IV.
L’anti-scienza e l’anti-filosofia
4.1 Introduzione
La realtà fisica è fatta di cose o di fatti
sulle cose e una filosofia che ad essa si ispiri non è affatto riduzionistica,
ma tale è fatta passare dai metafisici. Sarà chi ci legge a giudicare se le
nostre riduzioni filosofiche alla realtà fisica non siano invece dei notevoli
ampliamenti ontologici d’orizzonte. La questione riguarda da vicino anche
quella disciplina che porta il nome di epistemologia; essa, dall’ultimo
quarto del Novecento, riflettendo il generale riflusso metafisico e religioso,
è diventata spesso banale anti-scienza. Messo in discussione il progredire
scientifico come portatore di vero progresso per l’uomo, il conoscere
non-metafisico ha visto invalidare molti dei suoi criteri operativi
caratterizzanti la scienza dal Settecento in poi. Da ciò il ritorno in auge di
pensatori come Berkeley e Hume, negatori dei fatti fisici, ritenuti illusori o
meri frutti percettivi, dubbie le cause fisiche divenute solo dei “prima”
rispetto a dei “dopo” ottusamente creduti per abitudine, salvo contrapporvi la
Bibbia quale latrice di verità fisse e inconfutabili.
Noi non pensiamo la scienza portatrice di
verità, bensì di “approssimazioni cognitive” a una realtà in continuo progresso
ed evoluzione e riteniamo che una teoria priva di un corredo di fatti
esperienziali resti teoria e ancora
aldiquà della conoscenza. Teorizzare
non è conoscere e bisogna essere attenti a usare le parole, distinguendo i
modelli sulla realtà dai suoi fatti e i
tipi differenti di realtà, le regioni,
per comprenderne i fatti specifici. Il Principio
di indeterminazione della MQ è corretto non perché sia teoricamente
convincente ma perché i fatti lo confermano, mentre quanto di “interpretativo”
della MQ sfugga ai fatti resta teoria. Ci pare perciò plausibile vedere il probabilismo ontofisico come una
possibile nuova frontiera del pensiero ontologico, capace di mettere in mora il
fantasioso mondo delle “certezze”. Il mondo subatomico si sottrae ad ogni
certezza per sua stessa essenza, per il suo “modo d’essere e divenire”. Non
sarà la volontà degli scienziati di “esattizzarla” a cambiare le cose, il
desiderio “che sia” non può tradursi in un “dev’essere” in base al falso
principio che si darebbe scienza solo se c’è deduzione, determinazione,
dimostrazione. Troppo spesso la voglia di “dimostrare” si traduce in tautologia
oziosa, poiché la logica è utile alla scienza, ma usata in modo scorretto
produce pseudo-scienza o anti-scienza
Schematismi logici intolleranti
dell’indeterminazione, del relativismo e del probabilismo rispondono a una
concezione del sapere datata, ma pervicacemente difesa da scienziati-teologi
che non ammettono che se ne possa prescindere. Il probabilismo può essere una
nuova frontiera del conoscere perché apre nuove possibilità teoriche su un
ignoto che non è detto che sia sempre logico in senso tradizionale; la logica
deve schematizzarsi sul conosciuto e non schematizzare il conoscere. La scienza
è fatta di cose e di fatti, ai quali si appiccicano, come etichette, i nostri
concetti, perciò è importante sfuggire la presuntuosa e talvolta patetica
tentazione di appropriarci dei loro segreti riducendoli ai nostri schemi
mentali. Non è detto che tutto debba
sempre tradursi in equazioni esatte, schemi rigorosi, belle teorie e principi
assoluti, poiché ci vogliono sì metodi del conoscere, ma il nostro “sapere sulla
realtà” è sempre relativo. Noi non per status
“in relazione diretta” con le cose e i fatti, ma solo nella misura in cui il
nostro mondo sia i qualche misura il loro. All’infinitamente piccolo e
all’immensamente grande noi siamo estranei: occorre avere l’umiltà di
avvicinarli senza mai pretendere di “saperne” i fondamenti, che sono “cose e
fatti loro” e non “concetti nostri”.
Il poter conoscere cose e fatti è
un’opportunità, ma spesso tra gli enti reali e i nostri concetti non vi è
alcuna coerenza ontologica, poiché i concetti “traducono” la realtà extraumana
nel linguaggio umano producendo rappresentazioni,
le quali spesso sono tutto ciò che a noi concede la realtà fisica. Noi
dialoghiamo con essa osservandola e ponendole domande che annegano spesso in un
ignoto estraneo, e solo se avveduti
(o fortunati) otteniamo risposte per le nostre rappresentazioni. Sono ciò che
possediamo e ciò che possiamo sperare, ma non è poco: se anche fossimo soltanto
capaci di produrre un theatrum naturae,
quale magnificenza e grandezza ha sempre questa bruta materiaccia! Se per Schopenhauer la rappresentazione del
mondo è un’illusione e per Husserl, al contrario, è il veritativo far
parlare-apparire “le cose stesse”, per noi è l’approccio al mondo che il mondo
stesso ci regala come uno splendido “gioco”. Gli enti della realtà si offrono a
noi in due modi: si lasciano contemplare nell’emozione estetica o si lasciano
rappresentare attraverso gli strumenti della ragione; nell’uno e nell’altro
caso ad operare è il pensiero, ma il nostro pensiero “va ad essi e torna a sé”;
mai è “in essi” e mai li “possiede”.
Il termine di datità va ritenuto
sempre accompagnato dell’aggettivo “fattuale”, poiché con datità noi intendiamo
un dato di fatto, reale in quanto verificato esistere nella realtà
fisica, sia pure “a nostro modo”. Un dato fattuale è sempre conseguente
all’osservazione corretta e alla verifica strumentale, una datità come
l’eliocentrismo può essere resa con un’equazione, ma anche 6 parole come: «la
Terra gira intorno al Sole» vanno bene, poiché è il dato che le legittima. Naturalmente ciò è cognitivamente carente,
ma sia il cosmologo che il bracciante analfabeta possono convenire su esse.
Verificato un fenomeno ed espresso in datità, la scienza ha un primo gradino-base da cui partire per
darne gli sviluppi del caso, innanzitutto con un’equazione matematica che
inserisca il dato di fatto in un contesto fisico più ampio (come il rapporto
gravitazionale tra stella e pianeta e con i relativi mutamenti delle orbite),
tale da prevedere mutamenti e variazione nei valori. Per questo la datità
è sempre concreta mentre la teoria è sempre astratta, e non già perché concerna
l’astratto, ma perché essa tende all’universalità, prescindendo dalla
specificità che la datità esprime.
Si
potrebbe pensare che tra datità e filosofia ci sia poca coerenza ed essere
semmai le teorie ad offrire al filosofo maggiori stimoli ed elementi di
riflessione. Il problema è che l’utilizzo filosofico di una teoria è a maggior
rischio di “storicizzazione” di quanto lo sia il dato, poiché le teorie sono
evolutive e mutanti, mentre la datità è perlopiù abbastanza solida. Noi vediamo
una dicotomia filosofia/metafisica nel senso che la prima dovrebbe fondarsi sul
dato “certo” perché per sua natura produce ”incerto”, mentre la seconda
utilizza un falso “vero” per produrre “assoluto”. La cultura filosofica del “dato”, su cui
lavorare euristicamente per trarre linee interpretative sulla realtà, e la
cultura metafisica del “dimostrato”, vanno in direzioni opposte. I fondamenti
della filosofia non stanno nelle dimostrazioni, bensì nelle domande che vengono
poste alla realtà, mentre i metafisici inventano domande perlopiù oziose per
darsi risposte pre-confenzionate attraverso circolarità tautologiche: i
dialoghi platonici ne sono sontuosi paradigmi. Domande e riposte come battute
di commedie dimostrative in cui è all’opera un “circolo” discorsivo in cui si
arriva da dove si è fatto finta di non partire, con conclusioni già implicate
nelle premesse. Meccanismi magnifici, oziosi e tautologici quanto
surrettizi.
Gli scientisti pensavano però che nei dati
della scienza ci fosse “verità”. Nessuno oggi riproporrebbe tale criterio ma di
scientisti continuano ad essercene tanti e noi dobbiamo starne alla larga. Le
verità dei dati scientifici, ammesso che ce ne siano, sono sempre soltanto
“relative”, l’importante è la misura di aderenza alla realtà e il pensiero
umano non deve mai inquinarla coi suoi pregiudizi, che nascono spesso
dall’inadeguatezza mentale all’oggetto da conoscere. E tuttavia, esistono
veramente dati della realtà materiale che non siano in qualche modo il frutto
di un previo schema antropico del conoscere stesso? La risposta è: no! Ma la
natura è generosa e spesso ci fa regali inattesi contro i nostri pregiudizi.
Infatti molta conoscenza è venuta all’uomo per caso: il ricercatore cercava una
cosa e ne ha trovata un’altra. La scienza, almeno sino a tempi abbastanza
recenti, ha goduto di tali scoperte “per caso”, non intenzionali e quindi non
“inquinate”. Oggi la matematizzazione di insiemi di dati ha generato schemi
concettuali all’interno dei quali, se validi, come coi puzzle basta trovare i
pezzi mancanti.
La fisica teorica oggi è quasi tutta
matematica, il livello di sofisticazione la impone quale linguaggio dei
discreti cinetici, così come il cosmo si è costruito ed evoluto grazie ai
discreti che lo fondano e lo formano. Ciò rinvia alla sostanziale tautologia
insita nella constatazione che la matematica “funziona” perfettamente nella
lettura del cosmo. La pretesa di un’assolutezza matematica della struttura del
cosmo, voluto sempre perfettamente intelligibile (o quanto meno tale “alla
fine”), implica la “elezione” originaria al conoscere conferita all’uomo da
qualcosa o qualcuno. Una base teologico-mistica che numerosi fisici e
matematici hanno coltivato e coltivano con passione. L’idea che l’universo
debba esser necessariamente perfetto, omogeneo, deterministico, assoluto, in
base all’asserto che “Dio non gioca a dadi”,
non fa onore alla mente eminente che ha potuto pronunciare questa frase
infelice. In quel saggio colloquiale del 1996 che è The nature of space and time, dove Roger Penrose e Stephen Hawking
si confrontano, questi, in relazione ai buchi neri e ad una loro entropia
interna, nota:
Pare quindi che i buchi neri abbiano davvero
un’entropia gravitazionale intrinseca. Come vedremo, questa è connessa alla
topologia non banale di un buco nero. L’entropia intrinseca significa che la
gravità introduce un livello extra di non predicibilità, in aggiunta
all’indeterminazione solitamente associata alla teoria quantistica. Einstein
quindi sbagliò quando disse: «Dio non gioca a dadi». La considerazione dei
buchi neri suggerisce infatti non solo che Dio gioca a dadi, ma che a volte li
getta dove non li si può vedere. [1]
Hawking in
pratica, con l’ipotesi di un Dio-giocatore, ci mette in guardia dal credere
troppo nell’intelliggibilità del cosmo e nella nostra capacità di capirlo e
interpretarlo. La presunzione dell’uomo di riuscire prima o poi a districarsi
nei misteri di esso non già come”approssimazione” evolutiva a una pluralità, ma
come”verità” definitiva su un’unità-totalità, potrebbe infrangersi di fronte ai
trucchi del “garante” della Verità.
Nell’universo reale non vi è nulla di
“assoluto” e questo concetto è a nostro avviso (accanto a quello di
“perfezione”) una delle più sciagurate e devastanti invenzioni del pensiero che
la fantasia umana abbia elaborato a danno del conoscere. Ma proprio per questo
sarebbe altrettanto sciagurato pensare che potesse essere la scienza a offrirci
un sapere “definitivo”, ed è questa la ragione
per cui dobbiamo diventare sempre assai sospettosi ogni qual volta
sentiamo pronunciare espressioni come “verità scientifica”. La mitologia
scientistica ha già prodotto abbastanza guasti in passato per offrirle ancora
spazio nel XXI secolo; ha avuto purtroppo i suoi fasti tra fine ‘700 e inizio
’800 e nei suoi casi estremi [2]
ha condotto a una disastrosa teologia della scienza. Lo scientismo in realtà ha
perduto di vista la scienza, e ciò è avvenuto perché si è “metafisicamente”
allontanato dalla datità di essa,
smarrendosi in una scientologia astratta, fumosa, fantasiosa, anti-reale.
La scienza offre “adeguamento” cognitivo
alla realtà e nessun “sapere” che ci riporti alla “sapienza” tradizionale, ma
la relativizzazione del sapere scientifico non deve esporlo alla svalutazione
dei metafisici, i quali colgono spesso tale onesta ammissione dei limiti della
scienza come una confessione di impotenza, o peggio, di inconsistenza del saper
scientifico stesso. Il confronto tra i filosofi e i metafisici è una questione
di buon senso, lasciando a chi buon senso non
ne ha di “recitare la sua parte”. Se questa è chiaramente “nemica”
meglio (può solo far del bene alla scienza), il grave pericolo è quando si
dichiara “amica”, per poi mistificarla.
Sottoscriviamo un passo del matematico e logico Corrado Mangione, che
nella prefazione al libro di Herbert Meschkowski Che cosa sappiamo veramente? afferma:
L’unica considerazione che vorrei fare in proposito è
che la ricerca scientifica ha per sua natura la caratteristica di mettere in
discussione continuamente, in modo spregiudicato ed efficace, le proprie radici
e i propri fondamenti. Ed è per lo meno ridicolo che i cosiddetti risultati
limitativi di un atteggiamento così razionalmente aperto si ritorcano contro la
scienza stessa, decretandone quasi un’autodistruzione: da essi al contrario si
dipartono trame e cammini di ricerca nuovi, prima neppure immaginati, che
portano ad altre conoscenze, a nuove teorie feconde e importanti (come peraltro
puntualmente è avvenuto nei casi qui esemplificati. E del resto
l’individuazioni di “limiti” è essa stessa una conoscenza, e di valore
inestimabile in quanto ci fa guadagnare in “consapevolezza” delle possibilità e
dei “modi” di cui disponiamo per affrontare quel problema generale e
fondamentale che ci sta di fronte: la comprensione del mondo in cui viviamo e
dl quale facciamo parte; in definitiva, la comprensione di noi stessi. [3]
Sintesi
corretta di ciò che pensa chi crede nella possibilità della scienza di
avvicinarsi il più possibile alla realtà dell’universo, senza la pretesa di
coglierne “verità”.
Il conoscere intuire-indurre-dedurre, ma è
sempre relativo a “qualcosa” che preesiste “fuori” del conoscere: questo un
punto cruciale del “fare filosofia”, poiché quel qualcosa è “estraneo alla coscienza” del pensante e opera con
concetti totalmente estranei all’essere
reale. I dati della realtà fisica sono spesso così sepolti sotto strati multipli
di ciarpame metafisico che la realtà stessa sparisce. Nel momento in cui si
dimentica che la luce è effetto fisico di fotoni la luce può diventare “la
verità di Dio” e l’equivoco generare pensiero teologico all’infinito. Si pensi
che nel ‘900 è potuto esistere un iper-idealismo come l’attualismo gentiliano che rimproverava all’idealismo di Platone ed
epigoni (e persino a Hegel) di essere rimasti al livello del “pensato”, ovvero
di aver sviluppato una dialettica “ancora” legata a un mondo “di cose” esterne
al pensiero. La dialettica del “pensante” di Gentile è un vertice metafisico
quasi insuperabile; ma d’altra parte, se si fa dell’idealismo o del mentalismo,
non c’è più limite alla creatività mistificatoria. Anche Croce, con l’
equazione < realtà = spirito >
non ha prodotto meno guasti e se si pensa che quei due hanno dominato la
cultura italiana nella prima metà del secolo XX
si ha un’idea di quale disastro si sia prodotto in essa. Una cultura da
cui Fermi e i “ragazzi di via Panisperna” hanno dovuto scappare è quasi la
stessa che ancora oggi trascura gli studi scientifici. Ma non intendiamo con
ciò sostenere che all’italico suolo spetti il primato dei “pifferai magici”
dell’idealismo: essi hanno imperversato aldiquà e aldilà dell’Atlantico,
imperversano e continueranno a imperversare. Rassegniamoci!
La dialettica del “pensante” quale caso
estremo del pensiero metafisico ci autorizza ad abbozzare una sorta di “legge
di inversione dell’inconsistenza”, che potrebbe essere espressa così: quanto più una totalità-unità “data” a
priori è inconsistente in termini di realtà oggettiva, fattuale ed effettuale, tanto più si offre come fascinosa
creatrice di “verità” solida e consistente. Con abile meccanica discorsiva
l’unità-totalità-verità viene
frantumata all’infinito nei suoi aspetti e connotazioni, ognuno dei quali, a
sua volta, assume tanta più consistenza
veritativa quanto più è onticamente
inconsistente. Le “dimostrazioni” sono poi organizzabili in “sistemi”
produttori di “dati teologici” all’infinito, forieri di ermeneutiche
altrettanto infinite. Ed ogni frutto di esse diviene vero e reale nella misura
in cui è discorsivamente elegante, logicamente ineccepibile e intellettivamente
plausibile. A questo punto il cerchio si chiude in un feed-back strutturante e l’inconsistenza di base di un sistema
metafisico inventato e costruito sul niente diventa “consistenza vera“,
confermata, ineluttabile, necessaria. Così è raggiunta l’”evidenza” nei termini
posti da Husserl, sì che un concetto fondativo primario si fa “dato e fatto”
ontologicamente “vero”.
Rispetto alla frode intellettuale e alla
mistificazione metafisica lo scientismo è fede ingenua nella scienza, mentre
essa esclude fedi e ammette solo “dati”, nei quali quanto meno c’è “pensiero” e
tanto più c’è “valore” cognitivo. Certo, non tutta la scienza si basa su dati,
in gran parte ne esorbita con l’immaginazione
e talvolta con perfino con la fantasia
[4],
ma solo l’attività scientifica produce dati e fa sì che essi “esistano” e si rendano
disponibili per la riflessione teorica. La scienza “pensa su dati” e ne
prescinde soltanto quando non ne ha rischiando l’astrazione, ma questa è
utilissima “se controllata”. Il pensiero immaginativo “sui dati” può infatti
anticipare e predire altri dati, che compaiono a posteriori per confermare o
negare il pensiero che li ha posti. Nella verifica (sorta di auto-negazione
continua) sta la differenza abissale che divide la scienza dalla
metafisica. Al concetto di datità si può opporre l’obiezione che un
dato scientifico non sarebbe mai “in se stesso” ma sempre qualche cosa di
umanamente prodotto e interpretato. Nel passato i dati si sono offerti perlopiù
all’occhio, ora non è più così. Lo strumento rilevatore resta “progettato”
dall’uomo, e quindi “pensato”, ma il dato non è un “pensato”. La datità emerge appena si rifletta sul
fatto che oggi l’osservatore umano può essere sostituito totalmente da un robot
che “rilevi” il dato in un rapporto diretto che abbiamo indicato con
l’espressione materia-materia. Il
dato è indipendente dal fatto di venir pensato, poiché il robot non pensa ma
reagisce meccanicamente alla presenza dell’oggetto che si rivela.
Un esempio interessante e dirimente di datità in relazione all’involontarietà
umana del suo prodursi è dato da un delle più importanti scoperte di tutti i
tempi, quella della radiazione cosmica di fondo. Arno Penzias e Robert Wilson
nel 1965 stavano cercando tutt’altro, quando si sono imbattuti inaspettatamente
in questo fossile energetico dell’antica esplosione-espansione da cui è nato il
cosmo. I due fortunati quanto occasionali scopritori non erano né astrofisici,
né fisici teorici, né cosmologi e né astronomi, bensì dei tecnici delle
comunicazioni via-etere (per la precisione di radio-astronomia) del Bell
Laboratory di Crawford Hill (New Jersey). A caccia di segnali radio essi si
sono imbattuti, senza cercarle, in microonde che si è accertato in seguito
essere “l’eco del big-bang”. Permeanti lo spazio in tutte le direzioni tali
fotoni a bassa energia (microonde) hanno confermato l’omogeneità del cosmo,
secondo quanto previsto già negli anni ’40 da Gamow, Alpher ed Hermann. Che
cosa c’è di “pensato” nella radiazione di fondo? Nulla! Essa è un dato sulla storia dell’universo; una
verità parziale, certo, ma autentica, poiché il pensiero umano non ha avuto
parte nella sua scoperta.
Le microonde scoperte da Penzias e Wilson
hanno viaggiano ininterrottamente senza essere fermate da nulla per il 99,9 %
della vita dell’universo, giungendo sino a noi per rivelarci l’avvenuta
gigantesca espansione iniziale da cui è nato “ciò che c’è”, confermando così
l’ipotesi dell’origine “calda” del cosmo. Il “dato” fornitoci è di importanza
duplice, poiché non solo riguarda l’esistenza di sé e la sua origine, ma
insieme la propria temperatura, che è di poco meno di 3° Kelvin. Il “dato”
sperimentale casuale corregge anche ciò che il “pensiero” dei tre astrofisica
teorici sopra citati aveva elaborato: una temperatura di 5-7° K. I successivi
esperimenti per la definizione di essa hanno poi permesso di fissarla in 2,73 °
K ± 0,01. Ma la meravigliosa avventura della datità scientifica “extra-umana”
prosegue con due macchine straordinarie. La prima è il satellite COBE (Cosmic
Backgroud Explorer) che nel 1992 fornisce per la prima volta immagini, per
quanto ancora sfocate, della radiazione di fondo; una sorta di “ritratto”
dell’universo. La seconda è il WMAP (Wilkinson Microwave Anisotropy Probe),
lanciato nel 2001, che ci ha fornito un’immagine dettagliata e definita
dell’universo primordiale all’età di 380.000 mila anni [5].
E mentre noi stiamo scrivendone decine di altre macchine straordinarie e
autonome stanno cercando altre datità
che ci permetteranno sempre più di avvicinarsi alla realtà cosmica.
La non-intenzionalità della scoperta di
Penzias e Wilson fa emergere due elementi importanti del procedere scientifico
verso il dato, con l’ignoto che si fa
noto. Il primo è che la non-intenzionalità può contribuire al progresso della
conoscenza quanto l’intenzionalità; il secondo che il dato, essendo non-manipolabile, si offre come fondamento
irrinunciabile di ogni “conoscere” autentico. Ne deriva che il riconoscimento
del valore veritativo del dato, del tutto al di fuori del pensare umano, si
rivela come lo strumento indispensabile per il conseguimento di ogni umanamente
possibile autentico “amore del conoscere”. Persino una particella
elementare “virtuale” che si sprigiona per un istante infinitesimo in una
collisione nucleare lascia una sua “firma”, costituita dalla traccia del suo
istantaneo decadimento risultante sullo schermo di un monitor. È questo il dato
“reale” della sua stessa virtualità rispetto all’universo reale, ovvero del suo
apparire e scomparire, senza varcare la soglia della realtà. Sono questi i dati che l’uomo deve cercare di scoprire
con tenacia e pazienza, e soprattutto
con umiltà, per portare avanti il processo della conoscenza. Solo questa rende
possibile un’autentica filosofia: amore
del conoscere. Ciò allorché l’oggetto del conoscere “si rivela” attraverso
automatismi tecnologici, senza che un pensiero né “lo immagini” e né “lo
deduca”. La filosofia, se vuole “esserci” nel processo del conoscere ed intende
avere un proprio ruolo culturale nel mondo a venire, non ha altra scelta che smettere
di fare l’ancilla theologiae e
diventare un po’ ancilla scientiae.
4.2 L’ilozoismo, il vitalismo e l’epigenesi del reale
La complessità ha la propria origine-causa
nella pluralità, ma ciò pare sfuggire nelle usuali considerazioni su di essa,
al punto che il concetto di complessità viene spesso enunciato
prescindendo completamente dalla sua base pluralistica, vedendola quasi come
una fenomenicità auto-fondata. Talvolta è pensata come un “fatto” o uno
“stato”, relativamente al quale l’unica cosa importante per capirla sarebbe
conoscere le “condizioni iniziali” del processo che la determina, sì che i
fenomeni assemblativi fanno nascere concezioni deterministiche o auto-formative
di tipo “intelligente”. Il meccanismo
mentale che conduce a ciò risponde per un verso a ciò che abbiamo chiamato
“malattia monistica”, e per un altro alle palingenesi dell’ilozoismo e del
vitalismo. Ci corre quindi l’obbligo di spiegare perché, secondo noi, la
complessità perde ogni senso se si prescinde dal pluralismo che la fonda per
andare in direzioni del tipo citato. Cominceremo col notare che il complesso è
generato da fattori eterogenei, che coniugandosi lo creano “qui e adesso”. Per
creare una funzione complessa con una “propria” performance “a valore aggiunto” è necessario che un elevato numero
di componenti-base collaborino a crearla. Un errore filosofico grave è quello
di immaginare un “farsi intelligente” di un’“unità complessa” che si auto-organizza
o che mette in un certo “ordine” le performances
dei suo componenti-base per ottenere un “salto di livello ontico”.
La complessità olistica esiste, si dà negli
organismi viventi pluricellulari come ”organismo”, solo questo è olistico,
poiché è entità singola, autosufficiente e organizzata in un “molto più” di ciò
che la compone. Detto ciò, va aggiunto che anche a livello fisico si verificano
molti fenomeni “collettivi”, senza che ciò ci autorizzi a vederli
come”auto-organizzati”. Le transizioni di
fase, attraverso le quali i sistemi si evolvono sono un miscuglio di
fattori causali e deterministici troppo complessi nelle cause e negli esiti per
essere considerati processi autorganizzativi semplici, quali emergenze pilotate olisticamente.
Quindi, è solo in una visione più complessa che possiamo essere d’accordo con
l’antiriduzionismo di Prigogine quando scrive:
L’esistenza delle transizioni di fase rivela dunque
una proprietà emergente, non riconducibile a una descrizione in termini di
comportamenti individuali. Essa mostra i limiti dell’atteggiamento
riduzionistico, che condurrebbe a negarne la possibilità col pretesto che essa
non ha senso al livello delle singole particelle. Le singole particelle non
sono né solide né liquide: gli stati gassoso, solido e liquido sono proprietà
di insiemi di particelle. [6]
Più
l’aggregazione fisica si sposta dal semplice al complesso è più emergono
fenomeni “d’insieme” sorprendenti, come se “emergessero” per condurre a
dinamicità nuove (e da ciò la ragione del nostro “regionalizzare” la realtà).
Si pone allora la domanda: dal momento che non si può ritenere “consapevole” il
comportamento di entità fisiche che appaiono “collaboranti”, quale è l’origine
o la causa di tale comportamento? L’evidenza di “collettività” in molti
cambiamenti di fase dei sistemi complessi è fuori discussione, le creste d’onda
di un mare in tempesta sono l’affascinante esito di miliardi di molecole di
acqua sollecitate dai vento, ovvero da differenze di pressione atmosferica. Ma
l’onda non è né solo acqua né solo vento, bensì è il fenomeno complesso che si
genera dall’intersecarsi di fattori reciprocamente estranei, come lo sono delle
masse molecolari e delle energia cinetiche che le mettono in movimento. Eppure,
da un punto di vista estetico, l’onda ”è
viva” come lo è la fronda battuta dal vento, ma entrambe sono effetti
risultanti dall’incontro di molecole e di energie meccaniche disordinate e
casuali: nient’altro. Un mare in tempesta è per molti versi più affascinante di
un mare in bonaccia, ma questo ci appare “in ordine” e quello in tempesta “in
disordine” e le mitologie cosmogoniche hanno sempre cavalcato in vario modo la
dicotomia ordine/caos.
L’ilozoismo è una forma assai antica del
vedere vita nel non-vitale, ma ha trovato nella modernità una sua palingenesi
nel complesso panorama di tesi auto-organizzative della materia o
autopoietiche. Ma affinché le auto-organizzazioni si verifichino ci vuole
qualche “intelligenza” che le determini oppure no? Della tesi di una
“intelligenza della materia”, la forma moderna dell’ilozoismo, abbiamo già dato
qualche conto in La filosofia e la
teologia filosofale; qui vorremmo considerare altri indirizzi. Forti
suggestioni ilozoiste sono evidenti fin dal pensiero alchemico del ‘500 e nei
secoli XVIII e XIX l’ilozoismo si è coniugato spesso col vitalismo con varie
fortune, ma in ogni caso trovando sempre convinti assertori in opposizione al
materialismo riduzionismo. Tale corrente ha in Ernst Heinrich Haeckel
(1834-1919) un interessante campione. Biologo e zoologo, convinto materialista
folgorato dalla teoria evoluzionistica di Darwin (della quale finisce per dare
una versione totalmente distorta), Haeckel intende dare una risposta
materialista al creazionismo. Nasce così il saggio Gli enigmi del mondo del 1899 (di cui saranno vendute ben 400.000 copie!).
Haeckel, tra le altre cose, formula anche la Legge biogenetica fondamentale, con la quale si sostiene che
l’ontogenesi è una rapida ripetizione della filogenesi, ovvero che lo sviluppo
dell’embrione sino all’età adulta “ricapitola” la storia della specie alla
quale appartiene. Per il discorso ilozoista però è importante considerare la
“Legge della sostanza”, con la quale il Nostro enuncia, su base meccanicistica,
un processo auto-formativo che dalla materia elementare conduce alla biosfera
attraverso un processo evoluzionistico che trae impulso da tre elementi
fondamentali della natura: la materia,
la forma e la forza. Tale teoria auto-formativa (con la quale Haeckel intendeva
unificare la scienza e la filosofia)
tradisce però il darwinismo nella sua essenza, in quanto postula una
processualità rigorosamente deterministica e automatica. Il grande successo
della teorica haeckeliana deriva dal fondere insieme elementi scientifici e
suggestioni panteiste desunte da Goethe, che, lo ricordiamo, era stato uno dei
più convinti teorici del nisus formativus.
Haeckel ha riscosso tale interesse tra la
fine dell’800 e l’inizio del ‘900 che dobbiamo citare qualche punto importante del suo Gli enigmi del mondo (Die Welträtsel):
1°: Lo spazio è illimitato e pieno di sostanza. 2°: Il tempo è infinito ed
eterno. 3°: La sostanza è ovunque e in perpetuo moto; la quantità
totale di materia è invariabile e quella dell’energia è eternamente mutevole.
4°: il moto eterno della sostanza nello spazio è un circolo eterno, con fasi
evolutive che si ripetono periodicamente. 5°: Le fasi consistono in un alternanza periodica di aggregazioni, la
principale delle quali consiste nella differenziazione primaria di massa ed etere. 6°: Una differenziazione fondata sulla condensazione progressiva di infiniti piccoli centri di
aggregazione (i picnatomi) causati e
generati dalle proprietà originarie immanenti alla sostanza: la sensazione e
lo sforzo. 7°: Mentre in una parte dello
spazio i processi picnatomici producono corpi celesti via via più grandi, con
un aumento tra essi della pressione dell’etere,
in altra parte, per contro, il processo inverso porta alla reciproca
distruzione di essi per collisione. 8°: Le enormi quantità di energia
calorifica prodotta in tali collisioni diventano nuove forze vive, che mettono in moto le polveri cosmiche così generate,
formando nuovi corpi sferici di materia in rotazione, sì che questo gioco
eterno di creazione e distruzione ricomincia da capo [i corsivi sono nostri]. [7]
È chiaro come l’haeckelismo sia un coagulo
sincretico di elementi della fisica, della biologia, del materialismo, del
panteismo, con suggestioni stoiche di eterno
ritorno; il tutto proposto
come sintesi scientifico-filosofica in una weltanschauung
che Haeckel pretendeva “ultima e definitiva”. Una visione del mondo materialistica sicuramente affascinante e
suggestiva, proprio in quanto coniugazione-conciliazione di acquisizioni
scientifiche e di modelli panteistico-deterministici molto presenti nel
positivismo ottocentesco. Dio non è affatto negato, ma lo si vede ora come
”Intelligenza” della materia, in un’aggiornata “religione laica della natura”
su base necessitaristica. Non a caso il successo dell’haeckelismo si accompagna
a quello di un montante vitalismo che
ha in Claude Bernard (1813-1878), un biologo positivista imbevuto di
determinismo meccanicistico, il primo teorizzatore, seguito da altri che sempre
più si spostano dal piano materialistico a quello spiritualistico, sino ad
arrivare all’élan vital di Henry
Bergson (1859-1941). Tra gli esponenti più importanti, dopo Bernard, è il caso
di ricordare Joahnnes Reinke (1849-1931), che dopo aver posto una distinzione
tra la “biologia empirica” e una più alta “biologia teorica” quale suo
superamento, e della quale si fa promotore, teorizza una “forza dominante”
quale causa del passaggio dell’inorganico al vivente.
È un allievo di Haeckel, Hans Driesch
(1867-1941), a ricoprire il ruolo di
maggior esponente del vitalismo moderno, affiancato poi dal poco più anziano
Bergson che lo sviluppa in senso teologico. L’intento di Driesch è di spostare
gli indirizzi biologici del suo tempo in direzione antimeccanicistica e
metafisica. Egli teorizza col termine aristotelico di entelechia (ma nello spirito di Leibniz) una palingenesi del
concetto di anima quale entità spirituale e principio
vivificante della materia bruta. Il Nostro è un biologo con forti tendenze
metafisiche e tutti i suoi sforzi vanno nel senso di una metafisicizzazione
della biologia come “dottrina dell’ordine”. L’entelechia drieschiana va però
ben oltre la vitalizzazione della materia, ponendosi come vero agente
“individualizzante” di un meta-materiale costituito sì da individui, ma
caratterizzato e impregnato da una sostanza spirituale “sovraindividuale”.
Questa sostanza trova il suo compimento, ovviamente, nella specie homo sapiens quale traguardo necessitato
e finalistico caratterizzato dallo psicoide,
uno stimolo-forza dell’entelechia. Ma
mentre questa opera solo biologicamente, lo psicoide
opera “nell’esperienza”, e come tale è il motore principale del progresso
spirituale dell’uomo.
Il vitalismo è una forma di pensiero molto
ambigua che nasce sostazialmente dall’ilozoismo, ma che postula una “forza
vitale” quale causa evolutiva, mentre gli ilozoismi vedevano una sorta di
“autoorganizzazione” della materia senza entrare in dettagli causali. Il
Novecento ha visto tuttavia una certa chiarificazione degli indirizzi
vitalistici veri e propri, con un Teilhard de Chardin (1881-1955), che muovendo
da Bergson va in direzione nettamente teologica, e da nuove tesi sui meccanismi
che hanno condotto la materia inorganica a farsi organica e quindi
vivente. È il russo Alexandr Ivanovic
Oparin (1894-1980) che nel suo L’origine
della vita (1924),
coniugando esperienze e osservazioni concernenti sia la chimica che la
biologia, arriva ad avanzare l’ipotesi di un “brodo primordiale” come origine
della vita. Un brodo quale sospensione acquosa di molecole organiche complesse,
da cui sarebbe iniziato un processo autoorganizzativo tale da portare in una
prima fase a complessi macromolecolari “aperti” (cioè reattivi) assorbendo
dall’esterno stimoli fisici e apporti di molecole organiche presenti
nell’atmosfera. Da ciò sarebbe nata una catena di reazioni molto lente, ma al
termine delle quali sarebbero comparse sostanze capaci sia di sdoppiarsi per
scissione spontanea e sia di mettere in atto processi primordiali ed elementari
di nutrizione. La possibilità di processi aggregativi-organizzativi di tale
tipo saranno alla base di ricerche al di qua e al di là dell’Atlantico, ma con
risultati contraddittori.
La nostra posizione si oppone ad ogni forma
di ilozoismo e di vitalismo, come pure alle varie tesi auto-organizzative e
auto-poietiche oggi di gran moda. Noi vediamo i processi evolutivi dal semplice
al complesso come esiti di un flusso continuo e generalizzato di tentativi di
mutamento nell’ambito del “possibile fisico” che abbiamo chiamato peirasi
(e di cui tratteremo al § 9.6). Essa può considerarsi la versione moderna,
indeterministica ed evoluzionistica, dell’antico conatus, dove lo sforzo-tendenza al mutamento evolutivo è solo
probabilistico, con esiti variamente generativi o abortivi, Siccome ci preme sottolineare il nostro
totale distacco dalle storiche o contemporanee tesi auto-organizzative della
materia, abbiamo ritenuto opportuno non utilizzare il termine “organizzazione”,
troppo vincolato alla concezione di “organismo”, per preferirvi quello di epigenesi, che rende meglio e
l’indeterminazione e la variabilità dei processi aggregativi e organizzativi
della complessità. Lo accompagna in questo caso l’aggettivo hiletica, perché riguarda le masse-energie in evoluzione e non le
leggi fisiche, relativamente alle quali abbiamo coniato l’espressione epigenesi sostruttiva. Tratteremo di
entrambe nel capitolo VII, ai §§ 7.7 e 7.5.
4.3 Malattia
monistica e perseguimento della TOE
Il modello di riferimento per ogni nostra
considerazione sul cosmo è al momento attuale è il MS che però, non
contemplando la gravità, è incompleto; si tratta di vedere se, in quanto
incompleto, debba essere considerato attendibile. Noi pensiamo di sì per tre
ragioni: 1a,
il modello trova una straordinaria rispondenza sperimentale; 2a, non esiste nessun modello
alternativo che al momento attuale presenti elementi probatori superiori; 3a, l’unificazione, per quanto perseguita
tenacemente dai monisti-deterministi, non possiede alcuna legittimazione, se
non altro perché è priva di alcun rapporto con la realtà oggettiva e fattuale.
Questa è la sola che possa interessare la filosofia, proprio per definire la
sua specificità e la differenza culturale che la divide dalla fisica teorica,
pur essendole collegata. L’ontologia studia l’essere del mondo e lo tematizza
per poter elaborare una visione del mondo,
una weltanschauung, e ciò perché
essa, lo ribadiamo, rapporta l’uomo al mondo. Ma l’homo sapiens, che è in questo universo da 200.000 anni, ha la
propria realtà coniugata con una realtà cosmica “fredda ed espansa”, quella che
si è generata dopo tre minuti dal bigbang. Una realtà in cui tutte le simmetrie
primordiali erano già rotte.
