I. Prologo anti-metafisico
1.1 Sfrondare l’albero della
conoscenza
Per poter parlare di “conoscenza” bisogna
che esista qualcosa che si possa riconoscere come tale. Il termine ha percorso i millenni della storia del
pensiero ed è stato oggetto di fiere lotte concettuali, soprattutto tra coloro
per i quali conoscere è “conseguire la
verità” e per i quali, dicotomicamente, la si consegue o no. Su questo
principio, che implica il terzo escluso,
si sono scannati per secoli assolutisti e relativisti, avendo i secondi come
esito estremo lo scetticismo. Abbiamo
già rilevato in L’Illuminismo e la
rinascita dell’ateismo filosofico che lo scetticismo antico, quello
pirroniano, aveva un preciso scopo euristico, metodologicamente fondato e
gnoseologicamente corretto. Dal XVII secolo in poi invece il “dubbio” assume
funzione teologica: Cartesio, Hume e Kant, dubitano di tutto, salvo che della
realtà di Dio; ed anche il pragmatismo di James in qualche misura ricalca lo
stesso schema. Il dubbio metodico di Cartesio era già paradigmatico in tal
senso, ma così ammantato di razionalismo da farsi passare per “gnoseologia”
anziché per ciò che era, teologia, per cui nel cartesianesimo una falsa teoria
della conoscenza pare rafforzarsi e ri-fondarsi. Così come si rafforza e si
rifonda ancora con Kant il secolo dopo, determinando quel paradigma metafisico
del conoscere di cui siamo in larga parte schiavi.
Anche l’ultimo quarto del XX secolo ha
visto una vigorosa rinascita di uno scetticismo generico in qualche modo
conseguente a delle condizioni psichiche di “disincanto”. Ma qui è importante tematizzare
quell’atteggiamento gnoseo-scettico, sino a punte di vera ostilità nei
confronti della conoscenza scientifica che vi si accompagna. Ciò si collega al
riflusso metafisico degli ultimi decenni del Novecento e che prosegue a gonfie
vele anche all’inizio del Duemila. D’altra parte, per la conoscenza non è
sufficiente la razionalità formale di cui la metafisica è ricchissima:
l’anti-conoscenza può essere benissimo razionalmente ineccepibile. È forse il primato della ragione
che ha nutrito la cultura dal XVIII ad essere entrato in crisi? Solo in parte.
I cippi di confine tra razionalismo e irrazionalismo erano già stati rimossi
all’inizio del XIX secolo da Schopenhauer. Poi c’è stato Nietzsche ad assestare
altri bei colpi nell’ultimo quarto, poi James a dirci che credere è più utile
che conoscere, ed infine Heidegger a toglierli di mezzo definitivamente. Non è
un caso che la maggior parte dei profeti del postmodernismo siano (e si
proclamino) nipotini di uno o due dei primi tre e figli del terzo. La caratteristica
saliente di molto postmodernisti è proprio quella di mettere in discussione, e
spesso sul banco degli accusati, la conoscenza scientifica.
Noi vogliamo cassare in filosofia il
concetto di “verità”, falsificato dalle sue premesse metafisiche e sostituirlo
con quello di “realtà”, che non possedendo valenze logiche è relativizzabile.
Inoltre, il concetto di realtà non
comporta alcun “conseguimento”, ma soltanto un progressivo ed evolutivo
“adeguamento”. Lo scopritore dei quark Gell-Mann osserva: «Si pensa che le leggi della fisica delle
particelle elementari siano esatte,
universali e immutabili (a parte le possibili considerazioni
cosmologiche), anche se noi scienziati possiamo avvicinarci alla loro conoscenza
solo per successive approssimazioni.» [1]
Approssimazioni sempre “in evoluzione” perché ogni conoscenza conseguito ne
indica altre ulteriori, come sottolinea il fisico italiano Tullio Regge: «La
portata di una scoperta scientifica non si misura dai risultati raggiunti bensì
dai problemi nuovi che essa apre in un processo evolutivo che pare non aver
fine.» [2]
La scienza è infatti senza obbiettivi e senza fine: conoscenza pura “in
cammino”. Essa è un procedere dinamico che “insegue se stesso” e si annulla
continuamente nel superarsi, nello spostare i confini del conoscibile per
lasciarsi alle spalle oggi quel che era ancora “ignoto” ieri. Nessun
“fondamento”, ma datità progressiva ed oggettiva ove
possegga quegli attributi che avevamo ritenuti indispensabili per legittimare
il concetto di realtà [3]:
l’universalità, la ripetibilità, la costanza e la normalità.
Se un dato risponde a tali attributi possiamo definirlo “oggettivo”, non
assoluto, ma plausibile, e se si vuole, filosoficamente persino
“convenzionale”. La realtà che noi
possiamo tematizzare è l’adeguazione antropica a una realtà cosmica
“probabile”, mai assolutamente certa, sicché lo stesso concetto di certezza va usato con cautela. Ma non è
questo il problema, ciò che fanno i nuovi profeti dell’antiscienza è negarle oggettività
facendola rifluire nella soggettività e con ciò oggetto di mera ermeneutica.
L’ermeneutica è la relativizzazione
sistematica di ogni “lettura”, non solo quella di un testo scritto, ma anche
della realtà conosciuta. Se tutto diventa interpretazione,
il dato scientifico non è solo “storicizzato” (la storia, in fondo qualche
elemento di oggettività lo possiede), ma fa scomparire il concetto di
oggettività scientifica. Cassata, o quanto meno messa in mora, essa viene
mescolata con la soggettività, in un ibrido relativistico dove la nebbia
culturale che ne deriva finisce per piacere o no solo su base estetica
diventando una questione di “gusto”.
Questo nuovo esercito di pensatori anti-scienza postmoderni ha inteso
dimostrarci che anche le acquisizioni scientifiche sono delle “credenze”, e
come tali persino meno affidabili delle intuizioni. Naturalmente possono farlo
perché Duhem, Koyré, Popper, Kuhn, Lakatos, Feyerabend ed altri già hanno loro
spalancato le porte. Questi epistemologi dell’anti-scienza hanno però una
funzione tutto sommato positiva, quella di “metterci in guardia” contro lo
scientismo, anche se talvolta declassano il pensiero scientifico “platonicamente” a doxa. Ce ne
occuperemo al § 6.4; ma vogliamo qui soffermarci anticipatamente sul pensatore
contemporaneo Richard Rorty.
Rorty è riuscito ad operare un’intelligente
fusione tra le ultime riflessioni di Wittgenstein, la teologia di Heidegger e
il pragmatismo morale di Dewey. È diventato così famoso e circondato di
devozione che dobbiamo prestargli attenzione, soprattutto in relazione a quel La filosofia e lo specchio della natura
apparso nel 1979, dove ci dice che tutta la gnoseologia basata sulle ricerche
sulla natura non è che un fittizio e illusorio “rispecchiarla”. Egli comincia
col dirci che una “rappresentazione accurata” della realtà basata su
razionalità e oggettività è destinata al fallimento [4],
mentre la strada per filosofare in maniera “socialmente utile” è quella di
coniugare olismo e pragmatismo per elaborare un pensiero “edificante”. Abolita
l’ontologia, svalutata la gnoseologia, secondo Rorty l’obbiettivo del pensatore
e di porsi come attore etico-estetico [5]:
Ora vorrei portare l’attenzione sul fatto che l’idea
dei “fondamenti della conoscenza” è un prodotto della scelta delle metafore
della percezione. Per ricapitolare, possiamo considerare la conoscenza come una
relazione tra proposizioni e la giustificazione come una relazione tra le
proposizioni in questione e altre proposizioni dalle quali si possono dedurre le
prime. [6]
Come si
comprende bene per lui la conoscenza è tutta “interna al linguaggio”; non dati
o fatti, ma metafore e proposizioni sarebbero i fondamenti del conoscere.
Locke, che fondava la conoscenza sulle esperienze sensorie, era solo un
confusionario che non sapeva distinguere tra “spiegazione “ e “giustificazione”
[7]
e che: «si bilanciava goffamente tra la conoscenza-come-identità-con-l’oggetto
e la conoscenza-come-vero-giudizio sull’oggetto» [8].
Per Rorty, oltre che l’interpretare, è il “conversare” che va messo in atto,
essendoci strette connessioni virtuose tra l’olismo e il ”circolo ermeneutico” [9].
Sicché «la nozione di cultura come conversazione piuttosto che come struttura
edificata su fondanti si adatta bene a questa nozione ermeneutica della conoscenza»
poiché chiacchierare è sempre utile e produce φρόνησις [10].
Questa somma “saggezza” è basata sul linguaggio, sulla tradizione, sulla
cultura come “trasmissione” tra soggetti omologhi o divenuti tali con un
fascinoso discorso ermeneutico. Il primato dell’interpretare-discorrere sullo
scoprire-constatare-provare è qui confermato nella migliore tradizione
socratico-platonica del “sapiente”, che con la sua abilità discorsiva sa farsi
ascoltare, sa aiutare gli altri a chiarirsi le idee, a rivelarsi magicamente a
se stesso.
Tale saggezza non rientra nei nostri
obbiettivi; noi apparteniamo alla categoria di quelli che pensano che la
chiacchiera diverta, ma serva anche a creare fumi e nebbie, mentre la
osservazione e la sperimentazione aiutino sempre a dissiparli. Saremo ingenui,
ma ciò basti a marcare la diametralità oppositiva del nostro atteggiamento
gnoseologico rispetto ai Rorty. Noi pensiamo infatti che parlare di “conoscenza
oggettiva” abbia un senso (per quanto non assoluto) e che la il conoscere
scientifico si costituisca come un patrimonio molto prezioso che alimenta e fa
crescere il metaforico albero della
conoscenza. Un albero che si deve
sfrondare nella sua pletorica chioma, perché anche le anti-conoscenze dei
numerosi Rorty in giro per il mondo la formano.
Che cosa intendiamo per “sfrondare l’albero della conoscenza”? Prendendo
un pó alla larga
l’analogia diremo che come si fa con le strutture vegetali dannose o inutili
occorre dare spazio e aria pura ai rami e foglie sani affinché possano svilupparsi,
senza patire la presenza negativa di elementi morti o ammalati che tolgono e
spazio utile e apporto d’ossigeno.
Gli accumuli di pseudo-cultura (e di
saggezza “alla Rorty”), siano diventati così folti e invadenti nell’ultimo
mezzo secolo da creare gravi danni a quell’albero. Tali presenze sono
devastanti in generale per la cultura, ma in particolare per la filosofia. Si
tratta di un intrico frondoso inestricabile che soffoca la struttura vitale
dell’albero impedendone un sano e vigoroso sviluppo. Tra una cultura pregressa,
perlopiù legata a tradizioni metafisico-religiose accumulate attraverso
millenni, e una straordinaria accelerazione della conoscenza scientifica si
evidenzia una frattura profonda. Forse per leggerezza, forse per insufficiente
analisi, od a causa di quelle incrostazioni ideologiche onnipervadenti dalle
quali sembra impossibile sbarazzarsi, le commistioni del “metafisico” col
“gnoseologico” hanno alterato e inquinato tutto. Ne deriva che l’”albero del
conoscere”, sempre giovane ma anche sempre vulnerabile agli insulti metafisici,
risulta oberato e soffocato da fronde mantenute artificiosamente attaccate.
Fronde mantenute in artificiale rigoglio dall’ideologia, ma in realtà morte e
mortifere per la filosofia, mentre resta difficile distinguere i putrescenti
rami metafisici da quelli vivi della scienza. Da ciò l’esigenza di por mano a
una potatura radicale se si vuole salvare la filosofia da morte sicura.
Il problema di salvare l’albero della conoscenza [11]
parrebbe sentito da molti, ma la nostra impressione è che nessuno abbia
intenzione di por mano a grandi tagli per paura di “gettare il bambino con
l’acqua sporca”. Preoccupazione anche
nostra e di cui ci siamo fatti carico allorché, in Necessità e libertà, volevamo evitarlo, sviluppando una lettura
antropologica della pregressa evoluzione dell’homo sapiens per salvarne ciò che di positivo essa recasse. Ma
un’operazione di potatura è difficile perché i rami metafisici, numerosissimi e
ben mimetizzati tra quelli filosofici, non consentono una chiara visione tra il
falso gabellato per “verità” e il vero che concerne la “realtà” [12].
Per fortuna che i rami della scienza sono sempre giovani perché si rinnovano
continuamente: essa sempre si
“autocorregge”, mentre la metafisica, fondata su concetti fossilizzati e
bloccati, anche se continuamente “rimessi a nuovo”, non si evolve mai. E
tuttavia (e in ciò sta la sua forza), quei concetti sono sempre portatori di
verità “eterne”, ed hanno sempre buon gioco contro le sempre strutturalmente e
intrinsecamente “provvisorie” acquisizioni della scienza. Queste, in quanto
tali, non sono mai date una volta per tutte, ma sempre soggette a verifica ed
aggiornamento attraverso il processo evolutivo del conoscere, che procede
sottraendo spazi all’ignoto e spostando in avanti l’orizzonte cognitivo.
In un nostro precedente lavoro di carattere
storiografico, Ateismo filosofico nel mondo antico, avevamo tentato di
mettere un po’ d’ordine e chiarezza nello studio della filosofia antica, ma ciò
è stato possibile perché abbiamo lavorato nel campo ormai largamente
storicizzato della cultura pregressa. Un campo, quindi, ormai “a bocce ferme”
nei suoi pochi o tanti documenti disponibili (per quanto spesso equivoci), e
per il quale l’orizzonte prospettico e la stratificazione ermeneutica sono
ormai abbastanza ampi. Altrettanto abbiamo fatto recentemente per il XVIII
secolo con L’Illuminismo e la rinascita dell’ateismo filosofico,
cercando di portare un po’ di chiarezza in uno scenario di per sé già molto
complicato, ma purtroppo reso fortemente ambiguo da molta ermeneutica
superficiale od ideologica. Più difficile è occuparsi dell’ontologia, perché
per distinguere il vero dal falso occorre arrampicarsi su quel metaforico
albero e studiarlo da vicino. In entrambi i testi citati, unitamente a La
filosofia e la teologia filosofale, avevamo sviluppato, in prospettiva
storica, il problema dell’omeostasi
psichica già posto in Necessità e libertà sotto il profilo esistenziale.
