III.
La matematica tra istinto, linguaggio ed evoluzione
3.1 Introduzione
In
questo capitolo affronteremo nel dettaglio varie tesi sulla natura della
matematica e sui suoi rapporti con la filosofia tradizionale, analizzando poi
tre recenti indirizzi che giudichiamo interessanti e finendo con la nostra
proposta. L’ordine con cui ne trattiamo riflette la nostra opinione sul loro
livello di plausibilità e profondità teorica, tenendo conto che la matematica è
fenomeno culturale assai complesso, proteiforme, plastico e mutevole, sicché è
assai difficile pensare che un unico indirizzo interpretativo sia quello
giusto. Né la matematica è quella disciplina del tutto razionale come qualcuno
pensa, avendo anzi la fantasia e la creatività ruoli molto importanti negli
sviluppi e elaborazioni di essa, sì che John Barrow può scrivere che anche il
caso la concerne: «Persino l’aritmetica contiene la casualità. Alcune delle sue verità
possono essere accertate solo tramite la ricerca sperimentale e in questa luce
la matematica comincia a rassomigliare ad una scienza sperimentale.» [1] In
ogni caso la sua complessità ci impone di assumere un atteggiamento che ammetta
diverse facce di un realtà poliedrica, poiché essa può essere vista nella
struttura della materia, nella sua fenomenicità, nel nelle cos, nei processi,
nel cervello dell’uomo.
È all’interno di tale quadro che l’indirizzo
storicistica ci sembra interessante ma troppo unilaterale e riduttivo, quello
dell’embodiment molto innovativo
ponendosi dal punto di vista delle scienze cognitive, quello che vede
nell’istinto animale la fonte della matematica e l’evolvere del cervello come
motore dei suoi sviluppi ci pare ben fondata soprattutto perché analizza la
matematica sotto il profilo evoluzionistico. Tutti e tre gli atteggiamenti
considerati hanno il pregio di usciere dalle palude delle interpretazioni
metafisiche e tendenti a guardare al fatto matematico “in sé” ed al “fare” matematica
da parte dell’uomo in una prospettiva anti-fondazionale, contingente,
utilitaristica, evolutiva. Il primo (§ 3.2) facendone una questione
eminentemente storico-culturale, il secondo (§ 3.3) biologico-funzionale e di
pratica esistentiva, il terzo (§ 3.4)
linguistico-evoluzionistico. Echi di esse si coglieranno anche nella nostra
proposta che esponiamo al § 3.5, dove sostanzialmente consideriamo la
matematica come linguaggio della pluralità discreta e diveniente. Ciò che
possiamo anticipare è che, siccome i tre atteggiamenti considerati, non si
occupano molto della realtà fisica in rapporto alla matematica, sarà questo il
nostro tema principale, cui cercheremo di dare adeguato sviluppo in accordo con
le altre tesi di questo saggio, tutte concorrenti al pluralismo ontofisico.
3.2 La matematica come espressione
storico-socio-culturale
Vedere la matematica come fenomeno
evolutivo in funzione del contesto culturale è fumo negli occhi non solo per i
platonisti e i logicisti, ma di tutti coloro che non possono tollerare che essa
venga ridotta alla stregua di qualsiasi altra espressione contingente. Abbiamo
scelto, quale esponente di questa corrente Reuben Hersh, che definisce la sua
posizione “umanista”. Leggiamo:
Sono un difensore della necessità di una visione
storica della matematica. È dunque naturale che faccia una disamina storica
delle varie filosofie della matematica. Scopriremo così che il fondazionalismo
e il neofregeanesimo sono i discendenti di una corrente di filosofia della
matematica tinta di toni religiosi e teologici che ha attraversato secoli e
millenni. [2]
Il Nostro
aggiunge:
Non si sente ormai più parlare dei Cieli e della Mente
di Dio nel discorso accademico. Eppure la maggior parte dei matematici e dei
filosofi della matematica continuano a credere in un mondo indipendente,
astratto, immateriale: un relitto dell’Iperuranio. [3]
Il mondo
superno “al di là del cielo” inventato da Platone (Fedro, 247 c-d) ) per metterci dentro tutte le idee, sacre, eterne
e immutabili, accoglie quelle numeriche e geometriche come le più alte. Hersh vede bene questa base religiosa del
matematismo platonista che oggi è anche uno degli ingredienti di un Intelligent Design che non può fare a
meno di considerare l’universo perfetto. Perciò, solo se perfetto, matematico e
legificato il cosmo è necessitato a rispondere a Dio quale suo Creatore,
altrimenti la casualità potrebbe insinuarsi a smontare il perfetto giocattolo.
Prosegue Hersh: «I platonisti non riconoscono le obiezioni al platonismo. Si
limitano ribadire la loro confessione di fede. Il punto di vista di Frege
continua a vivere ancor oggi tra i platonisti insiemistici [i seguaci di
Cantor].» [4]
Il punto di vista del Nostro è sintetizzato
nella breve frase: «Una volta che siano stati creati e socialmente comunicati,
gli oggetti matematici esistono.» [5]
L’esistenza di tali oggetti nasce con la loro creazione, ma essi “esistono” nel
momento in cui, venendo comunicati e imposti, diventano oggetti storicizzati dalla
cultura e, in un certo senso, “battezzati” come “essenze” aventi un nome. A ben
vedere, tale esistenza nasce proprio con la “nominazione” attraverso la quale i
platonisti e i loro derivati individuano essenze reali in numeri battezzati con
un nome e così “individuati”. Abbiamo così i “naturali”, i “razionali”,
gli“irrazionali”, i “reali, i “complessi”, i “quaternioni”, gli “ottonioni,
ecc., senza che tali aggettivi significhino assolutamente nulla al di fuori di
una gergalità gnostica. Hersh ne fa una questione evolutiva affermando:
La matematica fa parte della cultura e della storia
umane, ed è dunque radicata nella nostra natura biologica e nel nostro ambiente
fisico e biologico. Le nostre idee matematiche si adattano al mondo reale per
lo stesso motivo per cui i nostri polmoni riescono a respirare l’atmosfera
terrestre [6]
I concetti
matematici, una volta creati e imposti nel linguaggio, subirebbero un processo
quasi-biologico di adattamento ad un ambiente naturale che si trasforma con le nostre
idee, sicché i numeri divengono strumenti per riplasmare l’ambiente in funzione
dell’uomo. La matematica quindi non è nella natura, ma questa diventa
matematica poiché l’uomo la riqualifica come tale a proprio uso e consumo. Tesi un poco
estremistica ma non priva di fondamento, e Hersh spiega perché le strutture
matematiche siano coerenti e contengano al loro interno dei meccanismi
correttivi tali da evitare contraddizioni:
La logica classica dice che tutte le conseguenze di un
dato sistema di assiomi esistono, sono derivate, istantaneamente, nel momento
in cui vengono stabiliti gli assiomi. Esiste però un numero infinito di
conseguenze. Un’intera teoria infinita verrebbe creata istantaneamente! La
coerenza o sussiste, o viene violata immediatamente, istantaneamente. Ciò che
avviene in pratica, però, è che le conseguenze vengono derivate passo dopo
passo. In ogni istante ce n’è solo un
numero finito che sono state dedotte dagli assiomi. Se si manifesta una contraddizione,
si inventa un qualche meccanismo per isolarla e tener il resto della teoria
lontano da infezione. [7]
Un
impianto matematico non entra mai in crisi, poiché vengono sempre inventati
espedienti per mantenerlo “in coerenza” attraverso l’isolamento di ciò che
sarebbe di disturbo.
Reuben Hersh ci ricorda che già nel 1954
George Pόlya aveva affermato in Mathematics
and Plausibile Reasoning: «La matematica nel suo farsi assomiglia ad ogni
altra attività umana. Si deve indovinare il teorema prima di poterlo
dimostrare.» Esiste un retrobottega della matematica in cui la si lavora e la
si confeziona nel modo più opportuno e convincente, sino al punto di farne un
entità trascendente, un po’ come il manicaretto del bravo cuoco che non lascia
capire quali siano gli ingredienti, realizzando un’entità culinaria “unica” e
“perfetta”. È attraverso tali caratteristiche di unità e perfezione che nasce,
secondo il Nostro, la mitologia della matematica e la sua divinizzazione in 4
miti principali: l’unità, l’universalità, la certezza e l’oggettività [8]. Miti dotati della loro brava “aura”, che
Hersh prova a smontare, concludendo:
Delle tre scuole storiche, solo l’intuizionismo presta
attenzione a che produce la matematica. I formalisti, i logicisti e i
platonisti si siedono a una tavola apparecchiata con rigoroso gusto, e
mangiando il ragù ne discutono come se si trattasse di una cosa che si è fatta
da sola. [9]
Riprendendo
la metafora culinaria possiamo dire che la matematica, se ben cucinata diventa
universale-certa-oggettiva da sembrare un pezzo di Creato e opera diretta di
una Necessità o di una Volontà. Questo modo di concepire la matematica, come
strutturale a una realtà sacrale, o perché deterministicamente “necessaria”
(afferente il Dio-Necessità impersonale ) o perché sortita dalla mente di
Qualcuno (il Dio-Volontà personale), è tutt’ora fortissimo.
Quest’interpretazione dominante e usuale, da millenni, viene definita da Hersh corrente: «Per filosofie correnti
intendo, come al solito, il costruttivismo, il platonismo e il formalismo.» [10]
Vediamo ora come è vista la genesi del
fondazionalismo matematico (quello che Lakatos riferisce a Frege, Russell e
Brower):
Il fondazionalismo ha radici antiche. Dietro a Frege,
Gilbert e Brouwer sta Immanuel Kant. E dietro a Kant stanno Leibniz, Spinoza,
Descartes. E dietro a tutti costoro stanno San Tommaso e sant’Agostino e
Platone. E in gran patriarca del fondazionalismo, Pitagora di Samo. Scopriremo
che le radici del fondazionalismo si mescolano di religione e teologia. In
Pitagora e Platone quest’intima mescolanza è manifesta. In Kant è seminascosta.
In Frege a prima vista non si vede. Ma in Georg Cantor, Bertrand Russell, David
Hilbert e Luitjens Brouwer, salta fuori quanto meno ce la si aspetta.[11]
È evidente
che si sta parlando di “grandi” della matematica, quelli che hanno molto spazio
nei saggi e nelle enciclopedie ed anche omaggiati col titolo di “filosofi”. Né
ciò vale meno per personaggi più vicini a noi, sì che giustamente Hersh
accresce la lista di alcuni: « Nel XX secolo considereremo Russell, Brouwer,
Hilbert, Edmund Husserl, Ludwig Wittgenstein [12],
Kurt Gödel, Rudolf Carnap, Willard V.O.Quine un piccolo campione di autori
contemporanei.» [13]
Compare qui indicata, se pur incompleta, la folta schiera di metafisici che
hanno alimentato la corrente teologia
della matematica in cui siamo immersi e creato le correnti concezioni
matematiche che dominano ancora oggi la scena culturale. Non è difficile
comprendere quanto queste concezioni, proprio perché dominanti la nostra
cultura, l’abbiano permeata a tal punto che si dà quasi per scontato che la
verità sulla natura della matematica debba stare all’interno di esse.