Un esempio estremamente interessante è
quello che concerne la cosiddetta unificazione elettrodebole (elettromagnetismo
+ legagenza nucleodebole) come primo elemento di una GUT (Teoria di Grande Unificazione). Essa è l’evidenziazione di un fatto
cosmico avvenuto quando l’universo aveva una dimensione di 10 -18, cioè dopo 10 -12 secondi dal bigbang; ebbene,
in quel momento non esisteva ancora neanche un fermione! La forza elettrodebole
è un fatto storico forse importante per la fisica, ma non per la filosofia,
poiché le unificazioni “sono state”, ma “non sono” nella realtà di “questo” cosmo. Il cercare di
“unificare” per andare sempre verso un ”unità” conoscitiva è sempre molto
opportuno quando legittimato, poiché semplifica enormemente non solo le
previsioni e i calcoli relativi, ma la nostra stessa visione del mondo. Se però l’unità è voluta, cercata,
arbitrariamente posta o addirittura imposta, ciò va in direzione diametralmente
opposta alla conoscenza.
È
il motivo per cui noi sospettiamo da tempo l’esistenza di una ”malattia
monistica” come risultante una pulsione psicotica determinata dalle cogente
dell’omeostasi psichica. E ciò non
perché l’”unificazione” non vada cercata alacremente, ma perché il fare ricerca
“per confermare” un’unificazione aprioristicamente voluta può essere
pericolosissimo. Pericolo che non riguarda l’osservazione e la sperimentazione,
oggi quasi esclusivamente strumentali e quindi sottratte all’arbitrio umano, ma
quel lavoro teorico che produce modelli cosmologici. Se la strumentalità della
ricerca osservazionale e sperimentale, essendo fondata sulla datità, non soffre di turbative
antropiche, la teoria ne è impregnata, e come! La domanda che allora ci poniamo
è la seguente: in quale misura ha senso
perseguire un algoritmo unificatore di tutti gli algoritmi concernenti ambiti
manifestamente non-unificabili del mondo fisico?
Ciò che viene chiamato dai fisici-teologi
“campo unico”, una supponibile legagenza
unitaria pre-reale, sarebbe stata una pre-forza di passaggio da un universo
primitivo estremamente concentrato e caldo verso uno espanso e freddo. Il
“campo unificato” non è, in definitiva, che una rappresentazione metafisica di
un cosmo “caldo” verso uno “freddo” avviato a diventare “freddissimo” ed
estremamente pluralistico e differenziato. L’unità delle quattro legagenze si
può ipotizzare ad alte energie appena dopo il big-bang, ma la realtà cosmica
nel tempo è invece a “bassa” energia e non esiste alcun rapporto “fisico” al di
fuori di una freccia del tempo che separi il 13,7 miliardi d’anni trascorsi
dall’allora all’adesso. Aggiungiamo che lo stesso concetto di “campo” riferito
alle legagenze può esser tollerabile e persino utile in fisica, ma in filosofia
è privo di alcun significato. I bosoni, formanti un legagenza (e se proprio si
vuole un “campo”) in una determinata porzione di spazio agendo come fossero dei
gas molto particolari. Questi, come si sa, sono costituiti da molecole che
possono venire concentrate e compresse; ebbene anche i bosoni, in quanto non
soggetti al Principio di esclusione
dei fermioni, possono accalcarsi e concentrarsi, creando campi più o meno intensi. Ma i campi sono degli effetti dei bosoni
e non certo loro origine. Se si ha un campo elettromagnetico, la sua intensità
dipende dalla quantità di fotoni presenti, così come un campo gravitazionale è
costituito da gravitoni che si accalcano a ridosso di una grande massa. Solo in
questo senso si legittima il termine di “campo”.
Non va dimenticato che l’ipostasi del
“campo unico” è nata proprio dall’improprio termine di “campo” in sostituzione
di “forza”, anch’esso improprio ma meno sviante. Ora, qualsiasi ipotesi di esso
deve presupporre un’unificazione delle azioni bosoniche come fattore teorico
fondante; ma l’unificazione delle azioni bosoniche in un passeggero pre-bosone
originario (forse esistito per qualche frazione di secondo) non significa
nulla. Il campo unificato si autocondanna alla mera astrazione teorica che lo
origina, senza la minima utilità, con rischi notevoli di “sviamento” dal cosmo
reale che si deve indagare. Ne è coinvolto il rapporto tra la scienza e
la filosofia e non possiamo che ribadire che scienza e filosofia sono “sorelle”
nel perseguimento dell’”amore della conoscenza” e che la filosofia deve
attenersi solo al “conosciuto” e mai all’”immaginato” teorico. Da un certo punto di vista la scienza può
persino considerarsi “tenuta” a perseguire l’unificazione a fini
utilitaristici. Non la filosofia, il cui obbiettivo è conciliare ontologia
cosmica ed esistenzialità antropica coniugandole in una weltanschauung coerente e plausibile in riferimento a “questa”
realtà. Dal punto di vista filosofico, che i bosoni delle quattro legagenze siano unificabili in un
algoritmo unico è, oltre che improbabile e non plausibile, del tutto ozioso
nella sua irrilevanza.
Un fisico teorico del calibro di Gell-Mann
dopo aver sottolineato la totale imprevedibilità del comportamento delle
particelle di un nucleo atomico che decade, aggiunge:
Se non siamo in grado di fare previsioni sul
comportamento di un nucleo atomico, immaginiamo quanto più fondamentalmente
imprevedibile sia il comportamento dell’intero universo, anche disponendo della
teoria unificata delle particelle elementari e conoscendo la condizione
iniziale dell’universo stesso. Al disopra e al di là di quei principi
presumibilmente semplici, ogni storia alternativa dell’universo dipende dai
risultati di un numero inconcepibilmente grande di eventi accidentali. [8]
Egli ci
dice che quand’anche si riuscisse ad unificare le varie simmetrie, e fosse
possibile (ma non lo è) conoscere le condizioni iniziali della nascita
dell’universo, la fenomenologia cosmica resterebbe impossibile da determinare a
fronte del diffuso indeterminismo degli accadimenti. Ma ci dice anche che ogni
teoria alternativa al MS dovrebbe ricostruire con criteri nuovi un coacervo
sterminato di eventi accidentali. Se si vuole un cosmo unitario e
deterministico (o persino olistico) non
si può che ricorrere a fattori extra-scientifici o cercare le risposte nell’estasi,
come ha fatto Fritjof Capra [9].
Dal punto di vista filosofico gli unici
elementi rilevanti sono le risposte a quesiti del tipo: 1°. Vi sono elementi
probanti per dedurre che il cosmo sia opera di un ente causale esterno ad esso?
2°. Se questo ente esiste quali sono le sue tracce nella realtà? 3°. Se la
risposta a 1°. e 2°. è negativa, se ne può dedurre che il cosmo si è fatto da
sé? 4°. Che cosa si deve intender per “da sé”?
5°. Se pure le leggi fisiche facessero pensare, con la costanza dei loro
effetti, che il cosmo sia dominato dalla necessità, il caso può esser
escluso? 6°. Se il caso esiste in quali
rapporto si pone con la necessità? Sono quesiti di questo tipo che deve porsi
un’ontologia filosofica . D’altra parte il cosmo non è affatto un “sistema” se
non nelle fantasie dei panteisti, ma ciò non esclude affatto che anche atei
deterministi insistano nel volerlo vedere come un Uno-Tutto evocando
implicitamente il Dio-Necessità. Nota giustamente Tullio Regge:
La visione positivista e scientista di una scienza sul
punto di spiegare tutto e di giungere con questo alla verità suprema e finale,
qual’è vagheggiata dai sostenitori della TOE (Theory Of Everithing), è
per me una caricatura del nostro procedere che è pericolosamente vicina alla
fede; se un’idea del genere si avverasse la scienza si ridurrebbe a un episodio
di scarso interesse della Geistgeschichte. Tutto questo non esclude, e anzi incoraggia,
la ricerca di sintesi parziali e di grande portata come lo è al momento il
modello standard. [10]
L’idea
stessa che in fisica si possa conseguire una teoria unica è una contraddizione
in termini perché presuppone tre assiomi insostenibili: 1°. che il cosmo sia un
Uno-Tutto; 2°. che sia omogeneo; 3°. che sia un “sistema”. Allo stato attuale
delle nostre conoscenze nessuna delle tre condizioni è verificata, anzi,
abbiamo molteplici prove del suo esatto contrario.
4.4 L’epistemologia antiscientifica
Abbiamo visto in Boltzmann una posizione convenzionalista che, per
quanto importante, non ha però il rilievo storico, e soprattutto il seguito di
“epigoni e sacerdoti”, che ha quella di Pierre Duhem (1861-1916).
Quest’epistemologo-teologo nega valore alla scienza pratica, che vede come mera
convenzione e soprattutto “dogma” nel suo pretendere che siano le osservazioni
e gli esperimenti a fondarla. L’epistemologia antiscientifica ha in Duhem il
suo padre nobile, con l’obiettivo primario di negare validità oggettiva
alle acquisizioni scientifiche e per considerarle, variamente, frutto di
situazioni storiche, di pulsioni psichiche, di totalitarismo ateo, di politica,
di credenza, di opinione, di furberia, ecc. Una strana forma di epistemologia
che (per quanto Duhem fosse un fisico-chimico) guarda dall’”esterno” l’attività
scientifica reale per bollarla di “dogmatismo” al suo interno in quanto
meramente naturalistica (anziché “nobilmente” idealistico-spiritualistica). La
speranza e il fine? Che tali esegesi “esterne” e cristianamente ispirate (e
anche sempre ben corredate di dialettica storicistica!) riescano ad essere
assimilate dai molti come demolizioni della scienza “dogmatica” al suo
”interno”. Naturalmente musica per le orecchie dei teologi! E più in generale per chi disprezza
la scienza ed è sempre votato a quel partito dell’anti-scienza che rende
giustizia alle eterne verità metafisiche.
L’epistemologia post-duhemiana, ovviamente
molto di moda in questa temperie di riflusso religioso, gode di consenso e lode ed occupa debitamente
i numerosi e prestigiosi “manuali di filosofia” scritti dai teologi filosofali.
Un’epistemologia che travalica il compito critico e storico-interpretativo per
farsi apologetica, pretendendo (come la metafisica antica e medievale) di
“fissare” i criteri del lavoro scientifico. I canali su cui si muove questa
antiscienza sono essenzialmente sei: 1°. storico, 2°. politico, 3°.
sociologico, 4°. etico, 5°. psicologico, 6°. Teorico. Spesso intercomunicanti e
coniugati essi sono ovviamente portatori di acque purificatrici nei confronti
di un pensiero scientifico sporco e volgare, “dogmatico” per la rozza abitudine
di fondarsi solo sull’empirîa,
rifiutandosi imperdonabilmente di farsi guidare dalla metafisica. Fatti salvi i
vari tipi di ingredienti critici c’è anche sempre una procedura, consistente
nelle varie linee di navigazione ideologica: 1°. sul piano storico dimostrare
che le grandi scoperte hanno sempre origine da ”grandi idee” che le precedono e
le pilotano, e che l’empiria ha sempre prodotto disastri; 2°. che è la politica
materialista a favorire il “dogmatismo” scientifico; 3°. che sono biechi gruppi
di potere a decidere i destini della scienza in modo totalitario; 4°. che manca
libertà di ricerca e di teoria fuori dal “dogma” osservativo-sperimentale; 5°.
che certe teorie sono preferite ad altre sulla base di pulsioni psichiche
collettive; 6°. che occorre fissare nuovi criteri logici e metodologici.
Su tali basi l’ideologia duhemiana trova
schiere di epigoni molto famosi, come Quine (estensore di un tesi olistica del
sapere), Lakatos e Feyerabend, che in varia misura lo riprendono nel suo
anti-empirismo viscerale. Contro l’induzione dai fatti fisici osservati o
prodotti, Duhem sostiene che i «fatti oggettivi» non esistono e che hanno
significato soltanto se ci sono teorie che glielo conferiscano. La scienza,
secondo Duhem, nasce sempre dalle idee, ovvero da speculazioni
logico-matematiche che fissano le procedure logiche per effettuare eventuali
osservazioni ed esperimenti. Questi fungono da loro mero corredo confermativo e
spesso solo “simbolico”. Ma poi va oltre, sostenendo che solo l’olismo
metafisico conduce alla verità, mentre la scienza operativa, settoriale e
specialistica, priva di fondamento ontologico-metafisico, serve solamente ad
“organizzare” osservazioni ed esperimenti oziosi. Se però ci chiediamo da dove
derivi tutto ciò ne cogliamo la profonda ragione in una grande e nobile fede e
nell’intento apologetico che lo dirige. Vero “missionario” di essa in un mondo
laicizzato e materialista Duhem afferma: «Certo, io credo pienamente nelle verità rivelateci da Dio e trasmessaci
dalla sua Chiesa […] la fisica da me professata è quella di un credente.» [11].
Duhem intende cancellare la concezione
anti-metafisica della scienza nata con l’Illuminismo e che il Positivismo aveva
spesso equivocata, trasformandola in uno scientismo radicale e
intollerante. Va perciò ammesso che il teologo-epistemologo francese avrebbe
persino qualche buona ragione dalla sua nell’opporsi agli eccessi empiristici
di un materialismo ateo che nega validità al pensiero metafisico ed
extra-scientifico in termini un poco rozzi. Il fatto è che il suo non è un
anti-illuminismo critico, ma dogmatico e ideologico, volendo cancellare con la
sua weltanschauung ogni elemento anti-metafisico. Ne è prova la volontà
esplicita di rivalutare la pre-scienza del Medioevo e del Rinascimento,
fondamentalmente basate sulla religione al fine di “Conoscere (metafisicamente)
le meraviglie del Creato a maggior gloria del loro Creatore”. Grandi idee per
quegli epistemologi che nel ‘900 vorranno demolire ogni “credenza” nei valori
di un attività scientifica giudicata troppo specialistica e sperimentalistica.
Il non-detto dei duhemiani è in realtà il disprezzo per il laboratorio, il
luogo dove la scienza si produce sui fatti reali, che attraverso l’induzione
trae delle conclusioni su ciò “che accade” senza dar troppo peso al “ciò che si
pensa”. Duhem ha anche tendenze mistiche ed è affascinato dai resoconti
estatici. Così, dopo aver letto Storia di un’anima di Santa Teresa di
Lisieux, scrive alla figlia: «È
meraviglioso vedere come ella vi mostra una via attraverso la quale [...] senza
abbandonare la professione dove Dio vi ha posto, si può diventare un grande
santo.» [12] E tuttavia si proclama non condizionato dalla
fede scrivendo:
Una fisica la cui analogia con la cosmologia di
Aristotele e della Scuola si evidenzia così chiaramente, è la fisica del credente.
Perché? Vi è qualcosa nella cosmologia di Aristotele o in quella della
Scolastica, che implichi una necessaria adesione al dogma cattolico? Il non
credente non può, così come il credente, adottare tale dottrina? E infatti non
è stata forse insegnata da pagani, musulmani, ebrei, eretici così come da
fedeli figli della Chiesa? Dove dunque si trova il carattere essenzialmente
cattolico di cui la si dice improntata? È forse per il fatto che un gran numero
di dottori cattolici, e dei più eminenti, hanno lavorato al suo progresso? O
per il fatto che un papa [Leone XIII, Aeterni Patris , 1879], ancor poco
fa, proclamava e i servizi resi un tempo alla scienza dalla filosofia di s.
Tommaso d'Aquino, e quelli che in avvenire potrà renderle? [13]
Relativamente alla storia della statica Duhem scrive:
Lo
sviluppo della statica ci mostra, altrettanto e più ancora dello sviluppo di un
essere vivente, l'influenza di un'idea direttrice. Attraverso i fatti complessi
che compongono questo sviluppo noi percepiamo l'azione continua di una Saggezza
che prevede la forma ideale verso cui la scienza deve tendere e di una Potenza
che fa convergere verso questo fine gli sforzi di tutti i pensatori; in una
parola, noi vi riconosciamo l'opera di una Provvidenza.[14]
Premesso che la fede non inficia per nulla
le tesi di un vero scienziato, qui c’è l’apologeta, per quanto camuffato e non
meriterebbe alcuna attenzione se non il suo lascito e la sua costante in molta
epistemologia della seconda metà del Novecento. L’opera che principalmente caratterizza questo paladino del
Cristianesimo è Le Système du monde, con sottotitolo l’Histoire des
doctrines cosmologiques de Platon à Copernic; un’opera poderosa, progettata
in 10 volumi, scritta tra il 1913 al 1954 ma interrotta all’8° volume per la
morte. L’intendo ideologico ed apologetico che la pervade è di dimostrare che,
all’avvento del Cristianesimo, la scienza pagana era già in crisi e che di ciò
quindi la fede non ha responsabilità alcuna. Duhem sostiene, anzi, che era la
cultura pagana ad essere antiscientifica, perché basata su una concezione
cosmologica ciclica, legata ad un processo circolare “nascita-morte-rinascita”
sempre uguale a sé stesso e fatalistico. All’opposto, la cultura cristiana, con
la visione storica e finalistica, sarebbe
filoscientifica. Se pure l’asserzione avesse fondamento, resta il fatto
che la ciclicità dell’eterno ritorno
è stoica, non certo del materialismo indeterministico leucippeo od epicureo. Il
Cristianesimo, secondo Duhem, non avrebbe combattuto la scienza, ma anzi
l’avrebbe favorita grazie alla concezione temporale lineare e anticiclica della
storia del mondo. Tesi ben congegnata e fascinosa, divenuta poi cavallo di
battaglia di tutti i revisionisti della storia della scienza in funzione
filo-cristiana. In questa prospettiva sia Leonardo da Vinci, Galileo o Newton
avrebbero fondato le loro riflessioni su dottrine come quelle di Giordano
Nemorario, di Giovanni Buridano, di Nicola di Oresme e di altri teologi
medioevali. Infine, secondo il Nostro, l’Antico e Nuovo Testamento, la
Patristica e la Scolastica, costituiscono le vere fondamenta del pensiero
scientifico moderno, nato per ispirazione diretta del Creatore.
Si consideri una prima
affermazione duhemiana de La théorie physique: «Un esperimento di fisica
non può mai condannare un’ipotesi isolata, ma soltanto un insieme teorico » [15],
e una seconda: «Il fisico non può mai sottoporre al controllo dell’esperienza
un’ipotesi isolata, ma soltanto tutto un insieme di ipotesi » [16].
Parrebbe di trovarci semplicemente di fronte ad una posizione teorica asettica,
in realtà essa è profondamente teologica nella misura in cui: 1°, un
esperimento qualsiasi (sia confermativo che negazionale) non può, per sua
natura, fare riferimento che a “una sola”, omogenea e coerente, ipotesi
teorica; 2°, non esiste alcuna possibilità in fisica di fare esperimenti in
base a ipotesi olistiche. Il concetto di olismo in fisica è infatti privo di
senso, poiché esso è valido solo nell’organizzazione del vivente, inoltre la
scienza, per ciò che è, può operare solo in maniera particolaristica e
specifica su singoli sistemi, strutture o fenomeni e mai su un “tutto”. Persino
in biologia, dove l’organismo è vera struttura olistica, nessuna indagine
scientifica è fattibile su esso in quanto tale, ma soltanto su singole sue
parti. La vera ragione dell’assunto di Duhem è perciò di svalutare e
delegittimare gli esperimento scientifico data l’impossibilità pratica di
esperimenti “olistici”.
Espulso l’esperimento da una
scienza “vera e santa” comprende perché il logico-linguista-strutturalista
Quine possa assumerla in senso estensivo, asserendo che le “teorie”, a
qualsiasi disciplina appartengano, prese singolarmente sono prive di
significato, acquistandolo esclusivamente in un “insieme” linguistico quale
unità-totalità olistica. Il ragionamento ideologico di Duhem non poteva essere
che l’impianto dell’olismo dal campo biologico (dove è reale e legittimo) in
quello fisico. Così sentenzia:
L'orologiaio
al quale si dà un orologio che non cammina, separa tutti gli ingranaggi e li
esamina uno a uno finché non trova quello alterato o rotto. Il medico a cui si
presenta un malato non può sezionarlo per fare la sua diagnosi; egli dovrà
indovinare il punto e la causa del male dalla sola ispezione dei disordini che
affliggono l'intero corpo. È a questo, non a quello che somiglia il fisico
incaricato di rettificare una teoria zoppa. [17]
Accostamento privo di senso: il fine
sostenere che quando una teoria sia manchevole è inutile insistere a indagare i
pezzi, ma bisogna spostare l’indagine su una teoria “più elevata”, che
olisticamente la includa. Indurre la scienza non a ricercare gli errori teorici
“dentro” una teoria (e 99 volte su 100 li si scopre e se ne trova la ragione),
ma ”saltare” a una teoria “superiore” per trovare la verità che sfugge. Il
fatto è che non essendo i sistemi fisici, anche i più vasti, mai organismi
viventi, se di fronte a una teoria carente si cede alla tentazione di un
approccio olistico, ignorando la natura del sistema in esame (nei nostri
termini della regione di appartenenza), il deragliamento conoscitivo è
sicuro quand’anche una teoria dovesse risultate bellissima, nonché formalmente
e logicamente soddisfacente. Non è mai il formalismo teorico a dirci se una
teoria sia corretta, ma le corrette procedure di approccio al problema e i
relativi riscontri sperimentali.
Quest’ideologia antiscientifica ha un
fondamento platealmente fideistico nel caso di Duhem, cripticamente metafisico
o ideologico nel caso dei suoi epigoni. L’avvio dato da tale maestro a questo
nefasto corso antiscientifico di molta epistemologia è quindi fondante anche
per successive epistemologiche nominalmente laiche. L’imperversare di
un’epistemologia ideologica presuntuosa come quella di Lakatos), tendente a
ridurre l’attività scientifica a mera “logica”, ha l’identico fine di togliere
credibilità all’osservazione e all’esperimento. Si rimprovera così al mondo
scientifico “operativo” di essere illogico, di non aver un metodo operativo
serio e fondato, di seguire motivazioni non scientifiche, di fidarsi troppo
delle osservazioni e degli esperimenti trascurando i “principi”. Sul piano
storico poi si vuol dimostrare che molti grandi scienziati hanno commesso
errori grossolani per troppo empirismo, o non hanno capito che cosa stavano
scoprendo per carenza teoretica.
Alexandre Koyré (1892-1964) è un pensatore
platonico che ha inteso elaborare una storia
del pensiero in cui la metafisica è coniugata con la scienza, un
ossimoro concettuale che purtroppo continua ad aver enorme successo tra molti
epistemologi dell’antiscienza. Dopo iniziali studi sull’alchimia rinascimentale
egli ha acquisito notorietà con Studi galileiani (1940), Dal mondo
chiuso all’universo infinito (1957), La rivoluzione astronomica
(1961), Studi newtoniani, pubblicati postumi nel 1965. Egli appartiene a
quella categoria di storici che pensano che la scienza possa svilupparsi grazie
a fattori non-scientifici, come la religione, il costume o la morale. Ciò
ponendo, è evidente che ogni qual volta il pensiero scientifico paia sminuire
il ruolo del metafisico o dell’antropico nel corso delle cose e nel divenire
della realtà se ne denuncia l’inconsistenza per eccessiva immanentizzazione.
Posta la materia-natura come causa sui, siamo alla bestemmia, per cui
occorre porre rimedio e “rimettere le cose a posto”!
Una conferenza tenuta a Boston da Koyré nel
1954, il cui testo compare negli Etudes d’histoire de la pensée
philosophique (Paris, Gallimard 1971), ci è utile perché vi troviamo
sintetizzate alcune delle sue tesi storiografiche principali. Tra queste
un’estensione del concetto platonico di buono-bello-vero alle “forme” delle
teorie scientifiche:
Io credo, dal canto mio, che non bisogna denigrare
troppo le immagini. In effetti, ciò che mi sorprende non è che esse non si
accordino definitivamente alla realtà teorica … è al contrario il fatto che
esse vi si accordino tanto bene, e che l’immaginazione, o l’intuizione,
scientifica riesca a fabbricarne di così belle [18]
La
“fabbricazione di belle teorie” è attività auspicabile ogni qual volta manca la
possibilità dell’osservazione e della sperimentazione su qualche realtà
sfuggente. Siamo abbastanza d’accordo: sappiamo che nel caso di Keplero, ad
esempio, le sue fantasie teologico-mistiche sono risultate utili per le sue
intuizioni astronomiche. Ciò che è però arbitrario è collegarle in un rapporto
di causa-effetto, come sarebbe farlo per uno scienziato ateo di cui si dovesse
dire che ha intuito una certa cosa “perché non crede in Dio”. L’esercizio della
fantasia non è solo legittimo, ma spesso (insegna la storia della scienza)
utilissimo per creare modelli antropici che forniscono rappresentazioni
soddisfacenti della realtà extra-antropica, sì da risultarne “adeguati” e
diventare latori di previsioni corrette. Ma Koyré va ben oltre, convinto che
«la presenza di un ambiente e di un quadro filosofico è una condizione
indispensabile dell’esistenza stessa di una scienza » [19]
Quest’asserzione sarebbe corretta se egli dicesse “una teoria scientifica”; ma
poiché egli dice ”una scienza” in generale, includendovi la datità
dell’osservazione strumentale e della sperimentazione come inclusi, Sicché lo
sperimentatore dovrebbe impostare i suoi esperimenti con criteri “filosofici”,
cioè metafisici!
Per entrare nella forma mentis di
Koyré basti pensare che egli ritiene irrilevante l’apporto del cannocchiale per
le osservazioni astronomiche del XVII secolo. Sarebbero invece state
determinanti la “infinitizzazione” e la “geometrizzazione” dello spazio,
concetto metafisico il primo e matematico il secondo. Essi, in realtà, hanno
dato il via a nuove tesi interpretative del cielo, ma solo a rimorchio
dell’osservazione; senza questa, nessuna fantasia sull’infinitizzazione o sulla
geometrizzazione dello spazio avrebbe potuto produrre il minimo progresso
scientifico. Koyré accusa il positivismo di cercare il “come” e non il
“perché”:
Gli storici di tendenza positivista hanno l’abitudine
di insistere, nell’opera dei Galilei e dei Newton, sugli aspetti, o lati,
sperimentali, empiristi, fenomenisti; sulla loro rinuncia alla ricerca delle
cause a profitto della ricerca delle leggi, sull’abbandono della domanda: perché?
E sulla sua sostituzione con la domanda: come? [20]
Naturalmente
la discussione sui perché? è
sempre aperta; ma che cosa significa indagare “cause” al di fuori dello
sperimentalismo, dell’empirismo, del fenomenismo? Significa, appunto, fare
della metafisica, cioè della teologia filosofale; poiché quali cause potrebbero
esistere fuori della sfera fisica se non nella meta-fisica? Ed infatti il Nostro biasima la posizione di
quegli scienziati che pensano la conoscenza del reale basarsi sui fenomeni (e
non già sui noumeni!). Rea quindi di vedere in essi «l’essenza di quest’ultima
[la scienza], o perlomeno come il suo proprium e costoro lo oppongono
alla scienza realista e deduttiva del Medioevo e dell’Antichità.» [21] Abbiamo letto bene: «“scienza” del Medioevo»
(quella già coltivata da Duhem!), realista-deduttiva, cioè metafisico-logica,
come era quella di Platone e Aristotele!
Sempre in Etudes d’histoire de la pensée
philosophique troviamo altre sintesi delle opinioni koiréane in riferimento
alle critiche (del 1961) di un suo collega (Henry Guerlac), di cui condivide
l’esecrazione per l’eccessiva specializzazione di alcuni storici contemporanei
su elementi troppo fattuali e particolaristici. Inevitabile la perdita di vista
dell’orizzonte metafisico che per Koyré è sempre stato il fondamento del
conoscere [22]. Guerlac in realtà è solo un sociologo che accentua
l’importanza delle condizioni storiche nel procedere del pensiero
tecnico-scientifico, sì da risultare anche un poco “empirista” e rimproverare a
Koyré di essere troppo ”idealista”. Da ciò la replica:
Penso che altrettanto valga per le applicazioni
pratiche della scienza [oltre che per le teorie] non è tramite esse che si può
spiegare la sua natura e la sua evoluzione. Io credo, in effetti (e se questo è
idealismo sono pronto a porte il marchio infamante di esser un idealista, ed a
subire i rimproveri e le critiche del mio amico Guerlac), che la scienza,
quella della nostra epoca come quella
dei Greci, sia essenzialmente theoria, ricerca della verità. [23]
C’è solo
un piccolo problema per uno che si pretenda storico della scienza nonché
epistemologo, che la «ricerca della verità» è un ambizione della logica e della
metafisica, mentre la scienza può solo aspirare ad «approssimarsi alla realtà»
in termini progressivi ed evolutivi.
D’altra parte Koyré, da metafisico, vede la fisica con occhiali teologici,
sì da scrivere nel 1951:
Dall’inizio delle mie ricerche, sono stato ispirato
dalla convinzione dell’unità del pensiero umano, particolarmente quella delle
sue forme più elevate; mi è parso impossibile separare, in compartimenti
stagni, la storia del pensiero filosofico e quella del pensiero religioso, da
cui la prima è sempre lambita, sia per ispirarvisi, sia per opporvisi. […] La
mistica di Boheme è rigorosamente incomprensibile senza la nuova astronomia
creata da Copernico […] L’evoluzione del pensiero scientifico, almeno durante
il periodo che allora studiai, non formava, d’altronde, una serie indipendente,
ma era, al contrario, molto strettamente legato a quella delle idee trans-scientifiche,
filosofiche, metafisiche, religiose. [24]
Non è che
Koyré abbia torto, poiché effettivamente il pensiero filosofico e quello
teologico sono stati una sola cosa, abbracciati strettamente, sino almeno sino
al secolo XVII. Il suo errore è però di non aver capito che cosa sia veramente
successo in filosofia nel XVIII secolo rispetto al precedente, e per uno
storico ciò è imperdonabile.
Karl Raimund Popper (1902-1994) si trova a
fare i conti (come viennese) col Circolo di Vienna, ma il neopositivismo gli
pare inconciliabile con le sue concezioni filosofiche, basate sì sulla logica
ma anche sul dubitativismo humiano. In realtà egli non fa altro che rivestire
il logicismo di un nuovo abito, ripartendo proprio dalla metafisica di Hume.
Nel 1934, scrivendo la Logica della scoperta scientifica, con un passo
indietro gnoseologico di tre secoli, Popper taccia di “dogmatismo” (ma, bontà
sua, “innocuo”!) l’indirizzo di pensiero che distingue le proposizioni
scientifiche, significanti in quanto verificabili, da quelle metafisiche,
inverificabili. Una distinzione divenuta indispensabile nel momento in cui,
nascendo la scienza moderna nel ‘700, le fantasie metafisiche, confezionate
logicamente e “dimostrate”, non potevano più essere mescolate con le
verificabili acquisizioni scientifiche sul reale. Popper si permette di giudicare
“dogmatica” tale distinzione (in barba ai Bacone, ai Galileo e ai Newton) per
privilegiare criteri puramente logici di giudizio, avvalorabili solo in seconda
istanza (ancora bontà sua!) da verifiche sperimentali. Non quindi l’esperienza
che offre la materia prima per teorizzare, ma la teoria che utilizza l’ancilla
esperienziale per rinforzarsi. Così sentenzia:
La base empirica delle scienze oggettive non ha in sé
nulla di “assoluto”. La scienza non posa su un solido strato di roccia.
L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude.
È come un edificio costruito su palafitte . Le palafitte vengono conficcate
dall’alto, giù nella palude: ma non in una base naturale o”data”; e il fatto
che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non
significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente, ci fermiamo
quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano
abbastanza stabili da sostenere la struttura. [25]
Palude
l’esperienza scientifica, palafitte le induzioni sui suo fatti, “non-naturale”
(sic!) la base empirica dell’esperienza; ce ne sarebbe quanto basta per non
azzardarsi a costruire nulla di teorico su fondamenta così incerte. Si dà
invece il caso che la perfetta cattedrale tolemaica (logicamente solidissima e
perfetta!) sia crollata di schianto grazie a una messa in discussione di tale teorico
“solidissimo-perfetto” grazie ad un approccio pratico. E grazie anche ad un arnesuccio
fatto di metallo e vetro, un piccolo aggeggio empiristico che pare un certo
Galileo sovente usasse. L’intuito di Copernico aveva tracciato la via giusta,
si da permettere a Galileo di asfaltarla, ma nelle intuizioni del polacco la
logica non c’entrava un bel nulla, il suo genio aveva intravisto la realtà
dell’eliocentrismo come Einstein intuirà la relatività dello spazio e del
tempo. Questi diceva infatti di sé: «Quando rifletto su di me e sui miei metodi
intellettuali, mi sembra quasi che il dono della fantasia mi sia servito più
della capacità di impadronirsi della conoscenza assoluta.» [26].
Ma Popper, oltre che di poca memoria pecca
anche di logica, poiché nessuna persona di minima intelligenza (e si spera che
gli scienziati ne abbiano almeno un pò), costruirebbe qualcosa su una base
incerta, per veder poi vanificare la sua opera (fatta di speranze, di progetti,
di ansie, di fatiche, di quattrini) dalle forze della natura. Perché mai una
persona ragionevole dovrebbe “costruire” qualcosa di incerto per conseguire una
“soddisfazione” provvisoria e precaria? In realtà Popper usa la logica in
maniera del tutto formalistica, nello stesso modo in cui è stata usata dai
metafisici di tutti i tempi per creare “verità”. Suo intento primario
invalidare l’induzione nel procedere scientifico per sostituirla con
nuovi meccanismi di deduzione,
per questo l’elezione di Hume a padre nobile è significativa; lo
scozzese, più o meno come Cartesio, aveva sostenuto che “di tutto si deve dubitare
salvo che di Dio” e che le uniche verità erano quelle matematiche e quelle
bibliche. L’idea di un effetto determinato da una certa causa in base alla
costanza del rapporto causa/effetto e di un’osservazione reiterata di esso sono
da lui ritenuti inconsistenti. Il vedere un rapporto causale tra antecedente e
conseguente per Hume è solo “abitudine”, generatrice di una credenza
ingiustificata; Solamente se c’è un bell’a priori solido e concreto,
come lo è la Bibbia per la realtà di Dio in quanto causa vera e reale del
mondo, la credenza ha un fondamento vero e reale. Il novello messia Popper, non
a caso dopo il 1990 tornato nell’accogliente grembo dell’eterna teologia
platonica, utilizza come base il falso scetticismo humiano per creare la “sua”
logica della scienza.
Veniamo ora al famoso falsificazionismo,
nascente dalla convinzione che vi sia “asimmetria” tra verificabilità e
falsificabilità. Sulla base di una «forma logica delle asserzioni universali»
il Nostro arriva a una prima conclusione:
Queste [le asserzioni universali] non possono essere
mai derivate da asserzioni singolari, ma possono venire contraddette da
asserzioni singolari. Di conseguenza è possibile, per mezzo di inferenze
puramente deduttive (con l’aiuto del modus tollens della logica
classica), concludere dalla verità di asserzioni singolari alla falsità di
asserzioni universali. [27]
La prima
domanda che sorge spontanea è: ma c’è un solo scienziato serio che svolga le
sue ricerche al fine di conseguire una “universalità” delle sue asserzioni?
Quando mai un ricercatore che descrive il lavoro fatto esponendo le sue
conclusioni pretende “universalità logica”? Ma Popper insiste dichiarando
assertoriamente: «il metodo delle falsificazioni non presuppone alcuna
inferenza induttiva, ma soltanto le trasformazioni tautologiche della logica
deduttiva, la cui validità è fuori discussione.» [28]
“Fuori discussione” la validità della deduzione, e invalidata l’induzione
(che però costituisce almeno il 90% dell’operare scientifico), il Nostro può
buttarla in psicologia affermando: «Io propongo di guardare alla scienza in un
modo che è all’incirca quello sostenuto dalle varie scuole psicologistiche:
desidero distinguere nettamente tra la scienza oggettiva da un lato e la
“nostra conoscenza dall’altro”.» [29]
Ora, che cos’è per Popper l’“oggettività”
della scienza al di là del riconoscimento che «soltanto l’osservazione può
fornirci la “conoscenza dei fatti” ? [30]
Il frutto del meccanismo falsificazionistico. Ma questo, serve veramente alla
scienza? A noi pare poco o nulla; serve però molto agli epistemologi
falsificazionisti per scriverci sopra libri e farci lezioni e conferenze. La
verità è che la montagna logico-epistemologica popperiana ha partorito un
minuscolo topolino per la bocca di qualche gatto disattento, che essendo
incapace di produrre scienza si accontenta di coltivare un’epistemologia
inutile. Poiché delle due l’una: o un oggetto o fatto scientifico è
“accessibile” all’osservazione e alla sperimentazione, oppure non lo è. Se i
dati osservazionali e sperimentali “ci
sono”, la fabbricazione di un “falso teorico” non può aggiungere nulla sulla
realtà dell’oggetto-fatto, che avvalora una teoria esistente o ne indica una
nuova. Ma ancora meno serve se, invece, i dati osservazionali e sperimentali
(come nella caccia alle stringhe sotto la dimensione di Planck, la
ricostruzione del big-bang o il futuro del nostro universo) “non ci sono”. In
questi casi non c’è nulla da falsificare perché non c’è nessuna possibile
”conclusione” induttiva, ma soltanto teorie semi-astratte basate sul calcolo o
sull’immaginazione di modelli ipotetici. In ogni caso, per Popper, la “palude”
è finalmente prosciugata “logicizzando” in un primo tempo la ricerca
scientifica e poi “metafisicizzandola” nella versione “riformata” del Postscritto
alla logica della scoperta scientifica, del 1983. Quasi cinquant’anni dopo
la prima versione il Postscritto diventa l’occasione non solo di una
rielaborazione (da cui partirà Lakatos) di un falsificazionismo più complesso e
articolato, ma anche (finalmente!) per un sano ritorno alla santa metaphisica
peremnis. Il logicismo da cui Popper è sempre stato impregnato è così
subordinato al profondo spirito teologico che lo ha sempre animato e che ora si
evidenzia col concetto di “programma metafisico di ricerca”. Troppo noto e
studiato per fornire ulteriori informazioni al lettore aggiungiamo soltanto che
se come epistemologo egli è quel che è, come etico e sociologo è persino
interessante.