Eravamo così tornati alla struttura della mente nel suo insieme, delle sue
diverse funzioni, dei meccanismi che presiedono alla formazione del pensiero, e
degli atteggiamenti nei confronti del mondo e della vita che ne derivano [13].
Molte delle osservazioni là raccolte sono qui sottintese e sviluppate.
1.2 La mente e le funzioni cognitive
Precisiamo subito che non è questa la sede in
cui intendiamo affrontare quest’argomento, ma ne accenniamo poiché è
propedeutico alle considerazioni gnoseologiche ed ontologiche che intendiamo
sviluppare. Se la mente è lo strumento per mezzo del quale l’uomo si fa un’idea
della realtà, occorre preliminarmente cercare di capire come funziona; diventa
quindi indispensabile riferirsi ad un’analisi preliminare della struttura e
della funzionalità della mente umana. Avere idee significa pensare, ma sia le
idee precise che i pensieri vaghi utilizzano in generale il veicolo del
linguaggio per assumere una forma comprensibile, significante e trasmissibile.
Abbiamo detto “in generale”, non sempre, poiché noi non siamo affatto convinti
che il pensare debba necessariamente esistere solo attraverso le forme linguistiche,
e ovviamente ancor meno, come suppone qualche strutturalista, che sia il
linguaggio a creare il pensiero. Noi pensiamo che anche il piacere e il dolore,
il desiderio e la ripulsa, benessere e malessere, beatitudine e paura, le
sensazioni in genere e soprattutto le intuizioni siano forme di pensiero. Siamo
confortati in quest’opinione da Albert Einstein, che nella sua Autobiografia
scientifica del 1949 scrive:
Per me non c’è dubbio che il nostro pensiero proceda
in massima parte senza far uso di segni (parole), e anzi assai spesso
inconsapevolmente. Come può accadere, altrimenti, che noi ci “meravigliamo” di
certe esperienze in modo così spontaneo? Questa “meraviglia” si manifesta
quando un’esperienza entra in conflitto con un modo di concetti già sufficientemente
stabile in noi. Ogniqualvolta sperimentiamo in modo aspro e intenso un simile
conflitto, il nostro mondo intellettuale reagisce in modo decisivo. [14]
Quel che ci dice il teorico della
Relatività è in sostanza che il pensiero non é solo “discorso”, ma anche
“emozione”, e che quindi la mente (come insieme di più funzioni differenti, ma
coniugate) è qualcosa di enormemente complesso. Ogni forzata semplicizzazione
[15],
ciò che fa sempre la metafisica, porta
inevitabilmente alla mistificazione. Dire che la mente produce pensiero è
corretto, in analogia ad un impianto o ad una macchina che “producono “
qualcosa; ma se si pretende di definire il pensiero come un prodotto
“definito”, lo si mistifica semplicizzandolo.
La semplicizzazione è peraltro tipica anche di testi pseudoscientifici
che continuamente appaiono su testate di dubbia credibilità, poiché non c’è
nulla di più pericoloso della volgarizzazione sia essa semplicistica o
ideologica. Sottolineava giustamente Richard Feynman: « Molte “volgarizzazioni”
scientifiche raggiungono un’apparente semplicità solo a costo di descrivere
qualcosa di diverso da ciò che affermano di descrivere, e anzi di notevolmente
distorto.» [16]
Fortunatamente però, dopo millenni di
invenzioni, deduzioni e dimostrazioni arbitrarie e fantasiose, siamo giunti a
capire molto meglio che cosa sia “pensare”, quantomeno nelle sue espressioni
più semplici ed elementari. Relativamente a queste oggi la scienza ci viene in
aiuto con metodologie nuove e interdisciplinari: le cosiddette scienze
cognitive. Un campo, quello dell’analisi della mente umana, nel quale esse [17]
stanno dando da qualche decennio straordinari contributi, ma le cui indagini, a
ben vedere, concernono quasi esclusivamente la mente “computazionale” (le funzioni
di analisi e calcolo) e quasi per nulla (o in modo assai discutibile) quella
“fenomenologica” (l’intuizione del mondo e la sfera della sensibilità
individuale, relativa ad emozioni e sentimenti) [18].
Da ciò la necessità che sia la filosofia ad occuparsi di questa “seconda” mente
(ché è un gravissimo errore metodologico assimilare alla “prima”), per
esplorare razionalmente e intuitivamente quei campi d’indagine dai quali la
scienza deve onestamente autoescludersi, sia per i suoi limiti d’indagine e sia
per la mancanza di mezzi cognitivi adeguati a penetrarla [19].
In base a tali premesse siamo perciò giunti
alla conclusione che, da un punto di vista filosofico, la psiche (che avevamo individuato
come la funzione più antica e fondamentale del cervello umano) appare come
l’elemento dominante nello scenario del nostro pensare e del nostro sentire,
condizionando in gran parte la nostra concezione-visione del mondo (la weltanschauung)
ed i nostri comportamenti. Abbiamo così individuato nell’omeostasi psichica
l’esigenza psico-fisiologica primaria che condiziona i nostri orizzonti
gnoseologici e ci allontana molto spesso da ogni vera conoscenza e quindi da
ogni autentica filosofia. Essa è da ritenersi filogeneticamente instaurata nel
corso dei millenni per assicurare all’animale homo sapiens, sottoposto
alle pressioni di un ambiente generalmente ostile, il miglior equilibrio psico-somatico e le
migliori condizioni neurologiche per affrontare le difficoltà del vivere. Ciò,
purtroppo, indipendentemente dalle nozioni oggettive che possano pervenire
all’uomo dalla percezione, dall’osservazione e dallo studio della natura reale
del mondo nel suo divenire. A tale
proposito ci sembra interessante la seguente osservazione di John David Barrow:
Questa propensione per la completezza è strettamente
associata al nostro amore per la simmetria. Noi abbiamo una sensibilità innata
per le regolarità e un naturale apprezzamento per la simmetria […] Un modo
assai efficace per comprendere come mai possediamo molte strane capacità
consiste nel riconoscere che le nostre facoltà mentali si evolsero diversi
milioni di anni or sono in ambienti diversissimi da quelli in cui ci troviamo a
vivere oggi. In quell’ambiente primitivo, certe sensibilità tendevano ad
aumentare le prospettive di sopravvivenza di chi le possedeva rispetto a chi ne
era privo. [20]
Per quanto
siamo talvolta non d’accordo con Barrow in questo caso lo siamo, anche perché
la formulazione del concetto di omeostasi
nasce proprio da considerazioni di carattere evoluzionistico. L’evoluzione
biologica ha favorito le formae mentis
monistiche e deterministiche perché “utili” e “convenienti”, sia ai fini della
sopravvivenza, sia per esorcizzare eccessive turbative mentali determinate da
un mondo inospitale, sia per favorire la prolificità con l’evocare un mondo
alla fin fine buono, giusto, perfetto, e quindi ottimisticamente divino.
È a partire dal concetto di omeostasi psichica, e da considerazioni
relative ad essa, che avevamo analizzato i problemi filosofici che esso poneva
sotto i profili antropologico e filosofico. Ciò ci aveva permesso di concludere
che il successo delle religioni si collega strettamente all’esigenza
omeostatica della psiche, e che le weltanschauungen religiose, o
comunque metafisiche, sono il più valido e semplice mezzo per soddisfarla.
Analizzando l’interazione tra le diverse funzioni della mente, indicate
convenzionalmente in quattro organizzazioni, coordinate ma distinte (la psiche,
l’intelletto, la ragione e l’idema [21]),
più due infrastrutture (la coscienza e la memoria), siamo
stati indotti a concludere circa l’inesistenza di qualcosa come un “comando
operativo”, una “direzione” centrale nel cervello. I prodotti della mente, i
pensieri, si formano attraverso una sintesi a posteriori del lavoro delle varie
funzioni operata dall’intelletto, che produce una “risultante” che
emerge alla coscienza. Questo significa che noi cogliamo in uno stato
d’animo solo la “risultante” di operazioni differenti. Ogni funzione
costituisce un’organizzazione che si configura operativamente, e non già
topologicamente, in una rete di neuroni e di sinapsi che “nella contingenza”
percepiscono gli elementi di una certa situazione e li elaborano per offrirci
una risposta esplicativa od operativa. Ciò avviene in gran parte attraverso
schematismi dell’eredità genetica e in parte minore dall’abitudine o
dall’esperienza, ma essi sono configurati operativamente di volta in volta,
grazie a una libertà di pensiero e di volizione che ci può sottrarre alla
cogenza di essi.
Le quattro organizzazioni mentali
non hanno lo stesso peso nel determinare l’elaborazione del pensiero, anche
perché due di esse (la ragione e l’idema) le vediamo come frutti
relativamente tardi dell’evoluzione, ravvisabili soprattutto nell’operare delle
sinapsi e rese possibili solo dalle evoluzioni più recenti della corteccia. La psiche
resta infatti l’organizzazione funzionale dominante, quella che sovrintende ai
desideri e alle fantasie, alle aspirazioni e alle paure. Ma soprattutto quella
che (se non limitata dalle altre funzioni) determina l’appiattimento
dell’individuo su schemi fissi radicati nella varie tradizioni culturali
istituzionalizzate, impermeabili ad ogni novità e quindi richiedenti un investimento minimo di energie
mentali [22].
In altre parole, mentre l’intelletto e la ragione stimolano
l’individuo alla conoscenza e alla scoperta, la psiche determina le sue
pigrizie e le sue paure, facendogli sempre scegliere la via più conosciuta,
esente da rischi, appagante e gratificante. Quella, appunto, che si accorda con
l’esigenza omeostatica. Ne consegue che la psiche, con le sue resistenze
e le sue inerzie, può arrivare a determinare una vera tirannia reazionaria ed
involutiva sul complesso dell’attività mentale, mettendo all’angolo le funzioni
dell’intelletto e della ragione, quelle più determinanti ai fini
della vera conoscenza e più direttamente coinvolte nell’attività scientifica e
filosofica.
In generale, l’ambito operativo dello
“psichico” è quindi enorme, ridondante, pervasivo, insinuandosi persino laddove
parrebbe dover rimanere assente, cioè nella ricerca scientifica. Anche nei
momenti in cui l’individuo opera analisi e confronti rigorosi, può affacciarsi
quel momento di stanchezza in cui la psiche fa sentire la sua cogenza.
Essa toglie concentrazione e induce a seguire schemi abitudinari e riposanti
che deviano l’operatività razionale verso derive non conformi all’attività
cognitiva. Non a caso abbiamo citato la stanchezza (ma potremmo anche
aggiungere l’indigenza e la malattia) come possibili cause di blocco o
indebolimento dell’attività razionale e di involontario ricorso a quella sorta
di Pozzo di San Patrizio delle nozioni acritiche acquisite con l’imprinting
infantile e con l’educazione. Esse infatti “si fissano” in schemi mentali che
diventano poi schemi comportamentali che possono diventare, in situazioni
particolarmente difficili, uniche guide al pensare e all’agire. Se una condizione di difficoltà ambientale e
situazionale può stimolare l’individuo a mettere in opera il meglio della sua intuizione
intellettiva e del suo coraggio, può avvenire anche l’opposto. Ciò accade
quando lo stato di crisi spinge l’individuo a rifugiarsi in un passivo
“psichico” irrazionale-reazionale, da ciò la rinuncia ad affrontare l’ignoto
con inventiva e volizione. In balìa della psiche l’individuo tende a rifugiarsi
in una specie di “grembo materno”, che lo mette al riparo dallo stress.
Un grembo accogliente, rassicurante e gratificante, che la psiche mette a
disposizione come funzione protettiva ontogenetica sua propria, formata e
stabilizzata attraverso l’evoluzione ai fini della miglior sopravvivenza.
La psiche può salvare l’integrità
della persona in crisi (sono di tal genere le cosiddette “conversioni” alle
fedi nel sacro), ma nello stesso tempo condannarla all’involuzione
intellettuale. Il grosso pericolo, dal punto di vista filosofico, sta nel fatto
che vi è un limite inferiore da cui si rischia di non uscire più. La fede è
infatti sempre una meravigliosa culla, accogliente e gratificante, che fa sentir
bene, che dà ottimismo esistenziale ed escatologico, che dà forza e coraggio,
poiché “si sa“ che il Sommo Bene “esiste, provvede e farà giustizia”. Ciò non significa affatto che l’individuo non
sia più in grado di fare scienza, ma soltanto che tenderà a leggere i risultati
del proprio lavoro in base a una “credenza” che non ne condizionerà l’elemento
operativo e sperimentale, ma molto probabilmente l’interpretazione. Questo
succede proprio perché la mente non è “una”, ma un insieme plurale di più funzioni,
connesse ma non sempre concorrenti allo stesso obbiettivo; sicché, per l’intelletto
e la ragione l’obbiettivo è il conoscere, mentre per la psiche è
sempre e soltanto l’omeostatico “sentirsi bene”. Questa consapevolezza ci
permette di distinguere tra il “volere che una cosa sia così” e il “constatare
che così non può essere”; ma questa seconda opzione può procurarci stress,
insoddisfazioni, turbamenti, insicurezza, paura della realtà attuale e del suo
possibile evolvere nell’avvenire.
