluoni all’interno di protoni e neutroni (formati da 3
quark) e di mesoni (formati da 2 quark). La legagenza gluonica (al contrario di
quella gravitazionale) aumenta con la distanza, è quindi come se fosse un
elastico che più lo si tende e più acquista forza tendendo a ritornare allo stato
iniziale e così facendo stringe i quark all’interno dei nuclei. La seconda e la
terza famiglia di fermioni non esiste in natura, si producono solo negli
acceleratori di particelle, ma decadono subito nei loro corrispondenti della
prima famiglia, quella dell’universo reale. Un’ultima nota sui neutrini: sono
particelle misteriose, ritenute prive di massa o quasi (si parla di valori tra
0,5 a 10 eV = da 1/1000 a 1/20.000 della massa
dell’elettrone), che non interagiscono con altre forme di materia all’infuori
dei bosoni nucleodeboli. E tuttavia questi, avendo un raggio d’azione molto
minore delle dimensioni del nucleo, nei loro confronti sono praticamente inerti.
I
neutrini attraversano l’universo da un capo all’altro, compresi i nostri corpi,
in un flusso continuo e massivo, essendo la loro quantità valutata in numero di
1 miliardo per m3 di spazio cosmico. Si sono
formati in gran parte nelle prime fasi espansive dell’universo, ma saltano
fuori in ogni fusione o fissione nucleare che avvenga nelle stelle, durante
l’esplosione delle supernove, ma anche in piccola quantità da rocce terrestri.
Il Sole è un grande produttore di neutrini (1038/sec.) e il
flusso che colpisce la Terra è valutato in numero di 60 miliardi/sec./cm2,
che ovviamente noi non percepiamo e che è rilevabile solo sperimentalmente e
con enorme difficoltà. Ma persino noi, vivendo, produciamo neutrini, pare in
misura di circa 20 mg. a testa, poiché il nostro corpo reca tracce di potassio
- 40 che è radioattivo, sì da poter ritennere che ognuno di noi produca in media
e pro die circa 300 milioni di
neutrini che si disperdo nel cosmo quasi alla velocità della luce [31]
.
Un grande conoscitore dei neutrini è Leon
Lederman, che grazie ai suoi studi su essi ha ottenuto il Premio Nobel nel 1988.
Nel suo The God Particle, dedicato
all’higgsone (il bosone di Higgs) e
al Modello Standard egli riserva qualche spazio ai neutrini, sottolineando come
loro caratteristica importante sia la chiralità,
la capacità del loro spin di andare sia in senso orario (destrorso) che
anti-orario (sinistrorso). Si tratta di un’importante simmetria, supposta
originaria degli inizi dell’universo e poi annullata proprio dall’higgsone come
generatore di massa. Un’altra particolarità dei neutrini è di aver origine da interazioni
deboli e di avere una reattività bassissima con le altre particelle, sicché, ci
dice Lederman:
La
probabilità che un neutrino subisca una collisione attraversando una lastra
d’acciaio spessa due centimetri è uguale a quella di trovare, in un bicchier
d’acqua dell’Atlantico raccolta a caso, una piccola gemma gettata, sempre a
caso, nell’immensità dell’oceano. Eppure, nonostante la sua mancanza di
proprietà [reattive], il neutrino ha un’enorme influenza nel corso degli
eventi. È la fuga di un numero immenso di neutrini dal nucleo,
per esempio, a scatenare quelle esplosioni stellari che spargono nello spazio
elementi pesanti appena cucinati dentro una stella ormai condannata alla fine.
Dopodiché i detriti dell’esplosione si riaggregano, ed è ad essi che si devono
il silicio, il ferro e le altre buone cose che troviamo sui pianeti. [32]
Ciò che
interessa in questa notazione è che la fisica contemporanea ci pone di fronte a
realtà che sconvolgono un poco i nostri criteri di valutazione di forza o
debolezza, di importanza o insignificanza, di presenza o assenza posti della
fisica classica imperante sino al 1920 circa. E non già perché essa sia
sbagliata, ma semplicemente perché avulsa dal mondo elementare delle
particelle.
Per ogni particella di materia
c’è una simmetrica di antimateria, ma
siccome nel cosmo attuale prevalgono le prime, le seconde sono presente solo
come elementi transitori di fenomeni subatomici provocati artificialmente negli
acceleratori. Per ogni ente hyletico subatomico (ma non subnucleare) con un
certa carica elettrica esiste il simmetrico di carica contraria [33];
così l’elettrone (e -), con carica -1, ha
l’anti-elettrone (e+), a carica +1, chiamato
positrone. I simmetrici non possono coesistere e incontrandosi si annichilano
istantaneamente producendo energia sotto forma di fotoni. Analogamente un
protone, (a carica +1), e un antiprotone (-1) si annichilano formando pioni (di 3 tipi) che subito decadono in
muoni + neutrini + fotoni. È possibile anche realizzare artificialmente il
processo inverso (la “creazione di coppie”); per esempio: sparando un fotone ad
alta energia contro un nucleo si può creare (per un tempo infinitesimo) la
coppia elettrone-positrone. L’annichilazione, a dispetto del suo etimo, non
produce il nulla né viola il principio di conservazione di massa-energia; c’è
solo un passaggio di materia a energia, e da questa si può ricreare quella col
processo inverso, conferendo una quantità di energia pari a quella che si
libera nell’annichilazione.
I bosoni
sono perlopiù considerati fisica “mediatori di forza”, scambiati nelle
trasformazioni dei fermioni, nei loro decadimenti, nel loro formarsi e assumere
forme e strutture differenti. A noi pare che questa definizione (utile per la
quotidianità dei fisici) sia filosoficamente impropria, poiché c’è forza
laddove ci sono bosoni che la esprimono, non viceversa. Per questo li
consideriamo in prima istanza “generatori”, in seconda “leganti”, in terza
“agenti” e poi “mediatori”, da ciò
l’aver rinominato forza in legagenza. I bosoni infatti legano e
slegano, agiscono sulle connessioni e gli stati, gestiscono le trasformazioni
viaggiando da fermione a fermione: creano la realtà come primattori dell’accadere. Sono, in definitiva, ciò che
per Leucippo era il moto, creatore di
materia reale a partire da atomi. I bosoni sono assemblatori di masse in ogni
loro forma, ma solo di uno, il fotone, noi abbiamo esperienza diretta coi
nostri sensi, mentre dei tre bosoni vettori di forza debole (responsabili dei
decadimenti), degli otto gluoni (le “colle elastiche” dei quark) e dei
gravitoni (“pesantezza” dei nostri corpi a parte) non abbiamo alcuna
percezione. Infine di enorme importanza il generatore del meccanismo che
conferisce massa alle particelle: il
bosone di Higgs o higgsone.
Fondamentale per la comprensione del MS è
il già citato concetto di simmetria,
indicatrice di uno stato di rapporti interni che possano essere considerati
stabili, quindi invarianti. Invarianza
è pertanto sinonimo di simmetria e ci permette di comprendere quel che si
intende per “rottura di simmetria”, il mutamento di struttura dovuto a una perturbazione. Responsabili ne sono i
bosoni in funzione dello stato energetico e il MS le riferisce alle prime fasi
dopo il bigbang quando si verificano i cosiddetti disaccoppiamenti, fasi che preludono l’evoluzione del cosmo verso
l’“uniformità”. Il concetto è fondamentale per la legittimità teorica stessa
del MS, col quale si suppone che all’inizio (ad energie irriproducibili) le
varie legagenze fossero espresse da una sola proto-forza. Il termine supersimmetria, estremamente importante
per gli ultimi sviluppi, teorizza l’esistenza di particelle “compagne
simmetriche”, interscambiabili, di pari massa e pari carica, ma con spin
differente, sicché una è un bosone e l’altra un fermione. L’’intercambiabilità
bosoni-fermioni implica il fatto che le particelle possibili siano in numero
molto maggiore di quelle note [34].
Il nome di Teoria M è stato
dato Edward Witten agli ultimi sviluppi della Teoria delle Supertringhe, di cui è uno dei massimi fautori [35].
Per comprendere la nascita dell’ipotesi delle “stringhe”, poi delle
“superstringhe” e quindi delle “brane”, bisogna tener conto di due lacune
fondamentali del MS. La prima riguarda l’esclusione della gravità e la seconda
carenze teoriche del MS stesso, che per stare in piedi richiede numerose rinormalizzazioni (espedienti matematici
per evitare valori infiniti) ed altri aggiustamenti di vario tipo. Va precisato
che il concetto di stringa è a base
di modelli esclusivamente matematici, quale entità fisica che dovrebbe esistere
alla lunghezza di Planck (10-33),
un milionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di centimetro [36],
ad un livello energetico inimmaginabile, un quadrilione di volte maggiore della
massima energia raggiungibile nel nostro più potente acceleratore [37].
La sua forza teorica sta pertanto solo nel fatto che tutto o quasi tutto in
esso “quadra”, mentre nel MS buona parte
“non quadra”; il fatto è che questo possiede una base fisica reale e
verificabile, mentre le teorie delle stringhe
sono solo matematiche.
Ricordiamo i punti forti della teoria delle
stringhe: 1° elimina le “quantità infinite” che una teoria quantistica dei
campi come il MS non riesce ad evitare (e perciò le rinormalizza); 2° include il gravitone;
3° spiega perché esistano quattro famiglie
di particelle e perché ogni famiglia abbia proprietà specifiche. La stringa, essendo un corpo esteso a due dimensioni,
può chiudersi su se stessa, può arrotolarsi, descrivere-creare corpi a tre o
più dimensioni: le brane. Lo
spazio-tempo non è più costituito da 4 dimensioni, ma da 11 e in qualche
ipotesi 20; dimensioni nascoste e “compattificate” all’interno dello
spazio-tempo quadridimensionale e perciò quindi invisibili. La teoria delle superstringhe implica ben 5
differenti teorie integrabili (Bosonica, I, IIA, IIB, HO, HE), connesse e
complementari. La novità recata della teoria
M sta nel fatto che queste 5 teorie sono poste all’interno di un modello
unico, dove appaiono come 5 “aspetti” differenti di una stessa teoria. Però
questa teoria unitaria è ancora più astratta delle 5 considerate separatamente,
però si offre come TOE. Così ne parla il
fisico “stringhista” Brian Greene:
Così come cinque diverse traduzioni di uno stesso
libro possono sembrare cinque oggetti del tutto separati a chi non conosce le
lingue, le cinque teorie sembravano distinte perché nessuno aveva ancora
trovato un dizionario utile per capire che tutte erano la versione dello stesso
modello. Dopo che Witten l’ebbe trovato, questo “dizionario” fu un’efficace
dimostrazione del fatto che esisteva un’unica “fonte” comune ai cinque tipi di
teoria di stringa. [38]
Quasi
inevitabile che la teoria M , una
sorta di grandioso e complesso congegno matematico (ma privo di riscontri)
finisse per venire vista come una “religione” dai suoi detrattori, spaccando il
mondo dei fisici in quattro categorie rispetto ad essa: i sacerdoti, gli
agnostici, i bestemmiatori, i sacrileghi. Sotto il profilo teorico la frontiera
aperta è quella delle p-brane, corpi
multidimensionali dove p indica il
numero di dimensioni (una stringa è una 1-brana,
una membrana una 2-brana e così via).
Spiega anche perché la gravità è molto più debole dell’elettromagnetismo, in
quanto il gravitone è visto come una
stringa a loop (a cappio) che
sfuggendo alla materia “branica” appare debolissima. Altra conseguenze è che il
big-bang non è più l’inizio dell’universo ma una fase secondaria derivata da
una perturbazione del vuoto quantistico originario; in tale prospettiva il
nostro è solo “uno” dei possibili universi esistenti. Ipotesi che peraltro era
già stata avanzata anche in altre teorie estranee alle stringhe.
5.4 La storia del cosmo nel modello standard
A titolo informativo (chi ne è informato
può passare oltre) narreremo sinteticamente per flash, o fotogrammi come li chiama
Weinberg, la storia iniziale del cosmo
secondo un MS che corrediamo di un approssimativo prebigbang. Prima dell’universo non c’era infatti né spazio né
tempo e né materia, ma forse solo una sorta di “mare” quantistico in quiete,
sicché si pensa ad una “turbativa energetica” (con formazione di una “bolla”
quantistica) quale evento iniziale. Il bigbang (il Grande Botto) resta però il
presumibile istante storico, iniziale o meno, in cui il nostro universo è nato.
La plausibilità nasce dal rilevamento, nel 1964, della radiazione cosmica di fondo, quale “traccia” di quell’istante. Per
quanto riguarda l’età del cosmo il satellite WMAP nel 2001 ha permesso di
fissarla a 13,7 miliardi di anni circa fa, dopo esser partiti dai biblici 6.000
anni fissati nel ‘600 dal teologo Ussher [39].