Lasciamo il “guru-maïtre”
dell’epistemologia novecentesca, ambigua e inquinante pars construens
per una filosofia della scienza “veritativa”, e passiamo a considerare alcuni
epistemologi di una seconda generazione, i quali, agendo decisamente da pars
destruens, fanno le pulci al pensiero scientifico in maniera anche più
radicale (ma più utile). Si ha tuttavia la netta impressione che la
relativizzazione del sapere scientifico operata da Popper costituisca un valido
ponte tra Duhem e i nuovi critici della scienza, che in vario modo tendono a
limitare il valore degli elementi non-teorici di essa per acquietarsi
nell’accogliente grembo del “teoreticismo”. Rimane valido quanto già
affermavamo in Necessità e libertà
(là dove ci ponevamo soprattutto il problema esistenziale e assai meno
l’ontologico), rilevando che per onestà intellettuale siamo costretti ad
ammettere che l’ignoranza è un aspetto strutturale del nostro essere nel mondo
e del nostro rapportarci ad esso [31].
Ma proprio per questo occorre guardarsi dal commettere l’errore teologico non
solo di dubitare di tutto salvo che dell’esistenza di Dio (come fanno Cartesio,
Berkeley, Hume e in parte Kant), ma di metafisicizzare il fisico, poiché la
metafisica ha al suo servizio i canti di Sirene pseudo-logiche devastanti per
la conoscenza. Essa, oggi come ieri, delegittima la scienza nel perseguimento
dell’essenza e del fondamento del reale quindi le impone i propri criteri
fondativi. Nella misura in cui si opterà per la scienza e la filosofia
(lasciando la metafisica al suo destino teologico) ci si sarà giocati il futuro
della conoscenza umana, e siccome l’espistemologia può essere di aiuto e
stimolo per il pensiero scientifico, il modus in rebus di essa è
importante. I tre autori che abbiamo scelto per una rapida disamina (Kuhn,
Lakatos e Feyerabend), non sono assimilabili: il primo ha dato un contributo
interessante alla critica della smascherando ogni assolutezza delle asserzioni
scientifiche, ma gli altri due hanno scopi del tutto differenti.
Thomas Kuhn (1922-1996) è colui che nel
1962 con La struttura delle rivoluzioni scientifiche cerca di capire
come e perché, nella storia della scienza, un modello ritenuto valido per
secoli, improvvisamente sia sostituito da un altro (ed essendo un fisico
passato alla filosofia, nel contesto della nostra ricerca assume una certa
valenza). Egli pone una “scienza normale”, quella dominate e riconosciuta,
sulla base della quale sono compilati i manuali scolastici e latrice di un
“paradigma” costituente la cornice dominante. All’interno di essa si
inseriscono perlopiù mere conferme; allorché, invece si presentano delle
novità, se esse sono compatibili il paradigma le include, oppure no, e in
questo caso esse vengono soppresse. La caratteristica principale della scienza
normale è quindi quella di costruire un recinto, decidendo ciò che può star
dentro e ciò che deve star fuori. Essa crea anche in qualche maniera un
discrimine tra gli scienziati-artigiani-confermatori, che lavorano a
perfezionare tesi e a trovare conferme, e gli scienziati-teorici-innovatori, da
parte dei quali quest’attività «è regolarmente guardata con disprezzo dagli
scienziati, perché si tratta in larga misura di ripetizioni di procedimenti che
sono già stati eseguiti in precedenza.» [32]
Il disprezzo che circonda un mero lavoro di
“arricchimento” spiega anche la corsa a scovare all’interno del paradigma
stimolanti “rompicapo”, per risolverli ed acquistare prestigio nella comunità
scientifica. Sicché: «Colui che riesce nell’impresa si dimostra un esperto
solutore di rompicapi, e la sfida del rompicapo è una parte importante delle
ragioni che di solito lo spingono avanti.» [33].
In questo contesto:
Tuttavia, la ricerca scientifica mette in luce
ripetutamente fenomeni nuovi e insospettati, e continuamente teorie
radicalmente nuove sono escogitate dagli scienziati. La storia indica persino
che l’impresa scientifica ha sviluppato una tecnica straordinariamente potente
per produrre sorprese di questo genere. [34]
Si
soppesino le parole: mentre i ricercatori mettono ripetutamente in luce
«fenomeni nuovi e insospettati», a valle di ciò vi sono altri che continuamente
“escogitano” teorie “radicalmente nuove”. La storia stessa della scienza rivela
e suggerisce una vera tecnica “del teorizzare”, straordinariamente efficace e
potente, volta a produrre «sorprese di questo genere». Tale disincantato
linguaggio kuhniano, che constata una continua “fabbricazione di teorie”
sarebbe sospettabile, ma poi, l’abbondanza teorica interna ad un certo paradigma,
è quella che apre la breccia per la sua sostituzione:
Se questa caratteristica della scienza deve potersi
conciliare con quello che abbiamo detto prima, allora la ricerca governata da
un paradigma dev’essere una maniera particolarmente efficace di introdurre
cambiamenti di paradigma. Le novità fondamentali di fatto e teoriche infatti
portano proprio a questo. Prodotte inavvertitamente da un gioco che procede
secondo un certo insieme di regole, la loro assimilazione richiede la
elaborazione di un nuovo sistema di regole. [35]
Un modello
scientifico efficace e prolifico, sia di fatti che di nuove interpretazioni dei
fatti, finisce però, dilatandosi, per indebolirsi. Senza che ve ne sia la
consapevolezza l’utilizzo intensivo di certe regole spiana i terreno per regole
nuove foriere di un nuovo modello.
Il Nostro riassume esemplarmente le fasi
della scoperta dell’ossigeno, tra il 1770 e il 1777. Sette anni in cui tre
scienziati vi contribuiscono: Scheele in piccola parte, mentre determinanti
sono Priestley, che lo scopre nel 1774 (ma pensa che sia ossido di azoto) e
Lavoisier, che l’anno dopo lo isola anche lui, ma per considerarlo “aria molto pura”. Kuhn domanda «chi fu il
primo a scoprire l’ossigeno e quando fu scoperto?»:
Il tentativo di dare una risposta ci serve ad
illuminare la natura della scoperta, dal momento che quella risposta non
esiste. La scoperta non é un processo su cui si possa porre una domanda di
questo tipo. […] è sintomo di una distorsione dell’immagine della scienza, che
presta alla scoperta un ruolo così fondamentale. […] Sebbene senza dubbio
corretta, la proposizione “l’ossigeno fu scoperto” porta fuori strada, perché
fa pensare che scoprire qualcosa consista in un unico, semplice atto
assimilabile al nostro abituale (ma anch’esso discutibile) concetto di vedere. [36]
Una
scoperta è un “processo” e non un “fatto”. La precisazione è corretta, ed anche rivelativa della cattiva abitudine
di fare della storia della scienza una “mitologia”, con tanto d’eroi e gesta
gloriose. I progressi scientifici sono, al contrario, la paziente e umile opera
di tanti piccoli gnomi che scavano la dura roccia della realtà fisica per
cavarne i suoi segreti. Se ogni tanto un grande genio, come Einstein, risparmia
il lavoro degli gnomi, si tratta dell’eccezione e non della regola, che invece
vede il contributo di molti realizzare una staffetta finché uno, o un’équipe,
porta il testimone al traguardo.
Aggiunge giustamente: «La scoperta implica un processo di assimilazione
concettuale esteso nel tempo, sia pure non necessariamente lungo.» [37]
Kuhn ci ricorda anche che grandi scoperte
sono a volte casuali, com’è il caso della scoperta dei raggi X da parte di
Röntgen (ma potremmo aggiungere della penicillina da parte di Fleming),
nascendo tutto dall’osservazione di una “anomalia” rispetto al paradigma, che
altri magari avevano già notato senza farci caso. Però, nota il Nostro, mentre
nel caso dell’ossigeno il nuovo paradigma era stato intravisto quasi subito,
nel caso dei raggi X il processo fu più lungo a causa di una tecnologia
inadeguata, poiché i rivelatori dei raggi allora in uso non erano ancora stati
schermati col piombo. [38] Kuhn si occupa poi della scoperta fisica
forse più significativa per un cambio di paradigma: la cosiddetta “rivoluzione
copernicana”. Le previsioni sulla dinamica planetaria utilizzando la teoria
tolemaica non erano così cattive, ma Copernico si concentra sulle piccole
differenze. Prima di lui, quando si notava qualche discrepanza: «gli astronomi
erano in grado di eliminarla introducendo qualche particolare riadattamento»,
sfuggendo loro «che la complessità dell’astronomia cresceva ad un ritmo molto
più rapido della sua accuratezza e che una discrepanza corretta in un punto
aveva probabilità di saltar fuori in un altro.» [39]
I continui “aggiustamenti” per salvare il paradigma tolemaico (e ciò ci
richiama alla mente le “rinormalizzazioni” nel MS) erano ormai sotto gli occhi
di tutti, ma guardati con disattenzione. Non da Copernico, che nella prefazione
al De revolutionibus scriveva che il sistema tolemaico si stava
rivelando come un “mostro”, e da ciò la necessità di un radicale cambio di
modello.
Il Nostro sottolinea anche il fatto che le
teorizzazioni “eccedono” sempre la datità, e che: «La storia della scienza
mostra che particolarmente nelle prime fasi di sviluppo di un nuovo paradigma,
non è neppure molto difficile inventare alternative del genere.» Infatti,
“inventare teorie” è cosa assai facile ed è per questo che pensiamo sia
necessaria un’attenta distinzione tra ciò che è datità e ciò che è teoria,
poiché, in assenza della prima, la teoria rischia di diventare o arbitraria o
un guazzabuglio di tesi sovrapposte. Al capitolo IX de La struttura,
laddove l’autore, dopo aver debitamente preparato il terreno, può indurre il
tema base di “rivoluzione”, è precisato che il mutamento di paradigma,
analogamente agli stravolgimenti sociali, nasce da una “incompatibilità” tra le
regole del modello esistente e un nuovo orizzonte, che si rivela però
ineludibile [40].
Un paradigma è un’“autorità istituita”
sostenuta da “fonti autoritarie” e ciò spiega perché le rivoluzioni restino a
lungo “invisibili”:
Posso suggerire che vi sono eccellenti ragioni che
spiegano perché le rivoluzioni si sono dimostrate così invisibili. Sia gli
scienziati che i profani ricavano gran parte dell’immagine che si fanno
dell’attività scientifica creativa [teorizzatrice] da una fonte autoritaria,
che sistematicamente cela – in gran parte per ragioni funzionali – l’esistenza
e il significato delle rivoluzioni scientifiche.» [41]
Come fonti
autoritarie il Nostro identifica soprattutto i manuali scientifici e in
subordine opere di divulgazione o filosofiche modellate su essi [42],
aggiungendo:
Queste tre categorie di opere – poiché fino ad
un’epoca molto recente [prima di internet] nessun’altra importante fonte
d’informazione scientifica era disponibile, eccettuata la stessa attività di
ricerca - hanno tutte una cosa in
comune. Esse si rivolgono ad un corpo di problemi, di dati e di teorie già
articolato, molto spesso a quel particolare insieme di paradigmi cui la
comunità scientifica è vincolata nel momento in cui vengono scritte. I manuali
mirano a comunicare il vocabolario e la sintassi di un linguaggio scientifico
contemporaneo. Le opere di divulgazione cercano di descrivere quelle stesse
applicazioni in un linguaggio più vicino a quello della vita d’ogni giorno. […]
Perlomeno nel caso dei manuali ci sono anche delle buone ragioni perché, su
argomenti come questi, l’informazione debba essere sistematicamente falsata. […]
I manuali cominciano così col distruggere il
senso che lo scienziato ha della storia dell propria disciplina, e, ottenuto
questo, gli offrono un sostituto per ciò che hanno eliminato. [43]
La
riflessione è importante, poiché il problema della trasmissione del sapere è
fondamentale per la scienza, ma anche per altre discipline, la filosofia e la
storia in primis. Anche noi avevamo già rilevato in altro nostro lavoro
i disastri che la manualistica può provocare in termini di omissioni e
sviamenti dettati dall’establishment culturale, “autorità”
istituzionalizzata, che può celare o addirittura mistificare. La tendenza
mistificatrice si esprime anche nella tendenza «a far apparire la storia della
scienza come un processo lineare e cumulativo» [44]
che non è, semplificando il complesso e tacendo dei tormenti dei teorici seri
nel superarsi e correggersi. Ed inoltre: «La presentazione manualistica
presuppone che, fin dall’inizio dell’attività scientifica, gli scienziati
abbiano rivolto i loro sforzi verso quegli argomenti particolari che sono
incorporati negli odierni paradigmi.» [45]
Rinforzi surrettizi, quindi.
Differenti paradigmi, se veramente tali
sono «incommensurabili» [46],
poiché differenti sono le matrici che essi portano e il passaggio
dall’uno all’altro può essere improvviso e traumatico. Kuhn porta ad esempio la
successione geocentrismo-eliocentrismo, avvenuta quasi di colpo come il crollo
di un muro di incompatibilità. Infatti: «l’uno è incorporato in una matrice
spaziale piatta, l’altro in una curva.» [47] Pur guardando entrambi allo stesso oggetto
(un mondo immutabile), totalmente differente l’orizzonte ontologico:
Questa è la ragione per cui può accadere che una
legge, che neanche se fosse dimostrata riuscirebbe a convincere un gruppo di
scienziati, può sembrare intuitivamente ovvia ad un altro gruppo. Per la stessa
ragione, prima che possano sperare di comunicare completamente, uno dei due
gruppi deve fare l’esperienza di quella conversione che abbiamo chiamato
spostamento di paradigma. Proprio perché un passaggio tra incommensurabili, il
passaggio da un paradigma ad uno opposto non può essere realizzato con un passo
alla volta, né imposto dalla logica o da un’esperienza neutrale. [48]
Tra le
ragioni di resistenza al mutamento di paradigma, opportunismi o pigrizie a
parte, vi è la sicurezza che il vecchio paradigma della “scienza normale”
(meglio sarebbe dire normalizzata), “risolvendo i rompicapi”, sia perfettamente
in grado di trovare soluzioni a problemi emergenti all’interno delle
«incastellature del paradigma» [49] Per il successo di un nuovo paradigma è
fondamentale invece il fattore empirico osservazionale o sperimentale:
l’eliocentrismo trionfa infatti solo dopo ben sessant’anni, allorché si scopre
col cannocchiale che Venere è un pianeta come la Terra, che anche la Luna lo è
e che le stelle sono molte di più di quanto pensato prima [50].
Ma se un nuovo paradigma può esser
preferito perché ritenuto «più elegante», «più adatto» oppure «semplice» [51],
esso può anche essere abbracciato “per fede” [52].
E la processualità del cambiamento di paradigma “sostitutivo” spesso ha
differenti fasi, in una successione di “conversioni” che diventano dirimenti
solo se coinvolgono “quelli che contano”. Infatti: «Ciò che si verifica non è
tanto un’unica conversione di gruppo, quanto un progressivo spostamento della
distribuzione della fiducia degli specialisti.» [53] Ma se è “per fede” che si abbraccia il nuovo, è spesso per fede
che ci si arroca sul vecchio. L’evoluzione biologica è un caso significativo:
finché i Lamarck, i Chambers e gli Spencer la ponevano, ma salvavano il
finalismo della Creazione, essa era accettabile. Non lo era più nel momento in
cui, ponendo la casualità mutagena e l’adattamento, Dio (Volontà o Necessità) è
messo fuori gioco. È allora che nasce il rifiuto e la lotta ideologica:
L’Origine delle specie non riconosceva nessun
scopo stabilito da Dio o dalla natura […] La teoria secondo cui la selezione
naturale, che risultava puramente dalla lotta fa gli organismi per la
sopravvivenza, aveva prodotto l’uomo assieme alle forme più alte del regno
vegetale e animale, era l’aspetto più difficile e più sconcertante della teoria
di Darwin. [54]
Nel cosiddetto Poscritto 1969 a La
struttura, Kuhn ridefinisce il testo del ’62, sostituendo al termine paradigma
quello di matrice disciplinaria (o disciplinare in altre
traduzioni), in cui egli include due sensi al termine originario, uno sociologico
e uno che potremmo definire metafisico-psicologico, che il Nostro
giudica il più profondo. Il Nostro però non é buon organizzatore delle proprie
idee, che sono valide ma che nel Poscritto chiariscono e insieme
complicano; poiché, dovendo replicare alle accuse di soggettività e
irrazionalità, egli cerca un po’
incoerentemente di rientrare nell’alveo della razionalità. Ne segue anche
l’attenuazione del concetto di incommensurabilità, che diventa una
“varianza di significato” (meaning variance) nell’ambito della matrice disciplinare:
Tutti o la maggior parte degli oggetti che
costituiscono l’insieme di credenze condivise dal gruppo e che il mio testo
originario chiamava paradigmi, o parti di paradigmi o paradigmatici, sono gli
elementi costitutivi della matrice disciplinaria, e i quanto tali formano un
tutto unico e funzionano insieme. [55]
La matrice
è il complesso delle credenze condivise da un gruppo e si suddivide in quattro
settori di componenti: 1°. generalizzazioni simboliche; 2°. credenze
metafisiche; 3°. valori; 4°. esemplari. Le prime sono «i componenti formali o facilmente
formalizzabili della matrice» [56].
Le seconde hanno un ampio spettro che va « dai modelli euristici quelli
ontologici […] forniscono al gruppo analogie e metafore privilegiate o
ammissibili […] sono di aiuto nella determinazione della serie dei rompicapo
irrisolti e nella valutazione dell’importanza di ciascuno» [57].
I terzi possono essere condivisi da comunità anche differenti e concernono le
modalità disciplinari e specialmente “di previsione” del tipo «le previsioni
quantitative sono preferibili alle qualitative […] la coerenza interna ed esterna
[…] la scienza dovrebbe essere socialmente utile» [58].
I quarti indicano «le concrete soluzioni di problemi che gli studenti
incontrano fin dall’inizio della loro educazione scientifica» [59],
quelli che esigono «maggiore attenzione di qualsiasi altro genere di componenti
della matrice disciplinaria» perché elemento innovativo e meno compreso de La
struttura.
Kuhn sviluppa il tema degli esemplari
perché implicati nell’insegnamento-addestramento, potendo generare un imprinting
più o meno permanente che lega il discente a una data matrice, generando relazioni di “somiglianza” e “nominazione”
con assonanze linguistico-oggettuali e formae
mentis con le quali la conoscenza della natura reale può confondersi. Anche
se:
Tale genere di conoscenza non viene acquisita
esclusivamente con mezzi verbali. Piuttosto viene acquisita via via che vengono
presentati i termini insieme ad esempi concreti di come essi funzionano
nell’uso; la natura e le parole vengono conosciute insieme. Per fare uso ancora
una volta dell’utile frase di Michael Polanyi, i risultato di questo processo è
una “tacita conoscenza” che viene appresa facendo scienza piuttosto che
acquisendo regole per farla. [60]
La tacita
conoscenza era peraltro un punto cruciale del testo del ’62 nel senso di
“irrazionalità e soggettività”, che in seguito Kuhn considera errata, poiché le
“intuizioni” non indicano né soggettivismo né irrazionalità:
Piuttosto esse sono il comune e confermato possesso
dei membri di un gruppo che ha avuto successo nella ricerca scientifica, e il
novizio le acquisisce tramite l’addestramento come parte della sua preparazione
per diventare membro del gruppo. In secondo luogo non sono analizzabili in
linea di principio[61]
Un gruppo
di ricerca si configura quasi come una”setta”, con una propria lingua, proprie
procedure, propri criteri tutti “esemplari” della matrice. Linee di ricerca
inconciliabili e concorrenti, poiché “l’unione fa la forza” cercano consenso e
apprezzamento, si combattono a suon di articoli sulle riviste specializzate per
accaparrarsi finanziamenti a scapito di altri. Cercando di “vendersi bene e
vendere al meglio i propri risultati” per soldi o per riconoscimenti e fama,
comunque per imporsi nel consesso internazionale del sapere.
Ma Kuhn ne fa anche una questione più
profonda, di stimoli e di percezioni verso una certa visione delle cose.
Metaforicamente ci pare di poter dire che gruppi di diversa matrice, pur
vedendo le stesse cose, le vedono con occhiali differenti, poiché «Nell’uso
metaforico non meno che in quello letterale del “vedere”, l’interpretazione
comincia là dove finisce la percezione» [62].
Non ci sono “buone ragioni” per scegliere tra teorie diverse e talvolta è
persino una “percezione mistica” è vincente. Per quanto attiene la
“dimostrazione” scientifica, essa non ha mai caratteri rigorosamente
logico-matematici, dove («le premesse e le regole di inferenza vengono
stipulate sin dall’inizio»), ma si tratta piuttosto di un processo di confronto
per il raggiungimento di “ragioni decisive” fatto di esemplari convincenti
[63]. Quando uno scienziato “si converte” a una
nuova matrice, si verifica anche una «riprogrammazione del sistema nervoso», ed
in generale i processi di conversione sono forieri del nuovo orizzonte che
delinea una”rivoluzione scientifica” di un certo tipo [64].
Verso la chiusura del Poscritto Kuhn
ci rende la sua idea di “progredire della scienza”; esso si riduce al fatto che
«Le teorie scientifiche posteriori sono migliori di quelle anteriori per
risolvere rompicapo nelle circostanze spesso molto differenti alle quali
vengono applicate» [65].
Potremmo tradurre: “ciò che viene dopo funziona meglio di ciò che c’era prima”;
e tuttavia egli sottolinea che la sua posizione non è relativistica, intendendo
solo precisare «in che senso io sia un convinto credente nel progresso
scientifico» [66].
Qualche riga dopo:
A mio giudizio non v’è nessun modo, indipendente da
teorie, di ricostruire espressioni come “esservi realmente”; la nozione di un
accordo tra l’ontologia di una teoria e la sua “reale” controparte nella natura
mi sembra ora, in linea di principio, ingannevole. Inoltre, come storico, sono
convinto della scarsa plausibilità di tale concezione. [67]
Condividiamo:
la scienza si avvicina al reale e lo dipinge sempre meglio, ma sempre di
pittura “antropica” si tratta. Tuttavia, se ha un senso parlare di ontologia,
la scienza è l’unica disciplina legittimata a parlarne, poiché il sapere
scientifico non è “ingannevole”, bensì approssimativo e precario. La non-definitività
di esso è proprio ciò che può produrre un’immagine della realtà fisica sempre
più “adeguata”.
Il Nostro, da buon conoscitore della
fisica, pubblica nel 1984 il saggio Revisiting Planck, ricerca
storiografica piuttosto specialistica ma a cui accenniamo perché nell’Addendum
storico-filosofico finale contiene precisazioni interessanti. Si auspica
non già «di supporre che la scienza si avvicini sempre più alla verità», bensì
che essa evolva «sotto la pressione delle argomentazioni e delle osservazioni
attualmente disponibili.» [68]
. Visione minimalista dell’operare scientifico su cui siamo d’accordo, purché
si ammetta che sono nuove datità, come “materie prime” della scienza a
produrre nuovo conoscere. Le “argomentazioni” sono solo epi-fattori dell’osservare
e dell’esperire; per quanto utilissime sono comunque “prodotti secondari” del
conoscere e a maggior rischio di arbitri antropici. Sappiamo bene che logici
come Quine pensano non esistere “fatti scientifici”, ma solo “asserti”, e
purtroppo ciò caratterizza tutt’ora molte opinioni anti-scientifiche. Ma Kuhn
si sofferma anche sul nesso tra rivoluzione scientifica e “riorientamento
gestaltico”, con un’attenzione al linguaggio che lo avvicina proprio a Quine e
ai problemi “di traduzione”. Planck, con la ri-nominazione del risonatore a
“oscillatore” e di elemento a ”quanto” avrebbe rivoluzionato la mentalità
attraverso il linguaggio [69].
Un’altra asserzione di Kuhn riguarda l’approccio ai testi scientifici del
passato: leggerli nella lingua scientifica corrente può risultate sviante, perciò: «bisognerebbe avvicinarsi al passato
della scienza come fosse una cultura a noi estranea» [70],
consapevoli che siamo immersi in un concetto di omogeneità-unicità di scoperte
storicizzate e di singolarizzazione-coesione dello scoprire: la
«scoperta-unità». Essa è utile ma sviante: «Tra gli storici, tuttavia, il fatto
che questo concetto non sia valido costituisce ormai un turismo. Le scoperte
sono processi estesi, raramente attribuibili a un particolare momento del tempo,
e a volte neppure a un singolo individuo.» [71]
Non solo:
Spesso emerge che lo stesso autore della scoperta non
credeva in essa, perlomeno se credere nella scoperta vuol dire credere nella
sua successiva formulazione canonica. Anche quando la sua scoperta era ormai
sostanzialmente riconosciuta, il suo autore pensava ancora a quello che aveva
fatto in termini decisamente diversi da
quelli in cui la scoperta è stata più tardi descritta. [72]
In Possible Worlds in History of Science,
del 1989, Kuhn riprende il tema del lessico scientifico e riqualifica l’incommensurabilità
in intraducibilità, con un ulteriore avvicinamento a Quine, in
riferimento ai “mondi possibili” del sapere scientifico. Ciò a conferma di una
relativizzazione temporale o epocale tale da autorizzare la parola
“vocabolario” per indicare la maniera di esprimere i concetti scientifici in un
dato momento storico [73].
Gli usi di parole “compagne”, come forza e moto, o peso e massa, debbono essere
fatti con molta attenzione per evitare confusioni e fraintendimenti [74],
poiché «un lessico che dà accesso a un solo insieme di mondi possibili
impedisce anche l’accesso agli altri.» [75]
e «La valutazione dei valori di verità di un enunciato è, in breve, un’attività che può essere condotta
solo con un lessico già presente, e il risultato dipende da quel lessico.» [76]
Ora, ciò è sufficientemente corretto, ma a nostro avviso ciò che manca qui in
Kuhn (ma massimamente in Quine) è la distinzione datità/teoria, confondendo il
“fatto” fisico con la sua descrizione-interpretazione. Un atteggiamento che non
pecca tanto di relativismo quanto di “linguificazione” della conoscenza
scientifica, per cui e la conoscenza scientifica fosse solo “modo di vedere, di
leggere e di descrivere” sarebbe arbitraria, o quanto meno a rischio di elevata
arbitrarietà. Il che, manifestamente, non è.
Kuhn finisce per allinearsi su un’assoluta
storicizzazione del conoscere, di cui Koyré è stato un antesignano, che per
quanto suggestiva e intrigante è profondamente falsa. La relativizzazione del
conoscere è corretta nel senso che la ”evoluzione auto-correttiva” di esso è il
vero motore di un autentico sapere. In termini sincronici il sapere scientifico
è certamente “relativo” alla sua epoca, alle convinzioni metafisiche e
socio-antropologiche correnti in essa, ma, diacronicamente, la scienza,
autocorreggendosi nei concetti e rinnovando il linguaggio, rivitalizza sempre
l’eredità conoscitiva. La storicizzazione di un certo errore interpretativo di
Newton potrà mettere in guardia un fisico del XXII secolo dal commetterne uno
analogo e la scienza “mutante” mette anche a profitto un accumulo “purgato”
dall’esperienza. In Afterwords, del 1993 (versione riscritta
dell’intervento conclusivo del Nostro in un convegno a lui dedicato nel 1990),
c’è il pensiero dell’ultimo Kuhn. Si ribadisce che nella ricerca scientifica
interessi di vario genere sono determinanti per successi o insuccessi di essa,
il che è sicuramente vero. Noi però siamo convinti che la spinta al conoscere,
per quanto implichi interessi, ambizioni e furberie, sia anche qualcos’altro, e
che possa configurarsi come vera e propria gnòresi [77],
anche se questa non fosse la regola bensì l’eccezione. Ma per finire con Kuhn:
Accuratezza, precisione, vasto ambito di applicazione,
semplicità, fertilità, coerenza, e così via sono semplicemente i criteri
di cui gli addetti alla soluzione di rompicapo devono tener conto quando
decidono se è stato risolto un dato rompicapo in merito alla corrispondenza tra
fenomeni e convinzioni. A parte il fatto che non é necessario che tali criteri
siano tutti soddisfatti contemporaneamente, essi sono le caratteristiche “che
definiscono” il rompicapo risolto. È per massimizzare la precisione con cui si
applicano che e l’ambito della loro applicazione che gli scienziati
vengono premiati. Scegliere una legge o
una teoria che rappresentasse tali criteri meno ampiamente rispetto a una legge
o a una teoria rivale sarebbe un’autosconfitta e un’azione di autosconfitta è
l’indice più chiaro di irrazionalità. […] Coloro che affermano che nessuna
attività mossa dall’interesse può esser correttamente identificata con la
ricerca razionale della conoscenza commettono, di conseguenza, un gravissimo
errore. [78]
Il falsificazionismo
popperiano ha in Imre Lakatos (1922-1974) un erede e un critico che oscilla tra
riconoscimenti e distinzioni nei confronti del padre nobile; più di lui si
propone di combattere la scienza osservativo-sperimentale e intuizionista, che
anch’egli bolla come “dogmatica”. Basta però prendere un po’ di familiarità con
i suoi testi per capire da che parte stia il dogmatismo, criticando egli
persino le posizioni di Kuhn e Feyerabend, che considera soggettiviste e
irrazionaliste. Lakatos crede nella verità “razionalista”, e avendo come
referenti il lontano Platone e il più vicino Hegel passando per Cartesio, la
persegue a suo modo. Rispetto alle demolizioni di Kuhn e Feyerabend pare a
tratti persino filo-scientifico, ma è da vedere se alla fine non sia più
distruttivo per il conoscere il construens lakatosiano del destruens
dei due americani (per un certo verso opportuni memento sulle
distorsioni “politiche” della ricerca negli USA). Lakatos, riallacciandosi al
falsificazionismo politeorico
dell’ultimo Popper (aggiornamento tardo di quello monoteorico della prima ora dimostratosi troppo insufficiente),
avanza mutamenti non rivoluzionari ma qualificanti del popperismo. Il
falsificazionismo politeorico di
Popper del Poscritto prevedeva: A.
che si confronti con una seconda teoria più ricca di dati; B. che spieghi il
successo della prima e lo confuti; C. che possegga una “eccedenza” teorica
concreta e valida.
Lakatos è convinto che la sua Metodology
of Scientific Research Programmes (MSRP) sia per l’epistemologia il
traguardo ultimo, esattamente ciò che Hegel pensava della sua ”scienza” (di
hegelismo in lui ce n’è infatti parecchio). Nel suo testo sulla MSRP, del 1970,
parte demolendo ciò che chiama falsificazionismo
naturalistico e “dogmatico”, pervertitore di quello popperiano perché per
esso «la scienza cresce rovesciando, una dopo l’altra, le teorie con l’aiuto di
fatti puri e semplici.» [79] I fatti scientifici puri e semplici sviano
dalla “verità”, che è sempre e solo teorica, per cui il falsificazionismo
naturalistico, oltre che dogmatico, è anche «insostenibile» e «falso» [80],
basato «su due assunzioni false». La 1a, perché vede «un confine
naturale, psicologico, che separa le proposizioni teoriche e speculative
dalle proposizioni fattuali o osservative di base.» La 2a, perché considera
valida una teoria se il suo psicologismo si concilia coi fatti, ovvero «è stata
dimostrata dai fatti.» [81]
Inappellabile la condanna: «Ma entrambe le assunzioni sono false. La psicologia
depone contro la prima, la logica contro la seconda e, infine, il giudizio
metodologico [il mio!] depone contro il criterio di demarcazione [tra teorico e
fattuale].» [82]
Lakatos si lancia poi in un’analisi tutta sua del pensiero di Galileo, di
Cartesio, di Newton, di Kant e di Popper per asserire che siccome solo le proposizioni
logiche dicono la verità, mentre quelle osservativo-empiriche sono dubbie:
«nessuna proposizione fattuale può mai esser provata da un esperimento (sic!)» [83].
Ed ecco la sentenza:
Dunque il falsificazionismo dogmatico [naturalistico],
per sua stessa ammissione, relega le più importanti teorie scientifiche
nella metafisica, in cui la discussione razionale – che, secondo i suoi
standard consiste di dimostrazioni e refutazioni – non può aver luogo, dal
momento che una teoria metafisica non può aver luogo, dal momento che una
teoria metafisica non può esserne dimostrata né reputata. Il criterio di
demarcazione de falsificazionismo dogmatico è , dunque, ancora fortemente
antiteorico. [84]
Degno
erede della linea Platone-Agostino-Cartesio-Bertkeley-Hume-Hegel (per limitarci
ad alcuni anelli della catena idealistica), egli considera “dogmatico” il
non-teorico (cioè il “non-ideato”), meramente basato sugli oggetti e sui fatti
della realtà. Razionalista logico e raffinato, che prende solo il meglio dei razionalisti-logici
del passato per condire la sua rivoluzionaria “metodologia sofisticata” dice di
essa:
L’altra alternativa [a Polanyi e a Kuhn] consiste nel
cercare almeno di ridurre l’elemento convenzionale presente nel
falsificazionismo [di Duhem] (non possiamo assolutamente eliminarlo) e
sostituire le versioni ingenue del falsificazionismo metodologico [del primo
Popper] – caratterizzate dalle tesi (1) e (2) di cui sopra – con una versione sofisticata
che fornisca una nuova spiegazione razionale della falsificazione e che
perciò sia in grado di salvare la metodologia e l’idea di progresso
scientifico. Questa è la via scelta da Popper [il secondo] ed è anche quella
che io intendo seguire. [85]
Avanzata la tesi teorica “sofisticata”
Lakatos ci spiega poi in due fasi che cosa distingue la sofisticazione
dall’ingenuità. La prima:
Il falsificazionismo sofisticato fa così slittare il
problema di come valutare le teorie in quello di come valutare le serie
di teorie. Non è una teoria isolata, ma solo una serie di teorie può essere
detta scientifica o non scientifica: applicare il termine “scientifico” a una singola
teoria è un errore di categoria. [86]
Il passo è
interessante sia per il detto che per il non-detto. Lo spostamento teorico da
categorie a serie di categorie implica lo spostamento concettuale da un essere
ad un divenire di carattere tipicamente hegeliano, il primo essendo
sussunto nel secondo come sua Aufhebung. In fondo, ciò che il
tardo-hegeliano Lakatos rimprovera a Popper, è di essere ancora troppo
platonico e di fare “confusione” per insufficiente sofisticazione. Scrive in
una nota (116): «La confusione fra “teorie e “serie di teorie” ha impedito a
Popper di far capire meglio le idee fondamentali del falsificazionismo
sofisticato. Il suo uso ambiguo l’ha condotto a formulazioni confuse» [87].
Ma in questa precisazione egli si riallaccia a Duhem e Quine, poiché l’asserire
che solo un insieme dinamico di teorie ha significato, e non ogni singola
teoria che lo costituisce, non è altro che l’olismo della “tesi Duhem-Quine”.
Passiamo ora alla seconda fase, che implica
la presenza all’orizzonte di una teoria alternativa più avanzata:
Contrariamente al falsificazionismo ingenuo, nessun esperimento,
resoconto sperimentale, asserzione osservativa o ipotesi falsificante di basso
livello ben corroborata possono, da soli, condurre la falsificazione. Non c’e
falsificazione se prima non emerge una teoria migliore. [88]
Negato
valore euristico all’esperimento e all’osservazione, ai quali possono far
seguito solo ipotesi «di basso livello», ne segue che solo se c’è una teoria
migliore quella peggiore può essere superata e cassata. Evidente la tautologia
che rende oziosa la falsificazione in quanto già anticipata e resa inutile dal
miglioramento-superamento. Scontato poi che (come la “nottola di Minerva”)
«soltanto con il senno di poi, alla luce di una teoria migliore» possono essere
“riconosciuti” le «evidenze contrarie cruciali» e gli «esperimenti cruciali» [89].
Vengono poi posti i «nuovi standard di onestà intellettuale» rispetto ai
“vecchi” di Popper, con diversi nuovi ingredienti, sicché: «l’onestà del
falsificazionismo sofisticato richiede che si cerchi riguardare alle cose da
diversi punti di vista, di proporre nuove teorie che anticipino fatti nuovi e
di respingere le teorie che sono superate da altre più potenti.» [90]
“Potenza” naturalmente logica (nient’affatto osservativo-sperimentale perché
ancillare o superflua) anche perché è sempre la teoria (si ricordi Duhem) che
apre la strada per l’esperimento e mai viceversa. Non è tutto, l’insieme
probatorio, dev’essere soprattutto “ridondante”, perché il “più” teorico è
anche il “meglio”: come dire: mettici
tanta roba dentro e alla fine la verità deve venir fuori per forza!
La MSRP si fonda sulla “programmaticità” e
«il programma consiste di regole metodologiche: alcune ci dicono quali vie di
ricerca evitare (euristica negativa), altre quali vie seguire (euristica
positiva).» [91]
La lontananza logica di Lakatos dal mondo della ricerca è abissale: banale
quanto patetico egli pretende di insegnare al ricercatore che cosa evitare e
che cosa scegliere. Ma anche presuntuoso quanto ingenuo nel ritenere possibile
stabilire a priori quali vie siano giuste e quali sbagliate senza “cercarle”!
Se fosse così facile far ricerca, per vie logiche che un qualsiasi computer ben
programmato può tracciare, i ricercatori l’avrebbero già di certo fatto, e da
parecchio tempo, risparmiando fatiche, tempo e denaro! Ma Lakatos è convinto
che sia sufficiente metodologizzare e costruire “nuclei programmatici” in modo
“ingegnoso” [92]
e “coerenza logica” per conseguire “verità”, come se esistesse un solo modello
di ricerca auto-coerente e una verità scientifica definitiva. È evidente come
qui si confonda la metafisica con la scienza anche con una buona dose di
fantasia, poiché la coerenza interna e la veritatività “formale” è certamente
il fondamento di ogni tesi metafisica, ma per nulla di una tesi scientifica.
Nella scienza di formale non può esserci assolutamente nulla, se non a valle di
quelle verifiche sperimentali che rendono possibile una qualche
formalizzazione.