1.3 Anti-filosoficità della
metafisica
Non è certo eccessivo sostenere che
l’influenza della teologia platonica sulla cultura occidentale è stata non
soltanto enorme, ma fondamentale per tutti gli sviluppi che essa ha presentato attraverso
il tempo e sino alla modernità. Senza Platone non soltanto è impensabile una
“filosofia” come quella che purtroppo imperversa, ma neppure il Cristianesimo
nella forma attuale, e neppure un’apertura alla teologia orientale nelle forme
che si sono affacciate in Occidente dal XIX secolo in poi. Chiunque intenda
affrontare qualsiasi problema storiografico sulla filosofia non può prescindere
da Platone per comprenderne origini, fasi e sviluppi. Ciò avvalora la nota
affermazione di Whitehead, che abbiamo altrove ricordato [23],
relativa al dominio e alla pervasività del pensiero platonico. Il successo del
pensiero filosofante idealista è quasi inimmaginabile senza la forma
logico-dialettico-dialogica nel quale si è manifestato: un dialogare dotto nato
nelle rilassate e cortesi conversazione conviviali o post-conviviali. Ma è
altrettanto indubitabile, e determinante, la componente eristica della
discussione nell’agorà greca e la
fondamentale componente dialogica del dramma attico, dove fra il corifeo e
l’attore, e tra i due gruppi contrapposti del kòmos, si sviluppa l’epifania del mito. La conclusione della
dialogicità platonica è una sola: l’invenzione della dialettica come mezzo
primario per “produrre” il divino, dargli forma, renderlo credibile e persino dimostrarlo.
Platone è riuscito, in modo
straordinariamente felice e fortunato, a fondere insieme vari aspetti della
dialogicità (probabilmente già presenti in Socrate) trasferendoli in prosa e
facendone un “genere” a sé stante, che si sarebbe poi imposto come maniera
primaria e indimenticabile di produrre qualcosa chiamato impropriamente
“filosofia”. Il dialogo platonico è costituito da tre elementi: 1° essere un
dialogo “preconfezionato” nella dialettica delle “parti” che ne producono lo
sviluppo; 2° bilanciare affermazioni, confutazioni ed esplicazioni in vista di
un “effetto”; 3°, offrire attraverso la
“rappresentazione” la ”ri-scoperta” mnestica della verità. Si tratta di
un dialogo “pilotato”, non di una tenzone dialettica tra eguali, ma tra interlocutori
gerarchizzati, dove a quello che ha torto viene dato un vantaggio iniziale per
vederlo poi sgretolarsi man mano che il dialogo si svolge. Esso è infatti
“rappresentazione” di un confronto dialettico che è anche spettacolo, di un
cortese botta e risposta pilotato dalla saggia “guida” che crea un esito
scontato, come può esserlo quello di un qualsiasi testo teatrale “a tesi”.
L’esclusione dell’azione scenica per una pura dialogicità non indebolisce
l’”effetto”, ma semmai lo rafforza in un evento meta-scenico. L’effetto
dialogico si fissa nelle asserzioni veritative che emergono nei punti cruciali
della conversazione e si fissano nella memoria dell’uditore-lettore come
verità. Le verità parziali si “rivelano” poi solo come aspetti di “una” suprema
verità trascendente del Bello-Buono-Vero, dianzi celata dall’ignoranza
dell’interlocutore “perdente”, che alla fine si riconosce tale accettando la
rivelazione che la guida “vincente” gli ha propinato: la divina medicina
discorsiva che cura l’ignoranza.
Se ci siamo soffermati sulla struttura del
dialogo platonico e di converso sugli strumenti, sulle modalità e sulle
finalità di un discorso preteso filosofico, è perché desideriamo qui rendere
omaggio al pensatore che ne è stato più lontano: Leucippo. Platone ha potuto
imporsi sulla scena filosofale in quel mondo così totalizzante e invasivo solo
a scapito di una filosofia autentica, cioè di un tentativo di interpretazione
della realtà profonda a partire dagli elementi percepibili della realtà stessa.
Un tentativo di produrre filosofia non solo frustrato dall’imporsi della
prospettiva idealistica (meravigliosamente “omeostatica”!) ma del tutto
occultato. Il forzoso oblio dagli idealisti, probabilmente attraverso una vera
e propria distruzione fisica dei suoi documenti, era già stata perpetrata
verosimilmente ben prima dell’éra cristiana, ma in ogni caso completato. Le
opere sulla teoria atomistica scritte da Leucippo (e delle quali è storicamente
documentata la stesura e l’esistenza) sono scomparse, come quelle di Democrito.
Ma queste, per fortuna, ci sono in qualche modo pervenute, sia pure con
inevitabili rimaneggiamenti o interpretazioni includenti ambiguamente elementi leucippei. È quindi la
perdita dell’opera di Leucippo il risultato più grave del dominio idealistico,
quella che ha portato conseguenze esiziali per gli sviluppi del pensiero.
Dall’atomismo leucippeo era venuto il primo approccio alla realtà cosmica fuori
da scorie mitiche o teologiche e basato sulla pluralità del reale ontico.
Leucippo è la figura di pensatore che più
si contrappone a Platone e si delinea come nostro referente pregresso. A fronte
della straordinaria fama di Platone (anche grazie al possesso di “tutta” la sua
opera), a Leucippo (anche a causa della distruzione di “tutta” la sua opera) è
stato riservato solo oblìo, sino a rendere persino dubbia la sua esistenza. È
motivo più che sufficiente per considerarlo la figura più importante della
filosofia antica, nella misura in cui è stato misconosciuto, trascurato e (quel
che è ancora più grave) equivocato. Misconoscimento, trascuratezza ed equivoco
strumentali alla sua eliminazione dall’evidenza della scena filosofica,
lasciandoci in eredità solamente una sorta di suo fantasma nominale attraverso
il pensiero di Democrito. Naturalmente non ripeteremo qui i risultati di una
ricerca e di un analisi condotte altrove [24],
ma esse fanno da sfondo ad ogni nostra considerazione sulle aberrazioni della
falsa “storia della filosofia”. Distrutti i suoi scritti, confuso con
Democrito, incerti i suoi natali: quasi inevitabile dubitare persino della sua
realtà storica [25].
Un destino infausto che rende tanto più grande la sua figura, che non ha
lasciato dietro di sé (a differenza di molti suoi colleghi) né opere custodite
dalla memoria, né testimonianze dirette sul suo pensiero, né aneddoti di sorta
sulla sua esistenza. Né si è compreso (o non si è voluto comprendere) che la
portata rivoluzionaria dell’atomismo leucippeo era già stata praticamente
depotenziata dal suo allievo Democrito. Questi, probabilmente per ragioni di
coerenza interna delle sue tesi biologiche, si era visto costretto a introdurre
la necessità come causa “unica” della formazione e dell’evoluzione del cosmo,
dando così luogo a quel gran pasticcio caso-necessità le cui conseguenza nefaste
hanno infirmato la comprensione dell’atomismo antico fino ai nostri
giorni.
Il problema che ci poniamo allora, all’alba
del XXI secolo (e con alle spalle le teorizzazioni della Relatività Generale e
della Meccanica Quantistica), è di affrontare filosoficamente le acquisizioni
gnoseologiche della fisica contemporanea per cercare di capire come, alla luce
di esse, la filosofia possa operare. La questione è se la filosofia, quale
“amore del conoscere”, sia in grado di
condurre analisi originali sul cosmo e sulla materia elementare e formulare
tesi plausibili sulla loro realtà fisica. Ciò perché la filosofia (e proprio se
vuole legittimarsi rimanendo “altro” rispetto alla scienza) deve evitare di
auto-condannarsi alla sedule ripetitività, all’ermeneutica infinita del
pensiero pregresso, alle tautologie di una logica logicista, ai giochetti
bizantini della dialettica, alle spesso oziose elucubrazioni linguistiche e
strutturalistiche. Nello stesso tempo essa deve evitare di precipitare verso
quei mistici olismi monistico-totalistici che stanno alla base delle teologie
orientali, che presupponendo la “eticizzazione” dell’ontologia, si allontano
asintoticamente dalla scienza, avendola a priori rigettata come uno dei “frutti
di Maya”. La massima parte di ciò che passa per “filosofia” è in realtà,
dobbiamo purtroppo ribadirlo, mera “teologia”, sia che il soggetto-causa di
essa sia un Dio-Essere, un Dio-Logos, un Dio-Verità, un Dio-Volontà, un
Dio-Necessità, un Dio-Bontà od altro ancora.
Non tocca alla filosofia patire solamente
le devastazioni della teologia di Platone, apparentemente aeterna, ma
anche quelle peremnis di molti suoi successori dichiarati o nascosti
fino ai giorni nostri, passando per la triade secentesca Cartesio-Spinoza-Leibniz
e ovviamente per Hegel. Nel contesto della presente questi assume importanza
particolare, essendo colui che della logica e della teologia ha fatto una cosa
sola. Ora, siccome la logica è implicata nella scienza quanto
nell’anti-scienza, ci corre l’obbligo di darne qualche cenno, anche per
renderci che i logici puri sono sempre teologi mancati. La Scienza della
logica è opera di un Hegel maturo (la prima versione è del 1817), conta un
migliaio di pagine ed è una vera summa del suo pensiero: impossibile
quindi qui “darne conto”, ma solo fornirne cenni erratici, cominciando dalla prefazione.
Chi conosce bene Hegel opererà mnemonicamente i passaggi utili, chi lo conosce
poco non si sprema troppo e colga le citazioni come dei meri punti di
riferimento, chi non lo conosce per nulla provi a cogliere un tipo
straordinario e affascinante di linguaggio filosofale (per quanto possibile
date le nostre rotture di frase), oppure salti direttamene al prossimo
paragrafo.
Incominciamo col capire come Hegel si opponga
a una concezione meramente strumentale della logica, scrivendo
nell’Introduzione:
Quando si prende la logica come scienza del pensare in
generale, s’intende con ciò che questo pensare sia la semplice forma di una
conoscenza, che la logica astragga da ogni contenuto […] in modo che la logica
[…] non possa dare altro che le condizioni formali di una vera conoscenza, non
già contenere essa stessa una verità reale, e nemmeno esser soltanto la via per
giungere a questa, appunto perché l’essenziale della verità, il contenuto,
rimarrebbe fuori di essa. [26]
No, dice
Hegel, la logica è anche ontologia, proprio perché guida alla verità in quanto essere
vero-assoluto e ragione-idea-spirito, non solo a certezze formali.
Se «l’intelletto riflettente s’impadronì della filosofia» occorre sapere che
“riflettente” significa anche «astraente» e «separante» [27].
Quindi:
Volto contro la ragione, cotesto intelletto si conduce
quale “ordinario intelletto” umano o
senso comune, e fa valere la sua veduta che la verità riposi sulla realtà
sensibile, che i pensieri sian soltanto pensieri, nel senso che solo la
percezione sensibile dia loro sostanza e realtà, e che la ragione, in quanto
resta in sé e per sé, non dia fuori che sogni. [28]
Hegel
scrive in un periodo in cui sono ancora forti gli echi di un pensiero
materialistico settecentesco rifluente nel positivismo, e dà corso a una
battaglia contro di esso. “I vostri sono sogni”, sottintende Hegel evocando la
Maya delle Upanishad indiane, mentre “i nostri sono l’unica vera realtà
dell’essere, che voi (ingannati dalla percezione) non potete capire”. Ed allora
ecco riallacciarsi al divino Platone nell’affermare: «Il sapere [com’è inteso
dagli scienziati] è tornato ad essere l’opinione.» [29]
Salvarsi dal materialismo scientifico significa combattere i procedimenti
induttivi usati nella scienza: «Perciò, la logica oggettiva prende piuttosto il
posto della metafisica di una volta, come di quello che era l’edificio
scientifico sopra il mondo, da innalzarsi solo per mezzo di pensieri.» [30]
E riallacciandosi all’Introduzione della Fenomenologia dello spirito
come “scienza della coscienza” (dove «la coscienza ha per risultato il concetto
della scienza, vale a dire il sapere puro») aggiunge: « La logica ha
quindi per presupposto la scienza dello spirito che appare, scienza che
contiene e mostra tanto la necessità e con ciò la prova della verità di questa
posizione che è il puro sapere, quanto in generale la sua mediazione.» [31]
La logica per Hegel è scienza allo stato puro e fondamentale, poiché si occupa
della verità assoluta e del fondamento dell’essere: Spirito- Assoluto.
Saltiamo ora alla fine del capitolo II,
dove l’idealismo diventa “principio”, sia per la religione e sia per tale
“filosofia”:
Ogni filosofia è essenzialmente idealismo, o perlomeno
ha l’idealismo come suo principio, e la questione non è allora se non di sapere
fino a che punto codesto principio vi si trovi effettivamente realizzato. La
filosofia è idealismo com’è idealismo la religione. [32]
La
“filosofia” hegeliana (la teologia filosofale) e la religione sono fondate
sull’idealismo, cioè sul “pensiero deduttivo”, in quanto è questo per gli
idealisti il fondamento della realtà, si chiamino essi Parmenide, Platone,
Sant’Agostino, Cartesio, Spinoza o Hegel. Il conoscere scientifico, quello
sulle cose e dei fatti, e solo “induttivo” e fuori di tale orizzonte, non
perché cose e fatti non esistano, ma perché la loro natura, al livello più
basso del divenire è insignificante per l’indagine sulla circolarità
dell’essere diveniente.
Che cosa siano le cose e i fatti lo
apprendiamo nel capitolo III del libro II, allorché Hegel esponendoci la sua dottrina
dell’essenza, ci precisa (c) che “Il sorgere della cosa
all’esistenza” è la cosa stessa, «ma gettata fuori nell’esteriorità
dell’essere» [33]
per un’insieme di “condizioni” del venire all’essere, ma senza il fondamento,
che rimane nell’essere più profondo. Infatti le condizioni: «Appaiono
come una molteplicità priva di unità, mista con un elemento extraessenziale ed
altre circostanze, che non appartengono alla cerchia dell’esserci in quanto
costituisce le condizioni di questa cosa determinata.» [34] Come nasce una cosa, l’ente materiale? Grazie
al verificarsi delle “sue condizioni (possiamo aggiungere: “logiche”):
Quando si sono verificate tutte le condizioni di una
cosa, essa entra nell’esistenza. La cosa è, prima che esista; e precisamente è
in primo luogo come essenza, o come incondizionato; secondariamente un esserci,
ossia è determinata, e questo nell’accennata doppia maniera, da un lato nelle
sue condizioni, dall’altro nella sua ragion d’essere. In quelle essa si è data
la forma dell’essere estrinseco, privo di fondamento, perché come assoluta
riflessione è il negativo riferimento a sé e fa di sé la sua presupposizione.