Più importante di questo valore è tuttavia la ricostruzione della fenomenologia
dei primi tre minuti
Rammentiamo che il big-bang, senza un
pre-bigbang, è una singolarità considerata un “assurdo fisico” poiché in essa i
parametri assumono valori infiniti; però, un “prima” si sottrae ad ogni
spiegazione fisica [40].
Una singolarità esplosiva e la bolla
di gas rovente che l’ha immediatamente seguita può far pensare al “Fiat lux!”
del terzo versetto della Genesi, per
cui il bigbang è utilizzato a sostegno della creazione “ex nihilo” secondo la
Bibbia [41],
per quanto in questa “prima” vengono creati il cielo e la terra e soltanto
“dopo” la luce, mentre col big-bang è l”inizio di tutti gli inizi”. Fu Georges
Lemaître (1894-1966) un astronomo belga e prete cattolico (a torto poco
ricordato [42])
che nel 1931 formulò una teoria cosmologica che vedeva nell’esplosione di un atome primitif l’origine del nostro universo in accordo col
testo sacro. Dopo il bigbang, convenzionalmente il tempo zero, o lo 0 secondi
dall’inizio, e sino a 10-43
s (con temperatura = 10 32 °K) si ha l’era di Planck, c’è solo un minuscolo
grumo pesantissimo di pre-materia a una temperatura di 10 32 K°al termine della quale
nascono i gravitoni. Successivamente, a 10 -36 e ad una temperatura di 10 28 K°, c’è l’èra dell’inflazione, nella quale si
rompono le simmetrie e l’universo accelera improvvisamente l’espansione,
aumentando vertiginosamente il suo volume.
A 10-36 s dal
bigbang si verifica, in base a quanto teorizzato da Alan Guth nel 1981,
un’accelerazione esponenziale dell’espansione, ad una velocità superiore a
quella della luce. Per avere un’idea dell’entità del fenomeno ricordiamo che è
stato calcolato un raddoppio del volume ogni 10-34 s, quindi un aumento di 217
per un intervallo di 10-2 s. Fenomeno così notevole che avrebbe
determinato un’omogeneizzazione di quel nucleo cosmico originario, per cui lo
spazio e il tempo si sono fusi in spazio-tempo rendendo l’universo “piatto” [43]
e generando “orizzonte” uguale in tutte le direzioni. Sono passati ventotto
anni dal primo annuncio nel 1981 della teoria
inflazionaria di Alan Guth [44]
e non si è trovato ad oggi nulla di meglio per spiegare la fenomenologia
cosmica; anzi, sono venute ulteriori conferme sulla sua plausibilità. A 10 -35 e a 10 27 K° circa, ora con una
velocità d’espansione ridotta, nel cosmo inizia l’èra dei quark: nascono miscugli di quark e gluoni. Essa dura sino a
fino a 10 -6
sec. e con una temperatura scesa a 10 13 K°: e i gluoni cominciano ad aggregare i quark in
protoni e neutroni. Successivamente (da 10 -4 sec. a 1/100 di sec.) i fotoni sono più liberi di
collidere, creando particelle e antiparticelle che però subito si annichilano
riproducendo fotoni e grandi quantità di energia libera. Ma, quel che è più
importante, si verifica un minimo prevalere delle particelle sulle
antiparticelle, sicché da questo momento l’universo diventa fatto di materia, mentre l’antimateria pare sparita. [45]
Dopo circa un centesimo di secondo dal
bigbang la temperatura è circa 1011°C (100.000.000.000 °C) [46],
una temperatura alla quale nessun nucleo atomico può sussistere, mentre il
grumo di materia-energia primordiale ha ora una densità scesa a 4.000.000.000
Kg/dm3.
Elettroni, positroni, neutrini e fotoni nascono e si distruggono in una ridda
creativo-annichilativa caotica. Il minuscolo grumo di plasma densissimo e
caldissimo nel quale c’è già tutta la materia dell’universo prosegue la sua
espansione alla velocità dei fotoni, da noi espressa come costante di spazio tempo al § 5.1. L’espansione prosegue e gli
sviluppi seguono le leggi fisiche note e dopo l’era dei quark (10 -35
s – 10 -6 s) si ha l’era degli adroni
(10 -4 s – 0,1 s ), poi a 0, 3 s dal
big-bang, ad una temperatura ormai scesa a 4.000°K ha inizio l’era della radiazione col
disaccoppiamento dei neutrini. A tre minuti dal bigbang l’universo è costituito
principalmente da fotoni, neutrini e antineutrini [47],
tutte particelle a massa 0, le uniche che possano esistere ad energie
corrispondenti a 30 miliardi di gradi. L’espansione continua abbassando
ulteriormente la temperatura in una fase che dura 300.000 (con un calo della
temperatura da 10 31
a 10 27 gradi Kelvin). Passata quest’èra comincia finalmente a
crearsi la materia nelle forme del nostro attuale universo (si parla infatti di
èra della materia) con la temperatura
precipitata a “soli” 4.000 ° K. Quella
soglia cosmica che potremmo chiamare “delle alte energie” è finita e possono
apparire le prime strutture chimiche: le molecole di idrogeno e poi quelle di elio,
i due elementi che dominano tutt’ora lo spazio cosmico.
Ma nell’era
della materia (o della ricombinazione)
sono successe anche altre cose, innanzitutto i gravitoni sono ora capaci di
addensare le particelle, poiché è diminuita la pressione della materia totale e
della radiazione ad essa associata [48].
Sino a questo momento il cosmo era dominato dalle leggi della meccanica
quantistica; da adesso è invece la gravità ad essere determinante (e con essa
le leggi della relatività). Le radiazioni
e le masse si disaccoppiano, diventano elementi termodinamici indipendenti e
con futuri differenti, i fotoni smettono di reagire con la materia diventando
solo più generatori di elettromagnetismo. Non interagendo più con altre
particelle essi si spandono e illuminano il cosmo, mentre i bosoni nucleodeboli
e i gluoni assemblano adroni ed elettroni in elementi più pesanti [49],
sino a generare stelle e da esse galassie. Si crea quell’anisotropia termica
che dura ancor oggi, poiché i fotoni, che sono un miliardo più numerosi di
tutti i fermioni in circolazione (e generano entropia nella stessa misura)
determinano la temperatura dell’universo. Per contro, la densità di massa della
materia barionica (protoni e neutroni) è mille volte superiore a quella della
radiazione fotonica, sicché la velocità di espansione dell’universo rimane
enorme, “frenata” soltanto dai gravitoni.
La fase che segue l’èra della materia vede il cosmo sempre meno omogeneo, cominciando a
strutturarsi e a differenziarsi su scala locale, dando luogo a materie
“formate” come stelle che si assemblano in galassie, ammassi di galassie e
super-ammassi. Mentre la materia barionica primordiale ed informe (protoni +
neutroni) è collassata, raggrumandosi in materie organizzate, si rivela quel
paesaggio cosmico definito che però è solo il 4% del totale, mentre il restante
96% sappiamo che certamente esiste (poiché se ne colgono gli effetti
gravitazionali) ma non possiamo “vederlo”. Forse che i nostri strumenti, fatti
di materia “visibile” e funzionanti ad energia “nota”, potrebbero essere
inadeguati a rilevare materia ed energia “oscure”? Da un paio di decenni si pensa a due
categorie di particelle candidabili a costituire la materia oscura, una prima rappresentata
da neutrini pesanti e una seconda dalle WIMP (weakly interacting massive particles). In quanto all’energia scura,
la componente principale del cosmo col 73% del totale, con azione
antigravitazionale, nessuna ipotesi è per ora formulabile.
Ma torniamo alla “materia chiara”: abbiamo
visto che atomi di idrogeno, di elio, di deuterio e forse di litio cominciano
ad aggregarsi per formare molecole che si addensano in masse gassosi (le
cosiddette nubi proto-galattiche) che presto cominciano a collassare intorno a
grumi di materia più pesante. Quando la gravità di questi “nuclei formativi” è
diventata eguale alla pressione della radiazione, raggiungendo un equilibrio
esterno-interno, nasce una sorta di motore energetico ad opera dei gluoni: sono
nate le prime stelle. Esse “si accendono” e nel contempo, sotto l’azione dei
gravitoni, si raccolgono a miliardi per formare galassie (legandosi in
sottosistemi di vario tipo [50]).
Queste si raccolgono a loro volta in ammassi e gli ammassi in super-ammassi.
Siamo a 500 milioni di anni dopo il Big-Bang e lo stato del cosmo a quel
momento è grosso modo già quello attuale. Ma quante sono le tipologie delle
stelle? Molte. E dei corpi celesti in generale, caldi e freddi? Innumerevoli. È nato un pluralismo galattico
sterminato e casuale in cui ci sono stelle “di tutti i colori” (in base alla
temperatura interna): a coppie, gemelle, che si respingono, che si attraggono,
che si cannibalizzano. Dopo i successivi 500 milioni di anni questo universo è
ormai diventato macroscopico, eppure è ancora solo circa 1/5 di quello attuale [51]
A questo punto dell’espansione si è già
verificata la separazione dei fotoni dalle altre particelle e un disequilibrio,
poiché a livello termodinamico generale si ha una radiazione omogenea, ma a
livello locale tutto è disomogeneo e caotico. Momento critico perché basterebbe
che i parametri evolvessero in modo differenti e il cosmo andrebbe verso la
cosiddetta” morte termica”. Ma ciò non avviene, perché l’entropia della
radiazione fotonica, enormemente maggiore di quella della materia barionica, ha
assunto un valore (intorno a 10 9 ) che stabilizza tutto. Se infatti l’entropia barionica
(definita anche “specifica”) fosse maggiore della fotonica si avrebbe un cosmo
costituito da un gas molto denso (in linguaggio fisico, un plasma) senza formazione di stelle e galassie. Se, viceversa, fosse
minore, l’idrogeno appena formato si trasformerebbe in elio e potremmo avere
ammassi di materia vaganti, ma non ci sarebbero fotoni e l’universo sarebbe
completamente buio. Esso è invece pieno di luce grazie ad essi ed è
termodinamicamente chiuso, con l’entropia in continuo ma regolare aumento. Ciò
avviene, appunto, perché la gravità negli agglomerati barionici frena
l’espansione e “la controlla”. Se i fotoni determinano la temperatura
dell’universo i barioni ne determinano la dinamica espansiva. Ciò fa si che, in
un certo senso, non vi sia “scambio” tra spazio-tempo cosmico e materia locale
(ammassi, galassie, stelle), sicché questa e quella paiono sussistere
“indipendentemente”.
Rimangono tuttavia da definire le funzioni
della materia oscura e dell’energia oscura, probabilmente questa si
somma alla materia barionica nel determinare il ritmo espansivo.
L’energia-forza oscura, l’agente espansivo, sarebbe non solo quantitativamente
dominate l’universo, ma agente sia formativo che distruttivo delle galassie. A
dircelo un articolo su Le Scienze
relativo a un recente studio americano:
L’energia oscura domina il nostro universo. E non solo
ha impedito alle strutture cosmiche, come gli ammassi di galassie, di crescere
ed evolvere ulteriormente, ma finirà anche per causarne la disgregazione. È questa la scoperta, combinazione di anni di studi e
osservazioni, realizzata da un gruppo di astronomi guidato da Alexey Vikhlinin
dello Smithsonian Astrophysical Observatory di Cambridge, in Massachusetts, e
pubblicata in due diversi articoli sull’”Astrophysical Journal” del 10 febbraio
2009. Per condurre la ricerca Vikhlinin e collaboratori si sono avvalsi delle
osservazioni d Chandra, i telescopio orbitante per raggi X lanciato dalla NASA
nel 199 per l’osservazione dei fenomeni cosmici alle alte energie, andando a
studiare in particolare l’evoluzione di alcune decine di ammassi di galassie
attraverso l’analisi dell’emissione X del caldissimo gas intergalattico in cui
gli ammassi stessi si trovano immersi. [52]
Se la poca materia che ci è nota fluttua in un oceano di vuoto
dominato dall’energia oscura, ma pare “determinata” da valori interpretabili
come ad hoc, dobbiamo dedurne che
l’universo è così perché altrimenti non esisterebbe, e che “perciò” deve avere
alle spalle un intelligent design? I
sostenitori di questa tesi (i creazionisti e i necessitaristi) dovrebbero
dimostrarci che questo è l’”unico” processo formativo possibile, escludendo
ogni altro universo ed “altri” processi “non andati a buon fine”; ciò non certo
per l’assenza di condizioni tali da renderli possibili o “abortiti”, ma perché
“non voluti” o “non necessitati”. Non dimostrabile ed ancor meno che questo sia
l’unico degli universi possibili: l’onere della prova di un universo o “voluto”
o “necessitato” tocca a chi se lo inventa e non pare proprio che un Dio-Volontà
o un Dio-Necessità creatori siano più plausibili di un cosmo poco probabile. La
fisica teorica ha dimostrato negli ultimi decenni che il mondo subatomico nella
sua stocasticità ammette una pluralità di processi evolutivi da fluttuazioni
causali. Il kenón (la leucippea
fucina del divenire) e la sua fenomenologia dimostrano che le possibilità
cosmogoniche possono essere infinite e contemporanee. La ricerca
fisico-cosmologica si sta orientando sempre più verso tesi dell’esistenza di
molti o addirittura infiniti universi, con il nostro “uno dei tanti” derivanti
da alterazioni casuali del vuoto quantistico originario accanto a molti altri,
“riuscito” a fronte dei molti “abortiti”. D’altra parte, ciò che è divenuto
“c’è” (e quindi si autotestimonia con la sua esistenza) mentre ciò che non è
divenuto “non c‘è” e (quindi non può farlo).