Hersh passa poi ad enunciare la sua
concezione umanistica della matematica, che vede strettamente legata al suo
insegnamento, nella realizzazione del quale il concepire la matematica come
trascendente la natura umana ha effetti negativi poiché: «Il platonismo può
giustificare la convinzione di uno studente che per lui sia impossibile capire
la matematica […] L’elitismo pedagogico e il platonismo in filosofia si sposano
tra loro.» [14] L’umanesimo matematico del nostro si oppone a
tale concezione religiosa della matematica proponendone una che potremmo
definire “laica” nei termini seguenti: «La filosofia umanista, invece, collega
la matematica alle persone, alla società, alla storia. Non può fare danni
paragonabili a quelli prodotti dal formalismo o dal platonismo. Può addirittura
far del bene, restringendo il gap che
separa lo studente da questa materia. […] se gli insegnanti adottassero una
filosofia umanista, l’educazione matematica ne trarrebbe beneficio.» [15] In fase di conclusione: «La linea che separa
l’umanesimo dalla Corrente è qualcosa di più che un fatto di gusti filosofici.
È legata alla religione e alla politica.»
3.3 Metafore matematiche ed embodiment.
La matematica è un linguaggio umano e in
quanto tale ha origine e processi formativi analoghi a quello verbale e la tesi
dell’embodiment del pensiero
matematico si fonda sulla sua connessione con le funzioni corporee. Il termine
inglese può esser tradotto con “incorporazione” o con “incarnazione”, i
traduttori hanno optato per questo secondo termine e così embodied mind è tradotto con “mente incarnata”. La matematica embodied nasce dall’incontro alla Berkeley University di due
cognitivisti, George Lakoff e Rafael E. Núñez. Il primo anche linguista, noto
sin dagli anni ’80 per i suoi studi sulla centralità della metafora, che
secondo lui riguarda ogni espressione umana [16].
Núñez è un neuroscienziato che si occupa dal 1992 dell’infinito matematico e dei meccanismi di elaborazione e
apprendimento della materia. In Da dove
viene la matematica con sottotitolo Come
la mente embodied dà origine alla matematica la tesi cognitivo-linguistica
dell’embodiment coniugata con la
neurofisiologia determina l’embodied
mathematics [17].
L’apporto di Núñez nasce dal suo rapporto con Francisco Varela (1946-2001),
famoso già a metà degli anni ’80 per aver firmato con Humberto Maturana due
libri cult per la New Age. In Autopoiesi e cognizione: la realizzazione
del vivente il giovane Varela e il suo maestro avevano creato quella teoria
dell’autopoiesi che noi abbiamo
altrove criticato per il suo sotteso vitalismo [18].
Tale teoria, negatrice dell’individualità, vede la coscienza come
auto-descrizione ricorsiva del sé [19]
i riferimento all’immaterialismo di Berkeley e all’inogettivabilità del cosmo.
In L’albero della conoscenza il
conoscere è un “crearsi conoscenza” [20]
e comunicazione attraverso un linguaggio
a “struttura creazionale-evoluzionale” [21]
In seguito Varela con la neurofenomenologia
avvia una linea di indagine con riferimenti a Husserl e prima della prematura
morte aveva insegnato anche a Berkeley e qui conosciuto Lakoff e Núñez,
discutendo con loro di temi di comune interesse e partecipando alla teoria
dell’embodied mind. Il contenuto
metaforico di ogni costruzione concettuale umana sostenuto da Lakoff dal 1980
vede la metafora quale strumento formativo di tutte le concettualizzazioni
umane ad eccezione di quelle della fisica, essendo questa fondata non sul
linguaggio ma nella realtà materiale. Una prima tesi vede il formarsi dei
concetti come processo in buona parte inconscio, il che spiega perché ci
sfuggano connessioni tra campi differenti del conoscere, sì da farci pensare
che un’idea nasca in un specifico mentre così non è. Affermano i Nostri:
Noi
sosterremo che, per caratterizzare le idee matematiche, viene utilizzata gran
parte dei meccanismi cognitivi non specificamente matematici. Essi includono
meccanismi cognitivi ordinari, come quelli utilizzati per le seguenti idee
quotidiane: le relazioni spaziali di base, i raggruppamenti, le quantità
piccole, il movimento, la distribuzione degli oggetti nello spazio, i
cambiamenti, gli orientamenti dl corpo, le manipolazioni di base degli oggetti
(per esempio le rotazioni e le dilatazioni), le azioni iterate, e così via. [22]
E ancora:
Le
idee matematiche, come vedremo, sono spesso fondate sull’esperienza quotidiana.
Molte idee matematiche sono modi per matematizzare idee ordinarie, come quando
l’idea di derivata matematizza l’idea ordinaria di variazione istantanea. [23]
Lakoff e Núñez pongono quindi
gli “schemi immagine”, tra i quali lo “schema contenitore” entra in moltissime
percezioni e concettualizzazioni del reale che tendono a “fondersi” come conoscenza embodied essendo corpo e
mente univoci:
Gran
parte del nostro ragionamento astratto quotidiano viene generato tramite mappe
metaforiche tra domìni. Per la verità, molto di ciò che viene spesso detta
inferenza logica è in realtà un’inferenza spaziale, proiettata su un dominio
logico astratto. [24]
Le mappe sono contenitori di
concetti categoriali per cui «Le categorie sono
contenitori» e la processualità del pensiero si pone a più livelli, da uno
elementare innato ai più elaborati della matematica formale astratta quale mera
“forma” dis-embodied. Il legante è il procedimento metaforico, sicché: «Dal
punto di vista della mente embodied, la logica spaziale è primaria e la logica
astratta delle categorie è derivata in un secondo momento da quella, attraverso
la metafora concettuale.» [25]
Le metafore concettuali non sono solo
proiettive ma creano nuovi elementi che concrescono con quelli preesistenti in
un processo che conduce a esiti molto sofisticati tali da apparirci avulsi
dalla percezione del reale. Scrivono i Nostri:
La
matematica estende l’uso dei numeri a molte altre idee, come per esempio lo
studio numerico degli angoli (la trigonometria), lo studio numerico del
cambiamento (l’analisi matematica), lo studio geometrico delle forme
geometriche (la geometria analitica), e così via. […] la metafora concettuale è
il meccanismo cognitivo cruciale dell’estensione dall’aritmetica di base a tali
applicazioni sofisticate dei numeri […] una comprensione sofisticata dell’aritmetica
stessa richiede metafore concettuali che fanno usa di domìni sorgenti
matematici non numerici (per esempio, la geometria e la teoria degli insiemi).
[…] La metafora concettuale è anche il meccanismo cognitivo principale nel
tentativo di fornire alla matematica i fondamenti teorico-insiemistici, e nella
comprensione della stessa teoria degli insiemi. [26]
La matematica è quindi un
“procedere” di cui perdiamo i passaggi nell’inconsapevolezza di molti processi
mentali svolgentisi in tempi a volte lunghissimi nelle stratificazioni
filogenetiche-culturali. I domìni dell’esperienza
dai quali si formano le metafore
fondamentali sono quattro: la collezione di oggetti, la somma-sottrazione
di oggetti da un contesto, l’uso di aste di misurazione, il nostro muoversi
nello spazio:
Infine,
dovrebbe diventare chiaro nel corso di questa discussione, che gran parte
dell’”astrazione” della matematica più specialistica sia una conseguenza della stratificazione
sistematica di una metafora sull’altra, spesso nel corso dei secoli. Ogni
strato metaforico, come vedremo, porta una struttura inferenziale
sistematicamente da domìni sorgente a domìni obiettivo, struttura sistematica
che viene persa nei vari strati, a meno che sia rivelata da un’analisi
metaforica dettagliata. [27]
Tra domìni sorgente e domìni
obiettivo c’è sviluppo dal semplice al complesso e dal percettivo all’astratto
attraverso l’uso inconscio di metafore.
Il calcolo elementare si manifesta come subitizzazione, la capacità mentale
innata di riconoscere all’istante piccole quantità di oggetti, osservata nei
neonati e in animali come topi, pappagalli e soprattutto primati. Una
sensibilità alla “numerosità” che fa stimare i “molti” in maniera che subitizzare e stimare sono un livello elementare di matematizzazione, cui si
aggiungono capacità non matematiche come il raggruppare, l’ordinare, il formare
coppie, il memorizzare, il rilevare l’esaustione, l’assegnare un numero
cardinale (ma non ordinale). Seguono: A. la capacità di raggruppare combinatoriamente,
B. di simbolizzare, C. la capacità di
metaforizzare e D. quella di operare miscele concettuali che connettono i
diversi domini dell’esperire umano. Nascendo la matematica dal “collezionare
oggetti”, la collezione vuota crea lo zero [28].
Ciò nasce dalla metafora “L’aritmetica è collezione di oggetti” per assenza di
oggetti, ma anche dalla “Metafora dell’asta di misurazione” al suo inizio e
dalla “Metafora del movimento” per partenza da fermo. Estendendo l’esercizio
mentale all’1, nella prima metafora esso può significare “presenza minima di
oggetti”, nella seconda “la tacca più in basso”, nella terza “il passo
iniziale”.
La metafora “I numeri sono cose del mondo”
genera operazioni su “oggetti tangibili” generando il principio di chiusura di serie numerica, da cui: A: Siccome la sottrazione 5 - 5 non dà
un numero naturale bisogna chiudere con uno 0;
B: Dal momento che 3 – 5 non è
un numero naturale bisogna aggiungere i numeri negativi; C:
Poiché 3 : 5 non dà un numero naturale occorre porre i numeri naturali (le
frazioni); D: Siccome √ ² non è
un numero razionale bisogna aggiungere dei numeri irrazionali per formare
numeri reali; E: dal momento che √-1 non è un numero reale bisogna porre i numeri
immaginari per formare così i numeri complessi [29].
Le metafore sono fattori plastici, aperti, ampliabili, sicché partendo da
“L’aritmetica è moto lungo un percorso” si arriva al moto in due sensi, un
punto -5 in una direzione ha il suo simmetrico +5 dall’altra. Da ciò la
concettualizzazione di numeri positivi per punti di spazio a destra e negativi
a sinistra. Per tendenze contrarie del moto un 3 + (-5) non può che fare -2 , e
un (-4) – (-6) viene constatato come un +2, sicché più in generale e in termini
più astratti A + (-B) = A – B.
Circa l’origine
dell’aritmetica Lakoff e Núñez sostengono che bisogna guardare alla
quotidianità come: 1°. subitizzazione
spontanea del + e del – per collezioni di oggetti sino a 3; 2°. esperienze elementari
come collezionare oggetti, costruirli e segmentare percorsi e corpi allungati;
3°. coniugazione di fatti del tipo 1° con fatti del tipo 2°; 4°. elaborazione e fusione mentale tra
esperienze diverse del tipo 2°; 5°. sviluppi della subitizzazione in rapporto alla costruzione di oggetti; 6°
estensioni delle metafore-base come “mappe concettuali a inferenza costante”
nelle leggi aritmetiche (commutativa, associativa, distributiva). [30]
Le miscele metaforiche, le esperienze di collezioni, la costruzione, il
movimento, ecc. finiscono così per farci riconoscere il nesso tra aritmetica e
mondo reale. È ciò a farci capire perché la matematica “funzioni” così bene nel
leggere il mondo nelle sue determinazioni quantitative generando la metafora “I
numeri sono cose del mondo”. Da questa è nata secondo di Nostri la concezione
platonica che pensa i numeri realtà esistenti fuori dell’uomo.