Questo presupposto incondizionato è quindi l’immediato privo di fondamento, il
cui essere non è nulla, fuorché un esistere privo di fondamento. [35]
Una volta
esistente, le condizioni della cosa svaniscono ed essa rimane all’esistere come
un incondizionato-infondato “venuto fuori”, in quanto: «sorge dal fondamento
solo in quanto questo “è andato giù” e non è più; dall’infondato, vale a dire
dalla propria essenziale negatività o pura forma. Questa immediatezza mediata
dal fondamento e dalla condizione, e identica con sé per via del togliersi
della mediazione, è l’esistenza.»
[36]
Per quanto i bizantinismi ragionatori rendano un po’ oscuro il discorso, ciò
che ne emerge inequivocabile è l’inconsistenza dell’ente materiale quale “cosa”
priva di fondamento: fenomeno precario e inconsistente sulla via del divenire
dell’Assoluto, l’unica Realtà-Verità.
Si comprende bene come con questi criteri,
di cui Hegel è latore paradigmatico ormai mitico, siano soltanto la punta di un
iceberg sotto la quale sta la gigantesca massa teologico-filosofale che riempie
le nostre biblioteche. Ma dopo l’esplosione dei fuochi d’artificio discorsivi a
ben vedere ciò che rimane è il buio pesto, la notte profonda della conoscenza filosofica
che dura da ventiquattro secoli, salvo qualche timida stellina dal Settecento
in poi. Abbiamo usato la Logica hegeliana quale esempio, ma avremmo
potuto assumere qualsiasi altra espressione dell’idealismo. Simili negli
intenti e nella forma, più flagrante ma non “mitica”, avremmo potuto usare una
delle opere maggiori del neo-parmenideo Emanuele Severino, come La struttura
originaria (1958), l’Essenza del nichilismo (1972) o il Destino
della necessità (1980). In questi testi le cose e i fatti di cui si occupa
la scienza emergono dall’essere (struttura originaria) per apparire alla
coscienza dell’homo sapiens in attesa di rituffarsi in esso fino alla
prossima apparizione. La meccanica logico-dialettica del discorso teologale è
sempre la stessa: si elabora un discorso logicamente corretto e lo si ammanta
di dialettica fascinosa. Poi, da questo piano, “si salta” arbitrariamente al
piano ontologico. La legittimità logica viene assunta surrettiziamente come
legittimità ontologica. Forma discorsiva ed essere divengono pertanto una cosa
sola, poiché, come ci ha insegnato Heidegger, il linguaggio sarebbe la culla
dell’essere.
Un’ulteriore considerazione per chiudere il
paragrafo. Tale teologia filosofale dagli echi tanto pletorici quanto esangui, da
ormai quasi un secolo (salvo eccezioni come quella di Severino) non produce più
“grandi sistemi” di pensiero. In compenso si è lanciata in ciò che potremmo
chiamare, mutuandolo da quella lingua tanto cara ai metafisici sistemici, ή
απειρά ερμηνευτική,
un’ermeneutica infinita, che estende sine die una rimasticazione infinita
della metafisica pregressa., Lo scopo è quello scoprirne ed evidenziarne sempre
nuovi recessi, sempre nuove rivelazioni, sempre nuovi distinguo, che permettano di espandere all’infinito oziosi sviluppi
linguistici, filologici, logici, dialettici, su qualche cosa che è ormai
cadavere ma tenuto in vita apparente con sapienti ri-mummificazioni ed
ectoplasmi.
1.4 Teologia filosofale del cosmo inventato
La teologia filosofale non può che
attribuire al cosmo caratteristiche che convengano all’Intelligenza che lo
determinerebbe. Ovvie quindi perfezione, armonia, organicità, ecc. che in
qualche modo “devono” concernerlo, se non in termini sincronici alla Creazione
(come pretendeva Leibniz) almeno in quelli diacronici, a conclusione di un
processo evolutivo-perfettivo. Questa
premessa non induca a pensare che noi consideriamo positivi l’imperfezione e la
disarmonia; anzi, in termini antropici auspichiamo ogni possibile perfezione e
armonia nel nostro mondo. Il problema è che tali connotazioni sono riferite
all’essenza di un cosmo inventato. Perfezione e armonia riferiti alla realtà
cosmica possono infatti diventare nefasti per la conoscenza, in quanto pongono
un a priori metafisico totalmente
falso, che condiziona l’atteggiamento euristico e svia dalla corretta analisi
della realtà.
È probabile che i primi a formulare
concetti di tal genere siamo stati i conquistatori Ārya dell’India intorno
al 2000 a.C. Già nei Veda abbondano i
riferimenti ai concetti di perfezione ed armonia espressi col termine sanscrito
parāmīta, che ha la stessa
radice di paramārta, che
significa “assoluto”. Nella cultura occidentale è stato il termine platonico di
άγαθόν
ad includere tutti i possibili significati di perfezione ed armonia, fino ad
Aristotele, il quale, col suo riconosciuto spirito analitico, ha tentato di
definire il significato di τέλειος,
che significa sì “perfetto” ma anche “compiuto”, scrivendo (Metafisica, 16, 1021 b, 11-33):
Si dice perfetto: (I) ciò al di fuori di cui non si
può assumere nulla, neppure una sola parte (ad esempio, è perfetto il tempo di
ciascuna cosa, quando al di fuori di esso non è possibile assumere alcun tempo
che ne sia una parte); (II) ciò che, per quanto concerne la virtù e il bene non
può esser superato da altro nell’ambito del proprio genere […]; (III) ciò in
cui è ormai immanente il fine buono […] poiché il fine è un punto estremo […]
Le cose che sono dette “perfette” nella loro essenza, assumono tale appellativo
in tutte le suddette accezioni […] [37]
In realtà,
l’accezione II si incunea tra la
prima e la terza in senso relativistico. È
significativo però che successivamente essa sia diventata meramente rafforzativa
delle altre due, nel senso di quell’assolutezza formale ed ontologico-etica che
la tradizione idealistico-cristiana ha poi imposto. San Tommaso afferma (Summa Theologiae, I, 73, a 1): «La
perfezione in una cosa è cosa duplice […] la prima perfezione sta nel essere
perfetta nella sostanza […] la seconda
nel suo fine […] La prima determina la seconda, poiché la forma è il principio
della finalizzazione ». E Spinoza scrive (Ethica,
I, prop.XXXIII, scolio II):
Poiché dunque le cose non hanno potuto essere prodotte
da Dio in un modo e in un ordine diversi, e che questo sia vero segue dalla
somma perfezione di Dio, senza dubbio la sana ragione non può persuaderci
credere che Dio non abbia volto creare tutte le cose che sono nel suo
intelletto con quella stessa perfezione con la quale le intende. [38]
Dunque il
mondo non può essere che perfetto quale materializzazione del pensiero di Dio.
Ma il mondo “in Dio” è tutta la realtà, e dunque (II, Definizione VI): «Per
realtà e perfezione intendo la stessa cosa.» [39]
Già in Spinoza, la forma e l’essenza del reale si coniugano nel concetto di perfezione come “armonia intellettuale”
dell’Uno-Tutto, il Dio-Necessità.
Facciamo un salto di circa un secolo per
arrivare a Kant, che invece è assertore del Dio-Volontà e che trascura un poco
il concetto di perfezione, o quantomeno lo relega nel campo degli attributi.
Poiché il Dio della Bibbia è l’essenza di ogni essenza, includendo in sé ogni
possibile perfezione formale, è solo in senso paradigmatico e esemplificativo
che nel campo dell’estetica si può attribuire una qualche perfezione alle cose
del mondo sotto le due specie dell’”utilità” e del “bello”. Due concetti
“logicamente” non assimilabili, che tuttavia la tradizione filosofica ha
riunito, sicché nota Kant nella Critica
del giudizio (I, § 15):
Ma rappresentarsi una finalità formale oggettiva senza
scopo, cioè la semplice forma di una percezione (senza alcuna materia, e senza
un concetto di ciò con cui deve avvenire l’accordo, se anche si trattasse della
semplice idea di una regolarità in generale), è una vera contraddizione. […] è
vano credere che i concetti del bello e del buono differiscano solo per la
forma logica, e che il primo sia un concetto confuso, il secondo un concetto
chiaro della perfezione, pur essendo identici nel contenuto e nell’origine […]
La facoltà dei concetti, confusi o chiari che siano, è l’intelletto […] esso vi
entra però non come facoltà della conoscenza di un oggetto, ma come facoltà
dell’determinazione del giudizio e della sua rappresentazione (senza concetto),
secondo il rapporto di questa al soggetto e al suo sentimento interno, e
precisamente in quanto questo giudizio è possibile secondo una regola
universale. [40]
L’intelletto,
che per Kant è solo la “capacità di pensare” (Crit.Rag.Pura, Logica, Introduzione, I), non è certamente
quello di Spinoza, per il quale (Ethica,
V, prop. XL, scolio): « […] appare manifesto che la nostra Mente, in quanto
intende, è un eterno modo del pensare, che è determinato da un altro modo
eterno del pensare, e questo a sua volta da un altro e così all’infinito; e che
tutti insieme costituiscono l’eterno e infinito intelletto di Dio » [41] Sarà poi Hegel a riprendere il concetto
spinoziano traducendolo in Ragione Assoluta, all’interno della quale la Perfezione,
come Armonia, diventa attributo “formale “dell’Assoluto nei termini seguenti:
«L’armonia infatti è un rapporto di differenze qualitative, anzi di una
totalità di tali differenze, che trovai il proprio fondamento nell’essenza
della cosa stessa.» [42]
L’essere
è quindi il fondamento dell’apparire
del rapporto delle differenze che si esprime in unità-totalità armonica come loro sintesi, e da ciò:
Ma al contempo le diversità qualitative non solo si
affermano come differenze con la loro opposizione e contraddizione, ma anche
come unità concordante […] Questo loro concordare è l’armonia. Essa consiste da
un lato nella totalità di lati essenziali e dall’altro nella semplice loro
opposizione dissolta, per cui la loro appartenenza reciproca e la loro connessione
interna si palesano come loro unità. [43]
Perfezione
ed armonia sono connotazioni estetiche del divino che sono strettamente
connesse e l’utilizzo dell’una o dell’altra è indifferente: l’armonia è sempre
perfetta e la perfezione è sempre armonica.
Whitehead [44]
realizza una sintesi originale che include elementi di Leibniz e di Hegel. Il
suo Il processo e la realtà è un
saggio cosmologico interessante, che appare nel 1929 e getta nuova luce sul
coautore dei Principia Mathematica,
scritti con Russell e pubblicati dal 1910 al 1913. Il Nostro riflette sulla
relatività einsteniana, la coniuga con le sue conoscenze matematiche,
filosofiche e teologiche, e poi, con La
scienza e il mondo moderno (1925), getta le basi di una cosmo-teologia che
si dispiega compiutamente in Process and
Reality. Egli scrive:
L’immanenza di Dio nel mondo, rispetto alla sua natura
primordiale, è un impulso verso il futuro basato su un appetito presente.
L’appetizione è, ad un tempo, la valutazione concettuale di un sentimento fisico
immediato, combinata con l’impulso alla realizzazione del dato concettualmente
“preso”. [45]
È noto che
era stato Spinoza a connettere l’appetitus
col conatus (Ethica, III, prop. IX, scolio) anticipando un concetto di appetizione in termini fisico-mentali
quale «essenza dell’uomo» [46]
che Leibniz nella Monadologia avrebbe
precisato in senso armonicistico e Kant come una delle due forme del desiderio (la inferiore). Per Kant si tratta di due “forze” che spingono
l’individuo verso un “desiderato”, in vista del quale «non importa donde
provenga la rappresentazione di quest’oggetto che piace, ma importa solo quanto
esso piace» [47]
Una pulsione, dunque, che prescinde dalla natura del desiderato in una sorta di
“cecità desiderante”, e che non può non ricordarci la generale volontà di vita de Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, che
vedeva Kant come un maestro. Un maestro “incompiuto”, però, come ha ben visto
un acuto studioso di Schopenhauer, Fabio Bazzani, che non a caso ha infatti
intitolato un suo saggio del 2002 L’incompiuto
maestro. Metafisica e morale in Schopenhauer e Kant [48]. Whitehead sembra trarre, in varia misura,
stimolo dal pensiero metafisico pregresso, per arrivare a formulare una nuova
forma di pulsione ontica ben resa dalla frase:
L’appetizione è il fatto immediato che include in se
stesso un principio di inquietudine, implicante la realizzazione di quello che
non è e potrebbe essere. L’occasione immediata condiziona in tal modo la
creatività così da procurare nel futuro la realizzazione fisica del suo polo
mentale. [49]
Leibniz a
parte, l’appetizione di Whitehead sembra in qualche modo configurasi come una
versione metafisica di “evoluzione” materiale ma su spinta spirituale, che si
estrinseca “all’occasione” come evento creativo di tipo involontario, quindi
panteistico-vitalistico. L’appetente non è infatti un soggetto, ma un
“supergetto” quale Dio-Origine dell’essere
attuale che realizza una creazione evolutiva dove l’adattamento evoluzionistico darwiniano diviene adattamento
creazionale. Infatti:
Tale supergetto primordiale della creatività
raggiunge, nella sua unità di soddisfazione, la valutazione concettuale
completa di tutti gli oggetti eterni. È questo l’adattamento fondamentale,
ultimo della connessione degli oggetti eterni, dal quale l’ordine creativo
dipende. È l’adattamento concettuale di tutti gli appetiti nella forma di
avversioni e attrazioni. Esso
costituisce il significato della rilevanza. La sua condizione di fatto reale
efficiente è riconosciuta col chiamarlo la “natura primordiale di Dio”. [50]
Origine-Dio,
quindi, che per impulso vitalistico crea l’Essere-Dio reale. Le analogie col
vitalismo di Bergson inducono il Nostro a precisare:
Anche la “intuizione” bergsoniana sembra astrarre
dalla forma oggettiva dell’emozione e dello scopo. Questa forma soggettiva è un
elemento essenziale della nozione di “prensione concettuale”, come invero di
quella di ogni prensione. […] Una prensione concettuale è una visione diretta
di qualche possibilità di bene o di male – di qualche possibilità riguardo a
come le realtà possano essere definite. [51]
Qui, pero, bene/male non
sono riferiti a realtà particolari, ma unicamente al modo con cui un soggetto
umano percepisce la realtà. Ma il Dio-Origine è, come abbiamo visto, un supergetto, che ha solo una “visione
appetitiva” del suo possibile futuro e Whitehead si preoccupa di cercare una
conciliazione con la fisica moderna nel sottolineare che il divenire non è, alla maniera della
vecchia metafisica, «una serialità unica per il suo incremento di novità» [52],
ma piuttosto un processo nel quale «Le occasioni reali sono le creature che
divengono, ed esse costituiscono un mondo continuamente esteso. In altre
parole, l’estensione diviene, ma il divenire
non è esso stesso esteso.» [53].