Il Nostro è così sicuro che formalizzare
sia primario e sperimentare secondario da definire con supponenza cos’è
«scienza matura» con «potere euristico», capace di “anticipare” in nome della
“potenza teorica”:
Ricordiamo che nell’euristica positiva di un programma
potente viene delineato, proprio all’inizio, uno schema generale del modo in
cui costruire le cinture protettive: questo potere euristico genera l’autonomia
della scienza teorica. [93]
Per
fortuna che la saccenza di Lakatos qui cede il passo a un po’ di prudenza con
l’aggiunta dell’aggettivo “teorica”, cioè astratta, alla “sua” scienza,
altrimenti bisognerebbe proprio dire che “scoperta l’acqua calda” egli insegna
anche “ai gatti ad arrampicare”. Se però la “scienza teorica” è autonoma, lo è
da che cosa? Evidentemente, dal vero “fare” scienza, che però egli rifiuta come
“dogmatico”. Vediamo ulteriori precisazioni sulla MPRS:
Secondo la mia metodologia i grandi risultati
scientifici sono costituiti da programmi di ricerca che possono essere valutati
in termini di slittamento di problemi progressivi e regressivi: le rivoluzioni
scientifiche consistono nella sostituzione di un programma con un altro (che lo
supera in modo progressivo). [94]
Che un
programma scientifico sia “superato progressivamente” o è un’altra devota
cripto-citazione hegeliana oppure un’altra banalità lakatosiana (le une e le
altre doviziose). Ancora:
Questa metodologia propone una nuova ricostruzione
razionale della scienza. Il miglior modo di presentarla è quello di metterla a confronto con il
falsificazionismo [di Popper] e il convenzionalismo [di Duhem e seguaci], da
entrambi i quali trae elementi di importanza essenziale. Dal convenzionalismo
questa metodologia trae l’autorizzazione ad accettare razionalmente non solo
“asserzioni fattuali” spazio-temporalmente singolari, ma anche teorie
spazio-temporalmente universali: anzi, è questa la chiave più importante per
comprendere la continuità della ricerca scientifica. L’unità di base della
valutazione non dev’essere una teoria isolata o una congiunzione di teorie, ma
piuttosto un “programma di ricerca” con un “nucleo” accettato per convenzione
(e perciò inconfutabile in virtù di una decisione provvisoria) e con una
“euristica positiva” che definisce i problemi, delinea la costruzione di una
cintura di ipotesi ausiliari, prevede le anomalie e le trasforma
vittoriosamente in esempi a favore, il tutto in accordo con un piano
prestabilito. [95]
Bisogna
ricostruire la scienza “da fuori” perché essa “di dentro” è irrazionale e in
attesa di un messia che le indichi la via verso la verità, perciò l’assertività
universale ed astratta deve guidare la ricerca e determinarne i programmi
virtuosi quale loro “chiave” per dotarli di “nucleo” veritativo. “Definire” i
problemi, “costruire” le ipotesi ausiliarie, “prevedere” anomalie significa
ottenere la vittoria del “piano prestabilito”. Infine: «La natura può gridare
il suo No, ma l’ingegnosità umana […] può sempre gridare più forte.» [96]
Dopo il master-testo del ’70 ci soffermiamo
ora sui resoconti di alcune lezioni tenute da Lakatos nel gennaio-marzo 1973
alla London School of Economics. Nella seconda lezione, contro l’induttivismo,
egli fa due esempi probatorî “classici” dei logico-ideologi:
Supponiamo, per esempio, che io dica “Questo è un
pezzo di gesso e scrive sulla lavagna”; posso anche dire: “Tutti i pezzi di
gesso scrivono sulla lavagna”? Oppure, prendiamo il fatto che un pianeta si
muove intorno al sole come prescrive Keplero; possiamo inferire che tutti i
pianeti si muovono così intorno al sole? Oggi chiamiamo quest’argomentazione
un’inferenza induttiva. La maggior parte di noi sarebbe d’accordo che essa non
è generalmente valida (Non generalmente valida ovviamente significa non
valida!). Ma questo non lo si poteva affermare prima del 1830; vale a dire
prima di Bolzano. Non voglio addentrarmi adesso in una lezione di logica […] [97]
Se Lakatos
desse una lezione sui “metodi logici”, non ci sarebbe nulla da eccepire, ma
egli pretende di parlare di “metodi scientifici”, e il generalmente
proprio ad essi è riferito. Ora, se per la logica tali discorsi sono legittimi,
non lo sono affatto per la scienza: il logico magari può ignorare che il gesso
è solfato di calcio idrato in polvere, lo scienziato no. Se il “gesso” è tale,
e non altro, l’induzione è del tutto valida: “tutti i pezzi di gesso scrivono
sulla lavagna”. Il moto dei pianeti è faccenda incoerente col primo esempio,
poiché per definire il moto dei pianeti sono stati necessari osservazioni,
induzioni e calcoli che coprono almeno i due secoli dopo Keplero. Che cosa
significa “possiamo o “non-possiamo” inferire? Solo tenendo conto di tutte le
scoperte e le acquisizioni astronomiche correnti dal 1630 al 1900 può aver
senso la domanda. In quanto a Bolzano era un teologo appassionato di logica che
probabilmente non ha mai messo piede in un laboratorio e conosciuto un
programma di ricerca. Una logica così
invadente è per un verso l’elefante nella cristalleria e per un altro
nient’altro che il classico “salto” dal piano logico a quello ontologico!
Con molta sicumera logicistica arriva poi
la conclusione lapidaria che pretende di “fare a pezzi” l’induzione
nell’elaborazione scientifica:
In conclusione, con argomentazioni puramente logiche
si può dimostrare [prove] che nessuna proposizione scientifica può
essere provata [proven] dai fatti e quindi che l’induttivismo è fatto a
pezzi dall’analisi logica. [98]
Sicuro di
aver distrutto la prassi scientifica con l’analisi logica, nella terza lezione
egli può ribadire «che l’induttivismo resta molto influente, nonostante sia
logicamente impossibile.» [99]
Né poteva mancare l’elogio di Duhem:
Questo mito [dell’induzione in campo scientifico] fu
così incredibilmente forte che, per quanto ne so, fu posto in dubbio solo nel
1905, quando Pierre Duhem pubblicò La théorie phisique, un testo che vi
raccomando come uno di migliori libri di filosofia della scienza scritti nel
nostro secolo. [100]
Dopo
tutto, mito per mito, è più accattivante quello religioso ad Dei maiorem
gloriam del cattolicissimo francese. Ma Lakatos:
Duhem, tuttavia, utilizzava queste idee per una
ragione differente. Egli era un cattolico e diceva: “Potete prendere questa
Bibbia, potete mettere nel quadro biblico assolutamente qualunque cosa, la
scienza ha milioni di buchi ed è fallibile, cioè si tenta qualcosa e funziona;
perché non provare con la Bibbia? Se la scienza non è determinata
induttivamente non può opporsi alla religione”, e di questo era molto felice. [101]
Occupiamoci ora del dadaista
dell’antiscienza Paul Feyerabend (1924-1994); anche lui nemico dell’empirismo
scientifico, ma non per ricreare una metodologia razionalistica e
programmatica, bensì per spiegare che il procedere della scienza è (o
dev’essere?) anarchico e irrazionale. Un modo un po’ scanzonato e paradossale
di voler smascherare la “cattiva scienza” abbastanza vicino alle tesi di
Lakatos, verso il quale ha stima e amicizia. Il suo saggio del 1975 Contro
il metodo già nel titolo parrebbe staccarsi dall’anglo-ungherese, e infatti
ciò si riscontra nella prima parte del libro, mentre nella seconda le assonanze
con Lakatos sono evidenti. L’opera si sviluppa, oltre alla premessa e
all’introduzione, in 18 capitoli più alcune appendici, è scorrevole e di buona
leggibilità e chiarezza, ed anche molto piacevole, soprattutto per le argute e
simpatiche “sparate” contro i professionisti della scienza. Cominciamo col
titolo dell’introduzione, che recita: «La scienza è un’impresa essenzialmente
anarchica, l’anarchismo teorico è più umanitario e più aperto a incoraggiare il
progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull’ordine.» [102] In queste due frasi parrebbe sintetizzato un
punto di vista fondamentale: la scienza per essere buona dev’essere anarchica,
quella troppo ordinata e legificata non lo è. Ma è l’aggettivo «umanitario» che
ci rivela l’atteggiamento profondo del Nostro, che vede il corpo scientifico
come un Leviatano totalitario e disumanizzante, con un razionalismo gretto e
arido che, oltretutto, frena e ritarda il progresso scientifico, fatto di
“fantasia e libertà da regole.»
Dopo aver aggiunto che «l’anarchismo
[…] è senza dubbio un’eccellente medicina per l’epistemologia e per la filosofia
della scienza» se ne dà la ragione storica:
La storia in generale, la storia delle rivoluzioni in
particolare, è sempre più ricca di contenuto, più varia, più multilaterale, più
viva, più “astuta”, di quanto possa immaginare anche il migliore storico e il
miglior metodologo. [103]
Il tono
vagamente hegeliano è tratto da una passo di Lenin, del quale Feyerabend ripete
le prime cinque frasi, sostituendo poi a “migliori partiti” «migliore storico»
e a “più coscienti avanguardie delle classi più avanzate” «il miglior
metodologo». È un
momento di simpatie comuniste? Parrebbe anche dalla citazione brechtiana in
esergo («L’ordine oggigiorno, è perlopiù dove non c’è niente. È un fenomeno di
mancanza.») In realtà Feyerabend si sente in prima istanza un libertario e solo
in seconda un rivoluzionario, ma ci interessa perché la posizione da lui
assunta nasce in un sottofondo culturale ricco, che include antropologia,
etnologia, religione, letteratura ed arte. Conoscenze probabilmente
superficiali, ma piuttosto vaste.
La citazione leniniana deriva
dall’attenzione di Feyerabend per i grandi mutamenti, dove la fantasia e
l’emotività hanno spesso un ruolo assai più importante della razionalità e
della programmazione. Perciò:
La storia è ricca di “casi e congiunture e curiose
giustapposizioni di eventi” e ci dimostra la complessità del mutamento umano e
il carattere impredicibile delle conseguenze ultime di ogni dato atto o decisione
di esseri umani. Dobbiamo credere veramente che le regole ingenue e
semplicistiche che i metodologi prendono come loro guida possano rendere
ragione di un tale “labirinto di interazioni”? [104]
La visione
delle cose di chi pensa esserci un “metodo” conoscitivo razionale e
privilegiato è ingenua e semplicistica, poiché la storia della scienza non é
solo storia di fatti, ma anche di idee interpretative contrastanti, di
conflitti, arbitri ed errori. L’istruzione scientifica corrente trascura le
istanze importanti e si limita a disegnare semplificate strade “uniformi”, così
è congelato «gran parte del processo storico» e ci si propone di «inibire
intuizioni che potrebbero condurre a confonde i confini tra un settore e
l’altro.» [105]
La ricerca di omogeneità e chiarezza didattica tradisce la realtà scegliendo
pochi attori significativi e trascurando la miriade dei contributi di altri. A
farne le spese è «l’educazione dell’individualità», mentre trionfano ideali di
razionalità impersonale che sono «di moda nella scienza, o nella filosofia
della scienza.» [106]
Contro tutto ciò si erge:
Il desiderio di accrescere la libertà, di condurre a
una vita piena e gratificante, e il corrispondente tentativo di scoprire i
segreti della natura e dell’uomo, comportano quindi il rifiuto di ogni norma
universale e di ogni tradizione rigida. (Essi comportano, naturalmente, anche
il rifiuto di gran parte della scienza contemporanea). [107]
Se si
coniugano tali asserzioni col concetto di “educazione dell’individualità” si
ottiene il nocciolo duro del pensiero di Feyerabend e il suo lato etico. Non un
conoscere puro, impersonale e astratto,
ma “un conoscere per vivere” è l’obbiettivo indicato e auspicato in uno
scenario “pieno e gratificante” basato sulla libertà, essendo questo il bene
primario dell’esistere. Data come obiettivo una positiva maniera di esistere,
il Nostro ritiene che dipenda dal “modo di conoscere”, e il problema del vivere
pienamente diventa anche il problema del conoscere.
Feyerabend teme anche che «certi tipi di
limitazione della libertà» non limitino affatto i progressi, ma piuttosto che
la scienza possa procedere astraendo dalle esigenze dell’uomo e
“disumanizzandosi” (il “conoscere” passa in seconda linea in nome dell’
umanismo). Il fatto è che un conto è sostenere esserci una scienza
umanista-“buona” e una meramente cognitiva-“cattiva”, ma altro conto è
sostenere che solo tale “buona” sia “vera” scienza. La forte etica scientifica
di Feyerabend, pretendendo di fissare i criteri della gnoseologia, rischia però
di deragliare ad ogni momento a dispetto di acute analisi storiografiche. Le
«grandi linee di una metodologia anarchica e di una corrispondente scienza
anarchica» nascono dalla convinzione che la scienza contemporanea non si
sviluppi in libertà e pluralismo. Egli vede un modello di sviluppo scientifico
autoritario e totalitario, fortemente negativo per l’uomo: da ciò l’auspicio
dell’anarchia scientifica. In nota, tuttavia, il Nostro ci precisa che l’anarchismo socio-politico «si cura ben
poco della vita umana e dell’umana felicità» e da ciò la sua decisione di
sostituirvi il dadaismo, in quanto «Un dadaista non farebbe male a una
mosca […] Un dadaista è convinto che la vita merita di essere vissuta solo
quando si cominciano a prendere le cose allegramente». [108]
Un’epistemologia morale prima che gnoseologica nega nettamente un’etica
della conoscenza come la concepisce Monod, sicché una scienza che si limiti
al conoscere la realtà sarebbe, secondo Feyerabend, “umanamente” scorretta.
Tuttavia è consapevole che la sua posizione possa essere vista come una petitio
principii, da ciò le circa duecentoquaranta pagine che seguono, volte a
giustificarla storicamente e teoricamente. Il criterio induttivistico e la
normazione della ricerca in base ad esso è respinto, auspicando un procedere
contro-induttivo e contro-normativo per «introdurre ed elaborare ipotesi che
siano in contraddizione con teorie ben stabilite e/o fatti ben accertati.» [109]
Il “definito-accertato” della scienza va infranto perché è una forma di
tirannia che preclude alla fantasia umana di esprimersi. Ciò che è da
perseguire non sono conferme o dimostrazioni di tesi, ma molte metodologie
pluridirezionali e diversificate contro quelle unidirezionali e finalizzate. Se
di norma il pensiero scientifico tende a “chiudere il cerchio” della
conoscenza, il Nostro vuole aprirlo alle contraddizioni interne, quelle che di
solito vengono eliminate perché attentano alla coerenza. D’altra parte: «non
esiste una singola teoria degna di qualche interesse che sia in accordo con
tutti i fatti noti nel suo campo.» [110]
Feyerabend introduce un ulteriore elemento
tipicamente duhemiano, biasimando che «il modo in cui sono usati» i risultati
sperimentali e gli assunti teorici determinino il tipo di “asserzione”
scientifica. [111]
Fa così l’esempio di un tavolo sotto una certa illuminazione percepito come
marrone e di cui si afferma «è marrone» mentre bisognerebbe dire «sembra
marrone» [112].
Esempio assai debole, perché presuppone
un osservatore irrazionale e inconsapevole delle condizioni ambientali in cui
sta guardando, ma il nostro sentenzia: «Il materiale di cui lo scienziato
dispone, comprese le sue teorie più sublimi e le sue tecniche più sofisticate,
è strutturato esattamente nello stesso modo.» Il terzo capitolo di Contro il
metodo si apre con un elogio alla «proliferazione delle teorie» contro
l’uniformità, ma così si cassa l’oggettività come principio contrario al
conoscere stesso, che è sempre “semplificazione”!. Provocazione di carattere
“umanistico” simpatica e divertente, ma che con l’epistemologia non c’entra,
nascendo da un pensiero etico-esistenzialista rispettabile, purché si lasci da
parte la gnoseologia e ci si sposti sull’etica o l’estetica. D’altra parte il
Nostro è un esteta pervaso di afflato etico, cordiale e spiritoso a differenza
del suo amico Lakatos, così petulante, pettegolo, saccente e presuntuoso.
Duhemiano poi l’asserto secondo il quale quello che chiama principio di
autonomia tra fatti e teorie non è valido, poiché i primi sono già
implicati dalle seconde [113].
Il Nostro non avrebbe torto se aggiungesse
un distinguo tra i fatti, e cioè che ci sono almeno due genere di fatti
scientifici, quelli causali e occasionali e poi quelli “mirati” a sostenere o
confermare una teoria. Ha ragione nel negare il principio di autonomia a
quegli esperimenti che nascono proprio all’interno di una teoria e “pilotati”
da essa in senso confermativo, ma è grave errore epistemologico generalizzare.
Ma egli afferma con vigore nel titolo del capitolo quinto: «I fatti sono
costituiti da ideologie anteriori: e un conflitto tra fatti e teorie può essere
una prova di progresso.» [114]
Due affermazioni sovrapposte, la prima sbagliata e la seconda corretta:
sbagliata la prima perché manifestamente falsa nella sua generalizzazione (non
nello specifico perché di esperimenti “falsi” la storia della scienza è piena
zeppa), corretta l’altra, perché effettivamente sono quasi sempre le “rotture
d’orizzonte” a produrre i grandi salti del progredire scientifico. Quasi
scontata la citazione di Hume (quello per il quale le cause fisiche non
esistono, ma la causalità divina nei fatti di cui narra la Bibbia sì!); se per
il falso scettico settecentesco «le teorie non possono venire derivate
dai fatti» il Nostro rincara: «difficilmente una teoria può mai essere in
accordo coi fatti.» [115].
Naturalmente l’offrirsi del cielo al
cannocchiale produce fatti osservativi “dubbi”, e Galileo che «ammette che
sensazioni del genere esistano [il moto del sole]» (Titolo capitolo 9),
sostenendo poi «di averle eliminate con l’aiuto del cannocchiale» sarebbe
“scientificamente” manchevole. Perché? Sostiene Feyerabend che il pisano: «Non
offre però alcuna ragione teorica per cui ci si dovrebbe attendere che il
cannocchiale ci dia un’immagine fedele del cielo.» [116]
Che Galileo affermi che il cannocchiale riduce al minimo il campo visivo ma
ingrandisce l’immagine degli oggetti celesti (o li avvicini) per Feyerabend non
è una “ragione teorica”! Egli pare scambiare la teoria ottica con quella
astronomica, scoprendo che il cannocchiale “non può produrre astronomia
teorica”! Al capitolo 13 il Nostro ci gratifica di un’ulteriore
interpretazione del pensiero di Galileo:
Galileo realizzò i progressi scientifici modificando
connessioni familiari fra parole e parole (introdusse nuovi concetti), fra
parole e impressioni (introdusse nuove interpretazioni naturali, usando
principi nuovi e non familiari (come la sua legge d’inerzia e il suo principio
della relatività universale) e modificando il nucleo sensoriale delle sue
asserzioni di osservazione. [117]
Mandati in
soffitta anni di sforzi per inventare e fabbricare un oggettino inutile come il
cannocchiale, Galileo è diventato un linguista che modifica connessioni tra
parole e parole e uno psicologo che produce nuove interpretazioni fra
linguaggio e percezione.
Nel capitolo 14 si insiste nel voler
fondere esperienza scientifica e teoria, lamentando «Eppure la distinzione fra
osservazione e teoria è ancora mantenuta ed è difesa da quasi tutti i filosofi
della scienza.» [118]
Difesa da tutti gli scienziati, certamente (e per fortuna!), dai filosofi della
scienza quasi tutti (lo si spera!), ma (purtroppo) non da numerosi logici che
vogliono fare gli epistemologi. Ma Feyerabend insiste: «esse [le distinzioni
tra esperienza e teoria] non svolgono oggi alcuna funzione nell’economia della
scienza. […] Eppure l’inferenza che la distinzione tra teoria e osservazione ha
cessato di esser oggi rilevante non viene né formulata né esplicitamente
rifiutata.» E poi l’esortazione rivoluzionaria: «Facciamo un passo avanti e
abbandoniamo quest’ultima traccia di dogmatismo nella scienza!» Naturalmente
non possiamo non chiederci che cosa succederebbe se i ricercatori si
limitassero a inventare teorie per produrre poi, in base ad esse, esperimenti
mirati. Ciò sicuramente avviene per testare teorie incerte, ma spesso accade
che si cerchi una cosa e se ne scopra un’altra, come la pratica scientifica
testimonia ogni giorno e com’è stata per Röntgen la scoperta dei raggi X, per
Fleming quella della penicillina e per Penzias e Wilson la radiazione cosmica
di fondo. Ma tutto ciò è solo
“dogmatismo” per il Nostro e i suoi amici!
Il capitolo 15 affronta il tema della
razionalità nella scienza, assumendo una posizione del tutto condivisibile,
ovvero che l’irrazionalità esiste nella pratica scientifica (eccome se esiste!)
Quante scoperte teoriche, procedurali o tecnologiche nascono
dall’immaginazione! Per limitarci al caso più famoso: senza la fantasia di Einstein
oggi noi non avremmo la Relatività. Diremo anzi che Feyerabend è persino troppo
prudente (effetto dell’amico Lakatos?) nel limitarsi ad affermare che «Poiché
la scienza esiste, la ragione non può essere universale e l’irrazionalità non
può essere esclusa.» [119] Sono infatti soltanto i razionalisti
dogmatici e fanatici a poter pensare che nel procedere scientifico non ci sia
irrazionalità; così come c’è casualità, fraintendimento, equivoco, impostura,
arroganza, mistificazione, ecc. Ma se la scienza procede e progredisce malgrado
tali fattori negativi è proprio perché possiede qualcosa che non ha
nessun’altra attività intellettuale: il fatto esperienziale e la verifica
fattuale di ciò che si teorizza. Oppure, all’opposto, la non-verifica che
condanna una tesi a restare un’ipotesi. Non si tratta di considerare la teoria
pura “non-scienza”, ma di vederla non come “acquisitiva” (con tutti i limiti
storici dell’espressione “acquisizione scientifica”) bensì “presuntiva” sino a
quando è priva di conferme sperimentali.
Nel sedicesimo capitolo il Nostro sostiene
la curiosa tesi che se il pensiero di Lakatos appare liberale è perché si
tratta di un anarchismo camuffato [120]
(una cooptazione dell’anglo-ungherese al dadaismo epistemologico poco
credibile). Però si legge poco oltre che «Lakatos critica le metodologie
esistenti e perviene a un risultato che è quasi identico al mio.» [121]
Sappiamo essere i due quasi anime gemelle nella lotta al “dogmatismo”, ma i distinguo
operati da Lakatos in vari punti della sua opera, al di là delle frequenti
battute scherzose epistolari, non avvalorano l’idea di Paul, che considera
costantemente Imre una sorta di fratello maggiore. Ma dobbiamo registrare la
seguente precisazione:
La mia controversia con Lakatos concerne gli standard
da lui raccomandati, la sua valutazione della scienza moderna (rispetto, ad
esempio, al mito o alla scienza aristotelica), la sua affermazione di aver
proceduto in modo “razionale”, oltre ai particolari degli storici che egli usa
nella sua discussione delle metodologie. [122]
L’assonanza
c’è, sottolinea poco oltre Feyerabend, perché anche Lakatos si oppone alle
filosofie «paternalistiche», tra le quali l’induttivismo perché «richiede
l’abolizione delle teorie prive di un sostegno empirico» e il falsificazionismo
perché «chiede l’abolizione di teorie che non abbiano un contenuto empirico in
eccesso rispetto alle teorie anteriori.» [123] Ricordiamo che se il secondo Popper aveva
avanzato la necessità che debba esserci ”eccesso” di contenuto empirico per
legittimare la sostituzione di una vecchia teoria con una nuova, Lakatos non
nega ciò, ma semplicemente lo supera con un eccesso di modelli teorici quale
«cintura protettiva» (ma come creare modelli euristici prescindendo dalla
realtà fattuale?) Teorizzata l’euristica positiva come un programma di
“modelli” astratti dove si ignorano «i contro esempi reali, i “dati”
disponibili.» [124],
si asserisce nella chiusa ad una nota (173): «Naturalmente, di tanto in tanto,
lo scienziato rivolgerà alla natura una domanda astuta: si lascerà incoraggiare
dai “sì” ma non si lascerà scoraggiare dai suoi “no”.» [125]
Al che domandiamo: e quando decide per l’”ogni tanto”? E tuttavia Feyerabend si
ritiene in linea col rigorismo di Lakatos e questi in linea con allineato con la sua anarchia!
Il Nostro sostiene poi che l’anarchismo
epistemologico ha come «passatempo preferito» quello di «confondere i
razionalisti inventando ragioni convincenti a sostegno di dottrine
irragionevoli.» [126]
E relativamente all’anarchico:
L’unica cosa alla quale egli si opponga fermamente e
assolutamente sono gli standard universali, le leggi universali, le idee
universali come “Verità”, “Ragione”, “Giustizia”, “Amore” e il comportamento
che esse implicano, anche se egli non nega spesso sia una buona politica agire
come se tali leggi (tali standard, tali idee) esistessero e se egli credesse in
esse. [127]
L’anarchico
epistemico «fermamente e assolutamente» si opporrà ai principi universali, ma
se crede in essi (come “fedele”) invece no, sicché «può superare qualsiasi
premio Nobel nella sua vigorosa difesa della purezza scientifica». Nello stesso
tempo «può avvicinarsi all’anarchismo religioso nella sua opposizione alla
scienza e al mondo materiale.» [128]
L’asse scienza-materialismo va perciò combattuto dal “fedele” per adesione al
dadaismo epistemologico:
Egli concepisce un grande interesse per procedimenti,
fenomeni ed esperienze come quelli riferiti da Carlos Castaneda, i quali
indicano che le percezioni possono essere organizzate in molti modi insoliti e
che la scelta di una disposizione particolare considerata come “corrispondente
alla realtà”, pur non essendo arbitraria (essa dipende quasi sempre da
tradizioni) non è certamente più “razionale” o più “obiettiva” della scelta di
un’altra disposizione. [129]
L’esoterismo
e gli stati extra-sensoriali indotti da allucinogeni debbono essere oggetto «di
grande interesse», così come le estasi mistiche in genere:
Rabbi Akiba, che nel suo stato di trance estatico
ascende da una sfera celeste alla successiva e sale ancora più in alto
pervenendo infine di fronte a Dio in tutto il suo Splendore, compie
osservazioni genuine una volta che noi decidiamo di accettare il suo modo di
vita come una misura della realtà e la sua mente è indipendente dal suo corpo
esattamente come gli dicono le osservazioni da lui scelte. [130]
Se non
false sono almeno dubbie le osservazioni scientifiche (quelle estatiche invece
sono sempre “genuine”: basta “decidere di accettare” di vivere “in estasi”!).
Nel capitolo 18, quello conclusivo, dopo
averci detto che la scienza «è molto più vicina al mito» di quanto si pensi ci
viene ribadito che l’idea di fissare regole è «dannosa per la scienza». [131]
La scienza “istituzionale” moderna, d’altra parte, possiede un carattere
fondamentalmente illiberale e tirannico; essa «schiacciò i suoi
oppositori» e «si impose con la forza» [132].
L’”americano“ Feyerabend ci dice anche che dopo la separazione stato/chiesa si
dovrebbe procedere alla separazione stato/scienza (ma è meglio se sono i
privati a finanziarla?). Nel tardo saggio
Farewell to Reason, del 1987, Feyerabend nel V capitolo ci rende un
interessante ma pericoloso elogio della “creatività” in riferimento ad
Einstein, poiché la forma mentis feyrebandiana pone l’equiparazione della
scoperta “del” reale fisico a qualsiasi “creazione” antropica “su” esso. La
realtà fisica sarebbe così utile sol come stimolo “per creazioni antropiche”,
allo stesso modo come un letterato, un artista o un matematico puro creano
qualcosa che può avere per soggetto il reale oppure no, potendo anche
“surrealizzarlo” completamente”.
L’opera di Lakatos e di Feyerabend è quella
di due logici (osservante il primo e anarchico il secondo) che pretendono di
capire che cosa sia la scienza giudicandola “dal di fuori”. Presunzione ed
errore di prospettiva assai grave, poiché, giusta la metafora del tavolo, si
descrive come marrone mentre ciò di cui si dovrebbe dire: ”a me pare marrone”.
Detto ciò, resta invece l’importante documentazione epistolare tra essi, testimonianza
umana della grande amicizia tra due persone caratterialmente interessanti.
Legati da reciproci stima ed affetto, ma divisi oltre che da alcune idee anche
dall’Atlantico, essi hanno una visione quasi opposta nel voler fare logica
“sulla” scienza (ma d’accordo sulla non-logica “della” scienza!): metodologia
in Lakatos e anti-metodologia in Feyerabend. Si avvalora l’affermazione di
Feynman circa le “osservazioni stupide” dei filosofi su che cosa sia il lavoro
degli scienziati, anche perché è molto probabile che il grande fisico si
riferisse proprio agli epistemologi dell’anti-scienza.
4.5
La fisica teologica e teofanica
Le commistioni di fisica e teologia sono
profonde e storicamente importanti. Dopo l’epoca in cui era la teologia a
enunciare tesi fisiche e cosmologiche i fisici post-rinascimentali si trovarono
a percorrere a fatica pochi e angusti vicoli liberi da ostacoli fideistici, ma
si trovarono poi spesso a trovare posti di blocco che ne mettevano a
repentaglio il pensiero e a volte la vita. La paura che incuteva la censura
ecclesiastica e quella para-ecclesiastica di strutture accademiche teologizzate
(come la Sorbona) doveva essere così forte che anche un fervente cristiano come
Cartesio, per nulla intenzionato a sovvertire i principî della fede, rinuncia a
pubblicare Il mondo, ovvero trattato
della luce e dell’ uomo alla notizia della condanna di Galileo del 1633.
Scrive a Mersenne:
Sapete senza dubbio che Galileo è stato ripreso da
poco dagli inquisitori della fede […] benché io pensassi che esse [le mie
teorie cosmologiche] si fondavano su dimostrazioni assai certe ed evidenti, per
nulla al mondo vorrei sostenerle contro l’autorità della Chiesa. […] il
desiderio che ho di vivere in quiete e di continuare la vita che ho iniziato
secondo il detto bene vixit, bene qui
laquit, fa sì che io sia più contento di essermi liberato dal timore che
avevo di acquisire con il mio scritto conoscenze maggiori del mio desiderio, di
quanto non sia irritato d’aver perso tempo e fatica per comporlo. [133]
Non si
deve mai “conoscere troppo” se ciò va a scapito della fede, il sapere di
tutti i saperi!
Si potrebbe pensare che anche il più grande
fisico pre-einsteniano, Isaac Newton, fosse una sorta di fisico-teologo,
essendo sua massima preoccupazione coniugare fede e scienza. Ma egli è
differente: un fisico “devoto”, certo, non un fisico-teologo; invece uno
scienziato autentico e grandissimo. Per lui la scienza magnifica la grandezza,
l’onniscienza e la bontà del Creatore, ma concerne la realtà materiale nel suo
“essere quel che è” e il conosciuto
va separato dal creduto. La fisica si
basa su osservazioni, dati e calcoli e l’espressione «Hypoteses non fingo» significa che qualunque teoria va legata ai
dati e che la datità scientificamente
accertata non deve mai essere abbandonata per avventurasi in arbitrarie
deduzioni avulse da essa. Arbitrarietà tipica dei fisici-teologi, sia pure in
misure e forme assai differenti; vi sono infatti i teologi espliciti o
impliciti, prudenti o arroganti, modesti o presuntuosi. In tutti i casi però
l’obbiettivo primario del fisico-teologo è produrre teofania, cioè far emergere il divino quale fondamento della
realtà. Un divino concepito perlopiù in forme impersonali tipiche del panteismo
(il Dio-Necessità permea il cosmo) o del panenteismo (il cosmo rifluisce nel
Dio-Necessità), ma talvolta volizioni del Dio-Volontà monoteistico.
Di qualche fisico-teologo abbiamo già
trattato in La filosofia e la teologia
filosofale e qui proseguiamo la nostra indagine. Iniziamo con una breve
analisi dello scritto di un metafisico che voleva fare il fisico e che ha
persino azzeccato qualcosa di buono in settori specifici, ma che molto male
ha procurato alla scienza del XVII
secolo “teologizzandola”. Parliamo di Cartesio e del già citato Il mondo, ovvero trattato della luce e
dell’uomo, iniziato nel 1630 nell’intento di dimostrare che il “Fiat lux!” biblico è l’evento trae il
mondo dal caos e lo rende degno di accogliere la”creatura pensante”. Ma egli è
anche convinto che il vuoto sia cosa
da pagani ignoranti e atei à-la-Épicure,
mentre Dio non ha potuto fare che un cosmo “tutto pieno”. Solo così il meccanicismo “funziona come deve”,
poiché tutto è “liquido” (perché deve”muoversi”) e sono le dimensioni delle
parti che lo compongono a determinarne lo stato: gassoso per fuoco e aria e
solido per la terra, passando per l’acqua come intermedio. Fuoco e aria come
“pieni”, ma con parti costituenti “piccole”: «Ora, tra le parti dell’aria, se ve ne sono di molto grosse in paragone
alle altre, come sono gli atomi che vi si vedono, esse si muovono anche molto
lentamente, e se vene sono che si muovono più velocemente sono anche più
piccole.» [134] Il fuoco ha parti più piccole di
quelle aeree, ma ne anche di più grosse (pensa al fumo!) e per questo è più
“penetrante” nelle parti sottili, sì da poter entrare nelle porosità di corpi
“a grana grossa” per distruggerli. Così lo deduce: «Che ve ne siano di più piccole [nel fuoco] lo si può supporre dal
fatto che sono capaci di penetrare in diversi corpi, i pori dei quali sono così
stretti che l’aria stessa non vi può entrare.» [135]
Vista la combustione passiamo
al vuoto, dove il pretesto della
lunghezza di un eventuale discorso esplicativo significa: “è quasi sicuramente
così, ma non posso spiegarlo”:
Del resto non voglio con questo dire per
sicuro che non vi sia assolutamente del vuoto in natura: avrei paura che il mio
discorso diventasse troppo lungo, se intraprendessi a spiegare la cosa, e le
esperienze delle quali ho parlato non sono sufficienti a provarlo, per quanto
lo siano a persuadere che gli spazi dove noi non sentiamo niente sono pieni
della stessa materia, e ne contengono almeno quanta ne contengono quelli che
sono occupati dai corpi che noi avvertiamo. Di modo che quando un vaso è, per
esempio, pieno di oro o di piombo, non contiene per questo più materia di
quando noi pensiamo che sia vuoto: il che può sembrare molto strano a parecchi,
la ragione dei quali non va più lontano delle dita, e che pensano non esservi altro al mondo che quello
che toccano. [136]
La materia è un continuum in
quanto tale e un discontimuum quale
composto, lo spazio è quindi un “pieno” di materia ma le parti che lo riempiono
sono dimensionalmente differenti, sicché le grosse si percepiscono, le piccole
no: è questo che fa pensare all’esistenza del vuoto. Le piccole riempiono
infatti quelli che noi pensiamo “intervalli” nella continuità della materia:
Poiché le parti di una goccia d’acqua,
essendo separate tra loro dall’agitazione del calore, possono formare molta più
aria di quanta non ne avrebbe contenuta
lo spazio in cui era l’acqua. Donde segue sicuramente che vi è una grande quantità
di piccoli intervalli tra le parti di cui è composta; giacché non vi è altro
modo di pensare un corpo rarefatto. Ma poiché questi intervalli non possono
essere vuoti, come ho detto più sopra, da tutto ciò concludo che vi è
necessariamente qualche altro corpo, uno o parecchi, mescolati con quest’aria
[il vapore acqueo], che riempiono i piccoli intervalli che essa lascia tra le
sue parti il più esattamente possibile. [137]
Posto ciò il Nostro passa a definire gli elementi della materia: fuoco, aria e terra con l’acqua come
miscela degli ultimi due. Le differenze concernono grossezza, sottigliezza,
moto e capacità di penetrazione delle loro parti costituenti. Come definire
allora la materia in quanto tale?