La numerabilità embodied determina non solo il computo
ma anche la simbolizzazione attraverso gli ERF (Equivalent Result Frame) e generalizzazioni della metonimia fondamentale dell’algebra,
dove i simboli assumono “ruoli” differenti. Le metafore fondanti coniugate con subitizzazione
ed esperienze manipolative,
costruttive, del collezionare, del misurare e del muovere si associano poi a simbolizzazione, ordinalità e algoritmi
che utilizzano simboli ed equivalenze ERF, creando “la sovrastruttura
dell’aritmetica di base” [31].
Per arrivare alla matematica astratta i passi sono molti e implicano
l’allentamento del rapporto con l’esperienza sino a dar l’impressione di averla
abbandonata. In realtà, è solo il rapporto che non è più diretto ma mediato
dalla simbolizzazione:
Come
nei linguaggi naturali, i simboli matematici possono esser polisemici; ossia,
possono aver molteplici significati, associati in modo sistematico. Per
esempio, il + è usato non solo per l’addizione, ma anche per l’unione di
insiemi e per altre operazioni algebriche con le proprietà dell’addizione, 1 e
0 sono qualche volta usati per intendere vero e falso (e, come vedremo, non è
accidentale che 1 sia usato per vero e 0 per falso e non viceversa).
Analogamente non è accidentale che per l’unione di insiemi venga analizzato il
+ invece, per esempio, della √.[32]
Passo successivo l’algebra
attraverso un’essenzializzazione che già i presocratici avevano visto nelle sostanze,
nelle forme e nel cambiamento
ripetitivo (nascere-maturare-morire) definita teoria ingenua delle essenze [33]. La metafora riguarda anche rapporti
essenziali “tra” differenti domini matematici e ne nasce: la chiusura (la somma di una coppia di
elementi è un elemento), l’associatività
[x + (y + z) = (x + y) + z], la commutatività
(x + y = y + x), l’elemento neutro (x
+ 0 = x), l’elemento inverso (per
ogni x esiste un y tale che x + y = 0). Leggi astratte che valgono in tutte le
operazioni algebriche in schematizzazioni dove vengono coinvolti gruppi di 3
elementi del tipo {I, A, B} e rotazioni [34].
Nascono così metafore AE (Algebric
Essence) a schema fisso, sicché il dominio
sorgente algebrico è trasferito in un domino
obiettivo non-algebrico e attraverso metafore “di collegamento” si giunge
alla metafora base dell’infinito come “entità in sé”. I sistemi aspettuali nei concetti-evento
riguardano poi l’iteratività delle azioni ad aspetto imperfettivo [35],
embodied in quanto riferite ad
esperienza motorie reali spinte sino all’idea del moto perpetuo come “concetto letterale di infinito”. Un infinito potenziale che va distinto
dall’infinito attuale nei termini già
posti da Aristotele evidente quando si immagini di procedere alla costruzioni
di una serie di poligoni regolari con un numero sempre crescente di lati,
oppure quando si immagini di scrivere un numero sempre maggiori di decimali
della √2 .
L’idea di infinito pare che secondo i Nostri non possa essere che metaforica
in quanto “senza conclusione”, sicché scrivono:
Letteralmente,
il risultato di n processo senza fine non esiste: se un processo non ha fine,
non ci può essere alcun “risultato ultimo”. Tuttavia, il meccanismo della metafora
ci permette di concettualizzare il “risultato” di un processo infinito. […]
Chiamiamo questa metafora la Metafora
base dell’infinito, o BMI [Basic
Metaphor of Infinity] per brevità; il suo dominio obbiettivo è quello dei
processi senza fine, che i linguisti chiamano processi imperfettivi. L’effetto
della BMI è quello di aggiungere un completamento metaforico al processo in
corso, in modo da considerarlo con un risultato: un cosa infinita. [36]
Aggiungono: «La nostra formulazione della metafora è sufficientemente
precisa e generale, da permetterci di sostituire i dettagli di una gran varietà
di diversi tipi di infinito in differenti domìni matematici.», perciò si tratta di un modello “generale” per tutti
i casi possibili di infinitezza.
Attraverso la metafora i
“processi” diventano “cose” nella freccia
del tempo mentre la matematica è atemporale:
Come
li pensiamo normalmente i processi si estendono nel tempo; invece, nella
matematica possono esser concettualizzato come atemporali. Per esempio,
consideriamo le successioni di Fibonacci, nelle quali il termine (n + 2) –esimo è la somma del termine n-esimo e di quello (n + 1) –esimo. La successione può essere
concettualizzato o come un processo infinito che produce un numero di termini
sempre maggiore, oppure come una cosa, una successione infinita atemporale.
Questa concezione duale, come, abbiamo visto, non è propria della matematica,
ma fa parte della conoscenza quotidiana. [37]
La “cosa” può essere espressa dal simbolo “∞”, e tale simbolo diventa
così matematicamente “il tutto” dell’infinito numerico, il che è un errore,
poiché la BMI vale indipendentemente dal fatto che l’ ∞ sia
pensato come numero o no.
Anche nella geometria proiettiva l’assioma
“tutte le rette parallele si incontrano all’infinito” è un caso dell’infinito attuale con all’opera la BMI e l’intera collezione dei numeri naturali. Però l’analisi cognitiva non coincide con quella matematica:
Certamente,
la differenza consiste nel fatto che noi stiamo discutendo della struttura
concettuale da un punto di vista cognitivo, prendendo in considerazione vincoli
di tipo cognitivo, piuttosto che da un punto di vista puramente matematico, che
non possiede affatto vincoli di questo tipo . I matematici, cioè, non hanno
alcun obbligo di provare a capire quanto la comprensione matematica sia
embodied e come essa faccia uso di meccanismi cognitivi normali, quali gli
schemi immagine, la struttura aspettuale, le metafore concettuali e così via. [38]
Nel seguito, dal capitolo IX (I numeri reali e i limiti), ci si
addentra sempre più nello specifico e il X si occupa dei Numeri transfiniti, l’XI degli Infinitesimi,
il XII de I punti e il continuo, il
XIII di Dedekind, il XIV di Weierstrass,
ecc. Anche la matematica
di Dedekind sarebbe basata su metafore come “La continuità è assenza di buchi”
e “La continuità è completezza numerica” [39] così come Weierstrass avrebbe fatto uso
della BMI nel porre i dischi ipsilon
e gli infiniti intervalli incapsulati
.
Per questo la matematica embodied
si offre come superamento di un’altra che Lakoff e Núñez giudicano “creduta”, cui segue l’analisi di credenze formanti una collana di miti matematici che iniziano con
Platone, e che, attraverso Cartesio e Leibniz, arrivano a Cantor, Hilbert,
Frege, Russell:
Nel
corso di questa ricerca ci siamo imbattuti in una mitologia, che abbiamo
chiamato il Romanzo della matematica,
e man mano che la ricerca progressiva è divenuto chiaro il fatto che le nostre
scoperte contraddicessero tale mitologia. [40]
Il Romanzo della matematica ha creato credenze come: A. La matematica è una caratteristica
oggettiva dell’universo; B. La
matematica sarebbe la stessa se l’uomo non esistesse; C. La matematica è la scienza per eccellenza; D. Poiché la matematica è paradigma per la logica, essa è
razionalità pura; E. La matematica è
“nei” fenomeni fisici e un’orbita è in realtà un’ellissi [41].
Perciò:
Il
Romanzo è utile agli obbiettivi della comunità matematica, aiuta a mantenere
un’élite e quindi a giustificarne l’esistenza fa parte di una cultura che
ricompensa l’incomprensibile, in cui di norma si scrive per un pubblico di
iniziati, usando simboli, piuttosto che esposizioni chiare o un linguaggio
accessibile i più. L’inaccessibilità della maggior parte degli scritti
matematici tende a perpetuare il Romanzo e, nel contempo, i suoi effetti
dannosi. [42]
I nostri negano che la
matematica abbia un rapporto diretto con la realtà fisica perché le leggi che i
fisici formulano non sarebbero che un modo per fissare “regolarità”: «Tra la matematica
e le regolarità del mondo fisico non esiste alcuna adeguatezza che non sia
mediata: essa viene interamente realizzata nelle
menti dei fisici che le comprendono entrambe. La matematica è nella mente
dell’osservatore che è stato istruito in matematica, non nelle regolarità
dell’universo fisico.» [43],
così come le coordinate cartesiane sono “imposte” allo spazio a fini
computazionali. La matematica embodied
sarebbe l’unica corretta, ontologicamente e gnoseologicamente coerente con la
realtà fisica da un lato e con la realtà mentale dall’altro. Struttura neurale
e meccanismi cognitivi sono univoci e l’apprendimento è “funzione” dinamica di
un sotto-sistema neuronale strutturato opportunamente da neuroni e sinapsi di
una certa area cerebrale. Perciò:
Dal
punto di vista della scienza cognitiva, il fatto che tali concetti siano stati
creati e appresi, significa che deve esistere in definitiva una spiegazione su
basi biologiche e i meccanismi mediante cui essi vengono generati, imparati,
rappresentati e utilizzati. [44]
Ne emerge un pensiero
“materializzato” come epi-fenomeno neurale attraverso generazione, fissazione,
rappresentazione secondaria e utilizzo.
L’embodiment
fa della matematica un’attività metaforica per “tradurre” la realtà in concetti
e la Divina commedia va vista come un
sistema linguistico-metaforico conchiuso come lo è la logica formale di Frege.
Inoltre la realtà possiede sei proprietà
che “alludono” e “suggeriscono” concetti matematici: l’universalità (due più due fa sempre quattro); la precisione (l’espressione di una
quantità è esatta); la coerenza
(calcola il reale nei suoi enti); stabilità
(per eventi specifici e ripetibili i dati relativi sono stabili); generalizzabilità (per proprietà fisiche
definite e calcolate ogni estensione è calcolabile); possibilità di scoperta (dati fatti e proprietà da essi si scoprono
gli analoghi). [45]
Matematica come “creazione mentale”, dunque, ma applicata alla realtà; ne
deriva che se gli oggetti da conoscere tali proprietà
sono matematizzabili, e che tali
proprietà sono “ereditate” e “incorporate” dalla matematica stessa come
linguaggio. Fissati i “meccanismi” dei processi inferenziali ne derivano
stabilità inferenziale, possibilità di ampliamento, astrazione, connessioni
apparentemente naturali e stabili [46]. Ciò esclude verità o falsità non esistendo
“geometria vera” né “matematica vera”; quella, per esempio, “vale” entro i suoi
assiomi; per cui: «Essendo molto
creativi, i matematici inventeranno nuove forme di matematica, e non esiste
alcun modo per prevedere in anticipo quali saranno..» [47].
Poiché il contenuto di una matematica si rimodella coi contesti culturali, esso
cresce fossilizzandosi in idee varie, creatrici di essenze extra-mentali come la matematizzabilità della logica, la
“incrollabilità” di un edificio matematico ben fatto o che “nei fiori” vi siano
le successioni di Fibonacci, “nelle chiocciole” i logaritmi delle spirali, in
ogni cosa circolare o sferica il 3,14 del pi
greco, e così via.
La matematica crea numeri e operazioni per embodiment, poiché il cervello elabora
idee e metafore in sempre nuovi rapporti con l’esperienzialità corporea in
rapporto a configurazioni [48] e quella sofisticata è “storica”, mentre l’aritmetica
non lo è essendo il computo elementare a-storico, a-culturale, spontaneo,
meccanico, nascendo nella subitizzazione.