Ciò permette al Nostro di affermare che (per la luce) teoria ondulatoria e
teoria corpuscolare sono conciliabili:
Perché tanto un corpuscolo quanto un elemento avanzante di un fronte
d’onda sono semplicemente una forma permanente che si propaga da creatura
atomica a creatura atomica. Un corpuscolo è infatti un “oggetto durevole”. La
nozione di “oggetto durevole” può essere, però, realizzata più o meno
completamente. Così, in stadi differenti della sua traiettoria, un’onda luminosa
può essere più o meno corpuscolare. [54]
Il divenire è per Whitehead l’estrinsecarsi dell’intuizione
auto-creativa del Dio-Origine, che crea estensione come lo spirituale crea il
materiale, senza però mai diventare materia. In tutto ciò, per quanto prevalga
l’influsso di Leibniz, non sfuggirà neppure l’eco cartesiano di una res cogitans suprema ed originaria (Dio)
che crea la res extensa come sua
espressione creazionale ”attuale”.
Passiamo ora a considerare il capitolo II
della Parte Quarta dell’opera, dove si parla di continuo estensionale. Noi percepiamo con i nostri sensi lo spazio
ed il tempo come delle “estensioni” e Whitehead chiama ciò “immediatezza di
presentazione” del mondo reale [55].
Ma la potenzialità non deve essere
confusa con la realtà, essendo essa
continua, mentre la realtà è discreta, cioè “atomica” [56].
Noi percepiamo il mondo reale-attuale “prendendolo” attraverso i nostri sensi,
ma tale “prensione” ha un rapporto ambiguo col tempo, perché l’”oggetto eterno”
primordiale rimane anche quando noi abbiamo guardato e toccato una sedia, dal
momento che lo sguardo-tocco lascia solo una sedia “in-immagine”, poiché «C’è
un passato più remoto in tutta la natura esterna al corpo.» [57].
Ma l’“immediatezza di presentazione” del mondo fisico non è solo un fatto
fisico:
Questa descrizione dell’”immediatezza di presentazione” presuppone due
assunzioni metafisiche: I) Che il mondo attuale, in quanto è una continuazione
di entità che sono stabilite reale, e già divenute, condizioni e limiti la
potenzialità della creatività al di là di se stesso. […] Ciò esemplifica il
principio metafisico che ogni “essere” è una potenzialità di “divenire”. Il
mondo reale è il “contenuto oggettivo” di ogni nuova creazione. […] II) Le potenzialità reali relative a tutte le
posizioni sono coordinate come determinazioni diverse di un unico continuo
estensionale. Questo continua estensionale è un unico complesso di relazioni,
nel quale tutte le oggettivazioni potenziali trovano posto. Esso soggiace
all’intero mondo, passato presente, futuro. [58]
Vi è un “unicità”
originaria potenziale onnitemporale (passato + presente + futuro), cioè eterna,
che diventa una “totalità” reale e discontinua che è «la solidarietà di tutte
le posizioni nell’intero processo del mondo» ed anche «la prima determinazione
dell’ordine.» [59];
quindi la realtà del mondo e del suo futuro «è legata» a «questo continuo» [60].
Un continuum primigenius che genera
il mondo ed è base della sua possibilità d’essere divenendo ciò che è stato,
ciò che è e ciò che sarà. L’universo è quindi un grande “organismo”, che cresce
sotto la spinta di un’Origine che è nel
suo essere “appetizione di divenire” [61]
e che, riconosce Whitehead: «è più vicina a Cartesio che a Newton» e che «È anche vicina a Spinoza. Però Spinoza
basa la sua filosofia sulla sostanza monistica di cui le occasioni reali sono
modi inferiore, mentre la filosofia dell’organismo inverte questo punto di
vista.» [62] Il Nostro conosce la meccanica quantistica e
sa che il monismo ontologico non è più proponibile, ma neppure un pluralismo
materialistico è per lui accettabile; perciò propone un universo pluralistico
ma regolato da un ordine “uno” (e ovviamente “divino”).
Il capitolo III della Seconda Parte non
poteva che esser titolato L’ordine della
natura, poiché ciò che è divino non può essere che “ordinato”, e dal
momento che l’entità primordiale «è Dio» [63]
se ne deve dedurre che: Dio è “nel passato”, “concresce” e crea concrescendo” [64].
Dettagli a parte:
La filosofia dell’organismo tende a
esprimere una cosmologia coerente basata sulle nozioni di “sistema”,
“processo”, “progresso creativo verso la novità”, “res vera” (nel senso
cartesiano), “fatto bruto”, “unità individuale dell’esperienza”, “sentire”, “ tempo
come perpetuo perire”, “permanenza come ricreazione”, “scopo”, “universali come
forme della definitezza”, “particolari” – cioè res verae – come agenti ultimi del cieco fatto”. [65]
Viene da chiedersi se
manchi qualcosa!. La risposta è: “No!”
Abbiamo infatti un “sistema globale”, quindi un “ordine intrinseco”
deterministico insieme al ”cieco fatto” indeterministico. È
facile costruire un’ontologia mettendoci dentro tutto e il contrario di tutto,
ma Whitehead non è ingenuo e ci precisa:
Nella filosofia dell’organismo si sostiene che la nozione di organismo
ha due significati, interconnessi ma separabili intellettualmente, cioè, il
significato microscopico e il significato macroscopico. Il significato
microscopico riguarda la costituzione formale di un’occasione reale,
considerata come il processo di realizzazione di un’unità individuale di
esperienza. Il significato macroscopico riguarda l’essere dato del mondo reale,
considerato come il fatto bruto, che ad un tempo limita ed offre possibilità
all’occasione reale. [66]
Metafisica esaustiva
conglobante la scienza, dunque. Ma la scienza non è qualcosa che può essere
usato ad hoc per inventarsi nuove
teologie evoluzionistico-vitalistiche. Ma il Nostro sa che va a colpo sicuro
nel regalarci una teologia complessa molto affascinante.
Sorvoleremo sulle dotte e cosmetiche
considerazioni storiografiche su Cartesio, Hume, Kant, Hegel e persino su
Einstein [67]
per arrivare alla “concrescenza” e alla “supplementazione” quali modalità del
“farsi “ dell’organismo cosmico [68]. In Processo
e realtà si parla poco di Hegel, ma poi lo troviamo in Scienza e filosofia:
Nel mio libro Processo e realtà
ho parlato pochissimo di Hegel per una semplicissima ragione. Voi ricorderete
che ho dedicato la maggior parte della mia vita professionale alla matematica,
che studiavo e insegnavo, e gran parte della mia vita ad elaborare la logica
simbolica […] Però devo riconoscere che fui influenzato da Hegel, perché sono
stato amico intimo di Mac Taggart […] [69]
John Ellis MacTaggart (1866-1925) era in effetti un fervente hegeliano [70],
che ha chiuso la propria carriera con un poderoso The nature of existence dove coniuga una logica rigorosa logica con
un misticismo visionario. Whitehead, in realtà, per quanto la sua teologia
possegga buona coerenza interna, riesce anche a trovare legittimazioni
extra-teologiche nella fisica contemporanea.
D’altra parte, in metafisica è molto facile
prendere un big-bang, un’espansione, una meccanica quantistica e una relatività
e farne fattori creazionali; basta nominarli, assumerli, integrarli in una
fenomenologia del divino e la cosa funziona perfettamente! Inevitabile e
scontato che anche la “cellula” facesse la sua comparsa in una prima
definizione dell’organicismo whiteheadiano come una “teoria delle prensioni”:
La filosofia dell’organismo è una teoria cellulare della realtà. Ogni
fatto ultimo è un complesso cellulare, non analizzabile in componenti dotati di
completezza equivalente di realtà. La cellula può venir considerata
geneticamente e morfologicamente. […] Nella teoria genetica la cellula viene
mostrata come quella che si appropria i vari elementi dell’universo da cui
sorge, per la formazione della propria esistenza. [71]
Ogni organismo, in quanto
tale, è un essere vivente costituito da cellule come suoi elementi, che, , a
loro volta, come esseri-viventi-base che lo costituiscono, lo determinano e lo
fanno funzionare. Ma nella teologia di Whitehead l’organismo, come abbiamo
visto nella I e II Parte è Dio, un Dio-Organismo che si autorealizza come
realtà estesa e pluralistica. Perciò: «L’autorealizzazione è il fatto ultimo
dei fatti. Una realtà è autorealizzantesi, e tutto ciò che è autorealizzantesi
è una realtà. Un’entità reale è ad un tempo il soggetto dell’autorealizzazione,
e il supergetto che è autorealizzato. » [72]
Il supergetto (il Dio-Origine) si autorealizza creando la realtà. Una realtà
tuttavia che, in quanto divina, non può essere oggetto, ma è soggetto e siccome
Dio è reale e si autorealizza: « tutto ciò che è autorealizzantesi è una realtà
». L”essere reale” implica una “definizione” in quanto realizzato:
Ma la definizione è l’anima della realtà; il raggiungimento di una
definitezza particolare è la causa finale che anima ogni processo; e il suo
raggiungimento fa fermare il processo, di modo che per mezzo della trascendenza
passa nell’immortalità oggettiva, come una nuova condizione oggettiva aggiunta
al tesori della definitezza raggiungibile, la “potenzialità effettiva”
dell’universo. [73]
Le aristoteliche Causa
Prima e Causa Finale come connotazioni del Dio-Necessità sono qui evocate nel
divino Organismo whiteheadiano. La potenzialità si fa realtà e si definisce, la
immortale originaria trascendenza diventa immanenza a sua volta immortale.
Il processo di causa-effetto si esplica
come un concrescere tutto interno alla divinità dell’Organismo, nel quale c’è
«un duplice aspetto dell’impulso creativo» [74].
Esso è infatti bipolare, spirito e materia fusi “in essenza”:
Perciò un’entità reale è essenzialmente bipolare, con i suoi poli
fisico e mentale; e persino il mondo fisico non può essere correttamente inteso
senza riferimento all’altro suo lato, che è il complesso delle operazioni
mentali. Le operazioni mentali primarie sono sentimenti concettuali. [75]
L’antico dualismo
immanenza/trascendenza è risolto olisticamente in un monismo che le fonde in un
Uno-Tutto organico, ma per evitare il rischio che questo possa essere pensato
come un’impersonale natura spinoziana concrescente “per necessità” Whithehead si preoccupa di farci capire che
l’Organismo ha una mente e un appetizione, quindi una “volontà” che lo avvicina
a una super-monade leibniziana che opera con un “pensare” che implica un
“sentire”, producendo sentimenti
concettuali.
L’Organismo si autocrea avendo in sé, come
Origine, un “ordine” e una “tendenza vitale” concettuali-sentimentali, e
l’autocreazione è “pilotata” dall’autocritica :
Il soggetto si completa nel processo della concrescenza per mezzo di
un’autocritica delle proprie fasi incomplete. In un altro senso la tendenza
soggettiva limita con la propria autonomia il principio ontologico. Ma lo
stadio iniziale della sua tendenza è una dotazione che il soggetto eredita
dall’inevitabile ordine delle cose realizzato concettualmente nella natura di
Dio. Così lo stadio iniziale della tendenza si radica nella natura di Dio, e il
suo completamento dipende dall’autocausazione del soggetto-supergetto. Questa
funzione di Dio è analoga all’azione innocente delle cose nel pensiero greco e
buddista. [76]
Appetizione divina e
autocreazione pilotata dall’autocritica rispondono a un «inevitabile ordine
delle cose » che sta nella mente di Dio. Tutto ciò si configura come una
ricapitolazione della teologia delle due grandi culture ellenica e indiana e in
un loro superamento alla luce della fisica moderna. Il processo avviene per
“condizioni categoriali” ed «Esse governano il processo generale
dell’”immaginazione concettuale”, per quanto riguarda la sua creazione
nell’esperienza fisica.» [77].
Completa il quadro l’”armonia soggettiva”, perché l’Organismo è complesso ma i
contrasti tra i suoi elementi sono sempre conciliabili in un’armonia finale [78].
L’Organismo whiteheadiano è perciò una
molteplicità ordinata e organizzata dove
ogni parte riproduce il Tutto. Perciò: «Ogni fase del processo genetico
presuppone l’intera quantità e lo stesso fa ogni sentimento di ogni fase.» [79]
e inoltre: «Le entità reali
atomiche esprimono individualmente l’unità genetica dell’universo. Il mondo si
espande per autounificazioni ricorrenti, ciascuna delle quali ricrea
automaticamente con la sua aggiunta una nuova molteplicità.» [80],
ma ciò che lo caratterizza è anche la “geometricità”, che nel rapportarsi alla “sentimentalità” genera
“tensioni”. Infatti: «Un sentimento, in cui le forme esemplificate nel
dato riguardano i luoghi geometrici retti e piani sarà chiamato una ”tensione”»
[81]
e quindi:
Una tensione è un’integrazione complessa di sentimenti più semplici; ed
include nel suo carattere complesso i sentimenti più semplici, in cui le
qualità interessate sono più particolarmente associate con questa sede.[…] Nel
processo di integrazione questi elementi geometrici più vasti acquistano
un’implicazione con le qualità originate negli stadi più semplici. Il processo
è un esempio della categoria della trasmutazione; e lo si può spiegare mediante
l’intervento di sentimenti concettuali intermedi. [82]
Fanno la comparsa sentimenti concettuali “intermedi” come
fattori non più solo creativi, ma come agenti trasmutativi di sentimentalità in
geometricità. Ma l’esistenza delle tensioni tra i differenti aspetti
dell’Organismo richiede secondo Whitehead anche una «dottrina della rilevanza tra una forma e qualsiasi occasione a cui
essa partecipi.» [83].