Ciò che può raccontare la sua storia e
soltanto ciò che c’è “qui ed ora”, mentre ciò che non c’è (ma può esser stato)
non può farlo. Noi constatiamo l’esistenza di “questo” universo perché “ne
siamo dentro”, mentre non possiamo sapere assolutamente nulla di ciò che “sta
fuori” del nostro (limitatissimo) orizzonte cognitivo. A chi sostenesse che
porre qualcosa oltre il nostro orizzonte cognitivo sia senza senso, facciamo
notare che il concetto stesso di “orizzonte antropico” pone l’alterità logica
dell’extra-antropico nella stessa misura in cui in fisica l’orizzonte degli eventi segna il confine
tra il conoscibile e il non-conoscibile; così come nessuno può dimostrare il
“nulla”. Se si riesce ad immaginare un Dio creatore che sta “fuori” o “dentro”
l’universo fisico non si vede come si possano escludere ne i “fuori” né i
“dentro” esclusivamente fisici. La nostra conoscenza è così limitata che non
riusciamo a sapere quasi nulla di ciò che sta appena fuori della nostra
galassia per una pura questione di “distanza”, immaginarsi il lontano o il
“dentro” un atomo. Noi non possiamo sapere assolutamente nulla “neppure” di che
tipo e quanti siano gli innumerevoli pianeti orbitanti attorno a quei miliardi
di miliardi di stelle che sappiamo esistere ed abbiamo in minima parte
identificato. Tra sconosciuti ed inconoscibili pianeti, alcuni o molti
potrebbero essere calcati da esseri viventi, e magari ospitare animali pensanti
che si sono creati anch’essi un Dio-Volontà e un Dio-Necessità, ma del “loro
tipo”.
5.5 Il fisico, il
meta-fisico e l’extra-fisico
Abbiamo considerato a più riprese le
opposizioni teoriche tra il fisico e il metafisico, cioè tra le speculazioni
dell’ontologia filosofica e quelle dell’ontologia teologica, e siamo entrati
ripetutamente nel merito del perché il pluralismo sia concezione filosofica e
il monismo invece metafisica. Abbiamo anche sottolineato come la filosofia
cerchi nel limite del possibile di fare riferimento a singole entità reali mentre la metafisica largheggia
nell’utilizzo degli insiemali.
Ricordiamo che le energie si denotano
in forme diverse e che i fotoni, nei
vari stati energetici (lunghezza d’onda/frequenza) ne sono espressione
pervasiva e massiva, ma che le energie
sono anche da considerarsi (attraverso la cst)
corrispettivi di masse, in esse
convertibili e da esse riconvertibili. Le masse
dei fermioni sono infatti i differenti “mattoncini” del nostro universo, tenuti
insieme da bosoni quali loro legagenti che li fanno stare insieme e
formare atomi, molecole, cellule, DNA, materia cerebrale, pensiero filosofico e
pensiero filosofale creatore di divinità e di spirito. La metafisica crea le ipostasi e la filosofia indaga quei divenienti che sono i fermioni come
masse-energie e i bosoni come legagenze
e metaforici “colle-calci-cementi” aggreganti i mattoncini. Bosoni sempre
attivi nel costruire realtà e in numero di almeno 13 (8 gluoni + 3 nucleodeboli
+ fotone + gravitone) più l’higgsone
come probabile 14° (e forse il dilatone
come 15°). Non ci interessa andare oltre nell’elencazione anche se conosciamo
come i mesoni (costituiti da due
quark), che sono adroni instabili e quindi non nel cosmo reale in quanto
instabili, ma partecipi di molti processi subnucleari.
La filosofia deve necessariamente
delimitare l’ambito della sua indagine in riferimento alla realtà antropica e a quella cosmica
a nostra portata, senza concedere nulla alla fantasticherie ontologiche ma
aprendo le porte alle fantasticherie poetiche, che sono sempre le benvenute e
grazie alle quali “viviamo” e non solo “sopravviviamo”. Il “poetico” è sempre coniugato con la
filosofia, di cui costituisce l’estetica,
il fisico è inconciliabile col meta-fisico ma non con l’extra-fisico, di cui
anzi ha un gran bisogno per non ridurre l’orizzonte umano a ontologia e
gnoseologia ma farne esistenzialità.
La visione probabilistica e inconciliabile con quella finalistica delineando un
orizzonte aperto e possibilistico contro quello chiuso e deterministico; da
quest’apertura si intravede il pluralismo
ontologico da noi posto in Necessità
e libertà e definito là ipotetico,
mentre come reale qualificavamo il pluralismo ontofisico di cui ci stiamo
qui occupando. Il fatto che a tredici anni di distanza vediamo la necessità di
riformulare i termini (ma non i concetti-base) è la conseguenza della ricerca
ontologica di tutti questi anni. Essa ha riguardato la sfera del fisica in
profondità ed estensione, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande,
da ciò la possibilità di nuove definizioni.
Il pluralismo
ontofisico d’altra parte non risponde a qualche nuova weltanschauung ma si sviluppa all’interno di quella del pluralismo ontologico e si coniuga col dualismo antropico reale, il primo
concernente la sfera del fisico, il
secondo quella dell’extra–fisico. Il pluralismo ontofisico, è “interno” pluralismo ontologico e completa
l’esistenzialistico dualismo antropico
reale come il suo indispensabile correlato ontologico. È estremamente importante capire
che l’extrafisicità non ha nulla che fare con la metafisicità, perché il
metafisico è ciò che preesiste al fisico e lo fonda, che gli sta “sopra”,
“sotto” o “dentro”. L’extrafisico è invece “altro” dal fisico, lo accompagna e
gli sta “accanto” o secondo l’espressione a suo tempo adottata, gli è al margine. All’unica realtà
extra-fisica che è dato “sentire” e “intuire” realmente ed effettualmente all’homo sapiens gli abbiamo dato il nome di
aiteria e di essa così parlavamo:
Perciò, quando tratto dell’aiteria, sono
consapevole di non poter fare appello alle facoltà razionali del lettore, in
quanto funzioni mentali “deduttive e computazionali”, ma devo ripetere ancora
che essa può invece essere soltanto oggetto di un’operazione sinergica tra intelletto
ed idema, vale a dire conseguente all’attività di una facoltà
intellettiva come l’intuizione coniugata con l’idemale sensibilità
intuitiva. Ciò non significa che la ragione rimanga estranea a
questa operazione, poiché ad essa va affidato il controllo delle asserzioni
concernenti l’aiteria affinché esse siano sempre perlomeno conformi a
ciò di cui è possibile avere nozione, poiché tali asserzioni non debbono mai
confliggere con le conoscenze certe che la ragione stessa ratifica.
Quindi, sicuramente, questa rimane una “guida” per l’elaborazione dualistica,
ma non può esserne sempre anche “strumento”. Questa è la ragione per cui devo
introdurre ed accennare preliminarmente a quell’altra facoltà (l’intuizione)
a cui ho affidato le “ragioni” della filosofia che propongo per quanto concerne
tutto ciò che non è percepibile, conoscibile e razionalizzabile. [53]
È con una certa prudenza che 1995
vedevamo l’aiteria, cioè l’extrafisico alla nostra portata.
Venivamo dal materialismo radicale e qualche incertezza era inevitabile. Oggi
ci sentiamo più sicuri e confortati dall’esperienza. Non si vive solo di
ragione ma anche di intuizione idemale ed è questa a regalarci una “sale della
vita” che la ragione da sola non potrebbe darci. Non abbiamo disconosciuto la ragione come guida del nostro pensare,
abbiamo solo riconosciuto oltre ad essa, all’intelletto e alla psiche
un’altra funzione mentale, l’idema,
la parte più intima e profonda della nostra individualità. Aggiungevamo:
Solo di
ciò che è percepibile (dai nostri sensi o da adeguati strumenti scientifici) è
possibile infatti una vera conoscenza, anche se pur sempre in termini
antropici. E tuttavia la nostra nozione della realtà non può limitarsi a
questo. Se così fosse sarebbero irreali la maggior parte delle origini e delle
cause delle nostre emozioni più profonde e incisive. Quindi negare realtà, per
un riduttivo concetto positivistico, a tutto ciò che esorbita il “verificabile”
è un autolesivo chiuderci gli orizzonti. Le nostre facoltà mentali al di fuori
della ragione sono così vaste che nessuna persona “ragionevole” se ne
può privare. Bisogna guardarsi da ogni forma di autosuggestione e illusione, ma
occorre tenere presente che il nostro intelletto si rapporta al mondo
per lo più attraverso vie non-razionali. Tra queste, la più importante è
certamente l’intuizione. [54]
Naturalmente
non potevamo che escludere ogni elemento intuitivo dal presente lavoro, nel
quale ci siamo sforzati (per quanto ne siamo capaci) di obbedire solo alla ragione,
e tuttavia il DAR riceve ora maggiore definizione dalla cornice cosmologica e
ontologica di cui il pluralismo
ontofisico è portatore. Quel che è importante ribadire è che noi
riconoscendo nell’aiteria un extrafisico non concediamo assolutamente nulla al
metafisico da cui ci manteniamo lontanissimi. Aggiungeremo, anzi, che
l’orizzonte dell’extrafisico ha potuto essere posto sulla base della
definizione del fisico e in antitesi al metafisico. L’extrafisico infatti non è
concerne nessuna sostanza-essenza-verità come il teologico, ma deriva da un
atteggiamento post-materialistico che riconosce causalità indipendente,
aiteriale, nel sorgere degli affetti, delle emozioni etiche ed estetiche, degli
entusiasmi della conoscenza e della scoperta.
5.6
Realtà-irrealtà, unità-pluralità, qualità-quantità
Per quanto gli argomenti del titolo siano
già stati accennati dobbiamo precisarli, perché la scienza teorica che si
occupa del mondo subatomico è in alcune sue linee interpretative va in
direzioni opposte alle nostre. Le
particelle elementari offrono infatti un quadro di tale virtualità,
mutevolezza, convertibilità, commutabilità, interscambiabilità,
ri-trasformabilità che pare inevitabile la tendenza ad una totale loro
de-individuazione con conseguenti ipostasi moniste. Vi è poi chi, spingendosi
oltre, arriva a vedere il mondo quantistico come “virtuale”, “inconsistente”,
“fluttuante” (d’altra parte è fatto in buona parte di “onde”!), “immateriale” e
persino “spirituale”. Caratteristiche in buona parte vere della realtà
quantistica che si prestano a funambolismi teorici audaci. Una prima questione
quindi è: esiste una realtà quantistica o
no? E di converso: il mondo
quantistico può essere considerato irreale? È chiaro che le risposte a quesiti di questo tipo
dipendono dal concetto che si ha di realtà,
poiché il punto di vista metafisico che pone il “reale = vero” nell’immutabile,
come pensavano Parmenide, Platone, Aristotele e molti altri dopo di loro, il
mondo quantico ovviamente reale non è. Se invece si pensa
contro-metafisicamente che la realtà sia movimento, divenire, evoluzione,
fluttuazione, mutevolezza, allora esso può apparire come il massimo della
realtà.
I fisici teorici, in realtà
fisico-matematici, non sono però affatto interessati a tali problemi, per loro
secondari o irrilevanti. Essi si limitano a registrare correttamente le
mutevolezze-convertibilità-interscambialità delle particelle elementari ed
ovviamente non si pongono problemi, oziosi dalla oro posizione, circa concetti
ontologici come quelli di unità o di pluralità. Concetti che invece sono per
la filosofia dirimente per la visione del mondo che essa può delineare. In
ragione di quanto sopra possiamo temere che il pluralismo ontofisico perda credibilità proprio là dove ha posto
una delle sue basi? Pensiamo proprio di no, ma anzi che ne esca rafforzato,
poiché mutevolezze-convertibilità-interscambialità possono caratterizzare una
realtà pluralistica e non certo una unitaria; infatti quanto più c’è
mutevolezza-convertibilità-interscambialità e tanto meno c’è unità. Unitario
può essere considerato semmai solo il vuoto
quantistico che precede ogni realtà attuale; può esistere quindi “un” vuoto
quantistico quando non esiste alcuna realtà.