Questa non progredisce evolutivamente perché il sistema neurale che la produce
resta del neonato, mentre le conoscenze matematiche successive sono tutte
“culturali”. Il caso dell’aritmetica in
virgola mobile è significativo, poiché prima dell’avvento dei computer gli
utilizzi di essa erano sconosciute:
Per
le aritmetiche in virgola mobile, che possono aver due zeri, uno positivo e uno
negativo, e + ∞ e - ∞ come numeri, non valgono tutti i teoremi
dell’aritmetica ordinaria. Tuttavia, ognuna di esse è una forma dell’aritmetica
in virgola mobile, che è del tutto precisa e di per sé rigorosa. Per inciso, si
noti che non ha alcun senso chiede se nell’aritmetica in generale esistano realmente uno o due zeri, in quanto
dipende dal tipo di aritmetica che si sceglie, se normale o una delle versioni
in virgola mobile. [49]
In fase di commiato Lakoff e
Núñez si pongono una domanda e la conseguente risposta:
Perché
e, π, i, 1 e 0
intervengono sempre quando si fa matematica, mentre non accade per la maggior
parte dei numeri (ad esempio 192563947, 9853294867)? Il motivo consiste nel
fatto che questi numeri, tramite le metafore di aritmetizzazione, esprimono
concetti comuni e importanti nella nostra vita quotidiana (ad esempio la
ricorrenza, la rotazione, la variazione e l’autoregolazione). [50]
Concludono:
Sono
le idee che questi numeri esprimono a renderli significativi […]Le varie
branche della matematica matematizzano i nostri interessi, e il meccanismo per
fare ciò è costituito dall’intero sistema, fin troppo umano, di metafore e di
miscele concettuali. [51]
3.4 La fonte comune di matematica, discorso e
istinto
Lo stretto nesso tra i linguaggi matematico
e verbale è chiaro ed oggettivo: il nome dei numeri è nato assai prima dei loro
simboli; questa la posizione di Keith Devlin, direttore del Center for the Study of Language and
Information della Stanford University, che in apertura del suo The Math Gene (2000) afferma:
La mia argomentazione […] è, in tutta semplicità,
questa: la vostra predisposizione per il linguaggio è esattamente ciò che vi
serve per fare della matematica. [….] Parte della spiegazione sta nel fatto che
la maggior parte della gente non sa che cosa sia davvero la matematica. Perciò
dovrò anche spiegare che cosa intendono i matematici - gente come me – quando
parlano di “matematica”. Non si tratta solo di numeri e di aritmetica. Una volta che avrete capito che cosa studia
davvero la matematica, e in che modo il nostro cervello crea il linguaggio,
l’idea che il pensiero matematico non sia altro che un modo specializzato di
usare la nostra predisposizione per il linguaggio dovrebbe apparirvi meno
sorprendente. [52]
In altre
parole: 1°: la maggior parte di noi non sa che cosa sia veramente la matematica
al di là dell’averne imparata poca o tanta. 2°: il linguaggio è stato creato
dall’homo sapiens per formulare pensieri
e comunicarli; non ha perciò alcuna “struttura” a priori, ma solo a posteriori
nel suo “farsi attraverso l’uso”. 3°: la matematica è “specializzazione” del
linguaggio verbale.
Ricordiamo che la parola greca lόgos significa tanto “discorso”
quanto “calcolo” e che nel significato datole dagli Stoici può essere tradotta
in “discorsività calcolatrice-ordinatrice”. Nelle lingue neolatine, inoltre, la
radice “cont” indica sia il computare
che il raccontare e la parola latina ratio
(che significa sia misura che computo) è anche a base di sostativi
quali ragione e ragionare (come in negli analoghi francesi e spagnoli) concernenti
il pensiero e il discorso, non la misura né il computo. Interrelazione e
intersezioni della matematica e del discorso verbale ci sono e molto strette e
da ciò Devlin fonda la sua tesi sulla plasticità ed elasticità d’uso del
linguaggio comunicativo, perciò la comunicazione è “non-strutturale” e acquista
struttura attraverso l’uso. Inoltre la problematicità nell’utilizzo delle capacità
matematiche dipende dal loro essere frutto relativamente recente
dell’evoluzione cerebrale, considerato che il primo numero astratto è nato
circa 8000 anni fa, che la simbologia matematica data 2500 anni fa e che il
calcolo infinitesimale c’è da 400 anni. Il nostro cervello trova più difficile
fare matematica che discorrere, eppure: «Le caratteristiche del cervello che ci
consentono di fare matematica sono esattamente le stesse che ci consentono di
usare il linguaggio.» [53] Il “ritardo matematico” è dipeso dal
prevalere «l’esigenza di tenersi al corrente sulle relazioni interpersonali in
una società che andava facendosi sempre più complessa.» [54]
e il maggior uso della parola ha sopraffatto il numero. In quanto più utile ai
rapporti umani il linguaggio verbale si è sviluppato più del matematico.
Indubitabile che il calcolo infinitesimale
abbia permesso grandi progressi in fisica; Leibniz e Newton hanno inventato due
metodi con finalità identiche ma procedure differenti. Probabile che esso sia
nato per pure esigenze matematiche in Leibniz e fisiche in Newton e non è
improbabile che sia stato un adeguamento del linguaggio matematico a scoperte
fisiche che ne avevano bisogno. Dopo
averci ricordato che esistono una sessantina di differenti matematiche il
Nostro vede le vede come “scienza dei pattern
[approssimativamente = modelli]” [55]
e precisa:
Mi limiterò ad accennare che i modelli studiati dal
matematico possono esser reali o immaginari, visivi o mentali, statici o
dinamici, qualitativi o quantitativi, avere finalità pratiche o ricreative.
Essi sorgono dalla realtà pratica che ci circonda, dalle profondità dello
spazio e del tempo e dal lavorio della mente umana. Diversi tipi di modello
danno luogo a diverse branche della matematica. [56]
La
matematica perde così ogni traccia di trascendentalità per diventare immanente
alle esigenze del vivere, del pensare e dell’agire umano. Ma il Nostro affronta
poi in un lunga analisi anche le capacità matematiche degli animali, per concludere
che le differenze rispondono a esigenze quotidiane come quelle di procurarsi il
cibo in condizioni difficili, di calcolare il rischio tra attaccare e fuggire
di fronte al nemico, di ottenere un premio da qualcuno attraverso una
prestazione giudicata degna di esso.
La domanda che si poneva Wigner
cinquant’anni fa trova risposta secondo Devlin nella stupefacente varietà nella
“ modellistica astratta” della matematica:
Una volta che ci si rende conto che essa non è che una
sorta di gioco costruito dagli esseri umani, ma riguarda i modelli esistenti
nella realtà che ci circonda, l’osservazione di Wigner non sembra più tanto
sorprendente. La matematica non ha a che fare con i numeri, ma con la vita.
Riguarda il mondo in cui viviamo. Ben lungi dall’esser opaca e sterile come
tanto spesso la si dipinge, essa trabocca di creatività.» [57]
Matematizzare stimola il senso creativo
come fanno l’arte e la musica in particolare attraverso forme simboliche o
simboli, che essendo astratti determinano modelli astratti quali “scheletri”
matematici della realtà:
Il matematico si concentra su un aspetto di quel mondo
– per esempio un fiore, o una mano di poker -, ne coglie qualche caratteristica
particolare e poi elimina tutti i dettagli, lasciando solo uno scheletro
astratto. Nel caso del fiore, quello scheletro astratto potrebbe essere la sua
simmetria. In quello del poker, potrebbe trattarsi della distribuzione delle
carte o del modello delle puntate. [58]
Un
nocciolo astratto dell’operare matematico in stretto rapporto col pensare sia
in riferimento alla struttura dello scheletro sia agli elementi e sia quelle
giunzioni che sono i simboli). Il funzionamento del cervello di chi “fa
matematica”, che crea simboli per scoprire attraverso essi il mondo e così chiarito:
«Quando affermo che la matematica è un processo di scoperta, intendo dire che è
al tempo stesso un processo di scoperta del mondo che ci circonda e di noi
stessi in quanto esseri pensanti che in quel mondo vivono.» [59] L’attenzione si sposta poi sul “parlare” in
rapporto al “matematizzare” e l’autore sviluppa una lunga analisi per cogliere
ed evidenziare tale rapporto anche alla luce della linguistica. E un altro
problema che pone Devlin è di capire perché i bambini di tre anni siano già in
grado di utilizzare lo schema che egli chiama ALF (l’Albero del Linguaggio Fondamentale) notando:
Se la struttura sintattica – nella forma dell’ALF – è
cablata nel nostro cervello, allora “imparare a parlare” comporterà solo
l’apprendimento del vocabolario della nostra lingua madre, insieme a qualche
informazione sull’ordine delle parole. Fatto questo, per produrre enunciati
grammaticalmente corretti basterà inserire le parole appropriate nelle diverse
posizioni degli alberi sintagmatici. [60]
L’ipotesi
è che, evolutivamente, il cervello dell’homo
sapiens si sia strutturato in ramificazioni che già il neonato possiede, ma
“da completare” con l’apprendimento di parole e di rapporti tra parole.
L’acquisizione del linguaggio nei bambini avviene infatti attraverso due stadi:
nel 1°, relativo ai primi due anni di vita il bambino impara poche parole e ne
effettua limitate combinazioni del tipo soggetto-proprietà. Nel 2°, tra il
secondo e il terzo anno di vita, egli, improvvisamente, incomincia a produrre
enunciati formalmente e grammaticalmente già quasi perfetti.
L’ALF non sarebbe specifico di una lingua,
ma fondamento fisiologico-neurale del parlare, del pensare e del comunicare ed
è irrilevante che il neonato sia allevato in un contesto linguistico o in un
altro:
Ma che cosa intendiamo esattamente quando diciamo che
l’albero del linguaggio fondamentale
è cablato nei circuiti del cervello umano? Di certo non ci aspettiamo che un
giorno i neuroscienziati scoprano circuiti ad albero nel nostro cervello.
Piuttosto, intendiamo dire che gli esseri umani (a) hanno la capacità innata di
acquisire un linguaggio e che (b) questa capacità innata può essere descritta
da una grammatica della struttura sintagmatica
come quella contenuta nell’ALF. [61]
Tesi che
offre una spiegazione plausibile a livello genetico della nostra propensione al
linguaggio, per quanto non risponda al perché il mondo fisico sia così ben
interpretato dalla matematica. Se il conoscente si limita ad usare una sua
facoltà (il linguaggio matematico) per definire a proprio uso le connotazioni
della realtà materiale, resta da capire perché “questa” sia matematicamente
leggibile.
Devlin suppone che la strutturazione del
cervello umano verso la capacità linguistica possa essere avvenuta tra 200.000
e 75.0000 anni fa [62],
e ciò equivale a sostenere che solo il neanderthalensis
e il sapiens
abbiano avuto tale privilegio, escludendo tutte le altre versioni precedenti
del mammifero a due gambe. Questo
privilegio è identico, indipendentemente dal livello di civiltà raggiunto e «La
struttura dei sintagmi della tribù aborigena più primitiva è virtualmente
identica a quella in uso presso la sofisticata comunità di New York.» [63].