Essa implica due dottrine subordinate:
La filosofia dell’organismo giustifica questa rilevanza mediante due
dottrine: (I) la dottrina che Dio incarna una compiutezza basilare di
appetizione, e (II) la dottrina che ogni occasione effettua una concrescenza
dell’universo, incluso Dio. Allora, per la categoria della riproduzione
concettuale, le prensioni vettrici dell’appetizione divina, e delle altre
occasioni, confluiscono nel polo mentale delle prensioni concettuali; e
mediante l’integrazione di questo polo con le prensioni fisiche pure nascono i
sentimenti fisici primitivi dei dati sensoriali, con le loro forme soggettive
emotive e deliberate. [84]
In questo passaggio
piuttosto contorto ciò che emerge è la volontà di creare corrispondenze con il
fisico e il mentale integrati, col sentimento originario appetente, Dio,
includente in una totalità integrata ed armonica. Ma Whitehead si preoccupa
anche di rendere chiaro che Dio resta comunque il Creatore unico della realtà,
anche se l’appetisce come proprio futuro, e attiva Origine Prima di tutto ciò
che è e sarà. Perciò:
In tutta l’esposizione della filosofia dell’organismo abbiamo preso in
considerazione l’azione primaria di Dio sul mondo. Da questo punto di vista
egli è il principio della concrezione – il principio mediante il quale da una
situazione che altrimenti sarebbe piena di ambiguità ha avuto origine un
risultato definito. […] Ma Dio oltre ad esser primordiale è anche conseguente.
Egli è l’inizio e la fine. [85]
Siamo ormai vicinati alla
sintesi dell’Organicismo whiteheadiano, a cui accediamo con in passaggio
seguente:
Perciò, analogamente a tutte le entità reali, la natura di Dio è
bipolare. Egli ha una natura primordiale e una natura conseguente. La natura
conseguente di Dio è cosciente; ed è la realizzazione del mondo reale
nell’unità della sua natura, e attraverso le trasformazioni della sua sapienza.
La natura primordiale è concettuale, la natura conseguente è la trama dei
sentimenti fisici che si sovrappongono in Dio ai suoi concetti primordiali. [86]
Analizziamo la successione
dei termini: abbiamo la bipolarità mente/corpo, gli elementi strutturali
ragione e sentimento, il processo
creativo che si distende tra la primordialità e
consequenzialità, la sapienza che si evolve creando e diventando
onniscienza, la potenzialità originaria che nel farsi realtà diventa
onnipotenza realizzata. Dio è strutturalmente fatto di spirito e di materia, il
primo come concettualità, cioè ragione progettante, il secondo come
consequenzialità, cioè sentimento cosciente della fisicità realizzata.
Il parlare di “sentimento fisico” da parte
di Whitehead non è un ossimoro, anzi, costituisce il cuore di un panteismo
organicistico che tenta di conciliare, superare e riassumere, i temi principali
della metafisica occidentale, da Platone a Hegel, tentando di sussumere in
sottofondo la fisica del XX secolo. Sin qui mancherebbe ancora qualcosa di
ancora più “divino”, la Perfezione, ma il Nostro lo dà poco dopo:
La perfezione della tendenza
soggettiva divina, derivante dalla completezza della sua natura primordiale
produce il carattere della sua natura conseguente. In essa non c’è perdita né
ostruzione. Il mondo è sentito in unisono di immediatezza. La proprietà di
combinare l’incremento creativo con il mantenimento d’immediatezza reciproca, è
ciò che nella sezione precedente abbiamo inteso dire con il termine “perenne”.
La sapienza della tendenza soggettiva prende ogni realtà per quello che essa
può essere in un tale sistema perfetto. [87]
Dio non è solo perfezione
originaria, ma anche completezza progettuale in attesa di dispiegarsi; una
volta dispiegata, operando la conciliazione di tutte le tradizioni, essa si
configura come armonia nell’eternità. Il Dio-Organismo compiuto è una
conseguenza del Dio-Origine potenziale, e questo, come appetente, ha molte
connotazioni di un Dio-Volontà che è anche Amore, un amore-in-sé realizzantesi
nei sentimenti fisici fuori-di-sé ma come espansione del sé. Infatti «Il mondo
è sentito in unisono di immediatezza». Il mondo whiteheadiano è poi anche,
leibnizianamente, “il migliore dei possibili”, poiché nasce dalla perfezione
pensante-autoprogettante e si realizza in un’autocreazione conseguente. Resta
però l’impressione che il processo sia in qualche modo “necessitato”.
Un Organismo che nella successione della
consequenzialità nasconda la predeterminazione? il Nostro fiuta il rischio di
quest’impressione, perciò subito corre ai ripari scrivendo:
La natura conseguente di Dio è il giudizio che egli porta sul mondo.
Egli salva il mondo nell’atto in cui questo passa nell’immediatezza della sua
vita. È il giudizio di una tenerezza che non lascia che nulla si perda di ciò
che può esser salvato. È anche il giudizio di una sapienza che utilizza quello
che nel mondo temporale è soltanto un relitto. [88]
Abbiamo qui temi
prettamente cristiani. La salvazione in primo luogo, poiché il Dio-Organismo è
anche un Dio-Volontà-Sentimento, che come un Dio-Cristo salva il mondo che crea
autocreandosi; e perciò anche il “male” (il relitto) può esser salvato dalla divina
Sapienza. E tuttavia c’è insieme un certo panteismo di sapore hegeliano nel
sottolineare che il Dio-Organismo è: «intuizione iniziale della permanenza
nella fluenza e della fluenza nella permanenza.» [89].
Il Dio whiteheadiano è infatti un Dio-Uno-Tutto-Sapienza-Sentimento-Fluente-Eterno
che è ribadito nei termini seguenti:
È tanto vero dire che Dio è permanente e il Mondo fluente, quanto dire
che il Mondo è permanente e Dio fluente. È tanto vero dire che Dio è uno e il
Mondo molteplice, quanto dire che il Mondo è uno e Dio molteplice. È tanto vero
dire che in confronto al Mondo, Dio è eminentemente reale, quanto che, in
confronto a Dio, il Mondo è eminentemente reale. È tanto vero dire che il Mondo
è immanente in Dio, quanto che Dio è immanente nel Mondo. È tanto vero dire che
Dio trascende il Mondo, quanto dire che il Mondo crea Dio. [90]
Dio e il Mondo sono
complementari nella Creazione realizzata, con la quale «stanno l’uno di fronte
all’altro, esprimendo la verità metafisica ultima» [91].
Inevitabile di ogni teologia filosofale che si rispetti l’approdo alla Verità
ultima, a compimento di un itinerarium in
Deum perenne e omeostatico dall’esito irrinunciabile e indefettibile.
Se Whitehead privilegia la dinamicità
processuale che porta il Dio-Concetto ad estrinsecarsi come Dio-Realtà (già Hegel lo aveva fatto
come “fenomenologia” dell’Assoluto) altri teologi filosofali preferiscono
privilegiare gli attributi del cosmo (creato o auto-creato) come la perfezione,
l’armonia, l’ordine, ecc. Idee di questo tipo sono esiziali per l’ontologia per
due ragioni principali, una interpretativa e un’altra proiettiva: la prima
perché mettono in ombra la funzione di un ente fisico o di un fenomeno, la
seconda perché pongono un modello metafisico in sostituzione di quello fisico.
In realtà, è più spesso in senso estetico che gli uomini di scienza usano gli
aggettivi perfetto od armonico e i corrispondenti sostantivi,
ma è altrettanto vero che il senso estetico è nella maggior parte dei casi solo
un modo per celare la metafisica che lo implica, poiché il metafisico è sempre
anche perfetto ed armonico. Ciò che è frutto della Necessità deve, per
definizione, esser perfetto, così come ciò che è frutto di una divina Volontà
non può che esser conforme alla natura onnisciente del creatore, ma constatare
che dei fisici vi si abbandonino un po’ sorprende. Gli esempi abbondano, perciò
cercheremo di darne qualche conto.
Di Fritjof Capra, un fisico “folgorato”
dalla mistica orientale, ci siamo già occupati a suo tempo [92].
Ma vogliamo qui ritornare al suo The Tao
of Physics (1975), un saggio di grande successo al di là e al di qua
dell’Atlantico, per corredare meglio questo paragrafo con poche sue
considerazioni. Il suo tema costante è quello della Realtà Ultima che sta al di
là delle apparenze fenomeniche. Egli scrive:
Le tradizioni orientali si riferiscono costantemente a
questa realtà ultima, indivisibile, che si manifesta in tutte le cose e della
quale tutte le cose sono parte. […] Nella vita ordinaria noi non siamo
consapevoli di questa unità di tutte le cose, ma dividiamo il mondo in oggetti
ed eventi separati. […] È un’astrazione
ideata dal nostro intelletto che distingue e classifica. Credere che i nostri
concetti astratti di “cose” e di “eventi” separati siano realtà della natura è
un’illusione. [93]
Come si
vede il simpatico Capra ribalta completamente la posizione degli ontologi
pluralisti come noi, che considerano reale solo la pluralità ontica, per dirci
che solo l’Uno-Tutto che si nasconde è reale. È la meditazione trascendentale
(sanscr. samādhi) che ci apre le
porte alla verità del cosmo e, come recita Aśvaghoşa:
«Entrando nel samādhi di purità
[si ottiene] una visione che tutto penetra e permette di divenire coscienti
dell’assoluta unicità dell’universo.» [94]
Non l’approccio scientifico, ma la “visione” mistica, quindi, porta al
“concreto” contro l’astratto della scienza.