Questa si dà esclusivamente nel momento in cui delle particelle nascono
“saltando fuori dal vuoto”, ed è per mezzo di esse che nasce una realtà, una
realtà pluralistica creata dai “molti” e “differenti” enti hyletici che la
formano e la determinano.
Naturalmente non contestiamo affatto i
punti di vista dei fisici teorici non collimanti col nostro, essi sono
perfettamente giustificati e legittimati dagli stessi procedimenti
teorico-matematici, che devono evidenziare gli aspetti peculiari della materia
sub-atomica che la distinguono radicalmente dalla sur-atomica. Non solo, le
mediazioni-interazioni sono il nocciolo duro della fisica teorica ai fini dei
calcoli relativi alla fenomenologia subatomica, essi interessano il fisico
molto più per i “come” funzionano che per i “che-cosa” le determinino e siano.
Quindi che i fisici lavorino con la matematica ed elaborino definizioni
matematiche relative alla fenomenologia quantistica per i suoi “funzionamenti”
assai più che occuparsi della natura delle “cose” quantistiche è comprensibile
e opportuno. Sono le caratteristiche dinamiche e computabili di una particella
gli oggetti della fisica teorica, poiché di essa interessa il “ciò-che-fa”,
“come-lo-fa”, “come–si-misura” e “quanto-vale”. Su questo punto la fisica e la filosofia si devono
dividere; i “calcoli” dei teorici da una parte e le considerazioni ontologiche
dall’altra. Dal punto di vista filosofico è privo di senso parlare di “realtà
quantistica” bensì di innumerevoli “reali quantistici” ma per il fisico è
indifferente.
In Necessità e liberta avevamo
sottolineato come la materialità abbia come fattori fondamentali le quantità,
mentre le qualità sono apparenti, riducibili direttamente o indirettamente a
valori di densità, intensità, rapporti, frequenze ondulatorie, ecc. Luci e
colori sono infatti frequenze di fotoni, i suoni frequenze di fononi, gli odori
molecole volatili, le forme dei cristalli rapporti atomici, e così via. Siccome
nell’universo attuale, espanso, freddo e a bassa energia, tutto è discreto e a
base di esso stanno le moltitudini di particelle elementari, spesso
“transitorie”, dobbiamo tornare su alcuni aspetti della pluralità ontica
elementare. Ricordiamo che i costituenti della materia reale sono, in sintesi:
4 tipi di fermioni (quark up e down, elettroni e neutrini elettronici) e 4 tipi
di bosoni (gravitoni, fotoni, gluoni e bosoni nucleodeboli), con i gluoni in
realtà di 8 sottotipi e i bosoni nucleodeboli di 3. Quark up e down sono
rispettivamente in quantità di 2 +1 nei protoni e 1 + 2 nei neutroni, questi due tipi di adroni
(lett. = “pesanti”) costituiscono il nucleo degli atomi, sempre positivi per il
prevalere dei protoni. Gli elettroni (a carica negativa) definiscono l’atomo
come una struttura sistemica, orbitando intorno al nucleo a vari livelli
energetici, tanto più alti nei più periferici e lontani dal nucleo. Il numero
degli elettroni pareggia la carica positiva del nucleo sicché l’atomo è neutro
e stabile, occupando un volume pressoché costante indipendentemente dalla sua
massa totale. Ce ne spiega la ragione Kenneth Ford:
Tutti gli atomi, dall’idrogeno [p.a. = 1] all’uranio
[p.a = 92] e oltre, risultano avere suppergiù tutti lo stesso raggio. La cosa
può esser spiegata in termini della competizione energetica appena descritta.
Se ci fosse solo un elettrone in circolazione attorno al nucleo di uranio,
l’atomo sarebbe circa novantadue volte più piccolo di quello di idrogeno […] Ma
via via che nuovi elettroni si aggiungono, vanno ad occupare regioni sempre più
estese; il novantaduesimo e ultimo elettrone si unisce a una comitiva
costituita da novantadue cariche positive [dei protoni] e novantuno cariche
negative [degli altri elettroni]. La carica netta percepibile è positiva e
unitaria, proprio come nel caso dell’idrogeno, e dunque l’elettrone si assesta
in uno stato di moto simile a quello del solitario elettrone dell’idrogeno. [55]
Ciò che deve essere ribadito con chiarezza
è che il sistema-atomo non crea né determina quark, gluoni, elettroni e fotoni,
poiché sono questi a crearlo. Per aiutarci a chiarire che cosa “non sia” il
sistema-atomo lasciamo la parola al fisico teorico Gian Carlo Ghirardi in
riferimento ai modelli pre-quantistici:
Il fatto che l’atomo abbia una estensione limitata
comporta che le cariche in esso presenti devono muoversi su orbite circolari o
ellittiche (a somiglianza del caso dei pianeti) e quindi possiedono
un’accelerazione. Ma secondo le ben confermate leggi dell’elettromagnetismo (le
equazioni di Maxwell), una carica accelerata emette inevitabilmente onde
elettromagnetiche, cioè irraggia. Irraggiando essa perde energia e quindi la
sua orbita si restringe portando la particella a cadere, in tempi brevissimi,
sul nucleo. Un calcolo esplicito porta a concludere che ogni atomo dovrebbe
avere una vita estremamente effimera [56]
Ma ciò non
è. L’atomo non funziona secondo la fisica classica all’opera specialmente nella
RgG, dove sono i gravitoni a dominare, ma secondo quella quantistica della RgP,
dove operano gli altri tre tipi di bosoni. Sia fermioni che bosoni sono
comunque, allo stesso tempo, “cose” e “fluttuazioni”, “oggetti” e “funzioni”.
Ora, se come cose-oggetti sono rigorosamente quantificabili, come
fluttuazioni-funzioni parrebbero qualificabili.
Un quadro così oscuro e indefinito è però
così sgradevole che forte è la tendenza a manipolarlo per ottenerne uno chiaro
e definito, e spinta cogente è sempre la sognata “armonia” cosmica coniugata
con la sua “perfezione”, tanto smentite dai fatti quanto continuamente
riconfermate nei desideri dei fisici-teologi (che sono incredibilmente
tanti!) Tra essi uno tra i più simpatici
e garbati è certamente Freeman Dyson, fisico di prim’ordine ma con qualche
sogno di troppo che abbiamo già citato, il quale sostiene:
La particolare armonia fra la struttura dell’universo
e le esigenze della vita e dell’intelligenza è una terza manifestazione
dell’importanza della mente nello schema della realtà. Come scienziati non ci
possiamo spingere oltre. Abbiamo la prova che la mente è importante a tre livelli
diversi [con fisica subatomica e esperienza umana]. [57]
Che
il cosmo sia armonico e perfetto l’avevano già detto Platone e Aristotele e
tutti i santi del Cristianesimo quanto razionalisticamente lo aveva ribadito
Cartesio, Spinoza e Leibniz. Le dovizie logico-matematiche del devoto
“teodiceo” tedesco sono note e dal più al meno corrispondono a quanto poi
sosterrà anche quell’ateo materialista di Laplace che leibniziano non era.
Celebratori di Dio o negatori di Dio non fanno differenza per il monismo-tuttismo-armonicismo-perfezionismo-determinismo,
poiché la malattia monistica non è un influenza che passa, ma un imprinting profondo con cui dovremo fare
i conti ancora molto a lungo.
Non possiamo però esimerci
dall’affrontare una questione sottile quanto insidiosa circa la legittimità del
nostro sostenere che la realtà sia fondamentalmente fatta di fermioni e di bosoni, rispettivamente come mattoncini e cementi dell’universo. In
questa prospettiva le masse e le energie parrebbero poter essere viste come
elementi cosmici derivati, mentre “la” energia in generale parrebbe essere
all’origine del tutto. E ciò non solo per il fatto di potersi convertire in
massa, ma perché appare anche come l’”agente trasformatore primario” in
moltissimi processi fisici fondamentali reali e supposti. Si pensi anche al
fenomeno dell’annichilazione elettone/positrone (e- + e+ → 2γ), qui in effetti noi abbiamo un
fermione che scontrandosi col suo omologo anti-materiale produce bosoni. Ora,
non c’è dubbio che il positrone non sia un bosone ma un fermione (per quanto anti), il fatto è però che la realtà di
cui ci occupiamo e a cui la nostro filosofia fa riferimento (né potrebbe
riferirsi ad altro) è fatto di materia,
perché questa l’ha avuta vinta sull’antimateria
a 10-4 sec. dal bigbang grazie al vantaggio convenzionale di
1.000.000.000 +1 particelle rispetto a 1.000.000.000 di antiparticelle.
Ma la realtà della materia non è la sola
ragione. La particolarità dei bosoni rispetto ai fermioni (soggetti al principio di esclusione) è di potersi
ammassare in spazi anche ristretti creando campi energetici. Fotoni e gravitoni
sono anche espressioni di energie i quanto “le spostano” e “le convertono”, e
siccome l’energia è movimento, quanto più un bosone è leggero e tanto più ne
può portare. I fotoni, essendo privi di massa, sono latori
ideali di energia non solo da una parte all’altra del cosmo ma anche dentro
l’atomo. Elemento ulteriore è che mentre il numero dei fermioni nell’universo
si può pensare costante, ciò non vale per i bosoni, il cui numero può cambiare [58]
grazie ai loro stati sia reali che virtuali e alla loro varietà energetica. Si
possono poi intravedere due specie di abbinamenti primari di bosoni-energie e
di fermioni-masse, e altri secondari di bosoni-masse e fermioni-energie, poiché
vi sono sia bosoni di massa rilevante come quelli nucleodeboli e sia fermioni
molto energetici nella radioattività.
Posto che bosoni e fermioni si possono considerare qualitativamente
differenti, la domanda è semmai: perché queste due categorie di particelle
elementari? Kenneth Ford ci aiuta a capirlo:
Il principio di esclusione non afferma che, dati due
fermioni, questi non possono trovarsi in uno steso stato di moto: afferma che
in uno stesso stato di moto non possono trovarsi due fermioni dello stesso tipo
(due elettroni, o due protoni, o due quark up rossi). Analogamente, sono solo i
bosoni a mostrare una spiccata tendenza
ad aggregarsi nello stesso stato di moto. Se ogni particella dell’universo fosse diversa da tutte le altre, anche per un
qualsivoglia minuscolo dettaglio, non importerebbe molto che fosse un fermione
o un bosone, giacché in quel caso non ci sarebbe alcun divieto per i fermioni
confratelli di occupare lo stesso stato di moto, né viceversa alcun incentivo a
farlo per i bosoni. […] Il fatto che nel mondo subatomico si trovino oggetti
autenticamente identici ha dunque conseguenze di portata cosmica, in senso
letterale. Se, ad esempio, gli elettroni non fossero tutti esattamente identici
tra loro, essi non riempirebbero gli orbitali atomici in sequenza, non
esisterebbe alcuna tavola periodica degli elementi e non ci saremmo né io né
voi. [59]
Da un punto di vista filosofico questo
significa che: 1°, i fermioni mattoncini con la loro “modularità identica”
permettono “ordinatamente” di assemblarsi per “addizione”a formare corpi estesi
senza interferenze e sovrapposizioni. 2°, che i
bosoni-cementi possono invece sovrapporsi e sommarsi a formare campi
legagenti capaci, in ragione della loro diversa intensità, di creare forze
differenziate. 3°, che è la coniugazione delle differenti proprietà di bosoni e
fermioni permettere l’estrema differenziazione cosmica. 4°, che la loro azione
disegna il quadro fenomenologico dal semplice al complesso. 5°, che
evolutivamente il divenire sino a livello molecolare è determinato dagli enti
hyletici, mentre da questo in poi (a partire dalla RgM) il gioco non è più
condotto da essi ma dagli assemblati caratterizzanti le varie regioni. 6°, che
l’individualizzazione è una fenomeno che si pone a livello lontanissimo
dall’elementarità, essendo questo il motivo per cui l’aiteria è potuta divenire accessibile alle individualità di animali
di un certo livello assemblativo (dotati di idema)
e assenti negli altri.
In se stessa molto significativa è
l’equazione E = mc2 quale espressione ontologica fondamentale
dell’essere fisico.. Il fatto che l’energia risulti pari alla massa
moltiplicata per la velocità della luce al quadrato filosoficamente significa
tre cose: 1a
che l’energia è materia in movimento; 2 a che la massa è energia inattiva, 3 a che il moto è una modalità
dell’energia inversamente proporzionale alla massa. A parità di stato
energetico si ha che: 1° se la massa aumenta la velocità diminuisce; 2° per
conferire movimento a una massa occorre cederle energia; 3° nessun oggetto
fisico può viaggiare a velocità superiore alla c perché la sua massa diverrebbe infinita e per ciò stesso
inamovibile. Ma ci sono anche altri fatti da considerare: 4°, la massa è la forma stabile e fondamentale
della materia; 5° l’energia è quella
instabile e “spendibile” per “produrre lavoro”; 6°, la velocità è l’espressione di un lavoro motorio; 7°, il lavoro è lo spostamento di masse.