Descartes afferma:
Ma pensiamola come un corpo vero,
perfettamente solido, che riempie ugualmente lunghezza, larghezza e profondità
di questo grande spazio in mezzo al quale abbiamo fermato il nostro pensiero;
in modo che ciascuna delle sue parti occupi sempre una parte di questo spazio,
così proporzionata alla sua grandezza da non poterne riempire una maggiore né
restringersi in una più piccola, né sopportare che vi sia collocata un’altra
mentre essa vi si trova. Aggiungiamo a ciò che questa materia può esser divisa
in tutte le parti e secondo tutte le forme che possiamo immaginare; e che
ciascuna delle sue parti sia capace di assumere anche tutti i movimenti che noi
possiamo concepire. E supponiamo inoltre che Dio la divida effettivamente in diverse parti del genere, le une più
grosse, le altre più piccole, di una forma e di un’altra, come ci piacerà
immaginarle. Non che per questo Egli le separi in modo che tra loro vi sia del
vuoto: ma pensiamo che le distingua dando a loro dei movimenti diversi, facendo
sì che, dal primo istante della loro creazione, le une comincino a muoversi in
una direzione, le altre in un’altra, più veloci e più lente (o affatto in
quiete, se volete), e che successivamente continuino il loro movimento secondo
le leggi ordinarie della natura. [138]
Grossezza e piccolezza, moto e quiete, in tutte le varianti possibili e
con tutti i valori immaginabili, costituiscono l’essenza di una materia priva di alcun vuoto tra le sue
parti; un globale «corpo vero, perfettamente solido» regolato
da leggi fisico-matematiche rigorose e sufficienti a conferire alla materia
dinamiche e forme:
Poiché Dio ha stabilito queste leggi in
modo così meraviglioso che, supponendo non crei nulla di più di quanto ho
detto, e senza mettervi ordine né proporzione, ma facendone il caos più confuso
e ingarbugliato che possa descrivere un poeta, esse bastano a far sbrogliare da
sole le parti di questo caos e farle disporre in così buon ordine da avere la
forma di un mondo perfettissimo, nel quale non si vedrà solo la luce, ma anche
tutte le altre cose, sia generali che particolari, che appaiono in un mondo
vero. [139]
Una volta che Dio ha creato le leggi queste hanno fatto della materia «un mondo
perfettissimo». Affermazione teologicamente rischiosa ammettere
che leggi fisiche, per quanto date da Dio, lo escludano poi dalla gestione del
mondo, è un po’ come se il mondo fosse diventato autonomo. A parte ciò, la
materia è solidità spaziale quantificata, regolata dalla necessità che dà sostanza alla materia come estensione:
Ma anch’essi [i filosofi scettici] non
devono trovare strano se suppongo, per quanto riguarda la materia da me
descritta, che la quantità non differisca dalla sua sostanza più di quanto il
numero differisce dalle cose numerate, e se considero la sua estensione, ossia
la proprietà di occupare spazio, non come un accidente, ma come la sua vera
forma e la sua essenza. [140]
L’estensione materiale è
quantitativa (dimensione + moto) e la sua sostanza sta alle quantità come il
numero sta alle cose numerabili. Ma Descartes deve anche precisare che
autonomia non significa indipendenza, e che l’esistere della materia-natura
presuppone che Dio «continui a conservarla nello stesso modo in cui l’ha
creata»:
Poiché solo da ciò. Che continui a
conservarla così, segue necessariamente che i diversi mutamenti che vi potranno
essere nelle sue parti, non si dovranno attribuire all’azione di Dio, perché
essa non cambia, sicché li attribuirò alla natura; e le regole secondo le quali
avverranno questi mutamenti le chiamerò leggi della natura. [141]
La materia è regolata da leggi sacre para-demiurgiche, agenti divini
facenti sì che essa continui a dipendere da Dio nel suo essere. Leggi che
determinano una materia solido-piena le cui parti (come già pensava Aristotele)
“devono essere a contatto” sì da urtarsi:
Per capire meglio ciò, ricordate che tra
le qualità della materia abbiamo supposto che le sue parti abbiano ricevuto
diversi movimenti all’atto della creazione; oltre a ciò, che si tocchino tra
loro da tutte le parti, senza che resti alcun vuoto fra di esse […] sicché, se
Dio le conserva in séguito nello stesso modo in cui le ha create, non le
mantiene però nello stesso modo […] Ed è facile credere che Dio, essendo
immutabile, come ciascuno deve sapere, agisca sempre nello stesso modo. [142]
Lo stretto contatto delle parti, che esclude ogni spazio vuoto tra
esse, fa sì che fenomenologia della materia sia meccanica, con gli urti a
generare il mutamento («ciascuna materia resta nello stesso stato finché l’urto
non la costringa a cambiarlo»). Se una parte è grossa resta tale se non
intervengano altre a dividerla, se è tonda o quadra non cambia forma se non
costrettavi da parti contigue, se è ferma resta tale «finché le altre non la
scaccino» [143]
È
anche anticipata la teoria dei vortici,
esposta poi nei Principia philosophiae
(II, 33), poiché non esistendo il vuoto il moto retto «è impossibile», sicché
«hanno dovuto accordarsi insieme, in qualche movimento circolare» [144]
e il moto che pare retto è moto circolare a raggio di curvatura molto grande [145].
In L’illuminismo e la rinascita
dell’ateismo filosofico abbiamo dato conto della fisica sino alle soglie
dell’Ottocento e di quale parte abbiano avuto i fisici-teologi, saltiamo ora al
Novecento per arrivare a Erwin Schrödinger (1887-1961), per occuparci poi di un
acuto analista della MQ come David Bohm (1917-1992), di un fantasioso David
Deutsch (n. 1953), con un cenno finale a quel Frank Tipler scopritore che la funzione
d’onda è lo Spirito Santo. Schrödinger è uno dei padri della MQ (premio
Nobel nel 1933), formulatore di una famosa equazione, uomo di sottili
meditazioni, nonché autore di poesie
d’amore di buon livello, di notevole cultura umanistica e religiosità profonda.
Egli si riallaccia all’ideale greco di saggezza (La natura e i greci, 1954) ed espone i suoi concetti epistemologici
(Scienza e umanismo, 1956) per
sottrarre la scienza a un’aridità che nega valore alla cultura umanistica e al
sentimento religioso. Schrödinger ha anche buona cultura biologica e nel 1944
aveva scritto il saggio Che cos’è la vita?
in cui trovava punti di incontro tra MQ e biologia. Egli coniuga il
panenteismo, di cui è attento conoscitore, con la fisica teorica. In uno
scritto giovanile del 1925 già lamentava la deriva materialistica della cultura
occidentale:
La
conclusione ultima cui il sapere dell’Occidente è giunto, cioè che ogni forma
di metafisica deve necessariamente scomparire una volta per tutte, si è
rivelata irrealizzabile proprio nell’ambito cui essa originariamente si
riferiva, quello della conoscenza; proprio in questa sfera la metafisica ci è
guida indispensabile e, credendo di poter farne a meno, finiamo perlopiù col
rimpiazzare le antiche nobili illusioni metafisiche con credenze altrettanto
erronee ma di gran lunga più ingenue e meschine. [146]
Il Nostro prende le distanze da una fisica
riduttivistica che esclude dai propri orizzonti istanze fuori del materialismo.
Il suoi studi sui Veda e sulle Upanishad lo portano a un monismo
spiritualista che lo riporta all’immaterialista Berkeley e a non-materialisti
come Richard Avenarius (1843-1896), Wilhelm Schuppe (1836-1913) ed Ernst Mach
(1838-1916), scrivendo:
Rivolgiamo
infine uno sguardo alla concezione di Mach, di Avenarius [entrambi
empiriocriticisti] e di Schuppe [teorico di una filosofia dell’immanenza], cui già s’è fatto cenno, per renderci
conto cedesi tanto s’avvicinano all’assunto delle Upanişad che più non sarebbe possibile senza doverlo
teorizzare expressis verbis. Essi
affermano che mondo esterno e coscienza sono un’identica cosa perché quello,
come questa, si compongono degli stessi
elementi primari. Nel dire allora che esiste un solo mondo esterno o che
esiste una sola coscienza utilizziamo
in realtà due diversi modi d’espressione per il medesimo contenuto, cioè che quegli
elementi primari sono nella sostanza comuni a tutti gli individui. [147]
Nell’unità olistica di materia e spirito è il secondo che fonda la
prima: «Noi abbiamo d’altro canto affermato che solo grazie alla coscienza il
mondo giunge a manifestarsi, anzi, possiamo dirlo tranquillamente, a esistere.»
[148]
Quindi il riferimento a Spinoza e al fondatore della psicofisica, Theodor Fechner (1801-1887):
A una visione di gran lunga più nobile e
lungimirante del cuore del problema s’avvicinano le concezioni di uno Spinoza o
di un Fechner. Per Spinoza il corpo umano è una “modificazione della sostanza
infinita in quanto dotata dell’attributo dell’estensione” e lo spirito umano è
la medesima modificazione, ma dotata dell’attributo del pensiero; ma poiché, a
suo parere, ogni ente materiale è una simile modificazione di Dio e in quanto
tale partecipa d’entrambe le condizioni, si può dire, con parole a noi più
familiari, che qualcosa [di spirituale] accompagna ogni processo materiale
esattamente come la coscienza accompagna i processi corporei. L’immaginazione
versatile di Fechner è giunta a dotare d’un’anima non solo le piante ma anche
la Terra, corpo del mondo, e i pianeti. Non approvo tali fantasie, ma nemmeno
vorrei dover giudicare chi, tra Fechner e i campioni del razionalismo in
bancarotta, sia giunto più vicino alle verità più profonde. [149]
Chiudiamo con qualche cenno
da un’opera che Schrödinger pubblica nel 1960, un anno prima della sua morte,
dal titolo Che cosa è reale?, con la
quale egli riafferma il suo monismo olistico e spiritualistico:
Una volta giunta la decisione che
occorre avere un’unica sfera, allora
deve trattarsi per forza di quella psichica, poiché l’esistenza degli eventi
psichici è inoppugnabile (“cogitat ergo
est”). E l’ipotesi di un’interazione tra due sfere diverse ha qualcosa di
magico e misterioso, o piuttosto, esprimendosi meglio, è già grazie all’ipotesi
di un’interazione che esse vengono ad unirsi in una sola. [150]
Conclusione un po’ sbrigativa e semplicistica, ma che conferma la
profonda fede di un grande mistico e il genio di un grande fisico, poiché che
non è affatto vero che la scienza allontani dalla religione, poiché è la
struttura mentale e in particolare la psiche
(determinata prevalentemente dal genoma) a formare la weltanschauung di una persona: non la sua intelligenza, non la sua
sensibilità non le sue conoscenze. Il senso
del sacro è disposizione individuale da rispettata come un elemento della
personalità. Voler vedere sempre le persone religiose, come fanno certi atei,
quali vittime di inganno, ingenuità, irrazionalità, ignoranza, è idea sciocca e
rozza che disonora l’ateismo.
David Bohm è un altro
fisico-teologo direttamente coinvolto nelle ricerche sulla MQ, scettico sulla
sua validità ultimativa almeno quanto lo era stato Einstein, ma con intenti
risolutivi più concreti. Egli infatti avanza un’interpretazione alternativa
della MQ non tanto basata sull’assunto che Dio “non può giocare ai dadi”,
quanto sul fatto che la realtà fisica deve avere dei “livelli” differenti, sicché
ciò che appare indeterministico ad un certo livello “deve” risultare
deterministico a un livello più fondamentale. Naturalmente anche questa è fede,
ma Bohm ci induce a seguirlo in un’indagine interessante, invitandoci in primo
luogo a cogliere il nesso tra “caso” e “ contingenza, e tra “causalità” e
“necessità”, poiché «il caso è una certa forma molto comune di contingenza,
mentre analogamente si vedrà che la causalità è una forma speciale ma molto
comune di necessità.» [151]
La necessità, secondo Bohm, è categoria
concettuale fondamentale, ampia e profonda, che include la causalità e la
determina. Ciò posto: le cause, tutte, sono necessitate ma ammettono delle
casualità contingenti e transitorie.:
Vediamo quindi che è opportuno parlare
di leggi del caso valide in modo
oggettivo, che ci parlano di un lato della natura che non viene trattato del
tutto dalle sole leggi causali. Anzi, le leggi del caso sono necessarie quanto
le leggi causali stesse. Per esempio, il carattere casuale delle fluttuazioni
casuali è, in una grande varietà di situazioni, reso inevitabile dal carattere
estremamente complesso e molteplice delle contingenze esterne da cui dipendono
le fluttuazioni. [152]
La casualità si coniuga con la complessità:
Perché una delle caratteristiche più tipiche
delle fluttuazioni casuali è che in un periodo sufficientemente lungo o in
un aggregato sufficientemente grande prima o poi si verifica ogni
combinazione possibile di eventi o oggetti, e ciò vale anche per le
combinazioni che a prima vista sembrerebbero molto improbabili. [153]
Alla lunga tutto ciò che è possibile accade in accordo con una realtà
probabilistica ben nota e verificata. Se un fatto singolo, come il lancio di un
dado, dà un risultato casuale e imprevedibile, per lanci del dado ripetitivi e
molto numerosi si può star certi che ognuna delle sei facce uscirà in numero
esattamente uguale, cioè pari a 1/6 dei lanci complessivi.
In tempo sufficientemente
lunghi, con molto accadibile accaduto non deterministicamente, si riconosce al
caso il ruolo di «rimescolare le cose in modo tale da permettere l’avvio di
linee di sviluppo qualitativamente nuove.» [154]
Si tratta in fondo di ciò che anche noi sosteniamo: che la necessità
conserva l’esistente e il caso genera il nuovo, in una fenomenologia del
reale dove l’una e l’altro sono determinanti per l’accadere e il divenire. Bohm
però mira ad altro, cioè a sostenere che è solo al “nostro” livello che si dà
indeterminismo, mentre ad un livello più fondamentale la materia “deve”
comportarsi in modo deterministico. Da questo punto di vista è il principio
di indeterminazione di Heisenberg e esser messo in discussione, ipotizzando
stati della materia più fondamentali oggi sconosciuti:
Ci
sono buoni motivi di presumere l’esistenza di un livello subquantistico più
fondamentale di quello a cui viene attualmente applicata la teoria quantistica.
All’interno di questo livello potrebbero essere valide leggi di tipo
qualitativamente nuovo […] Il principio di indeterminazione varrebbe allora
solo a livello quantistico e non avrebbe nessuna rilevanza a livello inferiore.
[155]
Tesi interessante, che evoca
anche le stringhe: si tratta solo di
avere pazienza e attendere che una nuova teoria subquantistica prenda corpo in
base a nuovi tipi di datità. Ma
Bohm ritiene che già ora, prendendo a base la cosiddetta “seconda
quantizzazione” e la teoria dei campi,
quella che nega realtà alle particelle per riconoscerla ai “campi” come loro
produttori, si abbia a portata di mano la soluzione. Come si sa un elemento molto
importante nella teoria dei campi è l’“oscillazione”, che andrebbe a
costituirsi come il livello fondamentale delle “fluttuazione”: casuale questa,
deterministica quella. Ed allora:
«Gli aspetti ondulatori e corpuscolari deriverebbero infatti dai moti di entità
esistenti a un livello inferiore» [156]
Negli sviluppi del discorso
Bohm avanza l’ipotesi di una «infinità qualitativa della natura» [157],
e sappiamo bene dove si va a parare ponendo l’Infinito, per quanto egli si limiti
a dirci che bisogna cercare «contesti più ampi » [158]
per vedere se le leggi fisiche correnti non «vadano sostituite da altre».
L’intento primario, tuttavia, la messa in discussione di un riduttivismo
scientifico che farebbe della realtà solo meccanicismo e quantificazione. Il
radicale cambiamento di prospettiva che il Nostro propone è di pensare il mondo
fisico non più in termini di quantità bensì di qualità:
D’altro canto, in base al concetto di
infinità qualitativa della natura, si è indotti – come si è visto nelle sezioni
precedenti – alla conclusione che l’esistenza di ciascuna entità, per quanto
essa possa sembrare fondamentale, dipende dal fatto che vengano mantenute
determinate condizioni del suo sfondo e della sua sottostruttura infinita. [159]
La realtà degli enti fisici è da vedersi, secondo Bohm, solo come una
”condizione” determinata da uno “sfondo” e da una “sottostruttura infinita” e sfondo
e sottostruttura sono in “interconnessione reciproca” e con gli enti
stessi in “relazione reciproca” (distinta dall’interazione semplice). Ma poi
ecco l’olismo teologico:
Si vede dunque che l’esistenza di
relazioni reciproche tra le cose implica che ogni “cosa” esistente in natura
dia un certo contributo all’universo nel suo complesso […] Tuttavia in realtà
la cosa non esiste e non può esistere in modo separato dal contesto da cui è
stata concettualmente astratta. Perciò il mondo non è fatto mettendo insieme le
varie cose che ci sono dentro, ma semmai queste cose sono soltanto
approssimativamente quello che troviamo analizzando certi contesti in certe
condizioni. [160]
Il concetto di “cosa” è astratto e solo l’Uno-Tutto è reale. Anche con Bohm troviamo l’olismo in
fisica, ma posto in maniera prudente e motivata. E quasi “materialistica”.
Materialismo che parrebbe non essere teologico, e tuttavia siamo all’evocazione
evidente di una Dea-Natura-Una-Tutta.
Passiamo ora ad occuparci di una posizione curiosa e di
carattere”forte”, quella di David Deutsch, fisico immaginifico e promotore dei
computer quantistici. Egli pensa che la
scienza non debba solo “prevedere” ma “spiegare”. Assunto affascinante ma
pericoloso, come lo è il suo La trama
della realtà (The fabric of reality,
1997) dove definisce strumentalismo
la pratica scientifica che si accontenta di formulare previsioni anziché “saper
spiegare com’è fatto il mondo fisico”. Ciò implica la convinzione di “saperlo”
e Deutsch è “uno che sa”. Da ciò la critica a Steven Weinberg che in Gravitation and cosmology (New York,
Wiley 1972), aveva affermato:
La cosa rilevante è saper fare previsioni riguardo
alle immagini sulle lastre fotografiche degli astronomi, alle frequenze delle
linee spettrali e così via; non ha alcuna importanza se attribuiamo tali
previsioni agli effetti fisici dei campi gravitazionali sui movimenti dei
pianeti e dei fotoni oppure alla curvatura dello spazio e del tempo. [161]
Weinberg è
un fisico delle particelle convinto che suo compito sia produrre ed analizzare
“dati” per capire “come” funziona il cosmo, mentre a Deutsch invece interessa il
“che cosa” e insieme il metafisico “oltre”, sicché sostiene che «Weinberg e gli
altri strumentalisti sbagliano: sapere a che cosa attribuiamo le immagini delle
lastre fotografiche degli astronomi ha grande importanza.» [162] Saremmo quasi d’accordo, ma poi leggiamo:
Comprendiamo la trama della realtà soltanto
comprendendo le teorie che la spiegano. Dato che queste spiegano più di ciò di
cui siamo direttamente consapevoli, quanto capiamo è più di quanto siamo
direttamente consapevoli di capire. [163]
Le teorie
celerebbero una verità nascosta e profonda al di là delle intenzioni del
teorizzatore? Su quale base? A noi pare che sia semmai il dato a poter sempre celare più di quanto dica, a meno che il Nostro
ci voglia dire che le teorie siano cose “ispirate” e “rivelative provenienti
direttamente dall’”oltre”.” mentre una teoria valida, o è creata “sui dati” e
su essi si fonda e ne è da essi ratificata. Se ne prescinde, li travalica e li
trascura, è una “pura forma” senza contenuto evocante il «più di quanto siamo
direttamente consapevoli», ma ciò è metafisica.
Bohm ha avuto la modestia di avanzare le
sue tesi avvertendo i lettori che si avventurava in un territorio che andava
molto oltre i dati fisici, e tuttavia la sua è un’interpretazione della MQ ben
motivata, raffinata, ricca di sfumature critiche, con una “proposta” su basi
rigorosamente scientifiche. Non Deutsch, creativo quanto determinato, che con
una metafora edilizia ci spiega:
Il capomastro […] utilizzava un’intuizione piuttosto
specifica, una regola pratica che poteva fornire risposte irrimediabilmente
sbagliate se applicata a situazioni nuove. Oggi tali dati si deducono da una
teoria abbastanza generale da essere applicabile al caso di un muro qualsiasi
materiale, in ogni situazione: sulla luna, sott’acqua, o in qualsiasi altro
posto. Il motivo per cui è tanto generale è che si basa su spiegazioni
piuttosto profonde del funzionamento dei materiali e delle strutture. [164]
Che una
teoria generale della statica permetta di calcolare composizioni di materiali,
i loro assemblaggi in vista di strutture a prestazione ottimale, è giusto, dire
che le scienze “particolari” siano obsolete e da soppiantate con altre
“generali”, sbagliato. Sbagliato persino in edilizia, perché l’ingegnere
progettista sa bene l’importanza del capomastro per tradurre in “realtà fisica”
i suoi calcoli astratti. Ma ancor peggio con la metafora medica:
Quando si arriva a comprendere una malattia
inquadrandola in un sistema di riferimento generale, il ruolo dello specialista
diminuisce: i medici che si imbattono in una malattia poco conosciuta o in una
complicanza rara possono fare assegnamento sempre più sulle teorie esplicative.
Possono consultare i testi per cercare tutti i fatti noti, ma a quel punto
applicano una teoria generale per ideare il trattamento necessario,
aspettandosi che sia efficace anche se non lo si mai usato prima. [165]
Non è
necessario essere clinici, chirurghi o farmacologi, per dover sorridere di
tanta sufficienza “generalistica”.
Secondo il Nostro abbiamo già bella e
pronta una “scienza prima” che, analogamente alla “filosofia prima” di
Aristotele, è “fondamentale” purché sappiamo “capirla”:
La questione della maggiore o minore difficoltà di
capire tutte le cose che sono state capite dipende pertanto da come si
bilanciano le due opposte conseguenze della crescita della conoscenza:
l’aumento dell’ampiezza delle nostre teorie e l’aumento della loro profondità.
L’ampiezza rende il compito più difficile, la profondità lo semplifica. [166]
D’accordo
che la conoscenza debba fondarsi sull’intensivo (sulla profondità) e non
sull’estensivo (l’ampiezza), ma ciò non c’entra né con la “generalità” né col
“capito” o “capibile”. La profondità si consegue con la ricerca dello
specifico, di cui solo la particolarità è foriera; mai con la generalizzazione,
che nel migliore dei casi ”amplia e nel peggiore “semplicizza”. Pretendere
semplice il complesso è tipico dei metafisici, che “semplicizzano” sempre
“sapendo-di-sapere”. Deutsch aggiunge:
Non che sia imminente la nostra comprensione di ogni
cosa: questa è un’altra questione. Non credo che siamo vicini, né che mai lo
saremo, a capire “tutto quel che esiste”, ciò di cui parlo è la possibilità di
capire “tutto quanto è stato capito”. Questo dipende dalla struttura della
nostra conoscenza più che del suo contenuto. D’altro canto, questa struttura,
che si possa o meno esprimere in teorie tanto coerenti da formare un tutto
comprensibile, dipende ovviamente da come è fatta la trama della realtà nel suo
complesso. [167]
Ecco la
parola magica: “struttura”. Credevamo di esserci sbarazzati dello
strutturalismo dopo la sbornia degli anni ’70: e invece no! Eccolo riemergere
non più per singole discipline umanistiche (linguistica, antropologia,
sociologia, ecc.) ma per la “totalità fisica” a “trama unitaria”. Per Deutsch è
evidente, già scoperta “teoricamente”, ma non colta:
D’altro canto, questa struttura, che la si possa o
meno esprimere in teorie tanto coerenti da formare un tutto comprensibile, dipende
ovviamente da com’è fatta la trama della realtà nel suo complesso. Se è vero
che la conoscenza continuerà a crescere senza limiti e che ciò nonostante si
sta puntando verso la condizione in cui una persona potrà capire tutto quanto
si è capito, allora la profondità delle nostre teorie deve aumentare ad un
ritmo tale da renderlo possibile. Questo potrà accadere soltanto se la trama
della realtà è estremamente unitaria, di modo che alla crescita della nostra
conoscenza possa corrispondere la comprensione di una parte sempre maggiore di
tale unità. Se ciò accadrà, alla fine le nostre teorie diventeranno talmente
generali, profonde e integrate reciprocamente, da costituire in pratica
un’unica teoria di una trama unitaria della realtà. Tale teoria non spiegherà,
comunque, ogni aspetto della realtà: ripeto che si tratta di un evento che non
potrà mai realizzarsi. Comunque abbraccerà tutte le spiegazioni conosciute e si
applicherà all’intera trama della realtà nella misura in cui la si comprende [168]
La generalizzazione
porta al “tutt’uno” strutturale, acquisito il quale il conosciuto e il
conoscibile ne diventano tasselli. Partendo da «tutte le spiegazioni
conosciute» l’ormai noto «si applicherà all’intera trama della realtà» divenuta
nota.
Tale teoria
del tutto di Deutsch non è però la TOE auspicata dai fisici, ma molto di
più. È il
“fondamento” di ogni conoscere passato, presente e futuro, una “struttura” del
conoscere. Ne sono già disponibili i “quattro fili teorici” che fusi insieme la
rivelano! Una volta “sommate” le quattro teorie rivelative e veritative «ad
ogni livello gerarchico» la verità cosmica emerge, bella e pronta. Poi Deutsch
ci regala quel passaggio brillante della
statua di Churchill sulla piazza del Parlamento di Londra, con l’atomo di rame
sulla punta del naso come «livello basso» della conoscenza e poi il «livello
altissimo su fenomeni emergenti quali idee, governo, guerra e tradizione.» [169] che spiegano l’emergere della statua reale. Difficile cogliere il rapporto tra
chimica del rame e la politica, ma il Nostro non ha dubbi:
La possibilità stessa di studiare argomenti di livello
superiore è dovuta al fatto che in condizioni particolari il comportamento
straordinariamente complesso di un grandissimo numero di particelle si
scompone, dando luogo a un certo grado di semplicità e comprensibilità. Tale
fenomeno è detto emergenza: la
semplicità del livello alto “emerge” dalla complessità del livello basso. [170]
L’emergenza è fenomeno reale ma non nel
senso di Deutsch, cioè come “scomposizione” della complessità; essa, al
contrario, è “composizione” della semplicità e solo in questo modo può esser
concepita, come l’emergere di nuove realtà a un livello ontico differente. Ma
ciò non implica affatto che il nuovo ente sia di livello ontico superiore,
poiché è solo “per la nostra mente” che c’è un “verso l’alto” o un “verso il
basso”. Né possiamo escludere che all’evoluzione in certe regioni cosmiche si
accompagni un’involuzione non rilevabile in altre, poiché il rapporto
semplice/complesso appare solo “al nostro livello” di comprensibilità e nella
“nostra” regione. Le particelle
elementari, ad esempio, stanno in una regione cosmica estremamente lontana
dalla nostra, perciò ne possiamo avere solo “segnali” sperimentali spesso
neppure chiari.
L’invenzione-credenza di una “trama unica”
metafisica da trapiantare nel fisico utilizzando «i quattro fili principali che in base alla nostra attuale
comprensione compongono la trama della realtà.» [171]
è almeno ingenuo. Deutsch va anche a ripescare l’antico conoscere per causas, affermando con decisione
che: «l’unico modo di spiegare un fenomeno sia precisarne le cause.» [172]
Mettendo insieme la teoria quantistica, l’evoluzionistica, l’epistemologica e
la computazionale e fondendole bene si ottiene la “teoria universale”:
La teoria
quantistica è, come ho detto, una teoria fondamentale [un filo], ma dal punto di vista della
teoria quantistica gli altri tre fili basilari di spiegazione grazie ai quali
si comprende la trama della realtà sono tutti di ”livello alto”:si tratta della
teoria dell’evoluzione
(principalmente l’evoluzione degli organismi viventi), dell’epistemologia (la teoria della
conoscenza) e della teoria della
computazione (che riguarda i calcolatori e ciò che, in linea di principio,
possono o non possono calcolare). Come si vedrà, si sono scoperte [cioè: “io”
ho scoperto!] connessioni talmente profonde ed eterogenee tra i principî di
queste discipline all’apparenza indipendenti che sta diventando impossibile
comprenderne una perfettamente senza le altre tre. Prese tutte insieme, le
quattro teorie formano una struttura esplicativa coerente; tale struttura ha
una portata così grande ed è arrivata ad abbracciare una parte così cospicua
della nostra interpretazione del mondo che, a mio avviso, la si può già definire
in maniera appropriata come la prima,vera, teoria del tutto. Si è quindi raggiunto un momento
importante nella storia delle idee, il momento in cui l’ambito della nostra
comprensione comincia a diventare veramente universale. [173]
“Comprendere
perfettamente” il tutto usando a
turno tre di esse per capire la quarta; come se ognuna fosse la variabile
incognita di un sistema a quattro, dove, conosciute tre si deduce la quarta, e
poi si fa coincidere il dedotto col già posto. Ciò facendo abbiamo il «veramente
universale» e l’errore che ha impedito di scoprirlo sta nel fatto che:
Finora [la comprensione] aveva sempre riguardato
alcuni aspetti della realtà che non sono caratteristici del suo insieme; in
futuro riguarderà, invece, proprio il concetto unificato di realtà. Tutte le
spiegazioni saranno interpretate sullo sfondo dell’universalità […] [174]
Unificare, unificare e ancora unificare . . . :
poiché si vedrà che non si unifica e si spiega
soltanto la fisica, e non soltanto la scienza, ma si unificano e si spiegano,
in potenza, anche i più remoti domini della filosofia, della logica, della matematica, dell’etica, della politica
e dell’estetica. [175]
Dunque: le particelle elementari hanno un rapporto diretto con l’etica,
la politica e l’estetica nella “trama del cosmo” e la nuova e vera teologia peremnis è nelle nostre
mani!
Relativamente alla luce,
all’ombra e alla penombra si legge: «Tanto per iniziare, questo nuovo livello
[di considerazioni] rivela l’esistenza di universi paralleli.» Attraverso le
“particelle ombra” si arriva ai fenomeni di interferenza:
L’interferenza non è una proprietà
esclusiva dei fotoni. La teoria quantistica predice, e gli esperimenti lo
confermano, che essa deve avvenire per tutte le particelle. Quindi ci sono
miriadi di neutroni ombra per ogni neutrone tangibile, miriadi di elettroni
ombra per ogni elettrone tangibile, e così via. […] Ma allora ne segue che la
realtà fisica è assai più estesa di quanto possa sembrare, e per gran parte è
invisibile. [176]
Conveniamo che « la realtà fisica è assai più estesa di quanto possa
sembrare, e per gran parte è invisibile», però ritenere che siccome le
particelle tangibili «formano un ente che siamo autorizzati a chiamare
universo», e se ne debba dedurre che le particelle-ombra costituiscano
“miriadi” di universi paralleli interferenti è cosa audace. Ma il Nostro non ha
dubbi: «I fenomeni di interferenza con singole particelle che abbiamo visto ci
mostrano che il multiverso esiste e che contiene molte controparti di ogni
particella dell’universo tangibile» [177]
Resta solo da notare che i fenomeni di interferenza non li ha scoperti Deutsch
e pare che nessuno abbia mai pensato di dedurne gli universi paralleli.
Ci viene poi detto che
siccome gli atomi-ombra sono reali anche a livello atomico il multiverso si rivela: «Concludendo, la
materia e i processi fisici che abbiamo chiamato “ombra” hanno la stessa
struttura di quelli tangibili, e sono strutturati in universi paralleli.
“Paralleli” perché simili a quelli tangibili.» [178] Le tesi sul multiverso sono numerose (a
cominciare da quella di Hugh Everett del 1957), né sta a noi dire se più o meno
fondate, ciò che qui stupisce è la sicurezza, tutta metafisica, di affermare il
verbum:
Quando ho introdotto i fotoni tangibili
e quelli ombra, li ho apparentemente distinti dicendo che noi possiamo vedere i
primi ma non i secondi. Ma chi siamo noi? Mentre lo scrivo, lo stanno scrivendo
anche schiere di David-ombra. Anch’essi operano una distinzione tra fotoni
tangibili e fotoni ombra, ma i fotoni che essi chiamano “ombra” comprendono
quelli che io chiamo “tangibili” e i fotoni che essi chiamano “tangibili”fanno
parte di quelli che io chiamo ombra. [179]
Nella visione di Deutsch la
MQ è la “fisica del multiverso” e costituisce il primo dei 4 “fili”della teoria del tutto. Ottima assunzione,
considerato che solo in base alla MQ sono immaginabili sia una TOE e sia il
multiverso. Si ricorderà che il secondo filo assunto dal Nostro è l’evoluzionismo, ed anche questo è una
teoria fondamentale per comprendere non solo la biosfera ma, più in generale,
molti altri meccanismi evolutivi cosmici. Il terzo filo però è il popperismo, e su fa veramente fatica a capire che
cosa c’entri con l’ontologia una teoria epistemologica come il falsificazionismo. Vediamo come diventa
3° terzo filo della “trama”:
La concezione induttivistica della
scienza è così profondamente falsa, sotto così tanti aspetti diversi, che non
si sa dove cominciare a smontarla. Forse la pecca peggiore, dal mio punto di vista, è un puro e semplici non sequitur […] È falso anche che sia la ripetizione
delle osservazioni a convincerci delle teorie scientifiche. […] Le prove
derivanti dalle osservazioni, inoltre, non potranno mai giustificare neanche le
pure e semplici previsioni. […] Tuttavia, se si desidera comprendere la vera
natura della conoscenza e il suo posto nella trama della realtà, si deve
accettare il fatto che l’induttivismo è falso, sin dalle radici.[180]
“Falso” perché? Perché non dà (e non intende dare) “risposte
definitive”. Deutsch vuole la verità, “tutta la verità”, e subito! Egli non
crede che il procedere scientifico sia l’umile e indefessa ricerca di dati e
controdati, di conferme e smentite, per poi ricostruire pazientemente e per
gradi trame e orditi, scoprire i suoi fili sconnessi, i nodi occulti, le
smagliature. No! La trama della realtà è “vera” e nasce da teorie “vere”: la loro coniugazione porta la verità, Il resto è falsità. Ma seguiamolo ancora:
Ciò di cui abbiamo bisogno è una teoria
della conoscenza incentrata sulla spiegazione: una teoria che dica come, perché
e quanto dovremmo permettere che le nostre percezioni modifichino la nostra
visione del mondo. Quando avremo a disposizione una teoria siffatta, non avremo
bisogno di una teoria delle previsioni a sé stante, poiché l’ottenere
previsioni, data una spiegazione di un fenomeno osservabile, non è affatto
misterioso: se si è giustificata una spiegazione, si giustificano
automaticamente anche tutte le
previsioni che se ne ricavano. [181]
Esiste un rapporto gerarchico tra spiegazione e predizione sì che
quella include questa? Non pare proprio. Si tratta di due ordini differenti del
conoscere: spiegare per rendere comprensibile un fenomeno non significa “dire
la verità”. Soltanto una datità
storicizzabile e costante, ripetuta nella realtà, riproducibile e ripetibile a
livello sperimentale, legittima previsioni. Né vi sono teorie “assolute” e
“legiferanti” senza conferme osservazionali e sperimentali (e pochissime le
teorie che nascono come illuminazioni nella mente di genî come Einstein). La
scienza é fatta sì dalla genialità intuitiva, ma anche dall’umile lavoro
quotidiano di moltissimi scienziati che lavorano nell’ombra, ma che sono spesso
quelli che col loro paziente lavoro di ricerca forniscono la materia prima su
cui riflettono i geni. Inventare teorie è molto importante, purché le si
sottoponga a verifica, poiché è questa a fissare i limiti di validità, D’altra
la MQ non è una teoria “definitiva” forse neppure la Relatività, ma esse
“funzionano” molto bene (finché, probabilmente, non ne arriveranno altre che
funzioneranno ancora meglio). Così saremo lietissimi se arriverà la TOE, ma
intanto è importante aumentare conoscenze settoriali e parziali della realtà in
quella progressione evolutiva che ha sempre caratterizzato il pensiero
scientifico.
I problemi della scienza per
Deutsch pare non concernano il conoscere, perciò si spiega che né
l’osservazione, né l’indagine, né la scoperta, né la verifica entrino in gioco
nel suo teorema. La scienza per lui è confronto dialettico tra idee, peggiori o
migliori in quanto idee, e se certe idee “si giudicano” inadeguate, si cercano
idee migliori. Ma “chi giudica”? E giudizio su che cosa da che cosa e per che cosa?
E che cosa significa “miglioramento” di idee? Miglioramento della “forma” delle
idee o della “conoscenza” che portano? Quali sono il merito e l’oggetto di ciò
che “spiegano”? Ciò che riusciamo a capire è che sarebbe il confronto tra idee
astratte, tra immagini mentali antropiche, a produrre conoscenza. Questa
emergerebbe come super-idea tra idee, in un rapporto autoreferenziale creato
tra menti pensanti che lasciano da parte gli oggetti del mondo reale giocando
“a inventare il sapere”. Esclusa l’oggettività reale, la datità della materia in sé, sono le immagini mentali, magari
regolate da meccanismi di una logica ferrea a regalare conoscenza.
L’importante diventa
risolvere “problemi mentali”! L’andamento del problem solving è il seguente: 1. problema, 2. soluzioni
ipotizzate, 3. critica razionale, 4 sostituzione delle teorie erronee, 5. nuovo
problema. Concluso il processo esso riprende e si ripete all’infinito. Dove sta
la realtà? Come entra? Dopo un paio di pagine di fitte “spiegazioni” però leggiamo:
«Il problem solving scientifico
comprende sempre un metodo di critica particolare, cioè la prova sperimentale.
Quando due o più teorie rivali formulano previsioni discordanti sul risultato
di un esperimento, si effettua l’esperimento e si abbandonano le teorie da cui
provengono le previsioni sbagliate.» [182]
L’esperimento come « metodo di critica particolare » che entra in gioco
soltanto se le teorie non concordano? Ma
è solo la “non sperimentabilità” che fa sì che due teorie possano “non
concordare”! Se l’esperimento è fattibile non esistono teorie buone o cattive,
perché è proprio l’esperimento stesso a suggerire quella giusta in rapporto ai dati e soltanto questi sono dirimenti.
Infatti il Nostro è costretto a concludere che se le teorie non concordano: «si
effettua l’esperimento e si abbandonano le teorie da cui provengono le
previsioni sbagliate.» Ma il problema teorico nasce proprio quando
l’esperimento non si può fare! La dialettica teorica riguarda solo gli
“inaccessibili”, come la nascita dell’universo o l’energia e la materia oscure
che “non si trovano”, o i confini dell’universo o l’ipotesi del multiverso.
Viene allora spontaneo domandarsi: ma di che cosa si sta parlando?
Deutsch ci aveva anche detto
che la teoria della computazione era
il quarto filo teorico della “teoria
del tutto”. Sentiamolo:
La teoria della computazione è stata
quasi sempre studiata, dal punto di vista teorico, come una branca della
matematica pura, e questo credo sia un male. La computazione è un processo
fisico, e i computer sono oggetti materiali, le operazioni che possono o non
possono svolgere sono determinate in base alle leggi della fisica, non solo
della matematica. Un concetto centrale della teoria è l’universalità. Si
definisce calcolatore universale una
macchina astratta che può simulare le operazioni di qualsiasi altra macchina
astratta all’interno di una classe ben definita. [183]
La computazione «è un processo fisico » poiché « i computer sono
oggetti materiali ». Qui l’idealista è diventato materialista e le idee si sono
“materializzate”. E tuttavia, se «La computazione è un processo fisico »
il calcolatore universale «è una
macchina astratta» in quanto latore di
universalità. Dove si fondono astrazione e concretezza? Nella virtualità, questa nuova frontiera della
realtà. Leggiamo:
La manifestazione fisica più conosciuta
dell’universalità è una tecnologia che, dopo essere stata oggetto di
discussione, per molti anni inizia ora a decollare: la realtà virtuale.
L’espressione si riferisce a ogni situazione in cui si fa provare
artificialmente a un individuo l’esperienza di essere in un ambiente specifico.
Per esempio un simulatore di volo […] [184]
La realtà virtuale è campione di universalità perché fa provare
un’esperienza artificiale simile a una situazione reale? Può darsi, ma resta il
fatto che ciò che essa dà è nel migliore una specularità del reale, non la
realtà! Non solo, la garanzia di specularità è fornita solo dal rapporto del
soggetto con la realtà, non essendo mai la “sensazione” della realtà a poter
ratificare la validità dell’esperienza virtuale. Sarà solo l’esperienza reale
del pilotare il velivolo o un’auto di formula 1 “se si verificherà realmente” a
definire il grado di credibilità della realtà virtuale. Non osiamo dubitare che
i neo-piloti di aereo possano affermare che l’esperienza virtuale fatta
nell’addestramento col simulatore sia un “come se” estremamente utile, resta il
fatto che l’aderenza dell’esperienza del “come se” è artificiale e non reale.