Resta da spiegare perché i bambini di New York acquisiscano meglio il
linguaggio matematico dei bambini aborigeni, ma il Nostro introduce una nota
che un poco lo spiega:
È mia opinione che la tradizionale descrizione
dell’evoluzione del linguaggio sia sbagliata. Il linguaggio non evolse primariamente per facilitare una maggiore
comunicazione. Secondo me esso emerse quasi per caso come prodotto collaterale
dell’acquisizione, da parte dei nostri progenitori, di una sempre più ricca comprensione del mondo in cui vivevano –
inteso tanto come ambiente fisico quanto come mondo sociale -, caratterizzato
da una crescente complessità. Lo sviluppo fondamentale, secondo la mia tesi, fu
quello che io chiamo “pensiero off-line”. (Né l’idea, né il termine sono miei
originali). Il pensiero off-line è la capacità di formulare pensieri astratti,
nella forma: «che succederebbe se…?» [64]
Se
l’evoluzione delle strutture neurali ha determinato “casualmente” la
predisposizione al linguaggio e non “necessariamente” (come pensano gli strutturalisti),
si comprende perché tali esiti casuali non implichino alcuna necessità che il
cervello umano metta a frutto le capacità virtuali che quella nuova struttura
permetterebbe. Così entra in gioco anche la tesi storico-culturale di Reuben
Hersh vista nel § 3.2.
In base all’evoluzione genetica un
passaggio fondamentale sarebbe allora la comparsa nello stomaco delle scimmie
propriamente dette di un enzima in grado di consentire la digestione di frutta
acerba, assente nelle antropomorfe. Ciò avrebbe favorito le prime, lasciando le
seconde nell’indigenza essendo i frutti mangiati prima della maturazione più
abbondanti e disponibili. Non più possibile la vita sugli alberi gli ominidi
avrebbero dovuto scendere al suolo e cercare altre fonti di sopravvivenza,
iniziando una competizione feroce a livello sia infraspecifico che
interspecifico. Questa situazione sfavorevole avrebbe però indotto lo sviluppo
di nuove funzioni come la visione cromatica, che si sarebbe rivelata essenziale
per “distinguere la frutta matura da quella acerba”. Sta di fatto che le
dimensioni del cervello cominciarono ad aumentare sino a raggiungere il
rapporto attuale [65]
e Devlin ne deduce che quelle maggiori difficoltà esistentive abbiano
determinato uno sforzo mentale tale da determinare lo straordinario sviluppo
dell’encefalo in termini di massa. Quindi per vivere in spazi aperti, in cui
era difficile nascondersi e quindi a forte rischio di selezione ed estinzione,
nell’homo sapiens si sarebbe indotta una mutazione genetica per
sopravvivere. O quanto meno sarebbero sopravvissute linee genetiche
mutanti.
Devlin pone allora il concetto di “azione
intelligente” come frutto evolutivo nell’essere vivente che deve “arrangiarsi“
per non morire. Casi significativi il girasole, che va cercare il sole ruotando
sullo stelo, o il batterio acquatico che si allontana da ambienti per lui
diventati tossici, o il polpo che sa “svitare” un vasetto a chiusura ermetica
per cibarsi di ciò che sta dentro e lo scimpanzé che raggiunge la banana appesa
al soffitto portando una sedia e salendoci sopra. Tra il girasole e l’uomo ci
sarebbe allora uno spettro continuo di comportamenti sviluppati da esseri
viventi “in difficoltà”, costretti a adattarsi con uno “sforzo intelligente” [66]
Il pensare matematico potrebbe esser sorto in uno stadio astraente della
consapevolezza dell’esistenza del “rapporto causa/effetto”, l’intuizione del
quale stimola a capire il perché da certe premesse ne conseguano certe
conseguenze. E tuttavia, precisa Devlin:
D’altra parte, nonostante tutti questi sviluppi
mentali, il cambiamento più significativo verificatosi nei nostri antenati
umani a quell’epoca non fu, presumibilmente, di ordine mentale ma fisico: essi
cominciarono a modificare il loro modo di muoversi. Affidandosi per la
locomozione sempre più ai soli arti posteriori, lasciarono quelli anteriori
liberi per altri scopi. [67]
E qui
entra ovviamente in gioco l’uso delle mani e delle dita nelle loro
straordinarie possibilità di presa, manipolazione e conta che si coniuga con la
capacità di articolare suoni e accompagnarli con gesti.
A cinque anni di distanza da The Math Gene il Nostro pubblica nel
2005 The Math Instinct, che offre per
la nostra ricerca altri stimoli interessanti, poiché l’analisi si sposta
dall’uomo ai molti altri animali che presentano capacità matematiche. Alcune
considerazioni sono però confermative:
Tutte le evidenze scientifiche in nostro possesso sul
modo in cui il cervello umano tratta i numeri indicano che la nostra capacità
di operare con i numeri viene solo
dopo che ciascuno di noi ha imparato le parole
che indicano i numeri “uno, “due”, “tre” e così via. Alcuni lavori con gli
scimpanzé e con altri primati mostrano che, a questo scopo, imparare i simboli
per i numeri “1”, “2”, “3” funziona altrettanto bene. Il punto è che, per
l’acquisizione del concetto di numero, sembra necessario possedere prima una
parola o un simbolo che si riferisca a tale concetto. [68]
L’importanza
di ciò è evidente, se qualsiasi concetto essere espresso solo con parole entro
regole sintattiche che le coniugano,
anche un concetto matematico non può che esser espresso attraverso
simboli e regole.
Un’affascinante argomento zoologico si apre
al secondo capitolo col cane di razza Welsh
Corgi, pare saper calcolare lo spostamento di una pallina gettata in acqua
e optare anziché per la distanza più breve per un’altra composta che però gli
fa risparmiare tempo. Si domanda il padrone del cane: «Il mio Welsh Corgi
conosce il calcolo infinitesimale?» Poiché il cane non sa la matematica egli si
dà la seguente risposta: «Potrebbe esser una conseguenza della selezione
naturale, che dà un piccolo ma importante vantaggio a quegli animali che
mostrano una migliore capacità di giudizio.»
[69] D’altra parte anche i gatti quando cadono
dall’alto per riuscire a cader sempre su quattro zampe dovrebbero anch’essi
fare e in pochi istanti un calcolo complicatissimo. Esso implicherebbe «un
sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali con una dozzina di
variabili, un calcolo che va oltre le capacità della maggior parte dei laureati
in matematica.» [70] La conclusione parrebbe allora che la
selezione naturale sarebbe un’ottima matematica per saper giudicare che cosa
premiare e che cosa penalizzare ai fini dell’adattamento biologico.
Su “che cosa possa essere la matematica” la
risposta è ancora secondo il Nostro: «La matematica è fatta di pattern. La vita stessa è fatta di
pattern.» [71] Quando un nostro lontano antenato si sarà
chiesto che cosa ci fosse in comune tra tre buoi, tre lance e tre donne, avrà
capito prima o poi che era “l’esser-tre”,
in questo caso il pattern implicato era quello delle “numerosità”. Ma quando
Newton e Leibniz, molte migliaia di anni dopo, inventano il calcolo infinitesimale lo fanno per
spiegare i pattern del moto e della
variazione continui. Un po’ prima Fermat e Pascal si consultano circa la
possibilità di una teoria delle
probabilità, quale pattern relativo ad un evento casuale che “si ripete”,
ed oggigiorno gli informatici utilizzano i pattern della logica formale per creare programmi [72].
Però, come la notazione musicale non è musica neppure la notazione algebrica è
matematica:
I simboli stampati sulla pagina son solo una rappresentazione della matematica. Se vengono
letti da qualcuno che ha studiato matematica, essi diventano vivi – la
matematica, insomma, vive e respira nella mente di chi legge. […] Il riconoscimento dei concetti astratti e
lo sviluppo di un linguaggio appropriato per descriverli sono effettivamente i
due lati della stessa medaglia. [73]
L’elemento
linguistico-concettuale in matematica non è capito perché non is è capito il
suo stare-sotto le procedure simboliche e formali; i simboli in un certo senso
nascondono la matematica e non lasciano vedere i suoi rapporti col mondo:
«Quando si va oltre i simboli, la matematica – la scienza che studia i pattern
– si riduce a un modo di osservare il mondo fisico, biologico e sociologico che
abitiamo, oppure quello delle nostre menti e dei nostri pensieri.»
Devlin torna alla zoologia per notare che
la formica del deserto pare valutare distanze contando i propri passi [74],
l’aragosta localizza la propria posizione come possedesse «la più sofisticata
versione del GPS» percependo il campo magnetico [75].
Gli uccelli migratori se il cielo è nuvoloso utilizzano riferimenti al suolo
come montagne o fiumi [76].
I salmoni nel muoversi utilizzano come riferimento la posizione del Sole, ma se
questo manca pare utilizzino il campo magnetico [77]. Tutte performance
che implicano comportamenti matematici e quindi l’esistenza di un istinto matematico. Ma il comportamento dei
pipistrelli va molto oltre rivelando un istinto che è una quasi-intelligenza
matematica (Devlin individua in 15 punti queste capacità) [78].
Il gufo non possiede il sonar ma vedendo nel buio è «una macchina per uccidere
ad alta ingegneria, dotata di un sistema di precisione che come nel pipistrello
dipende da un innato sofisticato motore di calcolo. […] usando una sofisticata
tecnica di “triangolazione matematica”» [79] Altri animali non usano il calcolo
differenziale o le frequenze visive od acustiche ma sfruttano d’istinto pattern
straordinari: sono gli “architetti della natura”. Tra essi le api che usano un
pattern di geometria bidimensionale per costruire le cellette con angoli di 120
gradi ottenendo il massimo sfruttamento dello spazio. Relativamente ai castori
pare essere l’ambiente a “fare matematica” poiché sfruttano la corrente
dell’acqua e i rifiuti che essa porta, compattando rami e determinando il profilo
della diga[80].
I ragni, infine, compiono complesse procedure per ottenere con la secrezione un
materiale resistente ed elastico con pattern geometrici differenti. [81]
Anche le piante fanno matematica e le
“successioni” (1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, ecc.) che già Fibonacci
aveva scoperto alla fine del XII secolo (ogni numero è la somme dei due
precedenti) e aveva esposte nel Liber
abaci del 1202, sono una regola geometrica molto avanzata. Se si conta il numero dei petali dei fiori,
abbastanza spesso si scopre che si tratta di una “successione di Fibonacci”. Ma
è il girasole a sbalordirci: esso si costituisce con due spirali che si
intersecano, una in senso orario e l’altra in senso antiorario; contando queste
spirali si scopre che ce ne sono sempre 21 o 34 in senso orario e 34 o 55 in
senso antiorario [82].
Ancora più stupefacente può risultare il fatto che il numero 1,61803…, chiamato
dai Greci “rapporto aureo o “sezione aurea” (indicato col simbolo Φ) lo si
scopra nella disposizione delle foglie lungo il gambo di molte piante, al fine
di ricevere sole senza farsi ombra le une con le altre. Osserva Devlin:
Le piante si sviluppano da un gruppetto di cellule
poste in cima ad una pianta in crescita, chiamato “meristema”. C’è un diverso
meristema alla sommità di ogni ramo o germoglio, ed è qui che si formano le
nuove cellule. […] Per ottenere il miglior impacchettamento e per ricevete il
massimo di luce solare, queste cellule crescono a spirale, come se il ramo
ruotasse di un certo angolo prima della comparsa di una nuova cellula. In
seguito queste cellule possono diventare un nuovo ramo, oppure petali e stami
di un fiore. [83]
Stupefacente
la logica matematica che presiede le successioni di Fibonacci
nell’accrescimento delle piante, ma forse ancor più stupefacente che ogni
pianta, a seconda delle situazioni e degli ambienti, paia operare degli
“arrotondamenti” al più vicino numero intero, sottraendosi così ai meccanicismi
matematici puri ed “aggiustandoli” con criteri individuali, contingenti e situazionali.