Una massa a riposo ha energia zero, se le
si conferisce energia la massa si fa dinamica, se si vuole ottenere energia
dalla massa si deve disgregarla (ma per far ciò occorre energia “d’impulso”).
Ricordiamo che l’ousia (la sostanza) è per la teologia filosofale
il fondamento immateriale dell’esser ente,
con la massa accidente, il che è
ovviamente falso. Quanto più vi è massa
tanto più c’è stabilità (e al limite
addirittura eternità); dunque: se vi fosse qualcosa di divino esso non potrebbe
che massa. All’“energia cosmica” come
fantasticato fluire meta-materiale abbiamo già accennato esser altrettanto
falso essendo possibili solo “stati” energetici, topici, locali, oggettuali.
Nelle fusioni e nelle fissioni nucleari dove l’energia è il prodotto, la si può
traduce in “lavoro”, produrre mutazioni, ma anche perdersi e disperdersi in
calore. Schrödinger (che non era certo un rozzo materialista) affermava:
«L’energia è un concetto “dinamico”, un concetto in primo luogo molto astratto,
cui si arriva analizzando matematicamente il giuoco delle forze […] Per il
fisico che fa uso del calcolo, l’energia è anzitutto nient’altro che una
“costante d’integrazione”, senza dubbio molto importante delle equazioni del
moto.» [60]
Essa pare quasi solo una costante matematica che consente di calcolare le masse
in movimento, senza realtà autonoma al di fuori di masse e di moti.
Le masse
sono la concretezza della materia e le energie
la loro cinesi, perciò quelle sono sostanze “reali” del divenire. Se qualcuno
immaginasse che all’origine vi fosse stata energia
poi scissa in massa e movimento evocherebbe un processo
divino, avvenuto per Volontà o per Necessità.
“Energia pura” sta infatti per “spirito” e se dallo spirito si è
arrivati al “cosmo” esso non può essere che divino. Ma un cosmo è un fatto, uno
stato, una situazione o una condizione? Difficile dirlo perché in qualunque
modo lo si consideri i suoi confini sono fuori-misura per l’homo sapiens,
che ha cercato costantemente di sostanziarlo per poterlo ridurre alla propria
scala, ma pagando ciò sempre in “moneta teologica”: l’unica spendibile! La
matematica funziona bene come lettrice di quest’entità semi-immaginaria potendo
prescindere dalle realtà sostituendole con simboli, ma i simboli non possono
sostituire il vuoto, le masse-energie
e i legagenti né gli assemblati.
Il rapporto tra masse ed energie è un’equivalenza
coniugata con una differenza, essendo
ciò che fa la differenza la cinesi. È quindi corretto da parte di
Kenneth Ford sostenere che se la massa è
“energia a riposo” l’energia è “massa in movimento”, aggiungendo: «L’energia di massa può esser pensata
come “energia di esistenza” dato che la materia possiede energia per il solo
fatto che esiste.» [61]
La riflessione di un grande
fisico-matematico come Penrose, talvolta con tentazioni teologiche ma sempre
con l’acutezza e la proprietà dell’uomo di scienza, lo porta a dire:
In
tutta la storia delle scienze fisiche i progressi sono stati ottenuti trovando
il corretto bilanciamento tra le limitazioni, le tentazioni e le rivelazioni
matematiche, da una parte, e dall’altra la precisa osservazione delle azioni
del mondo fisico, di solito per mezzo di esperimenti accuratamente controllati.
Quando la guida sperimentale viene a mancare, come nella maggior parte
dell’attuale ricerca fondamentale questo bilanciamento non funziona a dovere.
La coerenza matematica è ben lungi dall’essere un criterio sufficiente per
dirci se è probabile che siamo sul “giusto cammino” (e, in molti casi, persino
questa richiesta evidentemente necessaria è gettata al vento). [62]
5.7
Il protagonismo dei bosoni
I fermioni (barioni + leptoni) sono masse
tenute assieme da bosoni a formare strutture fisiche, dai nuclei degli atomi
alle galassie. Ne deriva che i fermioni sono masse elementari di per se stesse
incapaci di produrre materia definita e concreta, ci vogliono infatti i bosoni
a legarli e strutturarli. Questi creano legagenze
(note la nucleoforte, nucleodebole, l’elettromagnetismo e la gravità) che
aggregano o disaggregano i fermioni, distinguono le particelle, le fanno
decadere, formano atomi, molecole, sostanze, stelle e altri corpi. I bosoni
operano in maniere differenti e a diversi livelli con un incidenza della loro
azione assemblante o disgregante (nel caso dei nucleodeboli) varia e complessa.
I fermioni come attori-masse dell’essere
fisico visto come un metaforico “palcoscenico” (con sfondi, quinte e macchine
di scena) sono relativamente statici rispetto agli iperattivi bosoni, veri
animatori dello spettacolo con la loro azione generatrice e modificatrice. In
una metafora informatica vedremmo i primi essere gli hardware e i secondi i
software. I due bosoni nucleari si dividono in sottotipi (8 nucleoforti e 3
nucleodeboli) operanti a brevissime distanze, mentre fotoni e i gravitoni
(bosoni “spaziali”) permeano l’universo in ogni angolo. I bosoni spaziali creano
campi energetici più o meno intensi, sicché tutti gli altri enti microscopi o
macroscopici che si trovano nel loro d’azione ne sono condizionati. L’intensità
dei campi da essi determinati e quindi il loro raggio d’azione è direttamente
proporzionale al numero di bosoni per unità di volume, quindi a densità
gravitazionali ed elettromagnetiche misurabili. Per quanto tutti i bosoni
creino delle forze-interazioni” le differenze di intensità sono enormi. Nota
Kenneth Ford:
Le interazioni forti [dei gluoni] superano in intensità le interazioni gravitazionali di un
fattore fantastico: 1040. La colla nucleare (interazione forte)
rende ridicolmente debole la colla cosmica (gravità). Le interazioni
elettromagnetiche risultano meno intense delle
interazioni forti ‘solo’ di un fattore prossimo a 100, ma superano le
interazioni deboli [dei bosoni
nucleodeboli] dell’enorme fattore 1013. Le interazioni deboli, a
loro volta, sono qualcosa come 1025 volte più intense delle
interazioni gravitazionali. [63]
Va
poi aggiunto che «quanto più
forte è un’interazione tanto minore è il numero di particelle che la subiscono»
e che «una particella che va incontro a un’interazione subisce sempre anche
quelle più deboli» [64] Ciò è così vero che persino le particelle a massa
0 vanno soggette all’azione dei gravitoni, i bosoni più deboli di tutti ma per
questo più universali. Forza a
parte, per rendere intuibile la consistenza dei bosoni spaziali li si è
immaginati come dei gas iperleggeri invisibili, con i fotoni che creano delle
differenze di potenziale agli estremi dei campi elettromagnetici e i gravitoni
che si addensano addosso alle masse in ragione della loro entità, degradando
man mano che se ne distanziano e in ragione del quadrato della distanza.
Accanto ai quattro bosoni noti è d’obbligo accennare a quello di Higgs,
previsto dallo stesso MS come integrativo nel determinare le masse, che Ford
vede come «la forma di energia più concentrata e più misteriosa».
[65]
Con lo higgsone il teatro della
realtà fisica si fa ancora più complesso vedendo ulteriormente rafforzato il
protagonismo bosonico, laddove le masse
dipenderebbero da bosoni. Teorizzato da Peter Ware Higgs (n.1929) per risolvere
un’incoerenza matematica del MS esso è un legagente cosmico importante, anche
in quanto rende ragione del perché il fotone sia privo di massa mentre i tre
nucleodeboli (W+, W- e Z0)
abbiano massa notevole, essendo nati tutti dal progenitore elettrodebole per
rottura di simmetria a 10 – 12 sec. dal bigbang.
Il problema che però nasce con l’higgsone è
che la massa parrebbe essere non “intrinseca” all’esistenza di una particella,
ma “acquisita” ad un certo momento dell’evoluzione cosmica. Leon Lederman nota:
La
variazione della massa con gli stati dl moto, il suo cambiamento secondo la
configurazione del sistema e il fatto che alcune particelle, certamente il
fotone e forse i neutrini, hanno massa a riposo uguale a zero, tutto ciò mette
indubbio che il concetto di massa rappresenti un attributo fondamentale della
materia. Dobbiamo poi ricordare il calcolo della massa che risulta in un valore
infinito, cosa che non abbiamo mai risolto (semplicemente “rinormalizziamo” e
via). Questa è la conoscenza di sfondo con la quale affrontiamo il problema dei
quark, dei leptoni e dei vettori delle forze, che si differenziano per le
masse. È questo che rende plausibile la storia che racconta
Higgs, che la massa non è una proprietà intrinseca delle particelle ma una
proprietà acquisita tramite la loro interazione con l’ambiente. [66]
Ancora una
volta, ciò che sembrava fondamentale non lo è e neppure ciò che appariva
“proprio”, ma dal punto di vista ontologico questo fatto non la cambia molto
nulla, perché essa non può occuparsi di ciò che non è ancora reale, ma deve
partire da ciò che c’è, vale a dire ciò che si offre come divenire. E ciò che c’è è “questo universo freddo ed espanso” come
contenitore di particelle, atomi, molecole e complessità.
Inoltre gli higgsoni non sono operativi ad
alte energie e ciò significa che al momento del bigbang essi, se c’erano, erano
inattivi. Lederman afferma:
Il campo di Higgs com’è concepito ora può venire
distrutto dalle alte energie (o alte temperature). Queste generano delle
fluttuazioni quantistiche che possono neutralizzarlo. Perciò l’immagine
congiunta dell’universo primitivo data dalla fisica delle particelle e dalla
cosmologia, immagine pura dalle splendide simmetrie, è troppo calda per il
campo di Higgs. Ma, come la temperatura/energia la sotto i 1015
gradi Kelvin o 100 GeV , esso spunta e fa il suo mestiere di generare masse. [67]
Così posta
la questione ci sarebbe da capire “quando” nell’evoluzione cosmica sia saltato
fuori l’higgsone o gli higgsoni, facendosi strada la possibilità che essi
debbano essere diversi per spiegare tutte le circostanze in cui agirebbero.
Sìcché ancora Lederman:
Per fare il suo lavoro deve esistere, e deve essere
sperimentalmente rilevabile, almeno una particella di Higgs elettricamente
neutra. Questa può esser solo la punta dell’iceberg: di un intero zoo di bosoni
di Higgs può rivelarsi necessario per descrivere completamente il nuovo “etere”
[il mitico supposto medium
ottocentesco delle onde elettromagnetiche]. [68]
Ciò non
farebbe sicuramente felici i monisti, che vedrebbero ulteriormente allontanarsi
il loro sognato Uno-Tutto.
Vediamo perché affinché il MS sia valido
debba esistere l’higgsone nelle parole di Gordon Kane dell’Università del
Michigan nel suo The Particle Garden
del 1995:
Lo stimolo per predire l’esistenza del bosone di Higgs
non è la normale motivazione per le predizioni in gran parte della fisica. Se i
bosoni di Higgs non esistono, non c’è infatti alcun disaccordo tra una
predizione teorica e un esperimento esistente, nessun rompicapo empirico. La
posta in gioco è invece l’esistenza di una teoria dotata di significato. Nella
sua forma base la teoria standard è una teoria di particelle prive di massa[69]
Un
“aggiustamento” atteso e sperato, quindi::
Secondo la teoria, le masse delle particelle
deriverebbero dalle loro interazioni col campo di Higgs, e potrebbero quindi
esser introdotte senza distruggere la coerenza della teoria stessa. Il processo
per mezzo del quale le particelle ottengono una massa è il cosiddetto “meccanismi di Higgs. […] La
teoria standard con un campo di Higgs è una teoria quantistico-relativistica
coerente ed è del tutto accettabile in relazione a qualsiasi criterio storico
di fisica. […] Essa introduce con successo la massa per i bosoni W e Z, per i
quark e per i leptoni. [70]
Lee Smolin, contro ciò che chiama l’atomismo radicale di chi sostiene la
fissità e l’immutabilità delle particelle, in base alla sua tesi
evoluzionistica così li vede:
Se non ci
fossero particelle di Higgs, l’elettrone non avrebbe massa, e si muoverebbe
alla velocità della luce, come un fotone. Ma se si trova circondato da un gas
di particelle di Higgs, un elettrone non riesce più a muoversi così
velocemente. Sembra acquisire massa perché si muove, invece che nello spazio
vuoto, in mezzo a una brodaglia di particelle di Higgs. Diventa più pesante
perché quando ci si mette a spingerlo si spingono anche tutte le particelle di Higgs che lo
circondano. Ci sono in effetti buone ragioni per credere che il mondo sia
riempito di un gas fatto di particelle di Higgs, che sono responsabili della
massa dell’elettrone. [71]
Se le particelle acquistano massa grazie ai
bosoni di Higgs quindi non resta che attenderne l’identificazione, ma essi
sfuggono ad essa perché si rivela solo ad energie superiori ad 1 TeV (un
tera-elettronvolt = 1012 eV) che solo il
nuovo LHC di Ginevra sarà in grado di rivelare.