La realtà virtuale dovrebbe più correttamente essere definita “virtualità
realistica”.
Nel seguito siamo
intrattenuti sull’universalità, sui limiti della computazione, sulla
giustificazione e sull’importanza della vita (capitoli 6, 7 e 8) aderendo
totalmente alla visione di Dawkins. Al capitolo IX il Nostro entra nel campo di
cui è esperto, la computazione quantistica, un campo in cui sono riposte grandi
speranze per l’apertura di un nuovo orizzonte della computeristica. Ben venga!
Siamo fin d’ora grati a Deutsch se vi contribuirà, ma vediamo intanto questo
quarto filo della trama. Anche in questo caso è l’universalità a costituire il movente [185]
e l’evoluzione è un processo computazionale universale:
In maniera analoga [al mondo fisico], se
si pensa all’evoluzione come a una computazione, si vede che sono esistiti
molti organismi fisicamente possibili, codificati dal DNA, in un numero
sufficiente a consentire la computazione (cioè l’evoluzione) degli organismi
con il migliore adattamento […] Se ne può dedurre che le leggi della fisica
prescrivono tassativamente non soltanto la loro stessa comprensibilità in linea
di principio, ma anche che i corrispondenti processi della realtà virtuale,
quali la vita e il pensiero umano, non abbiano bisogno di una quantità
eccessiva di tempo o di qualsiasi altro tipo di risorsa per potersi verificare
nella realtà. La trama della realtà deve essere, per così dire, “stratificata”,
per facilitare l’autoaccesso. [186]
Niente di biologico! Metafisica pura, dove: 1°, le leggi della fisica, in
quanto prescrittive e intelligibili, sono degli enti meta-materiali che
progettano «tassativamente» le traiettorie evolutive sia degli enti fisici, sia
di quelli biologici e sia dei «corrispondenti processi della realtà
virtuale, quali la vita e il pensiero umano». 2°, siccome ogni numero è
possibile (basta infatti pensarlo), così l’evoluzione “universale” dell’ente
fisico + essere vivente + pensiero corrisponde all’evoluzione computazionale
possibile, e, in quanto possibile, prima o poi reale. 3°, l’essere è gerarchizzato, stratificato in
livelli sovrapposti, sovrapponibili in una piramide evolutivo computazione in
cima alla quale sta il pensiero umano.
La MQ è valida, ma ci vuole
grande prudenza a uscire “dal suo seminato” e non solo perché non contempla la
gravità. Prudenza assente in Deutsch, che sentenzia: «Le farfalle e gli uragani
veri, tuttavia, obbediscono alla teoria quantistica, non alla fisica
classica.». Affermazione stupefacente, se si considera le farfalle sono
fenomeni biologici e gli uragani pneumo-meccanici, tutti relativi a complessità, ma quellavera, non la
evoluzionistica-computazionistica deutschiana. Tanto più che gli uragani
esistono da ben prima che apparissero le farfalle. Ma egli “spiega”:
Le leggi della meccanica quantistica
obbligano un oggetto posto inizialmente in una certa posizione (in tutti gli
universi) a “diffondesi” nel senso del multiverso. […] Se l’oggetto in
questione è l’atmosfera terrestre, è possibile che ci siano stati uragani nel
30%, poniamo, degli universi e che non ve ne siano stati nel rimanente 70%.
Soggettivamente, lo percepiamo come un risultato unico e imprevedibile (o
“casuale”), mentre dal punto di vista del multiverso tutti i risultati si sono
avuti realmente.[187]
Se il multiverso è plausibile lo è dal punto di vista quantistico e non
certo da quello della fisica classica, sicché il Nostro sta qui cavalcando
un’ipotesi plausibile ma in un contesto totalmente estraneo, col solito “salto”
dal piano logico-dialettico a quello ontologico. Anzi, qui non vi è neppure il
tentativo di giustificare logicamente il “salto”, semplicemente si assume una
credenza e se ne fa una tesi.
Come tutti i platonisti
Deutsch poi sostiene che gli enti matematici sono reali allo stesso titolo
degli enti fisici; aggiunge anzi che anche la dimostrazione logica «è un
processo fisico» [188]
La trama della realtà deutschiana è
infatti unità strutturale costituita da fisica
+ matematica + logica, ed allora:
La trama della realtà ha quindi una
struttura più unitaria di quanto avrebbe fatto pensare l’impeccabile condizione
tradizionale dalla conoscenza matematica. Le entità matematiche sono parte
della trama della realtà perché sono complesse e autonome. Il genere di realtà
che formano è per certi versi simile a quella prefigurata da Platone e da
Penrose: pur se intangibili per definizione, esistono oggettivamente e hanno
proprietà indipendenti dalle leggi della fisica. [189]
In quanto al tempo Deutsch pone un’onnitemporalità globale, nega il
“flusso” passato-presente-futuro, frutto di errata percezione: «l’origine di
questo tipo di errore è la nostra abitudine all’idea che il tempo sia un
sistema di riferimento esterno alle entità fisiche considerate. Siamo avvezzi a
immaginare che un oggetto sia potenzialmente in trasformazione e che quindi
esista come conseguenza di se stesso in momenti diversi.» [190]
Sicché:
Nessuna raffigurazione fedele del
sistema di riferimento temporale può essere una figura in movimento o in
trasformazione, ma deve essere statica. Certo, dal punto di vista psichico, è
intrinsecamente difficile accettarlo. Sebbene la figura sia statica, non la si
può comprendere staticamente: sulla pagina compare una sequenza di momenti in
contemporanea, e per poter mettere tutto ciò in rapporto con la nostra
esperienza dobbiamo spostare l’attenzione lungo la sequenza. Per esempio, si
può osservare un ‘istantanea e pensare che rappresenti “adesso”; poi, un
momento dopo, osservarne un’altra alla sua destra e pensare che quest’ultima
rappresenti il nuovo “adesso”. Si tende allora a confondere il movimento
autentico della nostra attenzione, che si sposta nella figura, con il movimento
impossibile di qualche cosa attraverso i momenti reali. È un errore molto
comune. [191]
Una logica che ci ricorda Zenone d’Elea nel considerare la percezione
non poco affidabile (come noi riteniamo) ma falsa. Si pensi a una cinepresa
automatica che registri, istante per istante, lo sviluppo di una pianta, lo
spuntare di un bocciolo, l’aprirsi di un
fiore, il suo appassire, il suo cadere a terra, ecc. Qui la percezione non c’entra nulla, la
macchina è materia in rapporto diretto con la materia vivente; è tutto
materiale, fisico, reale, il divenire del fiore nel tempo, così com’è reale il
tempo nella regione cosmica a cui le
piante appartengono (la RgC). Il tempo non c’è soltanto nella RgP (quella della
MQ), ma Deutsch la fonde “in trama” con la vita nella RgC!
Il Nostro ritiene che anche
il concetto di spazio-tempo sia sbagliato, poiché il multiverso ne fa a meno:
La realtà fisica non è uno spazio tempo,
ma un’entità molto più grande e varia, il multiverso. In prima approssimazione,
il multiverso è simile a un grandissimo numero di spazitempi che coesistono e
hanno minime interazioni. […] Nel multiverso, tuttavia, gli universi sono
presenti in proporzioni precise, quindi è sensato dire che certi tipi di eventi
sono “molto rari” o “molto comuni” nel multiverso e che alcuni eventi seguono
altri “nella maggior parte dei casi. [192]
Abbiamo letto bene: il multiverso non è costituito da più universi: è
la “cosa unica”, l’Uno-Tutto sognato da sempre dalle teologie filosofali! Poi
il caloroso do elogio di quel Frank Tipler, teorico del Principio Antropico
e della Fisica dell’immortalità, a proposito del quale afferma: «La sua
soluzione, la teoria del punto omega, è un esempio eccellente di una
teoria che riguarda la trama della realtà nel suo complesso, nel senso chiarito
in questo libro.» [193].
Lasciamo Deutsch e veniamo al
“profeta” Tipler, che nella Fisica dell’immortalità ci precisa cose importanti:
La condizione al contorno del Punto
Omega [il Dio “futuro” di Teilhard de Chardin] (che rende esplicitamente
personale la funzione d’onda) e l’intuizione, fornita da Tillich [194],
della relazione tra Dio e l’Essere, suggeriscono di identificare la funzione d’onda
con lo Spirito Santo. Se si pone tale identificazione, diventa ragionevole come
dato di fatto della fisica affermare che Dio è nel mondo, dappertutto, e che è
con noi, sta al nostro fianco, in ogni momento. [195]
Un Dio panico, quello di Tipler, ma coincidente col Dio-Volontà
cristiano, la cui Terza Persona, come Spirito Santo e Lógos, gestisce la
materia come legge fisica generale. D’altra parte, quark e coscienza umana sono
la stessa cosa e «la teoria del Punto Omega, compresa la teoria della resurrezione,
è fisica pura.» [196]
A differenza del concetto panenteistico di altri fisici-teologi esso è vera
“persona divina” e: «Nelle tradizioni bibliche, questo potere che dona la vita
è lo Spirito Santo.» [197]
Il Dio-PuntoOmega è una
Volontà che decide e crea, sicché la creazione del reale è il risultato della
decisione di un’Onniscienza realizzata da un’Onnipotenza:
Si potrebbe anche dire che il Punto
Omega “crea l’universo fisico” e questa creazione è pertanto “contingente” nel
senso tutto particolare che esiste soltanto attraverso le libere decisioni del
Punto Omega. Questa formulazione ricorda la classica distinzione di Kant tra
deismo e teismo: un deista crede che Dio sia una causa del mondo, mentre
un teista crede che Dio sia autore del mondo. In base a questa
distinzione la teoria del punto Omega è teistica, non deistica né panteistica. [198]
Questo Creatore però non ha creato solo il “nostro” mondo: «La
condizione al contorno del Punto Omega e, quindi, la teoria del libero arbitrio
sviluppata in questo capitolo, si basano in un modo essenziale sull’ontologia
dei molti mondi.» Dopo un richiamo alla seconda lettera (3.9) di San Pietro
circa la redenzione leggiamo:
Come ho rilevato nel capitolo IX, il
godimento perenne di nuove esperienze – che saranno, letteralmente, un’infinità
– comporterà in definitiva il passaggio al supremo limite di implementazione
della vita nelle vicinanze del punto Omega. […] Vi saranno due tipi di vita
nell’aldilà: una vita in un corpo umano risorto, seguita da una vita letteralmente
infinita come parte della mente universale (per quegli esseri umani che
sceglieranno di effettuare il passaggio). [199]
L’iter
teologico di Tipler con l’ultimo frutto, The Physics of
Christianity (Doubleday
Books, maggio 2007), rafforza l’idea del Dio cristiano come “Intelligenza
Fisica”. Possiamo limitarci all’introduzione, che recita in stile biblico:
Le
ultime osservazioni sulla radiazione di fondo mostrano che l’universo è nato
13.7 mille miliardi di anni fa nella Singolarità. Stephen Hawking |ha
dimostrato matematicametne che la Singularità non è nel tempo o nello spazio,
ma fuori da entrambi. In accordo col teologo Tommaso d’Aquino “Dio ha creato
l’universo” significa proprio che tutte le catene causali iniziano da Dio. Dio
è la Causa Incausata. In fisica tutte le cause iniziano nella Singolarità.
Perciò la Singolarità non è causata. Per mille e più anni i teologi cristiani
hanno asserito che vi è che una e una sola “compiuita” (relamente esistente) infinità,
e che tale infinità è Dio. La Singolarità Cosmologica è un’infinità compiuta.
La Singolarità Cosmologica è Dio. [200]
4.6
Husserl: la “scienza” dell’anti-scienza
Se i fisici-teologi devastano la conoscenza
i metafisici puri la cancellano in forza del loro “superiore sapere”. La Verità
è infatti roba della Sapienza e i sapienti disprezzano l’umile lavoro del
ricercatore che “più conosce e meno sa”. Egli spostando in avanti i confini
della conoscenza ne scopre i sempre ulteriori orizzonti che fanno emergere la
sua ignoranza e il senso del tragico [201]
come consapevolezza del limite. Cognitivamente non si conosce nulla di un
supposto “generale” metafisico ma solo di un misero “particolare” scientifico.
Generali sono solo i “metodi operativi del conoscere” e sino al XVI secolo
erano stati esclusivamente teologici. Con Francesco Bacone lo scenario muta e
il metodo incomincia a riguardare il conoscere vero, quello del particolare,
analitico, induttivo, scientifico. Il metodo baconiano non era prassi
scientifica, ma dava indirizzi e criteri del fare scienza messi in atto da
astronomi, meccanici, chimici, fisiologi, biologi, genetisti, zoologi,
botanici, ecc. Avrebbe poi prodotto l’eclisse dei “sapienti” come Cartesio e
Leibniz e l’apparire dei “conoscitori” come Newton, nascendo la scienza “per
settori”, eleggendo strumenti e
tecnologie a mezzi dirimenti, in quel “rapporto materia-materia” solo
attraverso il quale la natura si rivela e apre le sue porte.
Il progresso scientifico e tecnologico ha
portato enormi vantaggi al vivere dell’uomo, ma anche effetti negativi
sull’ecosistema e sulla psiche umana. Prima del XVIII secolo il cervello dell’homo sapiens si era evoluto senza
fretta, le reti neurali-sinaptiche adeguandosi ai mutamenti senza traumi e
gestendo i passaggi evolutivi dalla caccia, raccolta e pesca, all’agricoltura,
all’allevamento, alle fabbricazioni manuali. Le attività agro-pastorali
costituivano all’inizio del Ottocento ancora oltre il 70% delle attività umane
in Europa e Nord America, oggi sono ridotte a poco più del 10% e il ritmo del
vivere si è fatto frenetico e stressante. Il bombardamento delle informazioni
trova un cervello umano impreparato ad accoglierle e quanto più il contesto è
avanzato tanto più crea disagi mentali. «Maggior
conoscere = male»,
dunque? Se si fa un bilancio serio dei vantaggi e svantaggi della conoscenza e
confronti seri coi contesti dove la conoscenza è scarsa non si fatica ad
ammettere che i vantaggi sorpassano di gran lunga gli svantaggi. E tuttavia
questi non si possono eludere, bisogna
annullarli, o almeno ridurli. Una cosa è però certa, ciò si può fare con “più”
scienza e non certo con “meno”.
I nemici della conoscenza non vanno confusi
con i critici della scienza, i quali, lo ribadiamo, agiscono a favore di essa.
I veri nemici fanno variamente tre altre cose, 1°. la delegittimano; 2°. le
sostituiscono pseudo-scienze; 3°. la rifondano su base metafisica. A nemici
della scienza è ovvio che si ergano coloro che hanno giustamente da temere di
essa di essa; smentitrice di rivelazioni, di dottrine, di dogmi, di principi:
in fondo i ministri della religione fanno il loro mestiere e non saremo noi a
censurarli. Non alludiamo neppure a teologi che in maniera chiara ed onesta
manifestino la loro fede in”altro” dal conoscere; i più pericolosi sono spesso
assertori di “nuove” scienze, “alternative”, “nuovi modi” di fare scienza.
D’altra parte è patente un problema a cui avevamo già accennato a suo tempo [202]:
l’esistenza di forti pulsioni
anti-scientifiche insieme a un “riflusso metafisico” cominciato negli ultimi
decenni del Novecento. Una forte corrente metafisica cresciuta e maturata
sull’onda dell’anti-scienza, i cui profeti sono spesso nipotini di quel grande
“pifferaio magico” della teologia filosofale che è stato Platone. Un esercito
di teologi filosofali che vorrebbero scavare la fossa alle scienze
osservazionali e sperimentali per ritornare a quella “fondazionale”, foriera
dell’”essenza” del sapere. E c’è anche un esercito di pubblicisti “megafoni”
delle Sirene Metafisiche che hanno peso rilevante a livello mediatico,
seminando sistematicamente il sospetto che la scienza sia solo una macchina da
quattrini e d’immoralità che racconta anche un sacco di balle.
La maggior parte tali pubblicazioni
riguarda la biologia, in una feroce lotta al darwinismo in nome dell’intelligent design, ma i professionisti
dell’anti-scienza si cimentano anche con la fisica. Ed allora daremo un po’ di spazio a un
recente un best-seller USA dal titolo The
political Incorrect Guide to Science (tradotto in italiano col più
eclatante titolo di Le balle di Newton)
di un certo Tom Bethell. L’autore vuole “far scandalo” e “riaprire i giochi
teologici” in quell’America bacchettona che li richiede a gran voce, che crede
in miriadi di predicatori esaltati e santoni carismatici. Bethell va così a
colpo sicuro nello stigmatizzare subito il pensiero laico chiamando
sprezzantemente Thomas Malthus un “lugubre economista” [203]
(viva il biblico “Crescete e moltiplicatevi”!)
e James Watson sarcasticamente
“mostro sacro della scienza” [204]
(il DNA non può sostituire il “soffio divino”!). Che la nascita di una cellula cancerosa
derivi da mutazione genetica è per il Nostro “teoria sbagliata”, ma la lobby
degli scienziati l’ha fatta credere vera per accaparrarsi fondi statali [205] sull’onda dell’evoluzionismo [206],
e anche il riscaldamento globale è una “bufala” [207].
Secondo Bethell le radiazioni nucleari in
piccola quantità fanno bene in base all’ormesi,
un’omeopatia a carattere più generale per la quale: «le cose che sono tossiche
in forti dosi sono benefiche in piccole dosi.» [208]
Altra balla è il fatto che le specie animali possano estinguersi a causa dell’uomo
(evidentemente solo Dio le può determinare a suo capriccio!) [209]
ed anche che l’AIDS sia una terribile epidemia in Africa è solo una
“invenzione”. Con l’HIV si può convivere benissimo e la campagna è stata
montata per far prosperare le fabbriche di preservativi! [210]
In realtà, sostiene il Nostro, la scienza è riuscita a vendere bene le sue
balle e fabbricare i suoi miti e leggende, mettendo invece in ombra il fatto
che «Senza il Cristianesimo non ci sarebbe mai stata una rivoluzione
scientifica» [211] Che il Cristianesimo abbia difeso il
geocentrismo è un’altra balla, non c’è mai stato un conflitto tra scienza e
religione: Galileo era un presuntuoso «ostinato e privo di tatto» [212],
sicché «L’impressione che si trae dalla vicenda è che Galileo cercasse grane»
(sic!) [213]
Il Disegno
Intelligente trova la sua positiva espressione come “teismo
evoluzionistico” [214]
mettendo fine alle dispute, anche perché nel darwinismo può esservi forse
qualche elemento di verità, ma “debole”. Non a caso ci si richiama all’autorità di Popper “il massimo filosofo
della scienza del ventesimo secolo” secondo il quale il darwinismo sarebbe una
teoria “metafisica” in quanto “non
testabile” [215]. Conclusione:
Gli scienziati spacciano speranze e paure. Si sta diffondendo infatti
la tendenza utopistica a credere che le nuove tecnologie possano offrire un
rimedio alla condizione umana, alla malattia, all’invecchiamento e forse
perfino alla morte. I bioingegneri potrebbero infatti creare parti di ricambio
del corpo e i tessuti sostitutivi, proprio come fanno gli ingegneri meccanici
con le automobili. Ovviamente il conto lo devono pagare i contribuenti, e per
questo entrano in gioco i politici. Tutto il baccano per le cellule staminali
mira ad un solo obbiettivo: obbligare il governo federale a finanziare quella
ricerca che gli investitori privati non giudicano promettente. [216]
Superfluo ogni commento e
superfluo anche obbiettare che il contribuente americano, probabilmente, è
preoccupato di ben altre spese, come quelle militari, che divorano risorse in
proporzioni geometriche rispetto alle briciole che vanno alla ricerca biomedica
(ma queste attentano alla Bibbia, quelle militari no!).
Assolto il dovuto tuffo nell’antiscientismo
corrivo dei best-seller della fede passiamo ad un attentato alla scienza molto
più serio, perpetrato alla fine dell’Ottocento dalla fenomenologia trascendentale (o pura).
Indirizzo metafisico raffinato e complesso che ha fatto da levatrice al moderno
esistenzialismo, e di cui non ci
siamo occupati in La filosofia e la
teologia filosofale per trattarne qui, trattandosi di una metafisica su
base logico-matematica che si spaccia per “scienza rigorosa”. È una magnifica macchina, sulla
quale basta salirci per andare dove si vuole: allo spiritualismo come Heidegger
o al materialismo come Sartre, poiché Husserl ha posto in maniera affascinate
il problema del “nascosto”, dello “star sotto”, dell’”essenziale”, del
“fondante”, e chi li cerca con l’eidos
li trova. L’inaffidabilità della percezione aveva spinto Cartesio a superarla
col dubbio sistematico e Kant aveva
evocato aldilà della fenomenicità i noumeni,
le essenze delle cose. La tradizione pseudo-scettica del
“di-tutto-si-deve-dubitare-fuorché-di-Dio” aveva così posto nel XVIII secolo i
germi dei turbamenti della seconda metà del XIX, dai quali nasce la fenomenologia pura. Il Novecento, per un
verso ancora soggetto a uno scientismo materialistico e per un altro permeato
da uno spiritualismo revanscista, trova una magnifica macchina speculativa che “spiega” il nascosto in un
nuovo promettente orizzonte teologico-filosofale.
Edmund Husserl (1859-1938) è indubbiamente
pensatore capace e speculatore sottile, profeta carismatico di una nuova éra
del pensiero metafisico e, per la conoscenza, un devastatore. E tuttavia tale
non appare, anzi, di formazione logico-matematica, egli si presenta come il
fondatore di una iper-scienza. In realtà la fenomenologia husserliana è una
delegittimazione della scienza in nome di una logica trascendentale che è
nient’altro che l’eterno sogno metafisico di sottomettere a sé il fisico per
farne un sottoprodotto precario e inessenziale della realtà. Ma prima di
occuparci di lui soffermiamoci brevemente sull’esistenzialismo che da essa deriva per un meccanismo di
transustanziazione dall’essenza all’esistenza, scendendo nell’intimo dell’esserci con Martin Heidegger (1889-1976)
e di un’umanismo in cerca di senso con Jean-Paul Sartre (1905-1980). Per quanto
il “secondo” Heidegger (dopo il 1935) abbandoni il tema dell’esistenza per
tornare (con un rivivificazione di Parmenide) ad occuparsi dell’essere, il suo Essere e tempo del 1927 resta una pietra miliare
dell’esistenzialismo moderno accanto a L’essere
e il nulla di Sartre del 1943. Sostiene il teologo di Messkirk:
La “generalità” dell’essere oltrepassa ogni generalità del tipo dei
generi. […] Il concetto di “essere” è indefinibile. Questo carattere venne
dedotto dalla sua estrema generalità […] Non è possibile determinare l’essere
mediante l’attribuzione di predicati ontici […] l’”essere” non è qualcosa come
l’ente. […] il fatto che già sempre viviamo in una comprensione dell’essere e
che, nel contempo, il senso dell’essere continua a restare avvolto
nell’oscurità, attesta la necessità fondamentale di una ripetizione del
problema del senso dell’”essere”. [217]
Gli enti sono ciò che si vede, mentre l’essere, che li fonda, si nasconde ed è lasciato nell’oblìo (lethés) dalla metafisica pregressa. Il
primato della coscienza husserliana, quale antropico conoscente di cose “in
carne ed ossa” (intendendo “immateriali”!) diventa in Heidegger
l’essere–nel-mondo dell’uomo. Abbandonato il primato della coscienza posto dal
maestro quale rivelatrice dell’oggettività, l’allievo sposta l’attenzione sull’esserci individuale, che però non può
“impadronirsi” della verità attraverso l’epoché,
poiché è già “dentro il mondo”. L’epoché,
come sospensione del giudizio e fuga dal dato scientifico (mancante di essenza) non porta più alla “scienza
rigorosa” husserliana, ma all’essere
che-si-scopre nell’autenticità dell’esserci:
Lo scoprire [il vero] è un modo di essere dell’essere-nel-mondo. Il
prendersi cura preveggente ambientalmente, o anche solo osservante
inattivamente, è uno scoprimento dell’ente intramondano. Questo si fa allora
scoperto. In quanto tale, è “vero” in un senso secondo. Primariamente “vero”,
ossia scoprente, è l’Esserci. [218].
Modalità dell’esistere e
non del conoscere è la “vera” apertura d’orizzonte in Essere e tempo, ma che dopo la “svolta” del 1935 si fa mistica
pura, mentre la diffidenza verso la scienza diventa esecrazione. Già nel 1929
Heidegger afferma:
Il fatto che oggi due concezioni apparentemente diverse della scienza
sembrino combattersi – quella della scienza come sapere professionale di
carattere tecnico-pratico, e quella della scienza come valore culturale in sé –
non toglie che entrambe procedano sulla medesima via di decadenza, dovuta al
fraintendimento e depotenziamento dello spirito. [219]
La scienza depotenzia lo spirito e da ciò il destino
infausto del pensiero occidentale, ed egli afferma sconsolato: «La fine della
filosofia si mostra come il trionfo dell’organizzazione pianificabile del mondo
su basi tecnico-scientifiche e dell’ordinamento sociale adeguato a questo
mondo.» [220] Si tratta dello stesso atteggiamento assunto
da Horkheimer e Adorno in nome dell’etica (di cui abbiamo già trattato [221])
ma qui in nome dell’ascesi all’Essere.
Per il materialista Sartre il senso
dell’essere è obbiettivo ozioso essendo il “senso dell’uomo” che deve essere
scoperto, ma la “macchina husserliana” funziona altrettanto bene. Sono poste
premesse del tipo: «L’essere è solo la condizione di ogni rivelazione;
essere-per-svelare e non essere svelato.» [222],
precisando:
La conoscenza non può da sola rendere ragione dell’essere, cioè
l’essere del fenomeno non può ridursi al fenomeno d’essere. In una parola il
fenomeno d’essere è “ontologico”, nel senso in cui si chiama ontologica la
prova di Sant’Anselmo e di Cartesio. È un appello d’essere; proprio come
fenomeno, esige un fondamento transfenomenico. Il fenomeno d’essere esige la
transfenomenicità dell’essere. [223]
Ambiguo ed incoerente per
un materialista invocare una transfenomenicità dell’essere al di là del
conoscere scientifico, ma Sartre ritiene il divenire
fenomenico banale e importante l’essere
transfenomenico:
Perché la le legge d’essere del soggetto conoscente è di essere-cosciente. La coscienza non è un
modo di conoscere particolare, chiamato senso interno o conoscenza di sé, è la
dimensione d’essere transfenomenica del soggetto. […] Abbiamo detto che la
coscienza è l’essere conoscente in quanto è,
e non in quanto è conosciuto. Ciò significa che bisogna abbandonare il primato
della conoscenza, se si vuol dare un fondamento alla conoscenza stessa. Certo
la coscienza può conoscere e conoscersi; ma, essenzialmente, essa è qualcosa di
diverso da una conoscenza ripiegata su se stessa. […] Ciò significa che non c’è
coscienza che non sia posizione di un oggetto trascendente, o, se si vuole, che
la coscienza non ha “contenuto”. [224]
La coscienza non porta a
un conoscere e non possiede contenuti di auto-conoscenza; essa “contiene” il
senso dell’esser uomo e per ciò stesso lo fonda.
Se per Heidegger il transfenomenico è l’obbiettivo
di un’ascesi, per Sartre, che non crede in un essere trascendente, l’essere transfenomenico è la coscienza, e l’homo sapiens diventa il Dio-materia di
un universo materiale su cui si erge come “transfenomenico”. In entrambi i casi
l’husserlianesimo è all’opera con la sua macchina “rivelatrice” che conduce
l’uomo a riscattare un’essenza contro la fenomenicità. I fenomeni esistono,
come esistono gli enti che vi partecipano, da ciò l’esistere di un “mondo”. Non
per Sartre: per lui il mondo è
l’umanità, la comunità degli uomini, la “coscienza” collettiva; di fronte a
essa sta solo la brutalità di un ”inerte” senza-coscienza, la materia. Il mondo
delle cose, dei fatti, la natura, sono dal più al meno come le vede Roquentin
alla pagina Le sei di sera in La nausea:
Quella radice: non v’era nulla in rapporto a cui essa non fosse
assurda. Oh! Come potrò spiegare questo con parole? Assurda: in rapporto ai
sassi, ai cespugli d’erba gialla, al fango secco, all’albero, al cielo, alle
panche verdi. Assurda, irriducibile; niente […] Ma di fronte a quella zampa
rugosa, né l’ignoranza né il sapere avevano importanza: il mondo delle
spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. [225]
L’epoché di Sartre non è solo sospensione del giudizio, ma negazione
di esso verso una ragione dell’esistere “oltre” la materia del mondo. La zampa
rugosa, la radice, per Sartre non è un ente del mondo da conoscere, ma il
simbolo dell’assurdità, sicché l’ignorare o il conoscere non valgono nulla di
fronte alla ricerca di un “modo d’esistere” dell’uomo “condannato a liberarsi”
della natura.
Sartre si proclamava ateo, ma di solito
essere atei significa negare l’esistenza del divino come base della
quasi-divinità dell’uomo espressa con l’antropocentrismo. Ebbene, l’ateismo di
Sartre è l’apoteosi di un antropocentrismo spersonalizzato e totalizzante, dove
l’uomo non è l’io-tu-lui-l’altro, ma una sorta di ideale trans-soggettivo,
l’uomo sociale, l’“umanità”. In fondo, malgrado la pretesa oggettività dell’epoché e della”conoscenza dell’eidos, anche Husserl era
antropocentrico, scrivendo nel 1923 nel breve Rinnovamento e scienza:
Lo sviluppo dell’universale teoria
della scienza (teoria della ragione e logica) è un organo e al contempo un
fase dell’evoluzione umana verso un’umanità che pervenga alla più alta
autorealizzazione. D’altro canto, la teoria della scienza, al pari della
scienza che grazie a essa diviene rigorosa, costituisce una componente
fondamentale della cultura più alta in senso oggettivato, nel senso cioè del
mondo di valore spirituale oggettivo che si costituisce come correlato dello
sviluppo razionale dell’umanità. [226]
In chiusura del capitolo
II della parte IV di L’essere e il nulla
Sartre, che divinizza l’umanità come aspirante a farsi “mondo”, scrive:
Ogni realtà umana è contemporaneamente progetto diretto di compiere una
metamorfosi del suo per-sé in in-sé-per-sé e progetto di appropriarsi il mondo come
totalità di essere-in-sé, sotto le
specie di una qualità fondamentale. [227]
L’in-sé, la natura, è per Sartre quella cosa assurda e brutale che
non vale né la pena di conoscere né di misconoscere, poiché essa è … il nulla! La tragedia dell’uomo quale
nuovo-dio è d’essere schiavo della passione di volerla “possedere”, privandola
del suo in-sé per farla diventare un per-sé antropico:
Ogni realtà umana è una passione, in quanto progetta di perdersi per
fondare l’essere e per costituire contemporaneamente l’in-sé che sfugge alla
contingenza essendo il proprio fondamento, l’Ens causa sui, che le religioni chiamano Dio. Così la passione
dell’uomo è l’inverso di quella di Cristo, perché l’uomo si perde in quanto
uomo perché Dio nasca. Ma l’idea di Dio è contraddittoria e ci perdiamo
inutilmente; l’uomo è una passione inutile. [228]
L’uomo vuole diventare Dio
per potersi sottrarre alla contingenza [l’assurdità del mondo], ma è destinato
al fallimento. Infatti (Conclusione):
Ma, precisamente perché ci poniamo dal punto di vista di questo essere ideale per giudicare l’essere reale che abbiamo chiamato όλον [la totalità], dobbiamo constatare che il
reale è un sforzo abortito per giungere alla dignità di causa di sé. È come se
il mondo, l’uomo e l’uomo-nel-mondo non giungessero a realizzare che un Dio
mancato. È dunque come se l’in-sé ed il per-sé si presentassero in uno stato di
disintegrazione in rapporto ad una
sintesi ideale. Non che l’integrazione abbia mai avuto luogo, ma invece precisamente perché essa è sempre indicata e
sempre impossibile. [229]
L’ateismo si configura in Sartre
come null’altro che la pulsione psichica dell’uomo di sostituirsi a Dio,
negando il mondo-natura di cui fa parte per perseguire un sogno impossibile:
diventare Dio e “possedere” il mondo. Da ciò l’antiscientificità
dell’esistenzialismo ateo di Sartre, per il quale l’universo vale come universalità umana.
In L’esistenzialismo
è un umanismo, del 1949, un po’ manifesto
e un po’ vangelo di un umanesimo
basato sulla socialità e sulla condivisione di un destino che da un lato è
fallimento e dall’altro apoteosi dell’umano, scrive:
Ogni progetto [esistenziale], per quanto individuale, ha un valore
universale. […] Esiste un’universalità di ogni progetto, nel senso che ogni
progetto è comprensibile da ogni uomo. […] In questo senso possiamo dire che
c’è un’universalità dell’uomo; ma essa non è data, essa è perpetuamente
costruita. Io costruisco l’universale scegliendomi, lo costruisco comprendendo
il progetto di ogni altro uomo, di qualunque epoca egli sia. Questo assoluto
della scelta non sopprime la relatività di ciascuna epoca. [230]
L’uomo, in quanto
universale, diventa in Sartre un “assoluto” autoreferenziale, separato dalla
natura e ad essa estraneo. Solo così diventa libero di diventare transfenomenico. Questa digressione
sugli epigoni di Husserl ha riguardato Heidegger e Sartre per esemplificare la
sostanziale “adattabilità” concettuale della macchina fenomenologica. Non ci
siamo soffermati su Meinong, Hartmann o Scheler perché latori di sviluppi
metafisici meno interessanti ai fini del nostro studio.
Il pensiero di Husserl è riferibile alle
varie sedi universitarie in cui ha operato e più tardi fuori da esse. C’è un
periodo di Halle (1887-1901), uno di Gottinga (1901-1915) e uno di Friburgo
(1916-1928), tutti caratterizzati da opere significative. Ciò che importa
delineare non sono le evoluzioni dell’husserlismo, bensì l’essenza di un
pensiero che ha improntato di sé la metafisica novecentesca. Messa sotto accusa
la ricerca scientifica forse nel momento in cui stava dando i suoi frutti
migliori, Husserl sposta l’attenzione speculativa su di un’ultra-fisica che “va
oltre” la scienza. Nel ricordare che, letteralmente, il termine fenomenologia significa “studio dei fenomeni”, cioè dei “fatti della
materia”, anche Husserl (ma già in Hegel quale “realizzarsi dello Spirito”) ne
fa un uso ovviamente arbitrario e surrettizio. Per lui essa concerne “gli stati
della coscienza” ed è lo “studio nei noumeni
(che chiama noemi) quali realtà
ultra-materiali simili alle idee platoniche.
La macchina husserliana è efficiente, utile
e tuttofare, assembla pezzi e congegni di tutta la metafisica pregressa; con
Platone per motore, Aristotele per impianto elettrico, Cartesio per scocca e
Kant come carburante. Nasce da un principio psicologistico come l’intenzionalità, la quale, attraverso
un’ardita operazione palingenetica, viene riplasmata in senso
anti-psicologistico, divenendo “scienza eidetica”. Idea brillante di un
logico-matematico che segue i corsi dello psicologo Franz Brentano e che inizia
con un’insignificante psico-logicistica Filosofia
dell’aritmetica del 1891. Solo più tardi arriva la “fenomenologia dei
non-fenomeni”: la “scienza rigorosa”. La magia di Husserl, di fronte alla
patente incompatibilità tra logicismo matematico (in cerca della verità
analitica) e psicologismo intimistico (in cerca del fondo della coscienza), sta
nel fondere la logica matematica con uno psicologismo esoterico
dell’infra-ultra-sur-realtà. Ma per capire il percorso che porta a tale
“scienza rigorosa” bisogna capire il concetto di intenzionalità da lui ripreso. Esso, attraverso Avicenna e Alberto
Magno, arriva con San Tommaso a significare “la similitudine della cosa
pensata” (Summa contra Gentiles, IV,
11): un inintelligibile/intelligibile in rapporto al suo ambivalente riferirsi
a un oggetto immaginato o reale. Nella Summa
Theologiae (I, q 85, a-1, ad 4) si tende alla seconda possibilità
(intelligibile) quale atto volitivo del conoscente implicante la realtà
dell’oggetto.
Per Pierre d’Auriol (Pietro Aureolo) il
significato di intenzionalità rimane
ancora oscillante tra fantasia e realtà (Commetarii
in quattuor libros Sententiarum, I, d 23, a 2), ma Guglielmo di Ockham
risolve la questione vedendo nell’intenzionalità
un rapporto diretto mente-oggetto, con l’intenzione
divenuta “segno della cosa” (Quodlibeta
septem libri, IV q 35; e Summa
Logicae, I, 12). Il concetto poi si eclissa per qualche secolo, per quanto
Cartesio lo evochi (Meditazioni
metafisiche, IV,13-17; V , 1-7; VI, 1-11), finché Franz Brentano
(1838-1917) lo riporta in luce. Per questi (Psicologia
dal punto di vista empirico, 1874) l’intenzionalità
fonda il rapporto tra il conoscente e il conosciuto, tra la coscienza, sempre
“intenzionata a qualcosa”, e i suoi oggetti. Da ciò parte Husserl,
radicalizzando ed estendendo l’intenzionalità
quale generatrice dell’atto che “rivela la verità dell’oggetto” e il rapporto
intuitivo, e non cognitivo come è nelle scienze, relega queste nel ruolo
inessenziale di “ricerca di dettagli fenomenici”. Il percorso che dalle Ricerche logiche del 1900 passa
attraverso Idee per una fenomenologia
pura (1913), quindi per le Meditazioni
cartesiane (1931)), arriva a La crisi
delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale degli anni
1936-1937 (pubblicato postumo nel 1954). In questo il Nostro fissa la
“Trascendenza Pura delle Essenze Ideali”, i Noemi
del pensiero, contrapposti alle “cose” della percezione (Idee, I, § 88), delle quali si possono occupare le scienze laiche.