[84].
Un mondo in movimento e dove il movimento
lo impronta e lo caratterizza richiede una matematica del moto da parte di chi
ci vive: un divenire di base che impone ai divenienti di improntare la loro
esistenza secondo una matematica del mutamento e dell’evoluzione. L’essere
vivente, per spostarsi, per cercare il cibo, per trovare il partner sessuale,
per sfuggire il pericolo, fa della matematica. Un insetto poco amato dalle
casalinghe ha un grande talento: «I principi matematici che hanno a vedere con
la locomozione dello scarafaggio sono piuttosto simili a quelli utilizzati per
progettare e controllare i più recenti caccia ad alta prestazione.» [85] Ma, in generale, sia i pesci che gli uccelli
si muovono “ingegneristicamente” e sia aerei che elicotteri sfruttano principi
che i volatili conoscono da milioni d’anni [86].
Indipendente da quanto di matematico ci sia
nei comportamenti istintivi degli animali, un altro fatto non meno interessate
è che essi la matematica “la imparano”. I ratti e i corvi sembra essere animali
particolarmente portati per la matematica, ma anche i cavalli e, ovviamente,
gli scimpanzé, destano stupore per le loro performance. Un ricercatore
giapponese, Tetsuro Matsuzawa, è riuscito alla fine degli anni ’80 ad insegnare
a uno scimpanzé ad usare correttamente le prime nove cifre arabe [87].
La conclusione a cui giunge Devlin al Capitolo 11 di The Math instinct è che: «i ratti, diversi tipi di uccelli, i
leoni, i cani, le scimmie, gli scimpanzé e altre bestie hanno un senso del
numero molto simile al nostro.» [88].
Le capacità matematiche di molti altri animali sono tecnicamente “simili” alle
nostre, ma noi godiamo di livelli di precisione che essi non hanno, poiché non
vanno oltre la “barriera del 3” non riuscendo a capire il carattere
“processuale” del contare. [89]
In ogni
caso essi non hanno linguaggio articolato e organizzato [90]
possedendo solo matematica naturale
ma non accedendo a quella astratta.
La domanda è: “Come ha fatto il cervello umano a diventarne capace?”. Il numero
è nato 10.000 anni fa ma solo 2500-3000 anni fa ci sono i primi segnali di un
matematizzare astratto:
Questo è un periodo di tempo decisamente troppo corto
perché possa esser avvenuto qualche cambiamento strutturale nel cervello:
l’evoluzione avviene su scale temporali di centinaia di migliaia se non di
milioni di anni. Quando facciamo matematica dobbiamo sostanzialmente farla con
un cervello dell’età del ferro. In altre parole, per fare matematica
evidentemente prendiamo attitudini mentali che i nostri antenati acquisirono
per altri scopi (più precisamente, attitudini che sono entrate nel nostro
patrimonio genetico perché si sono dimostrate vantaggiose per alcune funzioni
che erano importanti per la sopravvivenza dei nostri antichi antenati), e le cooptiamo
per questo nuovo scopo. [91]
Si
evidenzia un punto chiave dell’evoluzione, poiché da casuali mutazioni
genetiche ne è nato un “utilizzo di convenienza” con adattamento, in assenza
totale di “definizione funzionale” a priori e da ciò la “creatività” degli
esseri viventi, che trovandosi “tra le mani” facoltà nuove, se ne servono
utilitaristicamente come materie o strumenti per migliorare il loro “stare al
mondo”. Poiché: «La funzione principale del nostro cervello è assicurare la
nostra sopravvivenza, almeno fin al punto in cui la nostra prole possa vivere
per proprio conto», è evidente che «Lo sviluppo delle capacità matematiche (in
un certo contesto) è al più una caratteristica secondaria.» [92]
Chiudiamo su Devlin riassumendo cinque
aspetti interessanti: 1°. l’apprendimento della matematica sulla base della
predisposizione; 2. il rapporto pensare-matematizzare per pattern esistentivi esprimibili con sintagmi logici; 3. il pensiero
matematico come utilitaristico; 4. l’esclusione di ogni implicazione
strutturale con la realtà fisica; 5. la matematica come “emergenza”
biologico-evolutiva. Tuttavia non ci pare che Devlin fornisca una riposta
esauriente alla domanda di Wigner circa l’“irragionevole efficacia della
matematica nelle scienze naturali”. Egli afferma ne Il gene della matematica che essa è «una sorta di gioco costruito
dagli esseri umani» e che «riguarda i modelli esistenti nella realtà che ci
circonda». Ora, la sua funzione si estrinseca certo nella regione biologica (RgC) e nella regione
della complessità (RgM), alle
quali l’homo sapiens
appartiene e nelle quali è collocato, ma è nella subatomica (RgP) e nella macrocosmica (RgG) dove funziona al meglio e ci regala
le migliori cognizioni. Su questo Devlin tace.
3.5 La lingua del pluralismo ontico e del
movimento
Se l’universo fosse matematico come minimo
le entità fisiche fondamentali, i fattori-base di riferimento, dovrebbero avere
valori pieni o almeno abbastanza netti. Invece le costanti cosmologiche sono
numeri privi di razionalità sì da far
pensare alla più assoluta casualità del loro generarsi. Non trama
dell’universo, quindi, ma semmai errori grossolani di tessitura da parte di un
Tessitore incapace; per questo l’invenzione di un Tessitore può far bene alla
salute e aiutarci a vivere meglio omeostaticamente,
ma è un falso. Per altro verso, i frutti più alti e spirituali di questo cosmo
se frutti di un’Intelligenza matematica dovrebbero essere “più computabili” di
quelli inferiori e materiali (particelle, atomi e molecole). È vero invece il
contrario: più si sale nella scala dell’essere e meno la matematica
serve. Avevamo notato a proposito di Barrow (§ 2.4), che la questione della
computabilità del mondo fisico noto non è scontata. Ciò significa che il
linguaggio matematico “funziona” ma “non struttura” affatto la realtà fisica e
che per una realtà differente potrebbe volerci una matematica differente.
Immaginando la matematica sub-stante il cosmo non si spiegherebbe la molta
“incomputabilità”, emergendo questioni del tipo: A. se il cosmo sia pervaso e
informato da un’Intelligenza intrinseca (il Dio-Necessità); B. se il cosmo sia
retto da un Dio-Volontà che lo gestisce;
C. se non ci sia alcuna Intelligenza che lo impronti e sia mero frutto del caso.
Tali questioni in parte sono già state
affrontate e ci torneremo, ma relativamente alla computabilità possiamo fin
d’ora affermare che qualsiasi nuova regione
della realtà di cui in futuro si potesse scoprire l’esistenza da qualche
parte per conoscerla ci vorrebbe: 1°. che fosse almeno in parte computabile;
2°. che lo fosse compatibilmente con la nostra struttura mentale; 3°. Che
avesse sufficiente coerenza strutturale da essere resa con equazioni. Problemi
l’approccio che ammettono soltanto due ontologie antitetiche: quella “chiusa”
della teologia olistica dell’Uno-Tutto, oppure quella “aperta” del pluralismo ontofisico che noi
proponiamo. Riallacciamoci ai §§ 3.2, 3.3 e 3.4, relativi all’essenza
storico-culturale della matematica, a quella toto-linguistica e a quella embodied; tutte interessanti ma carenti
nel non cogliere la matematica come lettrice e interpretante della fisicità
cosmica. Constatare che l’homo sapiens sa “matematizzare il matematizzabile”
non garantisce la “matematicità” di regioni ad esso estranee come la RgP
e la RgG perché un conto è analizzare la capacità matematizzare ed altro conto
domandarsi “perché” una proprietà cosmica sia matematizzabile. La separazione
pensiero/cosmo siamo costretti ad assumerla almeno in linea di principio e per
correttezza gnoseologica, poiché che il pensiero sia ”omogeneo” alla materia o
sia “dotato” per interpretarla sono credenza.
Per restare nella conoscenza dobbiamo
escludere sicuramente la Creazione del Dio-Volontà, ma anche l’olistico
Uno-Tutto del Dio-Necessità.
La domanda posta da Wigner rimane comunque
sullo sfondo e dobbiamo riprenderla. Quando noi avanzavamo l’ipotesi
paleo-antropologica che il numero 1 fosse venuto alla coscienza umana in
ritardo rispetto ai suoi multipli 2, 3 o 4,
alludevamo ad una processualità cognitiva che è in fondo la stessa della
fisica. L’intima struttura quantitativa del cosmo ci è infatti divenuta nota
soltanto da quando Max Planck ha scoperto la costituzione quantistica della
materia, perciò solo la realtà dei quanti
legittima l’enunciazione di numeri ad
essi applicabili del linguaggio matematico e non certo viceversa. Finché della
materia non era stata colta la struttura discreta del suo livello elementare la
sistemicità della matematica non poteva esserle correlata, mentre possiamo
farlo oggi solo perché abbiamo nozione certa dei discreti che la costituiscono.
Paradossalmente la MQ con la sua inintelligibilità in base ai vecchi schemi
mentali deterministici ha generato da un lato scetticismo e rifiuto e
dall’altro “salti metafisici”. Con essi una materialità indefinita, misteriosa,
inquietante, viene trans-sustanziata in razionalità e spiritualità risolventi
ed appaganti. Se Einstein aveva sofferto l’apparente assurdità della MQ
astenendosi da ogni salto metafisico
arbitrario, altri dopo di lui, come Tipler, non avrebbero avuto scrupoli a
farlo.
Il § 2.4 di La filosofia e la teologia filosofale recava il titolo Le illusioni antropiche: dal “continuum” ai
miti cosmogonici. Ebbene, possiamo partire proprio dal continuum per capire ciò che la matematica non è ma viene fatta
passare dai teologi filosofali e quanto una considerazione estensiva
dell’analisi infinitesimale abbia travalicato la sua utilità per prestarsi
all’invenzione metafisica di una surrettizia struttura logica del reale. I
concetti di “continuo” e di “infinito” sono infatti contigui e concorrenti alla
teologizzazione della matematica. Nulla nella realtà fisica si dà né come
continuo e né come infinito, il primo essendo un mero fenomeno ingannevole
della percezione sensoriale, il secondo un’estensione immaginaria della
coniugazione concettuale di “immenso” e “indefinito”. La matematica, una volta
liberata dai ciarpami metafisici, si offre a noi limpidamente come il
linguaggio con cui interpretiamo e leggiamo le unità discrete costituenti la
realtà, i loro assemblaggi e le dinamiche che li concernono. L’estensione della
computabilità riguarda infatti anche gli “insiemi” e le “frazioni” delle
grandezze quando presentino omogeneità, costanza e contemporaneità. Sono i
“discreti” che costituiscono la realtà conferendo forme e significati ai
concetti di lunghezza, larghezza, volume, peso, ecc. I numeri, le loro forme,
le loro espressioni, le loro operazioni, non esistono al di fuori dei discreti reali che si lasciano contare
in quanto tali o nelle loro connotazioni, rivelando quanto sia arbitraria ogni
elusione-evasione da tale relazione.