Un ruolo molto importante nella mistica
della fisica ha assunto inopinatamente la funzione
d’onda, l’importante strumento matematico diventato con Schrödinger una celebre equazione che
ci informa con precisione sull’evoluzione di un sistema quantistico. Questo
genio austriaco ci ha regalato un ottimo espediente matematico pre-determinare
l’indeterminabile, sicché osservava Niels Bohr nel 1958:
Va però osservato che si tratta di un procedimento
puramente simbolico, la cui interpretazione fisica univoca richiede in ultima
analisi un riferimento all’intero dispositivo sperimentale. Il trascurare
questo punto ha talvolta condotto a qualche confusione, e in particolare l’uso
di frasi come “perturbazione del fenomeno attraverso l’osservazione”, oppure
“creazione di attributi fisici degli oggetti attraverso le misure”, è
difficilmente compatibile con il linguaggio comune e le definizioni pratiche. [95]
Questo
straordinario e utilissimo strumento matematico, ben aldilà delle intenzioni di
Schrödinger (che pure
un po’ mistico lo era) è diventato uno strumento di sacralità, giungendo sino
al soglio del Padre quale Spirito Santo nell’interpretazione di Tipler. La
natura e il ruolo di essa sono affrontati da Hans Christian von Baeyer, fisico
teorico e studioso dell’informazione quantistica, che scrive:
Gli elettroni negli atomi sono descritti da uno
strumento matematico chiamato funzione d’onda di Schrödinger, che (con l’eccezione del caso speciale
dell’idrogeno, il più semplice degli atomi [un solo elettrone], non esiste nel
famigliare mondo tridimensionale. Vive sulla carta e nella mente (o nell’anima,
come avrebbe detto Aristotele) e non ha contatti con misure effettive in
laboratorio, finché non è sottoposta a una serie di manipolazioni matematiche
rigorosamente prescritte. Ma anche allora non è possibile descrivere la
palpabile nube elettronica che circonda il nucleo dell’atomo, come credeva inizialmente
il suo inventore. Infatti, essa non descrive quello che è veramente, ma solo la
probabilità di quello che potrebbe essere. [96]
Sia pure
in sintesi von Baeyer ci fa capire l’astrattezza di quest’importante strumento
previsionale privo di rapporto col reale, poiché “serve” matematicamente ma non
è omogeneo a ciò che descrive. Egli prosegue:
Se la funzione d’onda non rappresenta un’immagine
fedele dell’atomo, cos’è esattamente? In esperimenti separati si possono
misurare le posizioni, le velocità, i livelli di energie, gli effetti magnetici
e una serie di altre proprietà dell’elettrone. Tutte queste proprietà possono
esse predette dalla funzione d’onda, che quindi agisce come una sintetica
codificazione matematica delle informazioni, che somiglia a una mappa delle
potenzialità – un catalogo delle possibilità. [97]
E per
meglio comprendere il rapporto esistente tra essa e la particella reale, ci
precisa più oltre la natura dell’espediente:
L’invenzione che realizza il trucco è un espediente
matematico chiamato “funzione d’onda”, il cuore concettuale della fisica
atomica e della chimica. La funzione d’onda […] non è reale. È associata a una particella allo stesso modo in cui il
vostro codice fiscale è associato a voi. Aiuta a tenere registrate le cose, ma
non ha una realtà fisica indipendente come la vostra mano, o il vostro
portafoglio. [98]
L’ultra mistico Fritjof Capra, che poteva
contare su auctoritates come John
Wheeler, ne ha poi data una formulazione che doveva diventare un cult degli anni ’70 quale Bibbia della
New Age. La quaestio è vecchia, e riguarda l’osservazione delle particelle
subatomiche, tale che si verificherebbe il collasso della funzione d’onda o in base a ciò che l’osservatore “decide” di voler
sapere (quindi come “partecipe”) o addirittura perché la particella è
“cosciente”. Che questa abbia “coscienza” oppure che l’osservatore “partecipi”
al comportamento della particella (tesi di Wheeler) è in ogni caso un
“partecipato” dalla coscienza umana. Capra vi si appoggia e scrive:
L’idea di “partecipazione invece di osservazione” è
stata formulata solo recentemente nella fisica moderna, ma è un’idea ben nota a
qualsiasi studioso di misticismo. La conoscenza mistica non può mai essere
raggiunta solo con l’osservazione, ma unicamente mediante la totale
partecipazione con tutto il proprio essere. [99]
Qui non si
usa il prudente termine di “intuizione”, bensì di quello di “conoscenza”, e
l’affermazione è notevole perché esce dalla bocca di un fisico, non da quella
di un santone. Ciò significa che il vecchio discrimine tra razionalità e
irrazionalità che gli atei ingenui continuano a cavalcare è priva di senso. Si può essere dei fisici
razionali e contemporaneamente dei mistici irrazionali, pretendendo addirittura
che sia “conoscenza “ la mistica e “astrazione” la scienza. Non per nulla il
fisico scrive con sicurezza:
I fisici, come abbiamo visto prima, si accontentano di
una conoscenza approssimata della natura. I mistici orientali, viceversa, non
sono interessati alla conoscenza approssimata, “relativa”, ma vogliono
raggiungere la conoscenza “assoluta”, la quale comporta una conoscenza della
totalità della vita. [100]
Se ciò
fosse vero l’assolutezza della conoscenza si darebbe in un rapporto estatico e
diretto tra mente umana e cosmo, essendo il cosmo una divina Mente-Totalità di
cui l’homo sapiens sarebbe
mente-parte. Capra è convinto che si capisce veramente la fisica solo «in
perfetta armonia» col misticismo orientale e che: «Per coloro che hanno
percepito quest’armonia, l’importanza della corrispondenza tra la concezione
del mondo dei fisici e quella dei mistici è fuori discussione.» [101]
Il punto di forza dell’argomentazione del
Nostro è che sia la fisica subatomica e sia la mistica si occupino di cose non
accessibili ai sensi, colte dai primi nell’”esteriorità-da-sé” e dai secondi
nell’”interiorità-di-sé”. Quindi l’affermazione:
Un’ulteriore somiglianza tra la via del fisico e
quella del mistico è il fatto che le loro osservazioni avvengono in campi che
sono inaccessibili ai sensi ordinari: per la fisica moderna, il campo del mondo
atomico e subatomico; per il misticismo gli stati non ordinari di coscienza,
nei quali il mondo dei sensi viene trasceso. […] In entrambi i campi le
esperienze pluridimensionali trascendono il mondo sensoriale ed è praticamente
impossibile esprimerle nel linguaggio ordinario. [102]
Discorso molto affascinante ma scorretto,
affermare infatti che l’indeterminazione delle particelle sub-nucleari sia una
mera questione di linguaggio è falso, come è insostenibile pensare ad un
rapporto con esse di tipo misto “intuitivo-razionale”. Però Capra insiste,
vedendo la scienza e il misticismo come «due manifestazioni complementari della
mente umana, delle sue facoltà razionali e intuitive.» [103]
Jean Guitton, il grande vecchio della teologia cristiana, cooptando i
due giovani fisici Grichka e Igor Bogdanov in un gioco dialogico sulla
spiritualità del mondo subatomico, ha, con Dio
e la scienza del 1991, prodotto un’affascinante apologia della fede per
mezzo della funzione d’onda. Egli
afferma:
Sono pronto ad ammettere che il mondo atomico non
abbia alcuna esistenza definita finché non abbiamo puntato su di lui uno
strumento di misura. Ciò che conta è il gioco da coscienza a coscienza, per
riprendere un’espressione matematica: il ruolo di “quantificatore esistenziale”
che ormai tocca solo allo spirito e solo a lui in seno a quella realtà che a
torto continuiamo a chiamare materiale.
[104]
Ed ancora:
Si ha l’impressione che i fotoni siano dotati di una
sorta di coscienza rudimentale, cosa che mi riconduce irresistibilmente al
punto di vista di Teilhard de Chardin per il quale tutto nell’universo, fino
alla più infima particella, è portatore di un certo grado di coscienza. […]
Insomma, si ha l’impressione che i fotoni “sappiano” di essere osservati e,
ancora più esattamente, che essi sappiano in che modo sono osservati. [105]
La conclusione non poteva che essere la
seguente:
Per ammettere l’esistenza di questo codice cosmico e
per comprenderlo, dobbiamo collocare il nostro pensiero in un quadro
metarealistico. Invito allora tutti i
lettori a riflettere sui tre caratteri che mi sembrano definire questo quadro:
- lo spirito e la materia formano una solla e unica realtà – il Creatore di
questo universo materia-spirito è trascendente – la realtà in sé dell’universo
non è conoscibile. [106]
Una conciliazione della meccanica quantistica
con la Bibbia per un universo mentalistico-olistico che ci ricorda quello di
Giordano Bruno.
Il fisico Graham Farmelo, della Northeastern
University di Boston, è curatore di un bel libro antologico intitolato Equilibrio perfetto, con sottotitolo Le grandi equazioni della scienza moderna,
in cui raccoglie contributi di nomi prestigiosi. Già nella prefazione viene
disegnata la cornice di riferimento:
La poesia della scienza è incarnata, in un certo
senso, nelle sue grandi equazioni che, come dimostrano i saggi contenuti in
questo libro, possono essere scoperte uno strato dopo l’altro. […] Nonostante i
migliori sforzi profusi da poeti e critici letterari, nessuno ha mai trovato
una definizione universale di poesia. Non si imbattono invece in alcun problema
del genere i matematici quando viene loro chiesto di definire il termine
“equazione”. Un’equazione è fondamentalmente un’espressione di perfetto
equilibrio. Per il matematico puro, che di solito non si occupa di scienze
della natura, un’equazione è una formulazione matematica che non ha nulla a che
vedere con gli aspetti concreti del mondo reale Così, quando un matematico vede
un’equazione come y = x + 1, pensa y e x come simboli completamente astratti, e
non come se rappresentassero qualcosa che esiste nella realtà. [107]
Abbiamo
qui la più perfetta enunciazione del principio platonico, con la neppur troppo
malcelata affermazione che la natura reale è un sottoprodotto della
matematica. Prosegue Farmelo:
È perfettamente immaginabile un universo in cui le
equazioni matematiche non abbiano alcuna attinenza col funzionalismo della
natura. La cosa meravigliosa però è che esse ce l’hanno. […] Come tutte le
grandi equazioni scientifiche, E = mc2 è simile sotto molti aspetti
a una grande poesia. Come la perfezione di un sonetto viene guastata se si
cambia una parola o anche solo un virgola, così non si può cambiare un singolo
dettaglio di una grande equazione. […] Le grandi equazioni condividono con la
più bella poesia anche un potere straordinario: la poesia è la forma di
linguaggio più concisa e più pregnante, così come le grandi equazioni della
scienza sotto la forma più succinta di comprensione dell’aspetto della realtà
fisica che ci descrivono. [108]
Si tratta
di un‘enunciazione fascinosa, che è ovviamente musica per le orecchie dei
metafisici e dei numerosi fisici-teologi, ma la domanda che si impone è: in quale
misura l’assunzione di posizioni di questo genere aiuta la scienza a
progredire? Non costituisce piuttosto un pregiudizio tale da far scartare
soluzioni non-poetiche, non-belle, non-armoniche, non-perfette? La questione
che dobbiamo porci è infatti se le equazioni matematiche debbono essere
considerate strumenti adeguati per la lettura dell’universo fisico o se invece
sono “icone” di esso.
Anche se Farmelo nel prosieguo del saggio
si preoccupa di precisare che «la bellezza, però, può esser sviante» [109]
e che «il primo criterio della sua validità è se essa concordi o non con
l’esperimento» [110],
le precisazioni hanno un carattere di ovvietà che non attenua la metafisicità
della posizione assunta. E tuttavia è
interessante che Farmelo, correttamente, ammetta poi che i biologi «che
studiano il mondo infinitamente complesso della vita» possano di rado far uso
di equazioni per descrivere la regione della realtà di cui si occupano. Ora, è
evidente, che la regione del vivente, la biosfera,
non è né meno bella né meno perfetta, ma è poco matematizzabile, e d’altra
parte la regione subatomica, che non crediamo Farmelo definirebbe “brutta e
imperfetta”, non consente che pochissime equazioni semplici e belle, dovendo
ricorrere al probabilismo. Due regioni largamente indeterministiche, ma da
punto di vista ontologico completamente differenti, perché il mondo subatomico
(la regione delle particelle) è
intrinsecamente indeterministica, mentre nelle altre regioni è la non-linearità
o intrico delle cause (sconnessione e
intersezione) che genera il caso.
1.4 La filosofia e la scienza
Nel
rifarci a quanto già espresso in La filosofia e la teologia filosofale
sul rapporto filosofia/scienza, vorremmo qui aggiungere che la realtà pare
offrirsi a noi fondamentalmente in quattro modi, che sono altrettanti livelli
gnoseologici di approccio al mondo: A. quello delle percezioni del nostro
apparato sensorio; B. quello delle nostre emozioni e delle conseguenti
riflessioni; C. quello che ci offre l’osservazione scientifica strumentale con
operatore umano. Infine, D. quella che ci perviene dalla registrazione di una
macchina senza operatore che lavora “in automatico” in un rapporto diretto
strumento-oggetto. Solo quest’ultimo modo fornisce datità ed è attendibile, poiché la macchina è un assemblato di
materia progettato e costruito sì dall’uomo per eseguire una certa funzione di
lettura del reale fisico, ma tale assemblato fa il suo lavoro
“indipendentemente” dall’uomo nel suo flagrante interagire con l’oggetto
d’indagine. La macchina agisce hic et nunc “da sola” nella lettura del
fenomeno, esente dalle emozioni e dai punti di vista dell’operatore umano, che
è interprete interessato ed orientato. Un contatore Geiger azionato da un robot
alimentato da una batteria o connesso a una linea di corrente, continuerà a
rilevare la presenza di radiazione nell’ambiente fino al momento in cui non sia
disattivato. L’uomo avvia l’operazione di rilevamento e l’interrompe, ma lo
strumento e l’oggetto di rilevazione (la radiazione) realizzano un rapporto
diretto indipendentemente dall’azione dell’uomo e non mediato dal suo pensiero.
Ciò risulta anche più evidente nel caso dei satelliti orbitanti, del tutto
“autosufficienti” nella rilevazione di dati poi trasmessi ai computer
terrestri.
Ma
un’interazione materia-materia in assenza dell’uomo si offre in un ambito anche
più vasto di possibilità e si offre alla nostra immaginazione sul futuribile.
Si pensi ad un radiotelescopio collegato a un sistema motorio meccanico
automatico, governato da un robot connesso a un computer, il cui programma (con
imput conferitogli
"dall'uomo") sia stato dato una volta per tutte sì da farlo lavorare
in continuo prelevando energia da una pila atomica "a fusione"
(quindi esauribile solo in tempi lunghissimi). A questo punto si immagini che
una pandemia terribile porti all’estinzione del genere umano. Ebbene, quel
radiotelescopio continuerà a ricevere dati ed il computer ad elaborarli senza
che più nessun uomo li possa leggere ed interpretare. Soltanto quando la pila
atomica sia esaurita il sistema di rilevamento-elaborazione si fermerà, ma
prima di allora il "rapporto" rilevatore-rilevato continua "immutato"
e "reale" in completa assenza dell’uomo. L’esercizio mentale che
abbiamo proposto nasconde evidentemente un paradosso, poiché qualsiasi dato
perderebbe significato in assenza di chi possa leggerlo od interpretarlo, ma ci
conferma che un rapporto materia-materia, ovvero strumento-oggetto, può
sussistere di per se stesso in assenza dell’uomo e quindi di ogni pensiero che
legga e utilizzi i dati. E tuttavia quei dati di rilevamento sussistono
e la datità di essi esiste come rapporto puramente fisico tra un
rilevante e un rilevato.
Solo tra una macchina di indagine
automatizzata (il robot) e un corpo o fatto materiale oggetto di studio può
instaurarsi una relazione diretta “materia-materia” (invece della relazione
“uomo-materia”) il cui esito letturale si offra all’uomo solo a posteriori ed
in forma diciamo “sterilizzata” da ogni influenza antropica. Se poi si riesce
ad immaginare un futuro scientifico costituito da robot ancora più
“intelligenti” di quelli attuali, capaci di portare la loro “obbiettività” a
livelli tali non solo da leggere correttamente le connotazioni fisiche del
mondo, ma anche in grado di confrontarle e di elaborarle indipendentemente
dall’operatore umano, la scienza e con essa la filosofia avranno fatto un
gigantesco passo avanti. Se le macchine riusciranno ad offrire un risultato del
tutto “materiale” sulla materia stessa con pre-interpretazione del rilevatore a
monte e dell’elaboratore a valle (con l’esclusione dell’apparato sensorio
dell’uomo dall’indagine diretta) non c’è che da compiacersi del fatto che venga
raggiunta la “disumanizzazione “ nel
rilevamento del “dato” scientifico.
La disumanizzazione nel rilevamento del
dato non comporta per nulla la disumanizzazione della scienza, ma semplicemente
la sterilizzazione del dato nella sua autenticità materiale e il suo offrirsi
allo scienziato come un dato puro,
non-interpretato. Ciò già avviene peraltro con i dati resi dai satelliti; il
COBE (Cosmic Observer Backgroud Explorer) del 1992 ci ha fornito la conferma
della radiazione di fondo e quindi del BigBang, il WMAP (Wilkinson Microwave
Anisotropy Probe) del 2001 ci ha dato un’immagine dell’universo a 380.000 anni
dal BigBang (quando i fotoni cominciarono a muoversi liberamente e a diffondere
luce), permettendo di determinare l’età del cosmo in 13,7 miliardi d’anni.