L’intenzionalità è diventata il
nucleo di una logica “intuitiva” che accede alla verità intima delle cose. Dopo
2300 anni da Platone, l’antico pifferaio magico della teologia filosofale, un
moderno pifferaio (ma non meno magico) ci rivela la strada alla “verità delle
cose”.
Diamo ora voce a Husserl stesso cominciando
dai Prolegomeni a una logica pura
(1900) dove, premettendo che la matematica è «la più progredita di tutte le
scienze» [231], precisa:
Ora, benché le scienze si siano sviluppate nonostante tutte queste
deficienze [di logica] e ci abbiano procurato un dominio sulla natura mai
sospettato in precedenza, esse non possono tuttavia soddisfarci dal punto di
vista teoretico. Esse non sono teorie cristalline, nelle quali la funzione di
ogni concetto e principio sia pienamente intelligibile ed ogni presupposto sia
esattamente analizzato, così da porsi al di sopra di qualsiasi dubbio
teoretico. [232]
Le acquisizioni della
scienza sono “non-cristalline”? Guai a noi se le scienze dovessero essere cristalline, fondanti, essenziali,
concettuali, principiali, assolute, sì da porsi «al di sopra di qualsiasi
dubbio teoretico»! Sarebbe la morte della scienza, sempre carica di
indefinitezze e di speranze, sempre “al di sotto” di qualsiasi dubbio
teoretico. Scartate le scienze Husserl ci dice subito che ci vuole la
metafisica per poter accedere alla «realtà effettiva» (reale Wirklichkeit) e che ci vuole una dottrinaria “scienza delle
scienze”:
Ma a questo punto si delinea il campo di una nuova e, come vedremo presto,
complessa disciplina, che è caratterizzata dal fatto di essere scienza della
scienza, e che proprio per questo potrebbe essere definita nel modo più
pregnante come Dottrina della Scienza
[Wissenschaftlehre] [233]
Posto ciò la Wissenschaftlehre per avere legittimità
logica deve basarsi su «nesso sistematico in senso teoretico», «nesso di
fondazione», «complessioni superiori di fondazioni», «incarnazione dell’idea di
sapere» per arrivare al «regno dell verità», dove non c’è nessun caos ma solo
«l’unità della legge» [234]. Noi «abbiamo bisogno di fondazioni» per un
vero sapere e quindi di una «dottrina della scienza, una logica.» [235]
; e la “fondazione” deve avere «strutture fisse», «carattere unico e
peculiare», «essere giusta»; ma soprattutto «essere “pura”» in modo da evitare
la contaminazione di scienze “limitate” [236]. La Wissenschaftlehre
si dà anche una «disciplina normativa», logica e insieme “tecnologica” [237],
dopo di che deve trovare «il principio che produce la sua unità.» [238].
Per fugare ogni dubbio sul nuovo corso
della vera sapienza nei capitoli dal III all’VIII dei Prolegomeni a una logica pura Husserl elabora pazientemente e
analiticamente il suo completo e definitivo distacco dallo psicologismo da cui
era partito. Nel capitolo IX il Nostro stigmatizza gli “economisti del
pensiero” che si perdono nel particolare, che vedono la scienza come un
fenomeno biologico ed evolutivo, che non riescono a coglierla «come unità ideale di verità oggettiva [239],
poiché “ideale” e “oggettivo” sono sinonimi.
L’XI capitolo (L’idea della logica
pura) ha un primo paragrafo (62) dal significativo titolo L’unità della scienza, dove il nesso
delle cose e il nesso delle verità diventano “unità nella verità” [240];
perciò: «La conoscenza scientifica è come tale conoscenza a partire dal
fondamento.» [241]
Non quindi a partire dalle cose e dai fatti, ma dal fondamento della coscienza
che investe le cose col pensiero intenzionale. E ancora:
L’unità sistematica della totalità idealmente chiusa di leggi che si
basano su un’unica legalità fondamentale come loro ultimo fondamento e che
derivano da tale fondamento mediante la riduzione sistematica, è l’unità
della teoria sistematicamente compiuta. La legalità fondamentale consiste
qui in una legge fondamentale oppure con un fascio di leggi fondamentali omogenee. [242]
Totalità, unità, chiusura,
fondamento, sistematicità fondano la “legalità” del vero conoscere, e se
proprio non si può arrivare a “una” legge, che almeno “le” leggi siano
fondamentali e tra loro omogenee. Con tali premesse ciò che noi insistiamo a
definire “scienza” viene relegata in un ghetto di conoscenza inferiore ed
inessenziale; esattamente ciò che Platone pensava del naturalismo, quello che
faticosamente e umilmente cercava di capire “come fosse fatto il mondo”.
La Prima
Ricerca (1900) avvia l’indagine sull’espressione
e sul significato; esprimere e
significare non sono coerenti al conoscere, ma per la “sapienza logica”
husserliana sì. Nel I capitolo (Le
distinzioni essenziali) si contestano modi logici di operare ritenuti
viziati o scorretti, e nel II ci si occupa della funzione del segno e delle sue
connotazioni. Nel III ci si avvia alla fondazione di una rigorosa “scienza dei
significati” per sfuggire alle incertezze del parlare comune che è il
“fluttuare del significare” [243].
Da ciò l’assunzione di una prima posizione:
Anche se lo scienziato non trae di qui motivo per separare
esplicitamente la componente linguistica e significativa da quella oggettiva
ideale, concernente il significato, egli sa tuttavia molto bene che l’espressione
è l’elemento accidentale e che l’essenziale è il concetto il significato
idealmente identico. Egli sa anche che
egli non crea la validità oggettiva
delle idee e dei nessi ideali, quella dei concetti e della verità, come se si
trattasse di accidentalità del suo spirito e dello spirito umano in generale,
ma che egli scopre e comprende questa
validità nella sua evidenza. [244]
Lo “scienziato”
husserliano scopre la validità concettuale-veritativa e l’evidenza, rendendosi conto
che il suo pensiero non è “suo” (antropico ed accidentale) ma “della
verità”. Il IV capitolo tratta dei
“vissuti di significato” concludendo sulla trascendentalità dei significati “in
sé”:
Come i numeri – nel senso che si presume ideale dell’aritmetica – non
appaiono e scompaiono nell’atto del contare, e la serie numerica infinita
rappresenta perciò un sistema fissato oggettivamente e nettamente delimitato da
una legalità ideale, di oggetti generali che nessuno può accrescere o
diminuire; così accade anche per le unità ideali, puramente logiche: per i
concetti, le proposizioni, le verità; in breve, per i significati logici.[245]
Ciò che è logicamente
significante è vero qualsiasi sia la forma che prende (numero, concetto,
proposizione ,ecc.) e si delinea così il confine netto tra ciò che è “nella
verità” e ciò che sta “fuori”, un confine che Heidegger farà proprio e
svilupperà nella dicotomia autenticità/inautenticità. Il discrimine è “fissato”
dalla trascendenza stessa in termini oggettività e di «legalità ideale»,
sicché: «Essi formano un sistema idealmente chiuso di oggetti generali, ai
quali è accidentale il fatto che siano pensati o espressi.» [246]
Dunque esiste “realmente e veritativamente” un sistema ideale di cose-pensiero, prive di cosalità (le “cose
stesse”), bensì solo costituite da idealità, e in quanto ideali “vere”.
La Seconda
Ricerca è del 1901, e nel capitolo I si separa nettamente le “generalità”
(essenziale e veritativa) dall’”individualità” (accidentale e sensibile)
dell’esperienza, poiché sia lo “scienziato” che l’uomo comune pensano ed hanno
coscienza, ma in modo differente [247].
È necessario quindi che l’”unità ideale” venga mantenuta nettamente distinta
dalla “molteplicità dispersa” [248]
e nel II capitolo troviamo una critica serrata al concetto di idea in Locke,
colpevole di tesi assurde e insostenibili. Il pensiero, per accedere alla
verità e all’oggettività, deve “astrarre” e cogliere l’essenziale-generale:
«Perciò l’astrazione deve essere l’atto nel quale si realizza la coscienza nella
sua generalità come riempimento dell’intenzione del nome generale» [249] Occorre che: «il contenuto che caratterizza
l’attenzione astrattiva sia un momento costitutivo dell’oggetto concreto
dell’intuizione, un attributo che risiede realmente [reell] in esso.» [250]
e l’«attenzione astrattiva » è stato d’animo “logico” che conduce alla
“costituzione d’oggetto”.
Nel capitolo IV della Seconda Ricerca si mette a fuoco il concetto di intenzione nei termini seguenti:
Se ci fondiamo sul concetto oggettivo (ontologico) di “contenuti
astratti”, con astrazione si
intenderà allora l’atto mediante il quale un contenuto astratto viene
“distinto” – l’atto cioè mediante il quale esso, pur senza venir separato, si
trasforma tuttavia in oggetto autonomo di un rappresentare intuitivo diretto ad
esso. Esso appare in e con il concreto corrispondente da cui
esso viene tratto astrattivamente, ma in particolar esso è intenzionato, e non meramente intenzionato (come in una
rappresentazione “indiretta”, puramente simbolica), ma anche dato
intuitivamente nella misura in cui è intenzionato. [251]
L’oggetto “astratto
astrattivamente “ alla sua banalità si fa un “distinto” della generalità ideale
e l’oggetto che lo “scienziato” husserliano ha investito di intenzione “non è
già più suo”, apparendo nell’oggettualità: “dato” in quanto
“intenzionato”.
Passiamo ora a Idee per una fenomenologia pura, per cogliere la contrapposizione
tra la casualità di ciò che è
individuale e la necessità di ciò che
è universale Il Nostro scrive:
L’essere individuale di ogni specie è, quindi, per esprimerci in modo
del tutto generale, casuale. […] Ma
il senso di questa casualità, che è caratteristica della fatticità (Tatsächlichkeit), trova il suo limite in
quanto si riferisce correlativamente ad una necessità, che non significa il
semplice sussistere fittizio di una regola valida per un ordinamento di dati di
fatto spazio-temporali, ma ha il carattere della necessità essenziale ed è con ciò connessa con la universalità
essenziale. [252]
L’essenza implica la necessità
e solo così assume universalità; il
resto è fatticità casuale e inessenziale. Ogni individuo possiede un quid essenziale che può essere “messo in
idea”, sicché da una visione meramente empirica si può passare a una “visione
dell’essenza, a una “ideazione” in direzione dell’essenza pura, l’eidos. La datità
come l’intendiamo noi è solo l’esperienza banale dell’empirìa scientifica,
mentre Husserl pone una datità originaria:
«consapevolezza di afferrare l’oggetto “nell’originale”, “in carne ed ossa”.» [253] L’arbitrio terminologico è clamoroso: se uno
stato mentale dell’uomo, quindi un’idea, diventa «carne ed ossa» della realtà,
che cos’è l’oggetto o il fatto nella sua fisicità-fatticità?
La fisicità è solo una “esemplificazione”
dell’eidos, e «ogni pensare intorno a
essenze pure – un pensare che non mescoli ed annodi insieme dati di fatto ed
essenza – abbisogna a proprio fondamento della visione essenziale.» [254]
Si capisce bene che se l’accesso alle essenze implica una “visione” che
prescinda dal dato di fatto ci
troviamo a tutti gli effetti di fronte a un’estasi, per quanto Husserl la
neghi. Data l’essenza necessaria, universale e “vera” si legge poco dopo (§ 6):
«Si connettono con evidenza le seguenti idee: il giudicare eidetico, il
giudizio eidetico (o proposizione vera), la verità eidetica (o proposizione
vera).» [255]
Ogni oggetto empirico sta in una “regione”, ad ogni regione è possibile
applicare una “scienza eidetica regionale”, un’ontologia regionale che permetta di cogliere l’essenza. Bisogna
superare le scienze empiriche e istituire discipline “materiali-ontologiche”;
quale segno positivo in tal senso c’è «La splendida fioritura delle scienze
matematiche formali e materiali scaturite da questa tendenza. Con impegno
appassionato esse vengono costituite, o ricostituite, come scienze razionali
nel nostro senso di ontologie eidetiche » [256].
Con ciò da scienze come la fisica si passa al «riempimento di vuote forme
logiche» della mathesis universale
(la logica pura) per giungere alla «sussunzione di un individuo, in genere di
un “questo qui”, sotto un’essenza.» [257]
L’epoché
fenomenologica “neutralizza il mondo” dai suoi elementi fisici mentre quelli
matematici aiutano la ricerca di un “io puro”, che abbia Erlebnisse (stati esperienziali) puri e che sia “pura coscienza” [258].
Precisando che l’epoché non va
considerato uno stato mistico in quanto logico-matematico Husserl aggiunge:
«Possiamo dunque includere espressamente nell’εποχή la logica formale e l’intera mathesis » [259]
Si compie tuttavia, attraverso la neutralizzazione della fatticità sensibile e materiale, un processo di “estrazione” dalla
realtà: «Se però io compio l’εποχή
fenomenologica, l’intero mondo della tesi naturale ed io steso come uomo
subiamo la neutralizzazione, e quindi non rimane che il puro Erlebnis dell’atto con la sua propria
essenza.» [260]
L’Erlebnis puro potrà anche implicare razionalità logico-matematica,
ma che il processo che dall’ εποχή
conduce alla intuizione dell’eidos sia
una forma di estasi, di evasione dalla realtà, è indubitabile. Però il Nostro
ci dice che nell’eidos c’è più realtà
che nella fatticità; anzi, c’è la
vera realtà profonda dell’essenza del
fatto-cosa.
La fenomenologia sarebbe “scienza”
descrittiva e in pieno accordo con la realtà materiale, ma con «una radicale
modificazione di senso» [261]:
L’albero ut sic [di fatto],
la cosa in natura, è tutt’altro da questo “albero-percepito-come-tale”, che
come senso della percezione appartiene inseparabilmente alla percezione.
L’albero ut sic può bruciare,
dissolversi nei suoi elementi chimici, ecc. Ma il senso – il senso di questa
percezione, cioè qualcosa che appartiene necessariamente alla sua essenza – non
può bruciare, non ha elementi chimici, forze, proprietà reali. Tutto ciò che,
in maniera puramente immanente e ridotta, è proprio dell’Erlebnis, ciò che ad
esso, così com’è in sé, non può esser tolto via col pensiero e si solleva eo ipso a eidos, è separato da un abisso da ogni natura e scienza fisica […] [262]
Un “abisso “ separa,
quindi, il fisico dall’eidetico! Al di là dei funambolismi verbali è chiaro che
si persegue non l’albero ma l’“idea” di albero, esattamente come la pensava
Platone. La differenza che per l’ateniese il reale era copia dell’ideale, mentre
per Husserl sono due livelli ontologici della stessa cosa, il primo “apparire
materiale” nella realtà fattuale con l’Erlebnis
naturalistico, l’altro “apparire-rivelarsi” dell’“essenza” nell’Erlebnis eidetico.
Nelle Meditazioni
cartesiane (pubblicate postume nel 1950) Husserl definisce alcuni aspetti
della fenomenologia in relazione alle critiche ricevute e determinante per la
loro stesura è l’apporto prezioso dell’allievo Eugen Fink, che può esser
considerato un vero co-autore delle prime cinque Meditazioni, nonché autore della sesta. Vediamo prima i cosiddetti Discorsi parigini, due conferenze che
Husserl tiene a Parigi nel febbraio del 1929, e che precedono di qualche mese
l’elaborazione delle Meditazioni,
dove noi troviamo alcuni elementi di transizione tra le Idee e le Meditazioni:
Pertanto l’analisi intenzionale è del tutto diversa dall’analisi in
senso ordinario. La vita di coscienza – e ciò vale già per la pura psicologia
introspettiva come parallelo della fenomenologia trascendentale - non è una mera connessione di dati, né un
cumulo di atomi psichici, né una totalità di elementi unificati da qualità
gestaltiche. L’analisi intenzionale è scoperta delle attualità e delle
potenzialità in cui si costruiscono gli oggetti come unità di senso, e ogni
analisi del senso si compie nel passaggio dalle esperienze reali agli orizzonti
in esse delineati. [263]
La ridondanza concettuale
nella seconda frase è tipica dell’Husserl maturo, ma ciò che emerge nella prima
è che l’”analisi intenzionale” è una cosa “speciale”, non mira infatti a
destrutturare un segmento di realtà per ricostituirlo a un livello più alto di
conoscenza, ma semplicemente a trasferire il soggetto pensante dallo “stato
mentale” dell’analisi razionale alla trascendentalità eidetica della “coscienza
meta-mentale”, col mondo reale proiettato in quello ideale della essenze. L’operazione è comunque
pilotata dall’intenzione, sicché la “soggettività trascendentale” si
costituisce come «unità di sintesi » e
l’oggetto sottoposto ad intenzione designa «una struttura di regole per la
soggettività trascendentale.» [264] Poco dopo:
L’evidenza, nel senso più ampio dell’apparire-da-sé, del
sussistere-come-sé, come l’essere
consapevoli di uno stato di fatto, di un valore ecc., non è un evento
accidentale del vivere trascendentale. Ogni intenzionalità, piuttosto, o è già
una coscienza d’evidenza, che ha cioè il cogitum
come esso stesso, o essenzialmente e nel modo dell’orizzonte è annessa al
darsi-da-sé, diretta ad esso. [265]
Secondo Husserl vi è un
punto nella coscienza epochelizzata-fenomenica-eidetica in cui lo scenario si
spalanca in chiarezza ed evidenza; “rivelazione” trascendentale che fa accedere
all’esperienza dell’eidos, con un
richiamo alla monade leibniziana come
«a priori ego concreto» che si esprime nel “cogito”
[266]
L’autocoscienza
diventa la «Riduzione fenomenologica per ottenere quell’io e quella vita di coscienza,
al quale si debbono porre le questioni trascendentali come questioni sulla
possibilità della conoscenza trascendente.»
[267]
La fenomenologia apre all’Assoluto: «Ciò non vale però per il mero “io di
fatto” e ciò che gli è accessibile è in quanto esiste per esso.
L’autoesplicazione fenomenologica è a priori e vale perciò per ogni ego
possibile, immaginabile, e per ogni ente immaginabile, quindi per ogni mondo
immaginabile.» [268]
L’immaginazione umana, in quanto creatrice di ogni “mondo immaginabile” è
“autoesplicazione fenomenologica a priori” nello spazio della verità. La conoscenza scientifica, relativa
all’immanenza, è inautentica, poiché:
L’autentica gnoseologia ha quindi senso soltanto in quanto
fenomenologico-trascendentale che, invece di trarre conclusioni insensate da
una presunta immanenza a una presunta trascendenza, quella delle cose in sé, ha piuttosto a che fare
esclusivamente della chiarificazione sistematica della produzione conoscitiva,
in cui essa si rende perfettamente comprensibile come operazione intenzionale. [269]
La «chiarificazione sistematica
della produzione conoscitiva» è raggiunta con l’epoché e l’accesso all’eidos,
con l’idealismo trascendentale «che
altro non è se non l’autoesposizione, condotta in forma di scienza egologica
sistematica.» [270].
L’elemento ek-statico conduce alla “filosofia universale” come « sistema di
discipline fenomenologiche correlate, basate ultimamente non sull’assioma ego cogito, ma sulla autoriflessione
universale. […] Noli foras ire, dice
Agostino, in te redi, in interiore homine
habitat veritas.» [271]
Siamo a una mistica compiuta; la scienza
definitivamente scomparsa dall’orizzonte, l’idealismo spiritualistico
realizzato col viatico di Sant’Agostino. E tuttavia Husserl cerca ancora di
darci l’impressione che la razionalità logica dell’egologia non sia di per se
stessa una mistica, perché non sarebbe la “sostanza” del discorso, bensì la
“forma”, a determinare se una cosa è ciò che è, o invece qualcos’altro. Nella Prima delle Meditazioni cartesiane è delineata la via all’ego trascendentale, ed è curioso notare che nella misura in cui si
profila l’anti-scienza assoluta inizia la ripetizione della parola “scienza”
nei titoli (“fondazione della scienza” nel § 3, “l’idea-fine della scienza” nel
§ 4, “l’idea della scienza autentica” nel § 5). Ritorna anche insistentemente
l’”evidenza” come «pervenire da sé dell’ente alla vista spirituale» [272],
e poi la continua evocazione della “verità”, poiché «la scienza va in cerca di
verità che siano valide una volta per tutte», e poi ancora un richiamo
all’”autenticità” della scienza noetica
[273]. Al § 8 l’ego
cogito diventa soggettività
trascendentale [274]
e al § 9 “evidenza apodittica” [275].
La Seconda
pone l’”infinitezza” della trascendentalità e il darsi delle cogitationes come “corrente vitale della
coscienza” intenzionale dove la
«proprietà universale e fondamentale della coscienza » è di «portare in sé come
cogito il suo cogitatum.» [276].
Nella Terza viene fissato il rapporto tra “verità” e “realtà effettiva” con la
ragione che diventa «un’universale forma strutturale essenziale della
soggettività trascendentale in generale» [277]. La conclusione:
Il fatto che l’esistenza del mondo è trascendente alla coscienza e tale necessariamente rimane anche
nell’autodatità evidente, non impedisce che solo nel vivere della coscienza si
costituisca ogni trascendente come inseparabile da essa, e che questo vivere,
inteso specialmente come coscienza del mondo, porti inseparabilmente in sé il
senso del mondo e anche il senso di un mondo
come questo qui effettivamente esistente. Infine è la scoperta dell’orizzonte
di esperienza quel che solo mette in chiaro la realtà effettiva del mondo e la
sua trascendenza, mostrando che il
mondo reale e la trascendenza sono inseparabili dalla soggettività
trascendentale che costituisce in generale il senso e la realtà effettiva di un
senso. [278]
Effettività e trascendenza
convivono nella soggettività trascendentale come stato di coscienza che coglie
sia il senso della realtà effettiva e sia la trascendenza.
Nella Quarta
il Nostro ci dice che ogni singolo oggetto o fatto reale possono esser pensati
come “possibilità pure”, ed allora un’assoluta universalità di essenza si coniuga con la necessità di essenza [279]
e la fondazione di una nuova “filosofia prima” è avviata con la riduzione
trascendentale al mio ego puro, che è esistente “di fatto” :
Ma questa rivelazione deve ora diventare scientifica in senso
autentico, dovendosi far ricorso ai suoi principi apodittici, quelli cioè che
appartengono all’ego in quanto ego in generale, e ancora alle universalità e
necessità di essenza; mediante questi principi il mero fatto viene ricondotto
ai suoi fondamenti razionali, che sono quelli della sua pura possibilità e
pertanto viene scientifizzato (logificato). [280]
La ”scienza autentica” si
costituisce quando l’ego individuale
diventa ego generale e le essenze
vengono colte come universali e necessarie contro meri fatti “scientifizzati”.
Nella Quinta
domina il concetto di monade in
relazione all’intersoggettività e al costituirsi di una “comunità delle monadi”
che conduca ad una nuova “oggettività” extra-materiale, con una natura
spiritualizzata trascendentale e intersoggettiva. [281] Nella Conclusione
Husserl tira le somme delle Meditazioni
ribadendo la subordinazione delle mere “scienze dei fatti” alla “scienza delle
essenze”:
La scienza totale dell’a priori sarebbe allora il fondamento di una scienza autentica dei fatti e di una filosofia universale in senso cartesiano,
ossia una scienza universale dell’essere di fatto basata su fondazione
assoluta. Ogni razionalità del fatto sta invero nell’a priori. La scienza a
priori è scienza di ciò che vale come principio cui deve far ricorso la scienza
dei fatti per poter infine ricevere una fondazione di principio. [282]
Totalità, a priori,
universalità, essere, fondazione assoluta, principio: siamo compiutamente alla
“scienza” dell’anti-scienza.
In una dissertazione della fine degli anni
’20, con titolo L’atteggiamento delle
scienze naturali, Husserl ribadisce la separazione tra le scientificità
fisico-naturalistica e quella “spirituale”. Qui l’Uno-Tutto comincia ad
apparire luminoso all’orizzonte: «Finalmente la scienza personale universale
sembra trasformarsi in una scienza del tutto, in una filosofia universale e,
eideticamente, in un’ontologia universale.» [283] Quasi contemporaneamente, in un’altra
dissertazione dal titolo la Crisi
dell’umanità europea e la filosofia, in tre parti, nella seconda egli vede
la cultura europea colpevole di aver ceduto all’obiettivismo scientifico e alla
sua “ingenuità” nel voler “naturalizzare lo spirito”: «Ho detto prima che la
via che la filosofia deve percorrere è quella che porta al di là
dell’ingenuità. […] Più precisamente: il titolo generale per designare
quest’ingenuità è l’obiettivismo, che si manifesta nei diversi tipi di
naturalismo e di naturalizzazione dello spirito.» [284]
Lo spirito non è “naturalizzabile”, se lo si fa, secondo Husserl, si è degli
ingenui. Noi pensiamo, al contrario, che non ci sia scienza vera che non
naturalizzi lo spirito per ricercare la causa psichica del suo ipostatizzarsi e
gli elementi fenomenico-psichici che emergono. La profonda anti-scienza
“non-ingenua” di Husserl è probabilmente anche infastidita dal freudismo,
questa nuova forma di psicologia sistematica “del profondo”, che viene a
“rubare il mestiere” al metafisico spiritualista, che ha nella “coscienza”,
anzi nell’anima”, il suo tesoro da sfruttare al meglio.
Veniamo ora a un ultimo testo di Husserl, La crisi delle scienze europee e la
fenomenologia trascendentale, del 1936, l’opera in cui l’idealismo spiritualistico
fa propri tutti i più arcaici elementi di una teologia armonicistica. Dove: «la
peculiare verità di una simile “considerazione teleologica della storia” […]
permette di gettare un fascio di luce dietro “i fatti storici” dei filosofemi
documentati e che illumina in un’armonia finale e conforme a un senso i loro
apparenti contrasti e la loro coesistenza.» [285] Nella Terza Parte dell’opera, con un richiamo
a Kant, viene posto il concetto di mondo-della-vita
a fondamento di una scientificità di tipo nuovo da opporre alla scientificità
fattuale-obiettiva:
Perciò non si è mai indagato scientificamente il modo in cui il
mondo-della-vita funge da fondamento, il modo in cui sono fondate le sue
molteplici validità pre-logiche rispetto alle verità logico teoretiche. E
probabilmente la scientificità, richiesta dal mondo-della-vita come tale e
nella sua universalità, è una scientificità peculiare, non di ordine
logico-obiettivo, una scientificità che, per essere definitivamente fondante, è
la più alta nella scala dei valori. [286]
L’abbandono della logica a
favore della pre-logica è lo sbarco definitivo della fenomenologia husserliana
nello spiritualismo più tradizionale, coniugato con l’antropocentrismo dell’homo-cogito che espunge la natura-extensio dai propri orizzonti.
Il § 41 si apre con «Noi che per filosofare
ricominciamo radicalmente da capo» evidenziando la pulsione che spinge Husserl
a ridefinire l’epoché non solo come
“sospensione di giudizio” ma come definitiva “sospensione di assenso” ad ogni forma
di scienza oggettiva: «Tuttavia è ora necessario rendersi veramente conto che
l’epoché non è affatto un’astensione
abituale e irrilevante, bensì che grazie ad essa lo sguardo del filosofo si
rende veramente libero.» [287]
Ma da che cosa il filosofo husserliano si rende libero se non dalla materia,
potendo finalmente spaziare nell’infinità dello spirito? La conferma ci viene
dal prosieguo, ma Husserl, per quanto viaggi ormai in uno spazio
spiritualistico, non rinuncia ai termini logico-matematici delle Ricerche logiche. L’epoché
è diventata “completo disinteresse al mondo”
[288], la cosa «attualmente data» può scomparire
dietro l’apparire rivelativo “di sé” nel suo eidos [289]
e l’uomo, attraverso l’epoché e l’accesso alla sfera eidetica,
diventa epi-fenomeno trascendentale che funziona come “costituente del mondo”.
Da ciò: «Il salto nell’intersoggettività trascendentale che scavalca l’io
originario, l’ego della mia epoché, che non può mai rinunciar alla sua
peculiarità e alla sua indeclinabilità personale» diventato solo apparentemente
contraddittorio rispetto al fatto che esso «si faccia per se stesso
trascendentalmente declinabile» [290]
L’io attualizzato in “evoluzione di se
stesso” diventa «essente “nel modo passato”» entrando in una nuova dimensione
dove «l’io attuale, che già ha una durata nella durata della sfera primordiale,
costituisce in sé un altro in quanto altro.» [291] Segue una furba contorsione discorsiva, un
“classico” topos di un “oltre” ogni
logica discorsiva di chiarezza e comprensibilità. Essere oscuri è sempre un
buon modo cavarsi d’impaccio, non chiarendo ma “eclatando” il lettore con
convoluti-involuti intellettualistici magico-esoterici da “bere” più che da
“capire”:
L’auto-temporalizzazione, che avviene, per così dire (nella
rimemorazione) attraverso una de-presentazione [Ent-Gegenwärtigung] trova la sua analogia nella mia
auto-estraniazione [Ent-Fremdung]
(l’entropatia come de-presentazione di grado più alto – quella della mia
presenza originaria in una presenza originaria meramente presentificata). Così
un “altro io” perviene alla validità d’essere in quanto compresente in me e con
i suoi modi di verificazione evidente, che sono evidentemente del tutto diversi
da quelli della percezione “sensibile”. [292]
Ciò che emerge con
chiarezza è che l’ex-stasi fenomenologica porta l’homo sapiens ad un « grado più alto » del suo essere, sì da entrare in una nuova
«verificazione evidente» del tutto differente da quella dei comuni mortali. Una
«verificazione dell’essere» che si manifesta come «auto-datità» [293],
l’esperienza della quale è «comprensione trascendentale », «Si tratta infatti
della più radicale e profonda auto-considerazione della soggettività operante» [294]
L’opera è seguita da numerose Appendici e
tra di esse è interessante la II (al § 9 a), dove si sottolinea che la scienza
della materialità (il “mondo dei sensi”) va superata in una nuova via “che non
si occupi più” del precario e dell’accidentale. Perciò: «A questo punto si
inserisce l’operazione idealizzante: la concezione del “sempre-di-nuovo” [immer wieder] » [295];
non più il precario ma l’eterno come oggetto della scienza idealizzante.
Bisogna idealizzare aprendosi all’infinità e combattere la materializzazione
che chiude gli orizzonte spirituali:
Quindi il mondo idealizzato è un’infinità ideale di cose, ciascuna
delle quali è indice di un’infinità ideale di rappresentazioni relative, di cui
essa è appunto – idealmente – l’unità concordante con l’identità.
Quest’idealizzazione del mondo, come si vede, è molto complicata, introduce
nelle cose dell’esperienza fattuale un ideale, l’ideale di una conoscenza che
può essere pensata perfezionabile all’infinito e, attraverso la concepita
infinità, è capace di attingere una perfezione assoluta. [296]
La strada verso l’Infinito
è l’irrinunciabile itinerarium in Deum di
ogni teologia che si rispetti per conseguire l’identità-unità-totalità, dove il
volgare, inconsistente e “ingenuo” fattuale
è risolto nel nobile, consistente e “sapiente” ideale in vista della perfezione
assoluta. Ma non si dà perfezione senza logica, che “deve sempre dominare”
quale “universale” e allora (Appendice III): «Si delinea così universalmente il
dominio della logica e, sempre
universalmente, la sfera d’essere a cui la logica si riferisce in quanto teoria
formale della proposizione.» [297]
La logica “deve dominare” in quanto forma ideale matematica perfetta,
universale, veritativa, non-contraddittoria:
Soltanto nella misura in cui l’idealizzazione ha preso in
considerazione la struttura apoditticamente generale e invariabile in tutte le
variazioni della sfera spazio-temporale delle forme, può delinearsi una
formazione ideale capace di esser compresa,tramandata e riprodotta nel suo
identico senso intersoggettivo i qualsiasi futuro e da tutte le generazioni umane.
[298]
La “scienza eterna”,
apodittica, generale, immutabile, è qui posta con decisione per ammonire che le
“scienze provvisorie” che hanno dominato l’Europa dal XVIII secolo,
determinandone la crisi culturale, devono tornare al loro fondamento metafisico
idealistico:
Soltanto attraverso l‘esplicitazione di questo a-priori può costituirsi
una scienza a-priori che vada al di là di qualsiasi attualità storica, di
qualsiasi mondo storico circostante, di tutti i popoli, di tutte le epoche, di
tutte le umanità, una scienza che sia una ”aeterna veritas”. Soltanto su questo
fondamento si basa la possibilità attiva e garantita di risalire, dall’evidenza
temporaneamente vuota di una scienza, alle evidenze originarie. [299]
Scienza della Verità
Eterna, aprioristica, auto-evidente, fondativa; la sola che possa anche
“garantire” la scoperta delle «evidenze originarie». Due concetti, quello di
origine e quello di verità come dis-velamento, che il suo allievo Heidegger
svilupperà adeguatamente.
4.7 Il Principio Antropico e il Disegno
Intelligente
Esiste un rapporto abbastanza stretto tra
l’Anthropic Principle e l’Intelligent Design che tuttavia non ha
impedito a qualcuno di vederli persino confliggenti per la laicità formale del
primo e la religiosità del secondo. In realtà entrambi convergono su un homo sapiens come fine dell’evoluzione
dell’universo. Sono stati i paesi anglosassoni a dare i maggiori contributi ad
entrambi; la Gran Bretagna al primo tra il 1970 e il 1980 (con articolazioni al
suo interno), gli USA al secondo a partire dal 1985. L’uno e l’altro sono
comunque elaborazioni teoriche a sostegno di indirizzi di pensiero e forme
culturali che con la scienza non hanno a che fare, anche se nel caso del Principio Antropico a proporlo sono
stati fisici prestigiosi. Esso che, almeno nella forma “forte”, vede l’homo
sapiens come una specie di “notaio” della realtà dell’universo, si
accompagna coerentemente con quello che vede l’uomo come “fine” logico
dell’esistenza di un universo intelligente o intelligentato. Ciò fa dire a Lee
Smolin che il Principio Antropico «È
una vestigia della vecchia metafisica e la sua preminenza mostra, più di ogni
altra cosa, quanto sia forte quella nostalgia dell’assoluto di cui parlavamo»
[300]
Fondamentalmente esso lega l’universo all’esistenza dell’uomo come colui che
“ponendolo” lo ratifica.
Il Principio
Antropico (in seguito AP) non solo si lega al Disegno Intelligente (in seguito ID), ma con esso condivide il
fondamento teologico che prevede un “progetto”. E ciò anche se la parola Dio
non compare mai e persino il concetto di Lui lasciato nell’ombra (a parte
Tipler). La lettura
attenta permette però di cogliere incisi che ci fanno capire che sotto sotto
c’è il Dio-Volontà e più spesso il Dio-Necessità. L’antropocentrismo
caratterizza il pensiero idealistico in tutte le sue espressioni e dal XV
secolo in poi il pensiero umanistico-teologico ha costantemente posto l’uomo al
centro del mondo. La svolta avrebbe potuto aversi nel momento in cui era
divenuta nota la non-centralità cosmica della Terra, invece l’antropocentrismo
domina ancora incontrastato i secoli XVI e XVII, appena attenuato nel XVIII con
l’Illuministico per riprendere vigoroso dal XIX. Maggior attenzione al cosmo e
alla natura, con nuovi interessi astronomici, botanici e zoologici, avrebbero
potuto portare a un svolta, invece è l’ateo Marx nel 1865 in L’ideologia tedesca (capitolo I) a
confermarci il contrario, anticipando l’avvento dell’AP con l’asserzione: «La
prima premessa di ogni storia umana è, naturalmente, l’esistenza degli
individui umani. Così il primo fatto da stabilire è l’organizzazione fisica di
tali individui e la loro conseguente relazione col resto della natura.» La comparsa de L’origine delle specie (1859) muterà di poco la prospettiva, e
comincerà quella guerra all’evoluzionismo ancor oggi vivissima.
Paradossalmente, ad avanzare, nel 1906, una
prima enunciazione dell’AP è stato il grande naturalista inglese Alfred Russell
Wallace (1823-1913); colui che, contemporaneamente a Darwin, aveva teorizzato
l’evoluzionismo, avendo con lui un cordiale rapporto di solidarietà
scientifica. Wallace pubblica nel 1889 il saggio Darwinism quale replica al Descent
of Man, in cui rimarcava le differenze d’opinione che lo dividevano da Darwin.
Ma fin dal 1868-1870 egli aveva cominciato a coltivare quegli interessi
spiritualistici che avrebbero condizionato la sua ultima forma mentis. Va però rilevato che da giovane egli aveva coltivato
la frenologia e l’ipnosi, praticando questa terapia che all’epoca si chiamava
ancora mesmerismo. Questi interessi
pseudo-scientifici coniugati con lo spiritualismo spiegano l’affermazione del
1903: «Un vasto e complesso universo, come noi lo conosciamo, potrebbe
richiedere tassativamente per essere tale uno sviluppo che lo porti a produrre
un mondo in cui gli sviluppi della vita portino necessariamente alla comparsa
dell’uomo.» [301] Il “potrebbe” è prudenziale, ma il
“tassativamente” testimonia come l’evoluzionista geniale sia diventato un
teologo finalista.