Una definizione della matematica come
“lingua dei discreti” pare riduttiva, eppure anche Barrow, dopo aver affermato
che la Natura «potrebbe esser benissimo matematica.» e che «la descrizione
della natura sarebbe in realtà un processo di scoperta più che di invenzione»,
aggiunge: «io credo che esistano alcuni legami insospettati con le nostre
abilità linguistiche.» [93]
La determinazione posizionale dei numeri ha secondo Barrow (ma anche secondo
Devlin e altri) un rapporto diretto col posizionamento delle parole all’interno
del discorso. La ragione sta nel fatto che come i paleoantropologi pensano
all’inizio i numeri erano nomi e «c’era una parola per indicare tre pietre e
un’altra per indicare tre pesci» [94]
così come l’inglese parole che indicano una coppia di fagiani e un paio di
scarpe [95].
Conclude Barrow:
Provate invece a pensare ai numeri come aggettivi, e
potrete snellire il vostro linguaggio adottando un’unica parola che indichi
“tre”, da collocarsi accanto a quella indicante una qualsiasi delle cose di cui
volete descrivere la quantità. L’importanza di quest’idea è che, se è vera,
dimostra come la numerazione emerse lungo un sentiero già in precedenza battuto
dallo sviluppo del linguaggio. La numerazione condusse infine alla matematica.
La nostra notazione matematica, come i nostri concetti matematici, nacque quale
prodotto secondario della nostra istintiva intelligenza per altre attività. [96]
Ciò che va tenuto presente è che la
matematica in quanto linguaggio umano come ogni altro linguaggio (comunicativo,
descrittivo, espositivo, narrativo, gestuale, ecc.) si presta ad un utilizzo
evolutivo. Se, infatti, il linguaggio scritto si è prestato all’evocazione
poetica e quello gestuale al mimo e alla danza, in termini analoghi e
decisamente più importanti sotto il profilo gnoseologico, quello matematico si
è rivelato di una plasticità eclatante e dalle possibilità elaborazionali
sconfinate. Esso non solo ha accompagnato la conoscenza del reale da parte
dell’homo sapiens sin dalla
preistoria ma si è rivelato indispensabile
per un’adeguazione cognitiva ad aspetti del reale nei confronti del quale le
facoltà sensoriali sono inadeguate. È infatti nell’approccio scientifico
oggettivo che la matematica diviene il correlato irrinunciabile per la
definizione di una realtà infra-umana o trans-umana sottratta alla percezione.
È questa la ragione per cui la matematica, a differenza di ogni altro
linguaggio comunicativo-descrittivo-espositivo-narrativo si connota come
linguaggio primario della scienza. Qualsiasi scienza che non si presti
all’espressione matematica resta nell’approssimazione, poiché solo l’equazione
matematica esprime il modo corretto ed esaustivo il dato e permette l’acquisizione della datità come configurazione della realtà.
L’unità fisica (il quanto) è correlabile quindi all’unità matematica (l’1) in un
rapporto che coniuga l’immensità pluralistica della materia all’immensità
astratta della matematica. Se noi, sempre in termini analogici raffrontiamo poi
il vuoto quantistico con l’immenso universo dei numeri irrazionali generati da
ciò che potremo chiamare il “regno dello 0”, coglieremo una corrispondenza del
“testo” con la sua “lettrice”. Se noi spingiamo oltre l’estrapolazione
analogica ci accorgeremo che la complessità materiale e le innumerevoli combinazioni
e assemblaggi delle particelle elementari sono in tutto e per tutto
raffrontabili con le analoghe combinazioni e assemblaggi creazionali della
matematica. Ciò ci autorizza a vedere una relazione ontica tra la materia e la
matematica? Niente affatto. Una matematica lettrice del reale non autorizza
alcun salto metafisico dal
computabile all’ontologico, così come una deduzione dimostrativa non legittima
un analogo salto metafisico dal
logico all’ontologico. La patente illegittimità di un pensiero logico che si
pretenda creatore di essere, trova rispondenza nell’illegittimità di
pretendere la matematica creatrice di struttura. Come l’ontologia
non ha niente a che fare con la logica e la dialettica, per
quanto possano esserle utiles ancillae,
così l’ontico non ha alcun rapporto diretto con il matematico.
Occorre tuttavia andare oltre la
considerazione riduttivistica che avevamo segnalato, cioè quella
paleo-antropologica che vede i numeri nascere solo da occorrenze sociali
pratiche, non si può sostenere che le divisioni del cibo o del bottino, le
transazioni e i baratti abbiano creato la matematica, e neppure che il cerchio
sia solo un prodotto mentale nato dalla visione del sole e della luna. È probabile che la visione di
grossi cristalli possa aver stimolato l’immagine astratta di piramidi o cubi
perfetti, ma resta il fatto che i cristalli sono di fatto molto spesso forme
geometriche semplici. Sulla qualità della materia (o della “natura”) ci siamo
già espressi a suo tempo [97],
precisando che dal punto di vista fisico molto di ciò che percepiamo come qualità è in realtà quantità. Il meraviglioso scenario qualitativo del mondo è in fondo
solo la gigantesca e multiforme apparenza di un mondo materiale pluralistico
rigorosamente “quantitativo”. Il mondo peraltro si offre quantitativamente a
molti livelli: non solo le masse e i volumi sono quantità come le frequenze e
le lunghezze d’onda (luce, colori, suoni, ecc.), ma lo sono anche le forme
quali dimensioni quantitative orientate nello spazio.
La materia del nostro pianeta (solida,
fluida, amorfa, cristallizzata, organizzata, ecc.) si dà sotto forma di volumi,
masse, lunghezze, larghezze, altezze, profondità, spessori, durezze, ecc. Tali connotazioni si danno con valori
convenzionali sempre relativi a una scala di riferimento ed in rapporto ad
oggetti tra loro simili o dissimili. “Percepire” gli oggetti e gli aspetti del
mondo è quindi soprattutto “misurarli in rapporto a …”. e ciò anche se, in
termini antropologico-esistenziali, la misurazione è esperienza marginale
perché è spesso la flagranza emozionale a guidarci. Sono infatti le emozioni a
suscitare in noi le idee di qualità, esse sono i veri agenti “effettuali”
determinanti per la nostra esistenza in rapporto al ciò che è “non-noi”. Cerchiamo allora di immaginare
come i nostri lontani progenitori (aldilà dell’aprioristica “divinizzazione”
dell’oggetto-aspetto del mondo) abbiano potuto ad un certo punto della
filogenesi razionalizzare e costruire la loro percezione del mondo attraverso
“le sue cose” e “i suoi fatti”. L’uomo ha fabbricato col pensiero innumerevoli
immagini del mondo giungendo a porsi domande circa la sua origine, la sua arché [98];
e tanti erramenti cognitivi con
innumerevoli oziose peripezie cogitative sul cosmo avevano origine solo
dall’ignorare la fenomenologia della materia e soprattutto che vi erano dei quanti di energia-massa a fondarla.
L’aritmetica, la geometria e
l’algebra sono applicabili ai vari
ambiti del reale, divenendo spesso strumenti indispensabili per la lettura della
realtà strutturale sottostante ai fenomeni, che è sempre e solo quantitativa,
quindi matematizzabile. Esse possono assumere forme differenti a seconda degli
ambiti o degli oggetti specifici ai quali si applicano, lasciando
all’immaginazione e alla creatività umana di elaborarne sotto-sistemi ad hoc o farsi opere di genialità
“estetica”. Ci ricorda Graham Farmelo
che Einstein, richiesto di definire la sua filosofia della fisica durante un
seminario a Mosca nel 195, scrisse a caratteri cubitali su una lavagna: «Le
leggi della fisica devono avere una bellezza matematica» [99],
essendo indubitabile che la matematica, specialmente come geometria, abbia
nella “storia della bellezza” un ruolo molto importante. La matematica, quanto
più si specializza e si fraziona in branche tanto più assume connotazione
astratte con possibilità “estetiche”, le quali talvolta si scoprono poi
attagliarsi anche a qualche contesto fisico. Sicché l’idea che sia possibile
alla mente umana di entrare in misteriosi “livelli più profondi” della realtà,
astraendo dal percepibile ed osservabile è una prospettiva sempre affascinante,
ma talvolta falsa e talvolta vera.
Un esempio recente e interessante riguarda
Eulero (Leonhard Euler, 1707-1783), che com’è noto non era soltanto un grande
matematico ma anche un grande mistico. Nel 1968 il fisico Gabriele Veneziano si
accorge che una formula esoterica di Eulero (la funzione beta) debitamente adattata gli permette di risolvere
alcuni problemi relativi all’interazione nucleare forte. Da questa
constatazione e dalle riflessioni conseguenti è nata l’idea della “corda
vibrante”, l’elemento primario di quella
che sarebbe poi divenuta nota come Teoria delle Stringhe. Le estasi dell’uomo
Eulero certamente non avevano nulla che fare con l’intima struttura della
materia, ma le elaborazioni del matematico Eulero “invece sì” o “forse sì”. Il
fatto è che l’intima struttura della materia è fatta da dei discreti (le
particelle) e qualsiasi elaborazione matematica è fatta da discreti (i numeri o
i loro simboli). Si comprende quindi bene perché il “linguaggio dei discreti”
descriva così bene un qualsiasi “sistema di discreti”. Ciò però non significa
affatto che la realtà fisica sia strutturata secondo la “nostra” matematica, ma
semplicemente che, come già rilevava Galileo nel Saggiatore, le “parole” della matematica sono le stesse della
fisica: i pluralistici discreti.
Essendo il mondo fisico un accadere-divenire
costituito da discreti, esso si
lascia leggere da un linguaggio dei
discreti, ma essendo questi
in continuo movimento, solo un linguaggio
del movimento (o cinetico) è in grado di fornirne una descrizione compiuta e di formularne
equazioni fenomeniche appropriate. Se quindi diremo che la matematica applicata
alla fisica si presenta come linguaggio
dei discreti cinetici ne avremo
data una definizione accettabile, considerato che i discreti fissi sono solo i
numeri astratti. Resta il problema dei modelli e delle simulazioni: essi sono scienza “del reale” oppure no? Le seconde lo sono certamente
anche se solo virtuali rispetto ai fenomeni reali da cui derivano. In quanto ai
modelli il problema è complesso e la modellistica simulativa non va confusa con
la modellizzazione matematica, non solo perché la prima può essere incoerente
(rispetto alla realtà) mentre la seconda è obbligata ad essere coerente
(rispetto agli assiomi), ma perché la prima “esplora una possibilità” e la
seconda “crea un possibile”. Nella sua storia l’uomo ha fabbricato molti
modelli matematici perfetti “possibili” ma pochi coerenti con la realtà, quindi
poi archiviati come “impossibili”.
Anche la Teoria delle Superstringhe e la
Teoria M sono modelli matematici perfetti, ma debbono essere considerati di
carattere autoreferenziale sino a quando, se ciò accadrà, non troveranno
conferma nella realtà fisica. La loro legittimità veritativa sul cosmo, allo
stato attuale, non è quindi maggiore dell’equazione esoterica di Eulero; però
sono belle, affascinanti e se non reali almeno “realistiche” in quanto
pluralistiche. Eppure c’è già qualcuno che tende a sostituire le stringhe con
“la” stringa, e alle brane “la” brana, tentando (ancora una volta!) di creare
l’unità metafisica come surrogazione nominale della pluralità fisica. Ciò di
cui i fisici teorici si debbono guardare è di cadere nella teologia
dell’Uno-Tutto e soprattutto in quella del Microcosmo-Macrocosmo” [100].