L’elettronvolt (eV) è unità di misura sia dell’energia che della massa e
corrisponde alla massa di un protone, per cui le masse si esprimono in eV, cioè
come quantità d’energia. La massa può
esser vista come una sorta di supporto del “ciò che è” [72],
e non solo nel senso che le masse disegnano lo spazio-tempo incurvandolo, ma
perché esse sono energie “ferme”. E proprio il fatto che la massa sia una forma
di energia ha reso possibile l’unificazione teorica di elettromagnetismo e
nucleodebole, poiché oltre un certo livello energetico i bosoni di assemblaggio
debole assumono massa = 0, diventando equivalenti al fotone.
Un ulteriore cenno meritano il dilatone
e l’inflatone (non previsti dal MS),
da vedersi più che come altri due bosoni forse espressione di uno stesso bosone
in due diverse linee di spiegazione delle primissime fasi del cosmo. L’ipotesi
dell’esistenza dei dilatoni nella fase inflattiva nasce in riferimento
alla teoria di Kaluza-Klein, che fin
dagli ’20 del Novecento aveva aggiunto una quinta dimensione (invisibile perché
“compattificata”) alle quattro dello spazio-tempo einsteniano, sì da rendere ad
esso coerenti le equazioni elettromagnetiche di Maxwell. Tale modello è alla
base di tutti gli sviluppi delle stringhe
sino alle 11 dimensioni (7 compattificate). I dilatoni sarebbero particelle
tendenti ad accoppiarsi a barioni e leptoni modificando debolmente le leggi
della RelG sì da sfuggire ad ogni osservazione costituendo un fondo cosmico
bosonico rilevante solo alla scala di
Planck. Il fisico delle superstringhe Maurizio Gasperini così ne parla:
Per poter realizzare la simmetria duale è necessaria
la presenza di una nuova forza trasmessa da una particella neutra e scalare (ovvero
senza carica elettrica e senza spin) chiamato “dilatone”. L’importanza del
dilatone nel contesto della teoria delle stringhe sta nel fatto che è proprio
questo campo a determinare il valore della costante [gravitazionale] di Newton G, che a sua volta stabilisce
l’intensità della forza gravitazionale […] la costante di Newton perde in
questo contesto il suo ruolo di costante fondamentale della natura, e la teoria
può descrivere situazioni fisiche in cui la gravità ha una forza molto più
debole o più intensa del valore attuale a cui siamo abituati. Può anche
descrivere situazioni in cui l’intensità della forza non è costante, ma varia
da un punto all’altro dello spazio e del tempo. [73]
Riassumendo,
se i dilatoni esistono sono i
“relativizzatori” dei gravitoni e ciò spiegherebbe bene il fatto che la gravità
possa risultare “vinta” da una forza contraria.
Gli inflatoni
sono evocati come agenti della fase inflattiva, il fenomeno eclatante
avvenuto tra i 10 -35
e i 10 -34
sec. dal bigbang, ma sono pensati solo come un tipo particolare di bosoni di
Higgs («un campo di Higgs
super-raffreddato» [74]).
Essi sarebbero la cosiddetta “energia del vuoto” [75]
e ipotizzati nell’ambito delle
teorizzazioni relative alle superstringhe allo scopo di fornire una migliore
spiegazione del perché ci sia stata l’inflazione, responsabile della notevole omogeneità dell’universo
dopo i 10 -33
sec. Ne tratta diffusamente un altro teorico delle superstringhe, Brian Greene,
dicendoci anche che a partire dall’età di 7 miliardi d’anni è possibile che la
gravità a livello cosmico abbia cominciato, attraverso l’inflatone, ad assumere
più forza repulsiva che attrattiva, sì da determinare l’attuale accelerazione
dell’allontanamento delle galassie. Ma relativamente all’inflazione:
A causa della sua pressione negativa, l’inflatone
generò un’enorme repulsione gravitazionale che spinse tutte le regioni del
cosmo ad allontanarsi violentemente l’una dall’altra. Per usare il linguaggio
di Guth: l’inflatone causò un’inflazione. La spinta repulsiva durò solo 10 -35
secondi, ma fu così forte che l’universo ebbe modo di ingrandirsi moltissimo. I
calcoli cambiano a seconda del tipo di potenziale dell’inflatone, ma mostrano
che l’espansione può essere stata pari a un fattore di 10 30, 10 50
o addirittura 10 100 o fors’anche più. […] Circa 10 -35
secondi dopo l’inizio dell’espansione, l’inflatone raggiunse un valore uniforme
di energia minima e fece terminare la spinta repulsiva […] Da questo momento in
poi la storia prosegue in pratica come nella versione standard del big bang: lo
spazio continuò a espandersi e a raffreddarsi dopo il botto iniziale, e le
particelle di materia poterono aggregare per formare galassie, stelle pianeti e
altre strutture simili. [76]
Se i
bosoni diventassero sei saremmo più vicini alla TOE e con essa forse leggibili
in una stessa lingua RgP, RgM e RgG. Il fatto è che di bosoni noi ne conosciamo
bene per ora solo tre, con un quarto da individuare (il gravitone) e un quinto da scoprire (l’higgsone).
I gluoni
sono abbastanza ben individuati e definiti poiché operano solo sui quark come
“collanti”. Sono a massa nulla, elettricamente neutri e si esprimono in una
“carica di colore” (rosso r, verde v, blu b) in
cromodinamica quantistica. Quando essi passano da un quark all’altro (avendo
anche carica anti-colore) il colore del quark interessato cambia. Abbiamo già
visto che l’azione gluonica è di tipo anti-repulsivo e anti-disgregativo, che
la sua forza aumenta con la distanza comportandosi come un elastico che più è
teso più tende tornare su se stesso. Interessante notare che i gluoni possono
reagire anche con gluoni di altro tipo, ed essendo otto i tipi dare luogo a
complesse combinazioni. Indicata con (+)
la carica di colore e (-) la
anti-colore la serie degli 8 gluoni è così esprimibile: r+r-, r+g-, r+b-, g+r-, g+g-, g+b-, b+r-, b+g- e b+b-. Essi possono anche combinarsi
dando luogo a delle macroparticelle chiamate glueball, in realtà mesoni “esotici”.
I nucleodeboli
sono fotoni che, a dispetto dell’aggettivo, sono molto importanti e, tra
l’altro, gli unici bosoni ad avere massa (e anche notevole). Pur operando nel
nucleo non hanno rapporto coi gluoni
ma sono apparentati coi fotoni nella
teoria elettrodebole, infatti se perdono la massa diventano equivalenti ai
fotoni. Sono 3 e hanno nome W+, W- e Z0
con masse che vanno da 80 GeV per i
primi due a 90 GeV per il terzo con comportamenti e agenze specifiche, infatti
cambiano la loro azione in funzione degli altri enti hyletici che
incontrano e producono la decadenza beta. Questo fenomeno subnucleare fa sì che
un neutrone decada in un protone e si liberino elettroni (come radiazioni beta)
e neutrini. Hanno tre tipi di azione in ragione della carica elettrica, per cui
i W+ e i W-
agiscano in maniera differente dal neutro Z0 : a) un
elettrone può emettere od assorbire un W+ o un W-
dando luogo a un neutrino; b) un quark down (-1/3) può diventare un quark up
(+1/3) emettendo o assorbendo un W+ o un W-;
c) uno Z0 può essere emesso o assorbito sia dai leptoni che dai quark. Altra specificità è data dal fatto che essi
sono in grado di distinguere tra particelle destrogire e levogire e poi possono
far mutare il “sapore” di uno dei sei
quark (up, down, top, bottom, charm, strange) per cui quando un
neutrone decade in un protone uno dei suoi quark da down diventa up. Infine
la capacità di violare la simmetria PC, quella che fa sì che assi spaziali
destri o sinistri siano invertibili, una simmetria che gli altri bosoni
rispettano. C’è per contro il loro raggio d’azione limitatissimo e i tempi
d’azione piuttosto lunghi.
Occupiamoci ora dei gravitoni, i generatori della legagenza gravitazionale, bosoni singolarmente di forza minima ma
gigantesca nel loro concentrarsi a ridosso delle masse, importantissimi a
livello macrocosmico perché grandi sono le masse in gioco, mentre già a livello
molecolare essi divengono irrilevanti. La forza di gravità è espressa
dall’equazione di Newton F = G.m1.m2/r2, in base alla quale essa è il prodotto delle
masse in gioco diviso il quadrato della distanza tra esse. L’inversa
proporzionalità tra il prodotto delle masse e la distanza al quadrato fa sì che
questa sia più determinante di quello. Questo significa che nel mondo
subatomico essendo le masse delle particelle minime o nulle essa è in genere
irrilevante, se però la loro distanza diminuisse al di sotto la distanza di Planck (10 -33
cm.) a prevalere diventerebbero i gravitoni, che creerebbero un campo più
intenso sia di quello dei fotoni che di quello dei gluoni. [77]
Va però notato che essendo l’energia “massa in moto”, per la E = mc2
se ne può dedurre che anche l’energia
determina la gravità, perciò nota Leonard Susskind:
Ma se
energia e massa sono la stessa cosa, la frase può anche essere letta come «l’energia è la sorgente
del campo gravitazionale. In altre parole tutte le forme di energia influenzano
il campo gravitazionale e di conseguenza il moto delle masse vicine. L’energia
del vuoto della teoria di campo quantistica non fa eccezione: anche lo spazio
vuoto avrà un campo gravitazionale; se l’energia del vuoto non è nulla gli
oggetti si muoveranno nel vuoto come se su di essi agisse una forza. La cosa
interessante è che se l’energia del vuoto è un numero positivo, il suo effetto
è una repulsione universale, una specie di antigravità tendente a far separare
le galassie le une dalle altre.» [78]
Si noterà come il vuoto, da qualsiasi punto di
vista lo si guardi, è un elemento dirimente della materia come culla, ma lo è
anche da un punto di vista quantitativo, poiché la maggior parte di ciò che
chiamiamo universo è in realtà vuoto e le due tipologie di bosoni
spaziali, i fotoni e i gravitoni, fanno quello che fanno perché operano “nel
vuoto”.
I
gravitoni non sono mai stati identificati e forse non lo saranno mai, proprio
perché la loro forza è così debole che noi non potremo forse mai misurarla
sperimentalmente nei nostri apparecchi. Ma i loro effetti quantitativi sono
giganteschi in quanto riguardano non solo la materia visibile ma anche quella
oscura ed essi partecipano e spesso determinano tutte le fenomenologie
macrocosmiche, sia generative che distruttive. Da essi dipendono la formazione
delle stelle e dei loro aggregati galattici, i tipi delle une e le forme delle
altre, i cui ammassi creano delle specie di collane che solcano lo spazio
vuoto. Nascite e morti di stelle, scontri e cannibalizzazioni tra esse e i loro
aggregati, formazione di buchi neri e di ogni corpo celeste sono tutti fenomeni
determinati dai gravitoni. Tutte le entità fisiche in qualche modo
“ruotano”, e se lo spin è una rotazione particolarissima i quanto intrinseca
alla particella, negli altri enti la rotazione è determinata dai gravitoni e
differenze di orbita e velocità enormi ,col Sole ruota lentamente (2 Km./sec.)
ma con stelle più energetiche che arrivano a 200 Km./sec. [79]
La nascita delle stelle è di gran lunga il fenomeno più notevole, le
officine dove nascono sono nubi di gas e di polveri vaganti nel cosmo tenuti
insieme da una modesta ma sufficiente quantità di gravitoni. Quando però questa
aumenta la nube si riscalda sino a innescare reazioni di fusione nucleare nella
zona centrale che generano aumento di temperatura e di pressione interna,
questa spinge le polveri verso la periferia. Si genera così un motore termico
in equilibrio tra due forze opposte, l’una che induce collasso gravitazionale e
l’altra che si oppone. Finché c’è combustibile nucleare a sufficienza la stella
splende, dopo di che collassa. Per quanto abbiamo molto semplificato il
processo questo è più o meno il modo in cui si accende una stella, con tipi di
di radiazioni fotoniche molto variabile per intensità ed energia; i fotoni più
energici hanno luce azzurra, quelli meno energetici luce rossa. È
però la massa della stella a determinarne il destino e il tempo di vita, molto
differente per quelle di massa superiore a 1,4 volte il Sole rispetto a quelle
inferiori e sino a 1/10 di esso. Massa in generale costituita per circa il 75%
di idrogeno e per il 25% di elio, più tracce di elementi più pesanti. Il motore
stellare funziona fondendo i nuclei di idrogeno (peso atomico = 1) per produrre
quelli di elio (p.a. = 2) e liberando elettroni, positroni, neutrini e fotoni [80].