Tra il 1905 e il 1955 l’argomento è ancora
marginale, finché il fisico Robert Dicke, nel 1961, in un articolo su Nature (n° 192, pp.440-441) dal titolo Dirac’s cosmology and Mach‘s Principle
sostiene che l’età dell’universo come si offre all’osservatore umano, data la
connessione tra fattori biologici e “coincidenze di grandi numeri” (in base
alle scoperte di Dirac in rapporto al numero N di Eddington), rivelano la non-casualità della comparsa
dell’uomo. Se ne conclude che solo universi aventi pressappoco stelle di età
tale da possedere un ritmo di irraggiamento come quelle del nostro Sole,
possono produrre elementi pesanti come il carbonio quale base chimica della
vita sulla Terra [302]
. Più tardi si precisa che la densità della materia nell’universo è quasi
esattamente la densità critica necessaria ad impedire il suo collasso
(affermazione che si rivelerà priva di fondamento). Un altro fisico, Brandon
Carter, nel 1973 coniava l’espressione Anthropic
Principle in occasione delle celebrazioni a Cracovia del cinquecentenario
della nascita di Copernico in un simposio che aveva per tema Il confronto delle teorie cosmologiche con i
dati osservazionali. Il suo intento quello di limitare gli usi indebiti del
Cosmologic Principle spinti a negare
ogni nostra posizione “privilegiata” all’interno dell’universo. Lo faceva su
invito di Wheeler e riprendendo un intervento di questi del 1970 a Princeton
durante il Clifford Memorial, a cui
avevano già replicato Hawking e Collins sull’Astrophisic Journal (n° 180,
317). Carter si oppone, chiamandolo dogma,
all’indirizzo di coloro che negano ”qualsiasi tipo” di privilegio umano
all’interno del cosmo, affermando:
Questo dogma (che è una forma estrema che conduce a un
“principio cosmologico perfetto” sul quale si sono basate le teorie di stato) è
chiaramente insostenibile, come ci è stato puntualizzato da Dicke su Nature. Ciò, se solo si accetta (a)
l’esistenza di condizioni particolarmente favorevoli di temperatura, di
ambiente chimico, ecc. quali prerequisiti della nostra esistenza, e (b) che
l’Universo evolve e si conforma senza rivelarsi spazialmente omogeneo su scala
locale. [303]
In fondo
ci si limita qui ad affermare che le condizioni reali in quest’angolo di
universo autorizzano la tesi che l’homo
sapiens non sia un elemento “qualunque” del cosmo. Aggiunge Carter:
Comunque tali previsioni [del Modello Standard] richiedono l’uso di ciò che può essere
chiamato “principio antropico”, perché ciò che noi possiamo attenderci dall’osservazione
va ristretto alle condizioni necessarie per la nostra presenza quali suoi
osservatori (sebbene la nostra situazione non possa considerarsi “centrale”,
essa è inevitabilmente privilegiata in qualche misura). [304]
Tutto fila
salvo il «quali suoi osservatori», perché siccome l’osservare prevede una
facoltà che è solo dell’uomo, è come dire che l’universo “per esistere”
dev’essere osservato da qualcuno, sicché l’universo pare “veramente esistere”
in quanto c’è l’uomo ad osservarlo. Perché non affermare subito che “siccome”
l’universo è deterministico la comparsa dell’homo sapiens è pre-determinata? Non lo si dice per non correre il
rischio di porre un assioma che inficerebbe l’apparente oggettività del
discorso. ”Si fa finta” di procedere senza pre-giudizi secondo procedure
logiche, sapendo che “alla fine” il pre-giudizio verrà confermato, ma apparendo
come una deduzione logica. In effetti il discorso di Carter (che distingue tra
versione “debole” e “forte” dell’AP) ha un sottofondo estremamente complesso,
tutto giocato sui “passi” cosmici per arrivare all’homo sapiens.
Dopo Carter, sono Barrow e Tipler a
cimentarsi nel definire logicamente e matematicamente l’AP, che risponderebbe
anche a “criteri” (progettuali) e a “passi” (evolutivi) di tipo biologico. Si
assiste qui a una costruzione genetico-biologica affascinante ma capziosa,
perché il pre-giudizio che le basa e le informa è extra-biologico. I due
pongono 3 criteri: Cr1: il passo evolutivo deve esser stato unico; Cr2: il carattere [biologico emergente],
oltre a essere unico, è stato poligenetico; Cr3: il tratto [genetico] deve esse
chiaramente essenziale per l’esistenza di specie intelligenti. I “passi
cruciali” per arrivare all’homo sapiens
sarebbero stati i seguenti: PC1: sviluppo del codice genetico basato sul DNA;
PC2: invenzione della respirazione aerobica; PC3: invenzione della
fermentazione del glucosio in acido piruvico; PC4: fotosintesi autotrofia per
produrre ossigeno; PC5: apparire dei mitocondri; PC6: formazione del complesso costituito
da centrioli, cinetosomi e ondulopodi; PC7: . formazione dell’occhio; PC8:
sviluppo delle scheletro; PC9: sviluppo dei Cordati; PC10: evoluzione dei
cordati sino all’homo sapiens [305].
Ozioso chiedersi quale utilità euristica
possano avere tali “fatiche” cervellotiche che Brandon Carter, peraltro, non
condivideva. Ma Il Principio Antropico
di Barrow e Tipler diventa il testo-chiave per la storia dell’AP ed ottimo
co-motore del Disegno Intelligente
che proprio dalla metà degli anni ’80 comincia a imperversare vigoroso. Si
tratta di un saggio esteso e complesso, di quasi 700 pagine, tale da
costituirsi a pietra miliare per i pro-AP, ma utile documentalmente anche per
noi che lo contrastiamo. Dietro ai due autori una schiera di scienziati anche
prestigiosi che intendono tradurre le loro credenze metafisiche in conclusioni
fisiche. Sin dalla premessa di Wheeler si capisce dove vanno a parare i due
autori in sintonia col loro “mentore”, il quale riafferma il “significato
cosmico” dell’homo sapiens:
Il significato è importante, addirittura essenziale.
Perché se da un lato l’uomo è adattato all’universo, dall’altro l’universo è
adattato all’uomo. Si immagini un universo in cui questa o quella costante
fondamentale differisse anche solo dell’un per cento dal valore numerico
osservato. Un tale ambiente non vedrebbe mai la nascita dell’uomo. Questo è il
significato del principio antropico. [306]
Che l’uomo
valga “semanticamente” nel cosmo non sorprende, ci siamo abituati a ben altro
(lo vedremo con Tipler!), ma da un punto di vista logico l’affermazione è quasi
corretta: soltanto in un universo “così” l’uomo ha potuto nascere e sussistere.
Banale truismo, ma che va sempre a segno e fa il suo bell’effetto. In realtà
non è che un universo “così” sia fatto per l’uomo, ma piuttosto che in esso è
possibile una vita “basata sul carbonio”, il che vuol dire che il “significato”
riguarda molecole lunghe a base carbonio con valenze saturate da idrogeno e
ossigeno tali da permettere la nascita di batteri. Questi sono i veri
dominatori della biosfera terrestre ancor oggi; solo dopo vengono alghe, felci,
funghi, piante (gimnosperme e angiosperme), insetti, rettili, cordati,
mammiferi ed infine … l’uomo. Ma la comparsa di questo perché sarebbe stata
“necessaria”? Fino a 200.000 anni fa l’homo
sapiens non significava un bel nulla, per la semplice ragione che non
c’era, eppure l’universo, il sistema solare, la Terra erano “già fatti”
esattamente come ora, senza che nessuno pensasse di osservargli e dargli
significato.
Il fatto che l’uomo sia apparso solo di
recente si spiega nei tempi lunghissimi richiesti perché nelle stelle diventi
possibile “cucinare” atomi più pesanti di quelli dell’idrogeno, dell’elio e
dell’ossigeno, e, per quanto ci interessa, specialmente il carbonio. Barrow e
Tipler osservano correttamente:
Quest’alchimia stellare richiede oltre 10 miliardi di
anni: Dunque, affinché sia trascorso abbastanza tempo per produrre i
costituenti degli esseri viventi, l’universo deve avere almeno 10 miliardi di
anni e, in conseguenza della sua espansione, estendersi per almeno 10 miliardi
di anni luce. […] C’era bisogno di questa vastità perché fosse possibile
l’evoluzione anche di una singola forma di vita basata sul carbonio. [307]
Giusta
precisazione, ma che non c’entra un bel nulla con la presenza dell’uomo e non
autorizza affatto la seguente affermazione:
Le dimensioni dei pianeti e delle stelle, e anche di
noi uomini, non sono né casuali né il risultato di un processo di selezione
darwiniana tra una miriade di possibilità. Come altre caratteristiche generali
dell’universo, sono conseguenze necessarie dei possibili stati di equilibrio
tra forze attrattive e repulsive in
competizione tra loro. Le intensità intrinseche di queste forze che regolano
gli equilibri naturali sono determinate da un misterioso insieme di numeri
puri, chiamati costanti di natura. [308]
Siamo al
solito errore concettuale che giudica la miriade delle possibilità “per
esclusione” e non “per inclusione”. Se una “miriade -1” di possibilità tacciono
sul passato dell’universo, in quanto abortite, non siamo affatto autorizzati a
ritenere che “1” possibilità pro-uomo sia stata l’unica a verificarsi, e
“necessariamente”. Posizione aprioristica che è però la chiave del saggio.
Vediamo i tre tipi di AP posti da Barrow e
Tipler, se non altro perché, in quanto definiti, sono frequentemente citati (ma
che Carter non considerava coerenti col suo AP): il “debole”,il ”forte” e
l’“ultimo”. Il primo (weak):
PRINCIPIO ANTROPICO DEBOLE (WAP): I valori osservati di qualunque grandezza fisica non sono tutti
ugualmente probabili, ma sono soggetti alla restrizione che esistono luoghi
dove possa evolversi una vita basata sul carbonio e che l’universo sia vecchio
abbastanza perché ciò sia già avvenuto. [309]
Anche il
WAP, quantunque abbastanza plausibile, è viziato dall’introduzione di un
concetto di “probabilità” di carattere meramente antropico, poiché si pretende
di dimostrare l’antropicità con l’antropicità. In realtà noi non sappiamo
assolutamente nulla di ciò che possa essere il “probabilismo fisico” nella sua
generalità, poiché conosciamo “esclusivamente” l’infinitesima parte di esso,
quella che ci concerne come “suoi spettatori”. Ritenere che lo scenario fisico
si riduca a quello che noi vediamo e pretendere che esso “debba essere così” in
ogni sua espressione possibile ci pare scorretta presunzione teologica.
Per altri versi il WAP è tautologicamente
autoreferenziale per quanto i due autori si arrampichino sugli specchi per
dimostrarci il contrario, appoggiandosi al fatto che il WAP avrebbe
immediatamente fatto cadere il modello stazionario di Bondi e Hoyle a favore
del BigBang e del Modello Standard [310].
È certamente vero che esso implica un universo “evolutivo”, ma anche
necessitaristico. La versione strong
è così definita:
PRINCIPIO ANTROPICO FORTE (SAP): L’universo deve avere quelle proprietà che consentono lo sviluppo della
vita al suo interno, a qualche stadio della sua storia. Una conseguenza è che le costanti e le leggi
di natura devono essere tali da
permettere la vita. Questa congettura porta a diverse conclusioni radicali. La
più ovvia consiste nel proseguire nella tradizione degli argomenti finalistici
classici affermando che: (A) Vi è un solo universo possibile, “progettato” al
fine di generare e sostentare degli “osservatori”. (B) Gli osservatori sono necessari per far sì che l’universo esista.
Quest’affermazione ricorda il punto di vista del vescovo Berkeley […] Essa è
strettamente connessa ad un’altra possibilità: (C) È necessaria l’esistenza di molti universi differenti perché possa
esistere il nostro. [311]
Per quanto
la (C) possa esser considerata coerente con l’interpretazione “a molti mondi “
della meccanica quantistica, non è affatto vero, come sostengono i Nostri, che
la “somma di tutte le storie” dei possibili universi implichino «un principio
di ottimizzazione.» [312]
Significa semplicemente che il nostro universo, essendo uno dei molti possibili
divenuto casualmente reale, ammette il sorgere di una vita basata sul carbonio
e quindi l’esistenza di un animale come l’homo
sapiens. Niente di più.
Barrow e Tipler poi generalizzano la
plausibilità del SAP per lo svilupparsi di una vita intelligente, tale da
rendere “necessario” che essa, estrinsecandosi come informazione, diventi parte del cosmo stesso. Abbiamo così il Last
Anthropic Principle:
PRINCIPIO
ANTROPICO ULTIMO (LAP): Nell’universo
deve necessariamente svilupparsi elaborazione intelligente dell’informazione, e
una volta apparsa essa non si estinguerà mai. […] Il Principio Antropico
Ultimo è un’affermazione sul mondo fisico e perciò stesso non ha contenuto
etico o morale. [313]
I Nostri
affermano che si tratta di «un’affermazione sul mondo fisico e perciò stesso
non ha contenuto etico o morale », ma in realtà l’eticità la implica, poiché il
porre una “necessità” cosmica significa delineare un concetto teologico che
richiama un etica antropica che vi si rapporti. Infatti aggiungono:
Tuttavia è strettamente collegato ai valori morali,
poiché la sua validità costituisce la precondizione fisica perché tali valori
possano sorgere e permanere nell’universo: in un universo privo di vita non
potrebbe esistere alcun valore morale. Il Principio Antropico Ultimo sembra
inoltre implicare un principio miglioristico. Ci sembra opportuno ripetere che
tanto il Principio Antropico Ultimo quanto il Principio Antropico Forte sono
mere congetture; nessuno dei due va considerato come un principio fisico ben
stabilito. [314]
Sappiamo
che il punto di vista degli scriventi coincida con il WAP, e che le altre due
forme di AP siano poste in termini solo informativi. Il problema è se abbia
senso porli, per poi precisare:“ma guardate che noi non siamo dei fanatici
estremisti!”, tanto più che sappiamo bene quale sia l’opinione di Tipler! Di
cui diremo tra poco.
Il 2° capitolo del libro saggio mostra sin
dall’inizio un limite intellettuale non da poco, allorché si afferma: «In modo
un po’ generico si può dire che i Greci consideravano l’universo come un
organismo, basandosi in parte sull’analogia tra mondo naturale e società umana.
Anche la concezione rinascimentale si fondava su un analogia, non biologica ma
meccanica. Il nuovo schema del mondo a orologeria […]» [315] Sia l’una che l’altra affermazione sono
false, la prima perché non è affatto vero che “i Greci” la pensassero così, ma
solo gli ilozoisti arcaici, Platone nel Timeo,
gli Stoici e i Neoplatonici. Gli Atomisti non la pensavano affatto così e forse
neppure Aristotele. Relativamente alla seconda: è vero che neoplatonici come
Ficino, Pico e Bruno erano teologi del microcosmo/macrocosmo [316],
ma questo non c’entra assolutamente nulla con l’idea del “cosmo-orologio”, che
si affaccia più tardi. La distinzione che fanno i Nostri tra argomenti teleologici su ed eutassiologici (limitandosi
a «sottolineare l’armonia» della composizione del cosmo [317])
non regge, perché il concetto di “armonia” è esso stesso teologico e non
fisico.
Né poteva mancare nella prospettiva di
Barrow e Tipler la malcelata contestazione del postulato di oggettività della natura posto da Monod [318],
il solo che permetta considerazioni di tipo filosofico non in contrasto con la
scienza poiché esclude la “necessità assoluta”. Ogni qual volta questo
postulato non sia rispettato significa uscire dall’ambito della scienza e
avventurarsi in territori inequivocabilmente teologici od esoterici. Il
capitolo 3° svolge poi un’accurata analisi dei punti di vista cosmologici di
filosofi e uomini di scienza lungo i secoli XVII e XIX, ma in termini molto
discutibili per scelta e descrizione. Il 4° capitolo (La riscoperta del Principio Antropico), svolge in termini
matematici un discorso sui fondamenti che rendono accettabile l’AP quantomeno
nella forma “debole”, con riferimenti a Dirac, Gamow ed altri, soffermandosi
infine su Dicke e Carter. L’analisi prosegue più o meno negli stessi termini
nel capitolo 5° (Il Principio Antropico
Debole in fisica e astrofisica) e
nel 6° (I principi antropici in
cosmologia classica). Nel 7° (Meccanica
quantistica e principio antropico) i Nostri giungono alla seguente
conclusione:
È verosimile che la guida più importante alla corretta
interpretazione del processo quantistico di misura sia data dalla possibilità
di scrivere una funzione d’onda quantistica sensata per i modelli cosmologici,
e di interpretarla in modo coerente. Ciò porta naturalmente a preferire lo
schema a molti mondi. Abbiamo infine tentato di mostrare che è possibile
formulare modelli cosmologici compatibili con l’interpretazione a molti mondi
della teoria quantistica e tali da rendere verificabili sul piano sperimentale
i princìpi antropici debole e forte. [319]
Non si
tratta di preferire un’interpretazione o un’altra in funzione di una formale
plausibilità fisico-matematica, e neppure di trovare metodi sperimentali che in
qualche maniera possano avvallare il WAP e persino lo SAP. Il problema nasce dal voler porre a priori un
principio deterministico e poi svolgere l’analisi sui suoi derivati dandolo per
scontato, poiché l’AP, in qualsiasi forma lo si voglia formulare, non è
sostenibile. E ciò perché assume a parametro di riferimento, l’uomo, che non è
né co-originario e né sarà co-finale al cosmo. La sussistenza della vita sulla
Terra, homo sapiens compreso, dipende
dall’energia del Sole, che si esaurirà sicuramente molto prima che l’universo
abbia fine. È pertanto privo di alcun senso non tanto discutere di teologia, il
che è sempre legittimo, ma da premesse teologiche per sviluppare tesi fisiche.
Nell’8°capitolo (Principio antropico e biofisica) non poteva mancare una
sottolineatura e una descrizione dell’importanza dell’acqua per la vita
perfettamente condivisibile. Non meno, al § 8.5, l’importanza antropica del
carbonio, dell’anidride carbonica e dell’acido carbonico. Ma questo non c’entra
con l’AP, ma con la vita in generale, facendoci banalmente constatare, a posteriori, che senza chimica del
carbonio, con idrogeno ed ossigeno che producono acqua e derivati non ci
sarebbe l’homo sapiens! Ma ancora:
Tutte le forme di vita richiedono una sorgente di
energia, e le reazioni chimiche che liberano più energia sono 2 H 2 + O
2 → 2 H 2 O e H 2
+ F 2 → 2 HF. La presenza nell’atmosfera di ossigeno
molecolare libero permette alle creature viventi di utilizzare la fonte di
energia seconda come rendimento. Se si dovesse ricorrere a elementi diversi
dall’ossigeno come sorgente fondamentale di energia (non potendo usare il
fluoro perché molto raro) la chimica della vita avrebbe meno energia a
disposizione per le sue reazioni. [320]
Perfetto
discorso tautologico su base sillogistica, che potrebbe esse espresso con un:
A. la vita è basata sull’ossigeno come base energetica; B. altre fonti di
energia sono inutilizzabili o indisponibili; C. se non fosse disponibile
l’ossigeno la vita diventerebbe impossibile o molto difficile. Le conclusioni
biologico-teologiche sono: 1a
l’ossigeno è disponibile perché sia possibile la vita; 2a le condizioni fisiche
dell’ambiente sono ad hoc per l’uomo;
3a la chimica
del cosmo prevede il sorgere della vita “da qualche parte”; 4a era necessario che l’universo
durasse sufficientemente a lungo perché venisse sintetizzato il carbonio.
Tautologie!
I due autori de Il principio antropico torneranno sull’argomento con
differenziazioni notevoli; Barrow con un atteggiamento più prudente, Tipler in
direzione spiccatamente teologico-mistica. Molti sono gli scienziati ad aver
preso posizione contro l’AP, tra questi Ilya Prigogine, che rimprovera anche a
Stephen Hawking di averlo sottinteso in Dal
big bang ai buchi neri. Intervistato sull’argomento nel 2001 afferma:
Il principio antropico è uno degli errori più grandi
che abbia visto in vita mia perché reintroduce una dualità. Prendiamo il libro
di Stephen Hawking: il mondo viene spiegato con argomentazioni geometriche come
un mezzo senza confini. Ma poi per introdurre la vita umana (la complessità
umana) è necessario il principio antropico. Pertanto ci troviamo nella stessa
situazione di Cartesio, che aveva detto che l’universo poteva essere compreso
solo attraverso un’impostazione dualistica. La Fisica da un lato, in quanto
studio dello Spazio, del Moto e della Materia, l’Intelligenza dall’altro in
quanto studio del Pensiero. Ovvero, essenzialmente lo stesso messaggio del
principio antropico. Se si aggiunge il principio antropico si distrugge l’unità
dell’universo. Vogliamo avere un universo che non è diviso in due campi
separati. Ciò che vogliamo è un concetto di universo che comprenda pensiero e
biologia senza alcuna contraddizione con la fisica. Siamo, dopotutto, il
prodotto evoluzionistico della natura. Pertanto se si accetta il principio
antropico, siamo al di fuori della natura. È molto difficile per me ammettere
questo. [321]
Condividiamo la posizione di Prigogine, ma
Hawking ha dato un’interpretazione abbastanza interessante dell’AP e
considerando solo il debole come
accettabile. Egli connette infatti il WAP alle frecce del tempo della
termodinamica (da cui dipende la nostra percezione temporale) e del cosmo in
generale, vedendole «non nella stessa direzione per l’intera storia
dell’universo», sicché «solo quando esse puntano nella stessa direzione le
condizioni sono idonee allo sviluppo di esseri intelligenti » [322] Egli sostiene che la presenza dell’uomo
nell’universo è quindi limitata a quel periodo della sua storia cosmica durante
il quale la freccia del tempo termodinamica e quella cosmologica puntano nella
stessa direzione. Se ricordiamo la versione del WAP di Barrow e Tipler notiamo
un’inversione concettuale, per essi infatti erano «i valori osservati di qualunque grandezza
fisica» ad essere in funzione dell’esistenza
dell’uomo e perciò probabili solo nei «luoghi dove possa evolversi una vita basata sul carbonio».
Il fisico teorico e astrofisico Marc
Lachièze-Rey nel suo recente Au-delà de
l’espace et du temps (2003) sul PA dà un parere severo. Vediamo che cosa pensa di quello “debole”:
Il principio debole si riduce quindi, sul piano
logico, all’enunciazione di un’evidenza. Privo di contenuto fisico, è da
considerarsi come minimo superfluo.
Può quindi apparire sorprendente il numero di quanti, pur ammettendone il
carattere tautologico, continuino a citarlo, accordandogli un minimo di
pertinenza. Alcuni hanno proposto di considerarlo una posizione metafisica in
grado di guidare la ricerca in fisica e in cosmologia. In questo modo, a mio
parere, si dimostra una grande indulgenza verso la numerologia e i concetti
antropocentrici ancor più nettamente espressi nella versione “forte” del
principio antropico. [323]
Vediamo
ora il giudizio sul “forte”:
Ciascuno è libero di riconoscere una tale capacità di
argomentazione di tipo finalistico ma, come sappiamo ormai da secoli, accettare
questo significa aprire una porta che conduce ben lontano da ogni atteggiamento
scientifico. Se davvero riconoscessimo una capacità esplicativa ai principi
finalistica, non avremmo più bisogno di cercarne altri, né di perseguire la
fisica fondamentale. La critica del principio antropico non deriva dunque tanto
dal suo essere superfluo e privo di senso, quanto dal suo carattere smobilitante [della fisica]. […] Diverse
analisi hanno in ogni caso evidenziato l’aspetto spiritualistico sotteso da
questo tentativo di riabilitazione dell’antropocentrismo, la cui mescolanza con
l’atteggiamento scientifico porta a un’inevitabile confusione. [324]
NOTE
[325]
A.Einstein – L.Infeld, L’evoluzione della fisica, Torino,
Bollati Boringhieri 1996, p.301.
[326]
S.W.Hawking – R.Penrose, La natura dello
spazio e del tempo, Milano, Rizzoli 2002, pp.35-36.
[327]
Ci riferiamo al positivismo di Auguste Comte.
[328]
H. Meschkowski, Che
cosa sappiamo veramente?, Garzanti 1990, pp.8-9.
[329]
Riportiamo qui di seguito la distinzione che abbiamo fatto a suo tempo tra i
due concetti (Necessità e libertà,
Glossario, op.cit, pp.280-28. IMMAGINAZIONE: Facoltà dell’intelletto di produrre col pensiero
virtuali o potenziali entità o fatti razionalmente concepibili e non in
contrasto con l’esistenza e l’effettualità delle realtà note e
confermate. L’immaginazione ha
pertanto un carattere "ipotetico-previsionale" non inconciliabile con
la realtà, concernendo la sfera
del "possibile" in accordo analogico con i reali conosciuti. FANTASIA: Facoltà della psiche
di produrre immagini, previsioni e scenari inesistenti, prescindendo da ogni
partecipazione della ragione e dell’intelletto.
[330]
M.Kaku, Mondi paralleli, Torino,
Codice 2006, pp.8-12.
[331]
I.Prigogine, La fine delle certezze,
cit., p.44.
[332] E.H.Haeckel, Welträtsel, Berlin , Strauss 1899, pp.278-279.
[333]
M.Gell-Mann, Il quark e il giaguaro,
cit., p.160.
[334]
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia
filosofale, cit., p.166
[335]
T.Regge, Scienza e concezioni della realtà, cit., p.29.
[336]
L. De Broglie, , La vita e l'opera di Pierre Duhem, Bologna, Il Mulino,
p.XVI
[337] S.L. Jaki, Uneasy Genius: The
Life and Work of Pierre Duhem,
[338]
P.Duhem, La teoria fisica, il suo oggetto e la sua struttura,
Bologna, Il Mulino 1978, p.348.
[339] P.Duhem, Les origines de la statique,
vol. II, Paris, Hermann 1906, p.289-290.
[340] P.Duhem, La teoria fisica, il suo oggetto e
la sua struttura, cit., p.207.
[341]
Ivi, p.211.
[342]
Ivi, p.212.
[343]
A.Koyré, Filosofia e storia delle scienze, Milano, Mimesis 2003, p.27.
[344]
Ivi, p.28.
[345]
Ivi, p.34.
[346]
Ivi, p.35.
[347]
Ivi, p.41.
[348]
Ivi, p.46.
[349]
Ivi, p.52.
[350]
K.Popper, Logica della scoperta scientifica, Torino, Einaudi 1970,
pp.107-108
[351]
A.Einstein, Pensieri di un uomo curioso, cit., p.37.
[352]
Ivi, p.24.
[353]
Ivi, p.25.
[354]
Ivi, p.91.
[355]
Ibidem.
[356]
Th.Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi
1999, p.57.
[357]
Ibidem.
[358]
Ivi, p.75.
[359]
Ibidem.
[360]
Ivi, p.77-78.
[361]
Ivi, p.79
[362]
Ivi, pp.82-83.
[363]
Ivi, p.93.
[364]
Ivi, pp.119-121.
[365]
Ivi, p.166.
[366]
Ivi, pp.166-167.
[367]
Ivi, pp.167-168.
[368]
Ivi, p.168.
[369]
Ivi, p.171.
[370]
Ivi, p.181-182
[371]
Ivi, p.182.
[372]
Ibidem.
[373]
Ivi, p.183.
[374]
Ivi, pp.186-187.
[375]
Ivi, p.188.
[376]
Ivi, p.190.
[377]
Ivi, p.191.
[378]
Ivi, pp.206-207.
[379]
Ivi, p.220.
[380]
Ivi, p.221.
[381]
Ivi, pp.222-223.
[382]
Ivi, p.223.
[383]
Ivi, pp.225-226.
[384]
Ivi, p.230.
[385]
Ivi, p.231.
[386]
Ivi, p.238.
[387]
Ivi, pp.238-240.
[388]
Ivi, pp.245-247.
[389]
Ivi, p.247.
[390]
Ibidem.
[391]
Ibidem.
[392]
Th.Kuhn, Rivisitare Planck, in: Dogma contro critica, Milano,
Raffaello Cortina, pp.82-83
[393]
Ivi, pp.84-85.
[394]
Ivi, p.92.
[395]
Ivi, p.93.
[396]
Ivi, pp.93-94.
[397]
Ivi, pp.106-107.
[398]
Ivi, pp.110-121.
[399]
Ivi, p.122.
[400]
Ivi, p.123.
[401]
Th.Kuhn, Parole di conclusione, in: Dogma contro critica, Milano,
Raffaello Cortina, pp.219-220
[402]
I.Lakatos, La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, Milano,
Il Saggiatore-EST 2001, p.24
[403]
Ivi,p.25.
[404]
Ibidem.
[405]
Ivi,p.26.
[406]
Ivi,p.29.
[407]
Ivi,p.44.
[408]
Ivi,p.114.
[409]
Ivi,p.45.
[410]
Ibidem.
[411]
Ivi,p.47.
[412]
Ivi,p.56.
[413]
Ivi,pp.56-62.
[414]
Ivi,p.95.
[415]
Ivi,p.143.
[416]
Ibidem.
[417]
Ivi,p.144,
[418]
I.Lakatos, Lezioni sul metodo, in: Sull’orlo della scienza,
Milano, Raffaello Cortina 1995, pp.51-52.
[419]
Ivi,p.54.
[420]
Ivi,p.61.
[421]
Ivi,p.65
[422]
Ivi,p.86.
[423]
P.K.Feyerabend, Contro il metodo, Milano, Feltrinelli 2003, p.15.
[424]
Ibidem.
[425]
Ivi, p.17.
[426]
Ivi, p.18
[427]
Ibidem.
[428]
Ivi, p.19.
[429]
Ivi, p.26.
[430]
Ivi, p.27.
[431]
Ibidem.
[432]
Ivi, p.28.
[433]
Ivi, p.46.
[434]
Ivi, p.55.
[435]
Ivi, p.83.
[436]
Ivi, p.133.
[437]
Ivi, p.138.
[438]
Ivi, p.139.
[439]
P.Feyerabend, Contro il metodo, cit., p.155.
[440]
Ibidem.
[441]
Ibidem.
[442]
Ivi, p.156.
[443]
Ibidem.
[444]
Ivi, p.240.
[445]
Ivi, p.241.
[446]
R.Descartes, Il mondo ovvero trattato
della luce e l’uomo, Roma, Theoria 1983, p.16,
[447]
Ivi, p.39.
[448]
Ivi, pp.39-40.
[449]
Ivi, pp.42-43.
[450]
Ivi, p.44.
[451]
Ivi, p.51.
[452]
Ivi, pp.51-52.
[453]
Ivi, p.52-53.
[454]
Ivi, p.53-54.
[455]
Ivi, p.54.
[456]
Ibidem.
[457]
Ivi, p.62.
[458]
Ivi, p.63.
[459]
E.Schrödinger, La mia visione del mondo, a cura di B.Bertotti, Milano Garzanti
1987, p.22.
[460]
Ivi, p.46.
[461]
Ivi, p.48.
[462]
Ivi, p.49.
[463]
Ivi, p.68.
[464]
D.Bohm, Causalità e caso nella fisica
moderna, cit., p.36.
[465]
J.Horgan La fine della scienza, Milano, Adelphi
1998, p.142.
[466]
Ivi, p.143
[467]
D.Bohm, Causalità e caso nella fisica
moderna, cit., p.36.
[468]
Ivi, p.37
[469]
Ivi, p.38.
[470]
Ivi, pp.96-97.
[471]
Ivi, pp.162-163.
[472]
Ivi, p.188.
[473]
Ivi, p.191.
[474]
Ivi, p.192.
[475]
Ivi, p.195.
[476]
D.Deutsch, La trama della realtà,
Torino, Einaudi 1997, pp.5-6.
[477]
Ivi, p.6.
[478]
Ivi, p.13.
[479]
Ivi, pp.15-16.
[480]
Ivi, p.17.
[481]
Ibidem.
[482]
Ivi, p.19.
[483]
Ivi, p.18
[484]
Ivi, p.24.
[485]
Ibidem.
[486]
Ivi, pp.28-29.
[487]
Ibidem.
[488]
Ivi, p.43.
[489]
Ivi, p.45.
[490]
Ivi, p.50.
[491]
Ivi, pp.56-58.
[492]
Ivi, p.61.
[493]
Ivi, p.90.
[494]
Ibidem.
[495]
Ivi, p.175.
[496]
Ivi, pp.176-177.
[497]
Ivi, p.182.
[498]
Ivi, p.222.
[499]
Ivi, p.236.
[500]
Ivi, p.247,
[501]
Ivi, p.313.
[502]
Paul Tillich (1886-1965), teologo statunitense di origine tedesca critico di
ogni immanentismo e proponente un nuovo tipo di rapporto con Dio,
l’”Incondizionato”.
[503]
F.Tipler, Fisica dell’immortalità,
Milano, Mondadori 1995, p.15.
[504]
Ivi, p.18.
[505]
Ivi, p.178.
[506]
Ivi, p.196.
[507] Ivi, p.245.
[508] F.Tipler, The
Physics of Christianity , http://www.math.tulane.edu/~tipler/Chapter_1._Introduction.doc.
[509]
C. Tamagnone, Necessità e libertà,
cit., pp.125-129.
[510]
C.Tamagnone, Ateismo filosofico nel mondo
antico, cit., pp.11-12.
[511]
T.Bethell, Le balle di Newton,
Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino 2007, p.7.
[512]
Ivi, p.8.
[513]
Ivi, p.10
[514]
Ivi, p.12
[515]
Ivi, pp.13-30.
[516]
Ivi, p.53.
[517]
Ivi, pp.101
[518]
Ivi, pp.123-142
[519]
Ivi, p.211.
[520]
Ivi, p.226
[521]
Ibidem.
[522]
Ivi, p.233
[523]
Ivi, p.241.
[524]
Ivi, p.276.
[525]
M.Heidegger, Essere e tempo, Milano,
Longanesi 1976, pp.18-19.
[526]
Ivi, p.271.
[527]
M.Heidegger, Introduzione alla metafisica,
Milano, Mursia 972, p.58.
[528]
M.Heidegger, La fine della filosofia,
in: Tempo ed essere, Napoli, Guida
1980, pp.166-167.
[529]
C.Tamagnone, L’illuminismo e la rinascita
dell’ateismo filosofico, II tomo, Firenze, Clinamen 2008, pp.1003-1011.
[530]
G-P.Sartre, L’essere e il nulla,
Milano, Il Saggiatore 1997, p.15.
[531]
Ivi, pp.15-16.
[532]
Ivi, p.17.
[533]
G-P.Sartre, La nausea, Milano,
Mondadori 1965, pp.184-185.
[534]
E.Husserl, L’idea di Europa, Milano,
Raffaello Cortina 1999, p.68.
[535]
G-P.Sartre, L’essere e il nulla,
cit., p.682.
[536]
Ibidem.
[537]
Ivi, p.691.
[538]
G-P.Sartre, L’esistenzialismo è un
umanismo, Milano, Mursia 1982, pp.88-89.
[539]
E.Husserl, Ricerche Logiche, Milano,
Il Saggiatore 2001, p.30.
[540]
Ibidem.
[541]
Ivi, p.31.
[542]
Ivi, p.34.
[543]
Ivi, p.35.
[544]
Ivi, pp.36-37
[545]
Ivi, pp.44-47.
[546]
Ivi, pp.56-62.
[547] Ivi, p.216.
[548]
Ivi, p.235.
[549]
Ivi, p.238.
[550]
Ivi, p.239.
[551]
Ivi, pp.359-361
[552]
Ivi, p.362.
[553]
Ivi, p.373.
[554]
Ibidem.
[555]
Ivi, pp.379-384.
[556]
Ivi, pp.384-386.
[557]
Ivi, p.424.
[558]
Ibidem.
[559]
Ivi, p.489.
[560]
E.Husserl, Idee per una fenomenologia
pura, Torino, Einaudi 1950, pp.49-50.
[561]
Ivi, p.52.
[562]
Ivi, pp.54-55.
[563]
Ivi, p.71.
[564]
Ivi, p.72.
[565]
Ivi, p.117.
[566]
Ivi, p.187.
[567]
Ivi, p.251.
[568]
Ivi, p.282.
[569]
Ibidem.
[570]
E.Husserl, Discorsi parigini,
in: Meditazioni
cartesiane, Milano, Bompiani 2002, p. 17.
[571]
Ivi, p.19.
[572]
Ibidem.
[573]
Ivi, p.24.
[574]
Ivi, p.28.
[575]
Ibidem.
[576]
Ibidem.
[577]
Ivi, p.29.
[578]
Ivi, p.33.
[579]
E.Husserl, Meditazioni cartesiane,
cit., p.47.
[580]
Ibidem.
[581]
Ivi, p.52.
[582]
Ivi, p.55.
[583]
Ivi, pp.62-64
[584]
Ivi, p.84.
[585]
Ivi, p.88.
[586]
Ivi, p.96.
[587]
Ivi, pp.97-98
[588]
Ivi, pp.139-149.
[589]
Ivi, p.170.
[590]
E.Husserl, La crisi delle scienze europee
e la fenomenologia trascendentale, Milano,
Il Saggiatore1983,, p.326.
[591]
Ivi, p.350.
[592]
Ivi, p.101.
[593]
Ivi, p.153.
[594]
Ibidem.
[595]
Ivi, p.184.
[596]
Ivi, p.185.
[597]
Ivi, p.211.
[598]
Ibidem.
[599]
Ivi, p.212.
[600]
Ivi, p.214.
[601]
Ivi, p.215.
[602]
Ivi, p.374.
[603]
Ivi, p.375.
[604]
Ivi, p.391.
[605]
Ivi, pp.403-404.
[606] Ivi,
p.404.
[607]
L.Smolin, La vita del cosmo, cit.,
p.257
[608] A.R.Wallace, Man’s place in the universe,
[609]
D.Barrow – F.Tipler, Il principio
antropico, Milano, Adelphi 2002, p.241.
[610] B.Carter, Large Number Coincidences and the Anthropic
Principle in Cosmology, in: Confrontation
of Cosmological Theories with Observational Data, IAU 63, ed. M.S.Longair,
1974, p.291.
[611]
Ivi, p.298.
[612]
D.Barrow – F.Tipler, Il principio
antropico, cit., pp.555-559.
[613]
Ivi, p.14.
[614]
Ivi, p.27.
[615]
Ivi, p.29.
[616]
Ivi, p.40.
[617]
Ivi, pp.41-42.
[618]
Ivi, pp.46-47.
[619]
Ivi, p.47.
[620]
Ibidem.
[621]
Ivi, pp.47-48.
[622]
Ivi, p.50.
[623]
Cfr. C.Tamagnone, La filosofia e la
teologia filosofale, cit., pp.103-109.
[624]
D.Barrow – F.Tipler, Il principio
antropico, cit. p.51.
[625]
Ivi, pp.130-131.
[626]
Ivi, p.503.
[627]
Ivi, p.538.
[628]
I.Prigogine, Il futuro è già determinato?, Roma, Di Renzo 2003, pp.61-62.
[629]
S.Hawking, Dal big bang ai buchi neri,
Milano, Rizzoli 1998, p.168.
[630]
M.Lachièze-Rey, Oltre lo spazio e il tempo, Torino, Bollati Boringhieri 2004, p.155.
[631]
Ivi, p.156.