Le altre invenzioni ed elaborazioni vanno degnate di considerazione, se non
altro perché un’equazione differenziale può nascere avulsa dalla realtà, ma
essendo costruita con discreti cinetici analoghi agli elementi dell’essere
può sempre risultare applicabile in qualche nicchia dell’essere. Emerge
così una risposta plausibile alla domanda di Wigner: la matematica non ha un’efficacia irragionevole rispetto alla realtà
fisica poiché ne è analogo formale essendo linguaggio di discreti fissi
applicabile a discreti immobili virtuali (le masse “a riposo”) e linguaggio di
discreti cinetici formalmente analoghi ai “reali”.
La struttura atomica è un sistema mentre il
cosmo non è un sistema e tra i due estremi molto è sistemico, ma non tutto.
Ancor meno è sistemica la matematica, anzi, tutte le sue degenerazioni sono
dipese dall’aver preteso di farne “un” sistema, poiché tutt’al più essa è
multisistemica. Richard Feynman come membro di una commissione californiana per
gli studi matematici scriveva nel 1965:
Dobbiamo lasciare la mente libera di vagare alla
ricerca della soluzione di un problema. Non porta alcun vantaggio introdurre
nuovi argomenti se li si insegna alla vecchia maniera. Per usare la matematica
in modo efficace si deve avere un certo atteggiamento mentale, ovvero sapere
che vi sono molti modi di vedere un problema o un qualunque argomento. […] Qual
è il modo migliore per ottenere la soluzione di un problema? La risposta è: uno
qualunque, basta che funzioni. [101]
Che un
fisico abbia una visione pragmatica aperta e non sistemica della matematica può
sembrare ovvio solo se si ignori quanti siano i teorici della fisica che la dogmatizzano
con principi matematici. Non essendo sistemi né il cosmo né la matematica
l’adeguatezza di una teoria rispetto ad un “supposto” sistema non c’è, mentre
lo può essere rispetto a sottosistemi quando essi siano già diventati
fisicamente perspicui. Questo “paletto” gnoseologico va posto chiaramente,
almeno per ammonire l’homo sapiens
dal non cadere in quelle presunzioni teorizzanti sempre devastanti per la
conoscenza, la quale, non dimentichiamolo mai, è “frutto dell’umiltà”.
Se la matematica è indubbiamente il più
straordinario strumento di approccio e connotazione della realtà cosmica è
soltanto perché essa concerne i discreti cinetici gli enti fisici e i loro
meccanismi. L’operare reale (nella materia) o virtuale (nella matematica) con
discreti dinamici analoghi fa sì che la realtà e la virtualità siano
corrispondenti e omogenee sul piano formalistico poiché lo sono assemblaggi,
composizioni, rapporti e dinamiche. I numeri o i simboli algebrici, come i quanti, si prestano a dinamiche operazionali
complesse e differenziate: nulla di sorprendente, quindi, se moltissime
equazioni matematiche si attagliano al mondo fisico. Il fatto che la matematica
sia più arbitraria e la fisica meno, non pregiudica il fatto che un’equazione
matematica possa essere ritenuta “giusta” in rapporto al reale, e quando ciò
accade la matematica “rivela” sempre molto di più di quanto dica e in ciò sta
la sua utilità straordinaria.
L’adeguatezza del linguaggio matematico al
mondo fisico è un fatto reale ed è quindi tautologico rimarcarlo, poiché ci
sarebbe semmai da stupirci se così non fosse. L’uomo è sempre pronto a
rivendicare con enfasi le consonanze dei suoi pensieri con la realtà, salvo
tacere di quelli che stridono con essa e che “non funzionano” per essa (funzionando
però benissimo “per lui” come soddisfazioni e gratificazione
omeostatiche). Ribadiamo la nostra tesi
sulla tendenza omeostatica della nostra psiche a perseguire il
“soddisfacente-gratificante” e per nulla il reale. Se il pensiero matematico
colga e legga il cosmo in maniera corretta è il dato fisico a dircelo, ma ciò
non può mai significare che esso sia “intelligente” alla “nostra maniera” ed
ancora meno che esso sia divino e che l’uomo, ricettacolo del divino, gli sia
omogeneo. La mente umana essendo fatta di materia non può che operare secondo
le leggi della materia (che è pluralistico-discreta e diveniente-evolutiva), né
questo significa che la “visione matematica” sia “il tutto” della materia.
Questa si offre a noi soltanto (giusta l’osservazione di Galileo) come un libro
“leggibile” in termini matematici
Un’ultima nota su una posizione
estremistica che non condividiamo, vera pars
destruens di tutte le concezioni sostanzialiste della matematica. È quella di Hartley Field, che già
nel Science without numbers del 1980
e poi nel successivo Realism, Mathematics
and Modality del 1991 porta il suo affondo contro il realismo platonista ed
i suoi similari in forza di un nominalismo assoluto e intransigente. Gli
oggetti matematici sono secondo Field solo in parte indispensabili nella
formulazione delle teorie fisiche e solo quando “praticamente” tali. Siccome
gli oggetti matematici “non esistono”,
ma si pongono come utili strumenti di definizione della realtà, egli sostiene
che «la matematica necessaria per l’applicazione al mondo fisico non include
nulla che neppure a prima vista contiene riferimento ad oggetti astratti» [102].
La matematica se assunta in termini di realismo platonico va quindi considerata
“falsa”, mentre bisogna andare alla ricerca dei suoi aspetti di conservatività in senso nominalistico. Ciò significa che
un’enunciazione matematica non è mai “vera”, ma serve se funziona. Una teoria conservativa della funzionalità
matematica nel senso posto da Field è infatti «compatibile con ogni stato del
mondo fisico.» [103] Noi siamo d’accordo pensando che c’è assai
più che mera compatibilità: c’è
“analogia operazionale”, perché la matematica (o almeno molto di essa)
“funziona” con ingredienti analoghi a quelli della la materia.
NOTE
[104]
J.D.Barrow, Perché il mondo è matematico?,
cit., p.92
[105]
R.Hersh, Cos’è davvero la matematica,
Milano, Baldini & Castoldi 2003, p.15.
[106]
Ivi, p.44.
[107]
Ivi, p.45.
[108]
Ivi, p.50.
[109]
Ivi, p.51.
[110]
Ivi, p.71.
[111]
Ivi, p.78.
[112]
Ivi, p.81
[113]
Ivi, p.115.
[114]
Ivi, p.153.
[115]
Più avanti però (p. 317) di .W dice: «La bestia nera di Wittgenstein era il
platonismo: l’idea che la matematica esista fuori dell’attività umana.
Rifiutava il platonismo filosofico dei suoi genitori Russell e Frege.»
[116]
Ibidem.
[117]
Ivi, p.367.
[118]
Ivi, p.367.
[119] G.Lakoff - M.Johnson, Methaphors we live by,
[120]
Gabriele Lolli (Filosofia della
matematica,
[121]
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia
filosofale, Firenze, Clinamen 2007, p.193 e p.201.
[122]
H.Maturana-F.Varela, Autopoiesi e
cognizione, Padova, Marsilio 1985, p.101.
[123]
H.Maturana-F.Varela, L’albero della
conoscenza, Milano, Garzanti 1987, p.203
[124]
Ivi, p.174.
[125]
G.Lakoff e R.E. Núñez, Da dove viene la
matematica, Torino, Bollati Boringhieri 2005, pp.57-58
[126]
Ivi, p.58.
[127]
Ivi, p.75.
[128]
Ivi, p.77
[129]
Ivi, pp.79-80.
[130]
Ivi, p.80
[131]
Ivi, p.98.
[132]
Ivi, p.117.
[133]
Ivi, pp.134-135.
[134]
Ivi, pp.137-138.
[135]
Ivi, pp.142-143.
[136]
Ivi, p.149.
[137]
Ivi, pp.153-157.
[138]
Ivi, p.200.
[139]
Ivi, p.203.
[140]
Lakoff e Núñez, cit, p.209.
[141]
Ivi, p.227.
[142]
Ivi, p.364.
[143]
Ivi, p.413.
[144]
Ivi, p.414.
[145]
Ivi, p.415.
[146]
Ivi, p.419.
[147]
Ivi, p.423.
[148]
Ivi, p.426.
[149]
Ivi, p.430.
[150]
Ivi, p.432.
[151]
Ivi, p.437.
[152]
Ivi, p.438.
[153]
Ivi, p.542.
[154]
Ibidem.
[155]
K.Devlin, Il gene della matematica,
Milano, Longanesi 2002, p.11.
[156]
Ivi, p.14
[157]
Ivi, p.15.
[158]
Il termine inglese pattern è
difficile da tradurre in italiano, perché è in funzione del contesto dei
fenomeni considerati, potendo significare forma,
struttura, disposizione, distribuzione,
ordine, schema, sistema o infine modello, che in questo caso è ritenuto
dal traduttore il più vicino al senso originario.
[159]
Ivi, pp.20-21.
[160]
Ivi, pp.99-100.
[161]
Ivi, p.100.
[162]
Ivi, pp.174-175.
[163]
Ivi, p.197.
[164]
Ivi, p.199.
[165]
Ivi, p.203.
[166]
Ivi, p.204
[167]
Ivi, p.205.
[168]
Ivi, pp.209-211
[169]
Ivi, pp.212-214
[170]
Ivi, p.215.
[171]
K.Devlin, L’istinto matematico,
Milano, Raffaello Cortina 2007, p.2.
[172]
Ivi, p.16.
[173]
Ivi, p.21.
[174]
Ivi, p.23.
[175]
Ivi, pp.24-25.
[176]
Ivi, p.25.
[177]
Ivi, pp.32-34.
[178]
Ivi, pp.35-36.
[179]
Ivi, pp.39-42.
[180]
Ivi, pp.42-43.
[181]
Ivi, pp.46-52.
[182]
Ivi, pp.53-56.
[183]
Ivi, pp.66-68.
[184]
Ivi, pp.68-72.
[185]
Ivi, pp.80-81.
[186]
Ivi, p.87
[187]
Ivi, p.89.
[188]
Ivi, pp.93-94.
[189]
Ivi, pp.99-101.
[190]
Ivi, p.129
[191]
Ivi, p.157.
[192]
Ivi, pp.158-162.
[193]
Ivi, pp.178-186.
[194]
Ivi, p.197.
[195]
Ibidem.
[196]
J.D.Barrow, Impossibilità, cit.,
p.135.
[197]
Ivi, p.138.
[198]
Ivi, nota 13, p.366.
[199]
Ivi, pp.136-137.
[200]
C.Tamagnone, Necessità e libertà,
cit., pp.47-48 e pp.217-218.
[201]
C.Tamagnone, Ateismo filosofico nel mondo
antico, cit., pp.93-107.
[202]
G. Farmelo, Dev’essere bella, in Equilibrio perfetto, Milano, Il Saggiatore
2005, p.14.
[203]
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia
filosofale, cit., pp.103-108.
[204]
R.Feynman, Deviazioni perfettamente ragionevoli dalle
vie battute, Milano, Adelphi 2006, pp.342-343
[205] H.Field, Science without numbers,
[206]
Ivi, p.59.