Una stella, fondendo protoni e producendo energia, si surriscalda, e il
Sole dopo 4,5 miliardi di anni che brilla è ora più caldo del 20%, ma finché
nel nucleo ci saranno protoni da fondere funzionerà. Abbiamo però visto che il
Sole è una stella media e come tale a vita abbastanza lunga, poiché collasserà
non prima di altri 4 miliardi di anni, diventando dapprima una gigante rossa, poi una nana bianca ed infine una spenta e
freddissima nana nera. Differente è
il caso delle stelle massive (oltre 1,4 della sua massa) che vivono poco,
perché i gravitoni sono così numerosi da produrre un campo gravitazionale
intensissimo che la fusione protone-protone non è in grado di contrastare a
lungo. Nella parte interna esse raggiungono i 20 milioni di °K e la fusione
segue un procedimento differente, producendo poco elio e molto carbonio (p.a. =
12), consumando così più rapidamente il combustibile protonico. Ne deriva che
tali stelle non vivono come il Sole 9-10 miliardi di anni, ma molto meno: con 3
masse solari circa 500 milioni di anni, con 20 soltanto 1 milione d’anni. Per
contro, stelle più piccole del Sole vivono a lungo e una massa di ½ della sua permette già di vivere 100
miliardi d’anni [81].
Il fatto è che entro certi limiti di massa, una volta esaurito l’idrogeno, incomincia
a fondere l’elio, la temperatura aumenta di molto ma il collasso avviene
lentamente. All’opposto, nel caso di stelle oltre 8 masse solari il tutto è
accelerato sino alla grandiosa esplosione finale in una supernova.
Per dare un’idea del lampo di una supernova
si consideri che la sua intensità è pari alla somma della luce di una galassia
di cento miliardi di stelle, ma stelle di tale massa sono rare e nella Via
Lattea si conta una supernova ogni mezzo secolo. Le supernove non sono solo
eventi cosmici spettacolari ma importanti per altre ragioni che ci riguardano.
Scrive John Gribbin:
Tali eventi hanno però un’importanza chiave
nell’evoluzione di una galassia e per l’esistenza di esseri viventi come noi,
perché le supernovae svolgono la duplice funzione di produrre tutti gli
elementi più pesanti del ferro e di disseminarli nello spazio con la loro
esplosione. Gran parte dei materiali che compongono il nostro corpo sono
costituiti da atomi prodotti all’interno di supernovae. Da tali elementi, disseminati
poi dall’esplosione nella materia interstellare, possono formarsi nuove
generazioni di stelle, pianeti e persone. Noi siamo fatti letteralmente di
polvere di stelle. [82]
Ogni
fascia di massa stellare evolve in un certo modo, ma spesso le stelle formano
anche sistemi binari dal destino ancora differente. Se le costituenti di una
coppia sono abbastanza distanti il sistema può permanere a lungo, ma se esse
sono vicine può succedere che sia la più grande (tendendo a collassare prima) a
diventare una gigante rossa cedendo materia dell’involucro esterno alla più
piccola, che aumenta di massa. La maggiore prosegue il suo collasso, potendo
diventare una nana bianca, una stella di neutroni o addirittura un buco nero [83].
Le poche informazioni che abbiamo fornito danno un’idea dei ruoli dei
gravitoni, i veri dominatori della RgG e come abbiamo visto anche all’origine
dei corpi macrocosmici, compresi i pianeti come la Terra. Lo sono anche della
loro composizione e della possibilità che gli atomi di carbonio si assemblino
con quelli di idrogeno, azoto ed ossigeno per formare molecole organiche più
complesse, sino a generare cellule auto-replicanti. Alla domanda “come?” non
c’è risposta poiché ciò è avvenuto circa 4 miliardi di anni fa, ma ciò che pare
plausibile è che l’ultimo tipo di bosoni di cui ci occuperemo, i fotoni,
possano aver avuto un ruolo importante in quanto i più energetici. Già solo gli
ultravioletti infatti sono mutageni, per non dire dei raggi x e specialmente dei raggi
gamma, formati da fotoni con un’energia che va da 10.000 a 10 milioni di
eV. Per l’esistenza della vita sulla Terra è importante capire quale radiazione
fotonica arrivi e quale no: al suolo arrivano solo le elevate lunghezze d’onda
(quindi basse frequenze) di onde radio e del visibile (entro i 400 nm), mentre
le radiazioni oltre i 102 nm e per pericolose (UV, raggi
X e raggi γ) sono perlopiù schermate dalla stratosfera
(sino a 45.000 metri) e altre fermati già a 100.000 metri. Il fisico della Stanford University Leonard Susskind precisa: «I fotoni ultravioletti e
quelli dei raggi X hanno energia sufficiente per scalzare con facilità gli
elettroni dagli atomi, e i raggi gamma riescono a rompere non solo i nuclei, ma
addirittura gli stessi protoni e neutroni.» [84]
Ma prima di passare ai fotoni va ancora
ricordato che (per quanto ci riguarda) i gravitoni fanno sì che nella nostra
centrale energetica, il Sole, i nuclei di elio decadano in nuclei di idrogeno
liberando i fotoni che permettono una temperatura e una luminosità relativamente
stabili. Infine, per quanto riguarda la nostra esistenza di animali massivi e
senza ali, i gravitoni fanno sì che noi, “pesando” (secondo un’espressione
convenzionale), restiamo attaccati al suolo e possiamo camminarci sopra. Così
l’acqua che riempie i nostri mari ci sta dentro come fossero dei catini,
l’acqua dei torrenti scende a valle alimentando centrali elettriche e irrigando
campi, che la combustione produca fuoco che salendo verso l’alto si disperde,
ed infine: che le nostre case e tutte le nostre costruzioni, come le macchine e
gli oggetti vari che fabbrichiamo stiano dove li collochiamo e funzionino come
funzionano. Infine, anche dal punto di
vista demografico i fotoni dominano l’universo: oltre 10 miliardi per ogni
protone. [85]
I
fotoni sono i creatori della luce e i corrieri dell’energia delle stelle in
tutte le direzioni. Se la vita sul nostro pianeta esiste lo è grazie ai fotoni,
se non altro perché rendono possibile la sintesi clorofilliana e dai vegetali
proviene il 90% dell’alimentazione animale. Tutto ciò che esiste alla
nostra vista lo è grazie ai fotoni e Einstein negli anni ’30 notava: «In una stanza nella quale l’unica
sorgente di luce è il sodio incandescente, tutto è giallo o nero. La dovizia
dei colori nel mondo è il riflesso della varietà di componenti colorati della
luce bianca.» [86]
Aggiunge poco dopo sulla c: «Anche la
ipotesi che tutti i corpuscoli di luce abbiano esattamente la stessa velocità
nello spazio vuoto, sembra assai strana.» [87]
Strana sicuramente, come lo sono tutte le costanti fisiche del mondo reale
attuale-espanso, che non sono sempre esistite ma si sono “fatte” come huellas machadiane. Nelle loro
differenziazioni, conseguenti al loro stato energetico (con specifiche
frequenze e lunghezze d’onda), i fotoni creano le differenti radiazioni
dell’iride, sicché noi e gli altri esseri viventi percepiscono un colore (la
frequenza non assorbita) sui corpi opachi. Se esiste una “visibilità” è grazie
ai fotoni, se vediamo il cielo azzurro, se cogliamo un alba o un tramonto, se
siamo abbagliati dal bianco della neve, se ammiriamo il rosso di una mela o il
verde di un prato.
Poeticamente essenziali al nostro
“sentire”, essi lo sono anche per il nostro esistere, il nostro percepire, il
vedere e studiare il mondo; tali da essere i più grandi protagonisti del cosmo
e a base della nostra esistenzialità.
È con essi che noi
viviamo, conosciamo le generalità del mondo e le specificità dei singoli enti,
guardiamo e ci guardiamo, accendiamo luci artificiali e facciamo lavorare
computer e correre treni, comunichiamo, informiamo, guardiamo, scopriamo e
molto altro. Per la pluralità dell’essere i fotoni sono agenti principali per
il ruolo sia di generatori di elettromagnetismo nelle sue molteplici forme e
sia come protagonisti della maggior parte delle trasformazioni fisiche fuori e
dentro degli atomi. Tali lo sono stati dall’inizio, impedendo in un primo tempo
la nucleosintesi, accompagnandola in seguito, fissando poi i rapporti tra
adroni ed elettroni, spandendo quindi la loro luce e rendendo trasparente
l’universo. Sono metaforiche cerniere
cosmiche che si collocano negli snodi e tra i piani di una realtà fisica
fluttuante nel vuoto come enti particolari che sono particelle e antiparticelle
nello stesso tempo. Ma anche quanti
di energia e fautori delle più importanti trasformazioni potendo esistere in
forme differenti in base al loro stato energetico: luce, calore, elettricità,
magnetismo, microonde, radioonde, raggi X, raggi gamma.
Per comprendere l’importanza dei fotoni come
elementi principali della materia si può fare di loro oggetti di un esperimento
mentale astratto. Si immagini un forno ideale a tenuta stagna (un sistema
fisico chiuso) dove sia stato fatto il vuoto assoluto e lo si sia stato portato
allo zero assoluto di temperatura (0 della scala Kelvin = - 273,15 °C.). Si immagini ora di conferire calore
dall’esterno con un flusso di fotoni. Questi penetrano nel forno e ne innalzano
la temperatura man mano che aumentano di numero, ma essendo confinati una volta
raggiunto il numero massimo compatibile con lo spazio disponibile incominciano
ad aumentare la loro energia. Raggiunta quella di alcuni miliardi di gradi essi
interagiscono e formano particelle di massa minima come elettroni e positroni,
che si annichilano ri-producendo fotoni. Ad un successivo aumento dell’energia
interna del forno (ulteriore conferimento di fotoni dall’esterno) le coppie
elettroni-positroni cominciano a formare coppie di neutrini e di antineutrini.
Queste, a loro volta, raggiunta la temperatura di 1014 K , creano coppie di
protoni-antiprotoni e di neutroni-antineutroni. A temperature-energie ancora
più alte, di 1015
K, essi si disintegrano generando quark, gluoni e generatori di forza debole. A
tale livello energetico gli 8 gluoni perdono ogni identità, mentre i 3
generatori di forza debole (W +,
W - e Z 0) diventano quanti
privi di massa e quindi identici ai fotoni. I fotoni, come quanti di energia che si muovono alla cst, possono considerarsi creatori di se
stessi attraverso la E = mc2 , a partire dalla scissione di nuclei
massivi come quelli dell’uranio e del plutonio.
Tra
i molteplici ruoli dei fotoni come detto c’è
anche quello di essere i fautori dei mutamenti negli atomi. Un atomo di
un certo elemento diventa atomo di un isotopo dello stesso elemento o di un
altro elemento contiguo grazie ai fotoni, i quali, uscendo o entrando nella sua
configurazione, ne mutano l’assetto, le orbite degli elettroni e la loro
quantità. In altre parole, per quanto di solito si usi dire che l’atomo
“cambia” la sua configurazione cedendo od assorbendo un fotone, ci parrebbe più
corretto dire che i fotoni, uscendo od entrando, “lo mutano”. In realtà, ciò
che noi chiamiamo atomo, e quindi ciò che lo caratterizza in quanto tale e che
determina le proprietà dei suoi assemblati o composti, è un “equilibrio”.
Null’altro che l’esito strutturale di un insieme di particelle in equilibrio
con i fotoni come protagonisti. Da notare infine che i fotoni creano campi vettoriali,cioè
con una direzione, il che fa dire che essi muovano in linea retta, in realtà,
come ci fa notare Susskind, essi si muovono piuttosto come dei cavatappi «avvitandosi
lungo un’elica» [88].
NOTE
[89]
S.Weinberg, I primi tre minuti,
Milano, Mondadori 1997, p.171.
[90]
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia
filosofale, Prefazione, Firenze, Clinamen 2007, pp.7-9.
[91]
L.Russo La rivoluzione dimenticata
(Il pensiero scientifico greco e
la scienza moderna), Milano,
Feltrinelli 2001, pp.50-77. Il saggio di Russo porta all’evidenza tutti quegli
aspetti della scienza ellenistica che anticipano le conoscenze moderne e ne
indicano la via. Con la conquista romana essi sono perlopiù fraintesi, col
Cristianesimo cassati completamente, sino al XIII secolo quando gli arabi li
rendono noti all’Occidente.
[92]
E.Schrödinger, L’immagine del mondo, VII cap. Come la scienza rappresenta il mondo (1947),
Boringhieri 1987, p.118.
[93]
L.Boltzmann, Sul significato delle teorie,
in: Modelli matematici, fisica e
filosofia, Torino, Bollati Boringhieri 2004, p.52.
[94]
E. Schrödinger L’immagine del mondo, V
cap., Alcune osservazioni sulle
basi della conoscenza (1935),
Torino, Boringhieri 1987, p.80.
[95]
Ivi, p.81.
[96]
M.Born, Filosofia naturale della causalità e del caso, Torino, Boringhiwei
1962, p.65
[97]
R.Feynman, La legge fisica, Torino,
Bollati Boringhieri 1993, pp.165-166.
[98]
Ivi, p.171.
[99]
R.Penrose, La strada che porta alla realtà, Milano, Rizzoli 2006,
p.1014.
[100]
Ivi, p.1018
[101]
Ivi, p.1020.
[102]
Si invita a tenere presente che nel mondo anglosassone il termine epistemology
ha un significato più ampio, valendo anche come gnoseologia e teoria
della conoscenza.
[103]
G.Bachelard, Il nuovo spirito scientifico, Bari, Laterza 1951, pp.75-76.
[104]
Ivi, p.84.
[105]
R.Carnap, Sintassi logica del linguaggio, Milano, Silva 1961, p.375.
[106]
Ivi, pp.377-378.
[107]
W.Heisenberg, Oltre le frontiere della scienza, cit.,
p.57 (Il concetto di “teoria chiusa”
nella scienza moderna, in: Dialectica,
Neuchâtel 1948).
[108]
Ivi, p.58
[109]
S.Weinberg, I primi tre minuti, cit.,
pp.7-8
[110]
A.Einstein, I fondamenti della fisica teorica, in: Opere scelte, a cura di E.Bellone,
Torino, Bollati Boringhieri 1988, p.576.
[111]
A.Einstein, Pensieri di un uomo curioso, Milano, Mondadori 1997, p.110.
[112]
Il fatto che, secondo principio di
esclusione fissato da Wolfgang Pauli nel 1924, due fermioni tempo non
possano trovarsi nello stesso punto di spazio nello stesso istante rende
possibile l’esistenza degli atomi, poiché gli elettroni non potendo sovrapporsi
devono collocarsi attorno al nucleo su orbite “quantizzate” e differenti. I
bosoni, non ne sono soggetti e ciò permette di ottenere il laser a fotoni collineati in un raggio unico. Con il nome di superfluidi e di superconduttori si indicano stati di materia bosonica concentrata
che non hanno nulla a che vedere con i conduttori convenzionali fatti di
atomi.
[113]
R.Oerter, La teoria del quasi tutto, Torino, Codice 2006, p.110
[114]
Ivi, p.114.
[115]
G.‘t Hoof, Il mondo subatomico. Alla ricerca delle
particelle fondamentali, Roma, Editori Riuniti 2000, pp31-32.
[116]
S.Hawking, Dal big bang ai buchi neri, Milano,
Rizzoli 1998, pp.85-86.
[117]
A distinguere i protoni dai neutroni sono la massa e la carica
elettrica, che è determinata dalla somma
delle cariche dei quark che li formano. Siccome il quark up ha carica +2/3, mentre il quark down ha carica – 1/3, ne deriva che per il protone la somma è
+1 (= +2/3 + 2/3 – 1/3), mentre per il
neutrone è 0 ( = + 2/3 – 1/3 -1/3).
[118]
Ogni quark all’interno di un protone occupa un volume che è circa un
milionesimo del volume di esso (L.Randall, Passaggi
curvi, Milano, Il Saggiatore 2005, p.163).
[119]
A.Parlangeli, I segreti della materia, Bari, Dedalo
2003, p.30.
[120]
L.Lederman, La particella di Dio, Milano, Mondadori 1996, p.372.
[121]
Per quanto correntemente parlando di “carica” si alluda a quella
elettromagnetica (positiva, negativa, nulla) perché riguarda la nostra
esistenza, anche le altre due forze considerate in MQ conferiscono cariche alle
particelle, che però si esprimono solo a livello subnucleare. Quella della
nucleare forte si dice “di colore” ed è di tre tipi (blu, verde, rosso), quella
della nucleare debole (isospin debole) può avere anche tre valori (+1/2, -1/2 e
0).
[122]
I nomi dei supposti compagni supersimmetrici sono stati coniati aggiungendo il
suffisso “s” per indicare il compagno bosonico di un fermione (il compagno del
quark prende il nome di squark e
quello dell’elettrone selettrone). Per
i compagni fermionici dei bosoni il suffisso è “ino” (il fotone avrebbe un fotino, il gluone il gluino e così via).
[123]
Edward Witten (n.1951) è un fisico-matematico
statunitense, chiamato spesso il “guru
delle superstringe”.
[124]
B.Greene, L’universo elegante, Torino, Einaudi
2000, p.112.
[125]
M.Kaku, Mondi paralleli, cit., p.247.
[126]
B.Greene, La trama del cosmo,
Torino, Einaudi 2004, p.448.
[127]
Fino alla fine del Medioevo si pensava che Dio avesse creato il mondo “qualche”
migliaio di anni prima. Fu poi l’arcivescovo inglese James Ussher, all’inizio
del 1600, a decidere che occorreva fare calcoli “seri e precisi” in base ai
“dati inoppugnabili” delle genealogie bibliche. Ne emersero risultati molto
interessanti; per esempio: a) Dio aveva creato il mondo il 23 ottobre dell’anno
4004 a.C., b) la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre era stata il
10 novembre di quell’anno, c) l’approdo di Noè sull’Ararat dopo il diluvio
universale era avvenuto il 5 maggio del 2348 a.C. Fino all’Ottocento cronologie
di questo accompagnarono accreditate versioni della Bibbia come indispensabile
corredo “gnoseologico”.
[128]
In realtà il periodo per il quale non esiste a tutt’oggi una spiegazione
soddisfacente riguarda soltanto i primi 10 – 43 secondi (la
cosiddetta èra di Planck),
poiché in quella fase le particelle quantistiche dovevano essere così vicine da
avvertire reciprocamente la forza di gravità, non descrivibile (almeno per ora)
in termini quantistici a quei livelli.
[129]
Si veda a questo proposito Dio e la scienza di J.Guitton-G.Bogdanov e
I.Bogdanov (Bompiani 1997), pp.25-32.
[130]
Un ottimo libro di Jean-Pierre Luminet, L’invenzione
del BigBang (Bari, Dedalo 2006),
rende giustizia a questo scienziato troppo spesso dimenticato.
[131]
Il problema della piattezza nasce dal
fatto che l’universo si espanda quasi come un spazio euclideo, una sorta di fine tuning spontaneo che la teoria
inflazionarla spiega ottimamente.
[132]
La teoria di Guth, che talvolta viene definito “vecchio modello inflazionarlo
(a rapida rottura della simmetria) ha avuto con A.Linde (e successivamente con
P.Steinhardt e A.Albrecht) un aggiornamento nel “nuovo modello inflazionarlo”
(a rottura lenta), il quale sarebbe, secondo Stephen Hawking (Dal big-bang
ai buchi neri, Rizzoli 1997,p.153) più attendibile.
[133]
K.W.Ford, La fisica delle particelle, Milano,
Mondadori 1980, p.233. «C’è antimateria, magari in forma di antigalassie, da
qualche parte nell’universo? Non lo si può escludere completamente, ma sembra
altamente improbabile. Se ci fossero regioni popolate di antimateria,
esisterebbero nell’universo superfici di confine tra le parti di materia e
quelle di antimateria: qui elettroni e antielettoni vaganti si incontrerebbero
e si annichilerebbero, dando origine a coppie di fotoni (raggi gamma) di
energia caratteristica (circa0,5 MeV). Una simile radiazione proveniente dallo
spazio non è mai stata osservata.»
[134]
S.Weinberg, I primi tre minuti, cit.,
p.15.
[135]
Ivi, p.17
[136]
Ivi, p.87.
[137]
L’ordine di grandezza degli
adroni (mesoni, barioni e glueball) è da 10 -13 a 10 -14
cm. e l’elettrone 1/2000 circa di essi.
[138]
I sistemi binari in equilibrio sono abbastanza frequenti, ma accade anche che
una stella grande “cannibalizzi” una più piccola nel suo raggio d’azione.
Precisa l’astrofisico Marco Roncadelli (Aspetti astrofisici della materia
oscura, Napoli, Bibliopolis 2004, p.138): «Una conseguenza della formazione
stellare in ammassi è un’elevata probabilità che due (o più) stelle
costituiscano un sistema gravitazionalmente legato: di fatto, almeno
metà delle stelle osservate sono sistemi binari (o multipli).»
[139]
J.Gribbin, Enciclopedia di astronomia e
cosmologia, Milano, Garzanti 1998, p.46.
[140]
E.Ricci, Energia distruttrice, in: Le Scienze, febbraio 2009, p.23
[141]
C.Tamagnone, Necessità e libertà, cit., p.41.
[142]
Ivi, p.42.
[143]
K.W.Ford, La fisica delle particelle, cit.,
pp.205-206
[144]
G.C.Ghirardi, Un occhiata alle carte di Dio, Milano, Il Saggiatore 2003,
p.5.
[145]
F.Dyson, Turbare l’universo, cit., p.291.
[146]
K.W.Ford, Il mondo dei quanti, Torino, Bollati
Boringhieri 2006, p.147.
[147]
Ivi, pp.150-151.
[148]
E.Schrödinger, L’immagine del mondo,
VI, Lo spirito della scienza (1946), Boringhieri 1987, p.103.
[149]
K.W.Ford, La fisica delle particelle, Milano,
Mondadori 1980, p.47
[150]
R.Penrose, La strada che porta alla realtà, cit., p.1014
[151]
K.W.Ford, La fisica delle particelle, cit. p.162.
[152]
Ivi, p.163.
[153]
Ivi, p.165.
[154]
L.Lederman, La particella di Dio, Milano, Mondadori 1996, pp.398-399.
[155]
Ivi, p.401.
[156]
Ivi, p.404.
[157]
G. Kane, Il giardino delle particelle,
Milano, Longanesi 1997, p.139
[158]
Ivi, pp.139-141.
[159]
L.Smolin, La vita del cosmo, cit.,
pp.64-65.
[160]
Vanno distinti tre concetti di massa:
1a “a riposo” o “di quiete” (considerata immobile nel suo sistema di
riferimento), 2 a “gravitazionale” (quantificata attraverso la
gravità), 3 a “inerziale”
(quantificata dalla forza necessaria per conferire accelerazione). La 2 a
e la 3 a sono equivalenti.
[161] M.Gasperini, L’universo prima del Big Bang, cit,
pp.48-49.
[162]
B.Greene, La trama del cosmo,
cit., p.334.
[163]
M.Lachièze-Rey, Oltre lo spazio e il tempo, p.145.
[164]
B.Greene, La trama del cosmo,
cit., pp.336-337.
[165]
L.Susskind, Il paesaggio cosmico,
Milano, Adelphi 2007, p116.
[166]
Ivi, p.70
[167]
M.Hack, L’universo alle soglie del Duemila,
Milano, Rizzoli, 1999, p.85.
[168]
In realtà il processo è un
po’ più complesso perché in un primo tempo la fusione produce un nucleo di
deuterio, una forma isotopica dell’idrogeno di massa doppia (1 protone + 1
neutrone). L’elio a sua volta esiste in due isotopi, l’elio-3 (2 protoni + 1
neutrone) ed elio-4 ( 2 protoni + 2 neutroni). La fusione dell’idrogeno produce
energia perché per fare un atomo di elio ce ne voglio 4 di idrogeno, ma la massa dell’H è 1,008 mentre la massa
dell’HE è 4,003, la differenza tra le masse da sommare e la massa-somma (4, 036
– 4,003 = 0,33) si manifesta come energia che tiene in fusione il nucleo
stellare (il Sole ha una temperature interna di 15 milioni di °C e una densità
del plasma che è di 20 volte quella del ferro) e che in parte emigra verso il
mantello e si libera nello spazio in maniera discontinua.
[169]
J.Gribbin, Enciclopedia di astronomia e cosmologia,
Milano, Garzanti 1998, pp.158-159.
[170]
Ivi, pp.505-506.
[171]
Ivi, p.160.
[172]
L.Susskind, Il paesaggio cosmico, cit., p.27.
[173]
L.M.Krauss, Il cuore oscuro dell’universo, Milano, Mondadori 1990, p.45.
[174]
A.Einstein – L.Infeld, L’evoluzione della fisica, cit., p.110.
[175]
Ivi, p.111.
[176]
L.Susskind, Il paesaggio cosmico,
cit., p.321.