Quanto più il rilevatore del dato sarà coerente con l’oggetto d’indagine, e
quindi sperimentalmente affidabile nell’oggettività diretta materia-materia,
tanto più la rilevazione diventerà affidabile, e ciò significherà sempre più
sottrarre la scienza all’arbitrio di interpretazioni umane pilotate da
emozioni, da passioni, da secondi fini o da pulsioni psichiche inconsce che
possano condurre a mistificazioni della realtà oggettiva.
Naturalmente sappiamo che i metafisici
fanno ontologia infischiandosene dei dati scientifici o usandoli
strumentalmente: la logica e la dialettica bastano a produrre “verità”. Questo
è il nocciolo della questione, poiché si tratta di stabilire se le evidenze
scientifiche nella loro oggettività (e si potrà discutere di quelle che possono
essere considerate tali e quali no) debbano essere ritenute indispensabili per
l’ontologia oppure no. Essendo questione già affrontata in La filosofia e la
teologia filosofale ci limitiamo qui a domandarci se si possa pensare
accettabile un qualunque “sapere” a prescindere dalla scienza. Domanda alla
quale seguono altre del tipo: «È possibile pensare ad un qualche “conoscere”
concernente qualcosa di non-materiale, dal momento che solo la materialità si
offre alla verifica e alla ripetibilità?; oppure: «Si può prescindere dalla
scienza dal momento che essa sola può fornirci conoscenze sull’agente del
conoscere, il cervello umano?» E ancora:
«È immaginabile una produzione di pensiero che, prescindendo dal dato scientifico,
non sia metafisica e perciò anti-conoscitiva?» A tali domande è difficile non
rispondere «no», poiché il «sì» implica la rinuncia al “verificabile” per
affidarsi ad un “dimostrato” che si fonda su artifici antropici e non sulla
realtà cosmica. Pretendere di produrre conoscenza solo con procedure mentali e
su meccanismi linguistici, a prescindere dalla verificabilità oggettiva del
conoscibile o il fondare su questo ogni processo del conoscere vedono uno
spartiacque che ha un lato la filosofalità e dall’altro la filosoficità.
D’altra parte il cosmo è costituito da forme di materia ed energia (ben
il 76%) ancora del tutto ignote e il restante 4% di materia nota è tutto ciò
che consociamo “abbastanza”. E tuttavia soltanto strumenti sempre più sofisticati
fatti di “questa” materia ci permetteranno di conoscere l’”altra”, che potrà
offrirsi esclusivamente all’instaurazione del rapporto umile del conoscente che
pone “domande” alla materia attraverso altra materia. Ogni arroganza del
pretendere di pre-stabilire criteri di verità di carattere “antropico”, e
quindi autoreferenziale, fallirebbe miseramente ogni obbiettivo di conoscenza.
Solo a partire da qualche possibile datità reale diventa effettivo il
rapporto cognitivo con l’ignoto; solo la relazione “materia-materia” permetterà
all’uomo di aprire la finestra della propria piccola stanza sul cosmo e alla
sua luce, pena la compulsiva adorazione delle rappresentazioni fittizie di esso
dipinte sulle pareti e illuminate da lampadari metafisici. È vero che la stessa definizione di dato
è problematica, e tuttavia non riusciamo a scorgere nessun “altro” elemento
cognitivo su cui fondare conoscenza. Fuori del dato osservazionale e
sperimentale non se ne può produrre alcuna, essendo esso l’unica risorsa appropriata
su cui contare.
Noi
non pensiamo affatto che l’esperimento possa sussistere senza la teoria,
vediamo invece l’opportunità della loro coniugazione operativa: in maniera che
il dato trovi adeguata descrizione e
generi possibilmente un’equazione che ne estenda i significati cognitivi.
Sappiamo infatti che spesso è la teoria a suggerire l’esperimento. Il problema
è che vi sono teorici deduttivisti e assolutisti che ritengono l’osservazione e
l’esperimento non indispensabili al conoscere, un errore metodologico
devastante per la filosofia. Murray Gell-Mann nota:
Oggi la maggior parte dei
fisici sono o teorici o sperimentali. A volte sono in anticipo i teorici,
quando riescono a produrre teorie di successo, le cui previsioni trovano
innumerevoli conferme nell’esperienza. Altre volte gli sperimentatori trovano
un risultato inatteso, e i teorici devono tornare alla lavagna. Ma l’esistenza
di due categorie distinte di ricercatori non è qualcosa di scontato [111]
Da parte sua Anton
Zeilinger:
Il fisico cerca, per così
dire, di scoprire le carte della natura, come si comporta. Per questo c’è
bisogno non di una sperimentazione continua e cieca, bensì di strategie e
schemi studiati a fondo, detti anche protocolli
dell’esperimento. Ogni buon esperimento è una domanda ben posta alla natura. È compito
dello sperimentatore formulare nel modo più preciso possibile questa domanda,
per dare alla natura la possibilità di fornire la risposta più precisa
possibile. [112]
Va
ribadito che l’apparato sensorio non serve per una vera conoscenza, poiché è
spesso ingannevole anche se per migliaia di anni ha aiutato l’homo sapiens
a rapportarsi al mondo in maniera esistentivamente “utile”. I sensi ingannano,
eppure millenni di fantasie metafisiche e di pirotecnìe logico-dialettiche non
sono mai riuscite a produrre i pur modesti risultati conoscitivi di un occhio o
di un orecchio. L’apparato sensorio, quantunque differente da individuo a
individuo è stato dall’evoluzione “univocamente” orientato a registrare alcuni
dati del mondo in modo sufficientemente corretto (o almeno utile) all’unico
fine di “poterci far sopravvivere al meglio”. Solo a partire da tali dati,
sicuramente imperfetti, è stato funzionalmente possibile impostare una reazione
corretta ed utile ai fini della miglior sopravvivenza. Può parere invece
discutibile includere la riflessione della coscienza tra i produttori di “dati”
sul mondo, ma non lo è poi tanto se si considera che la “macchina pensante” è
in fondo la stessa che percepisce il mondo essendo i suoi costituenti biologici
della stessa natura neurale. Ciò detto, ricordiamo che la coscienza
(come la memoria) la vediamo come un’infrastruttura mentale che
opera a valle delle organizzazioni e
che ne completa le funzioni rendendole “in chiaro” [113].
D’altra parte, il fine della scienza è di
conoscere il cosmo e i suoi costituenti, quello della filosofia di raccogliere
tale conoscenza e di conferirle “significato antropico”. Un cosmo al quale sia
stato conferito un senso e uno scopo per via metafisica è per ciò stesso privo
di senso, ma soprattutto è falso. L’universo è senza senso in quanto è senza
scopo, ma l’uomo ha pur sempre la possibilità di trovare il “senso del suo
esistere in esso” come suo ospite e suo “pensatore”in rapporto al suo esistere
e stare in tale “insieme”. Tale senso “di noi” in esso è possibile soltanto se
ci si rapporta con umiltà e senza prosopopee antropocentriche, sempre
devastanti o almeno svianti.. Questo è l’elemento esistenzialistico da noi
enunciato in Necessità e libertà con il DAR, che va però coniugato a
quello gnoseologico ed ontologico per trovare il suo autentico significato. Una
weltanschauung che si pretenda filosofica deve essere infatti generale e
deve possedere “adeguatezza” alla realtà cosmica ben sapendo che essa, per quanto
si ispiri a criteri di universalità, rimane un fatto “individuale”. I dati
della scienza non coincidono con le nostre immagini mentali ma vi si
sottraggono irrimediabilmente e queste continueranno ad essere referenti della
coscienza umana fabbricando rappresentazioni. Noi non conosceremo mai
compiutamente ciò che sta fuori della nostra mente, poiché essa “filtra il
mondo” e ogni testa lo filtra suo modo suo.
Proviamo allora ad abbozzare una
conclusione alle nostre considerazioni sul rapporto tra filosofia e scienza.
Sulla base di tre ordini di “dati”: A. (il d. sensorio), C (il d. strumentale
con operatore) e D. (il d. strumentale in automatico) è possibile formulare weltanschauungen
soddisfacenti. I dati messi a disposizione dalla tecnologia (e ciò sempre più
nell’avvenire) non necessitano di particolari elaborazioni intellettive, in
considerazione che i dati di tipo C. e D., già oggi disponibili ma sempre
maggiori e più esatti nel futuro, non solo integrano, ma sostituiscono in gran
parte A. Questo è ciò che ci ha dato specialmente l’ultimo secolo quale
risultato del tumultuoso progresso scientifico registrato negli ultimi suoi
decenni. È il vantaggio incommensurabile di cui gode l’uomo d’oggi rispetto a
quello di un paio di secoli fa, quando era ancora quasi esclusivamente A. a
fornire dati sul mondo. Non intendiamo affermare che i dati strumentali, di per se stessi, siano sufficienti a costituire
la base sulla quale costruire e formulare una weltanschauung, diciamo
solo che essi sono imprescindibili per fornire una base oggettiva adeguata, ben
sapendo che la semplice informazione strumentale “serve” all’uomo solo se
tradotta in una configurazione ontologica e gnoseologica che “dia senso” al
suo esistere.
Saremo ancora più chiari evocando quel
monito della teologia che recita: «A che cosa serve guadagnare il mondo se poi
si perde l’anima?» Monito non banale, cui dobbiamo prestare attenzione, poiché
esso ha un profondo significato antropologico prima ancora che teologico. La conoscenza
del mondo è per noi indispensabile, poiché “solo a partire da essa” si può
sfuggire al “sapere” arbitrario e mistificante dell’autoreferenzialità
metafisica, ma sarebbe ingenuo pensare che il liberarsi di questa sia
sufficiente. La libertà metafisica è
il fondamento di ogni sano orizzonte antropico perché la gabbia metafisica ci
ha tenuti prigionieri da millenni, però, una volta spezzate le sbarre, si
tratta di non mettersi a errare col rischio di tornarci per mancanza di
orizzonti alternativi. Va ricordato che il materialismo riduzionistico rozzo
non ha mai creato alcuna weltanschauung
valida, nessun orizzonte alternativo allo spiritualismo e all’idealismo, se non
vaghi e inconsistenti appelli retorici e formalistici all’umanitarismo e al
solidarismo. La storia ci insegna che dopo brevi temperie materialistiche,
perlopiù “imposte dall’alto”, che hanno illuso gli ingenui sulla possibilità di
un’umanità artificiale plasmata dall’ideologia, si è sempre tornati alla culla
accogliente della metafisica. Questo circolo vizioso va rotto, ma ciò è
possibile solo se si andrà oltre gli ideologici confini posti dal materialismo
tradizionale e ci si avvierà verso un orizzonte post-materialistico, che guardi
alla realtà per “quel che è” e non per quel che “dovrebbe essere”.
1.5 Il nulla e la realtà
Che cosa si deve intendere con la parola nulla?
Nella fisica non esiste nessun concetto che lo contempli e di ciò che è privo
di senso scientifico appare piuttosto difficile conferire un senso filosofico
senza ricadere nella metafisica; e tuttavia il termine ha avuto un significato
filosofico importante e ha dietro di sé una lunga storia semantica. Qui lo
assumeremo come “ciò che è fuori dal divenire reale”, privo di essenza d’essere
in atto. Esso ricorda il “non-essere” di molta metafisica storica senza che ciò
implichi un richiamo ad essa, sicché non rompiamo con un passato da
storicizzare adeguatamente in termini antropologici. Ricordiamo che nella
filosofia che abbiamo chiamato “tradizionale”, ovvero la teologia idealistica,
para-idealistica, pseudo-idealistica (e almeno sino al XIX secolo) quasi sempre
“ciò che muta” (la fenomenicità evolutiva) manca di realtà ed è quindi più
lontana dall’essere, ciò “che non
muta”, anzi “che non può mutare”, sempre uguale a se stesso.
Secondo gran parte della metafisica la
fenomenicità “appare” ma “non è”, manca di fondamento ontologico, di realtà
profonda, eterna, necessaria, quindi è mero apparire
e un nulla di sostanza. Nella visione
metafisica pre-hegeliana è infatti “ciò che non cambia” e “ciò che è
necessario” a possedere vera realtà. È nei confronti di questa concezione che
la nostra posizione si qualifica come anti-metafisica, sostenendo noi
esattamente il contrario. Il termine “essere” è nella storia della filosofia è
ambiguo ed equivoco essendo stato utilizzato in maniera strumentale per
conferire sostanza al metafisico e negarla al fisico; da ciò la necessità di
demistificare e riqualificare sia l’essere
che il nulla. Per quanto l’essere sia un divenire, per evitare equivoci e rendere insieme più chiari i
concetti assumeremo il termine essere
come espressione linguistica evocante l’istante o “l’insieme dei quanti di divenire”. Questi sono gli hic
et nunc spazio-temporali istantanei, la cui successione costituisce il divenire dell’evoluzione cosmica. Non
possiamo quindi che essere d’accordo con Ilya Prigogine quando scrive:
Si tratta innanzitutto di incorporare nelle nostre
leggi fisiche la dimensione evolutiva, senza la quale siamo condannati a una
concezione contraddittoria della realtà. Far derivare l’indeterminismo e
l’asimmetria del tempo dalle leggi della fisica è la risposta che possiamo dare
oggi al dilemma di Epicuro [posto con la parenklisis].
In caso contrario tali leggi sarebbero incomplete: così incomplete come se
ignorassero la gravitazione e o l’elettricità. [114]
Anche se
le risposte di Prigogine non sempre ci convincono, il problema è qui posto in
modo corretto, confermando quanto già affermato in La nuova alleanza sulla coniugazione evolutiva di determinazione e
causalità:
I processi di autoorganizzazione in condizioni di
lontananza dall’equilibrio corrispondono a un delicato gioco tra caso e
necessità. Ci aspettiamo che, in prossimità di una biforcazione, gli elementi
casuali giochino un ruolo importante, mentre tra due biforcazioni siano gli
aspetti deterministici a diventare dominanti. [115]
Complessità,
alternanze, coniugazioni, dunque, di ciò che cambia e diviene. Poiché solo il divenire è reale in un’alternanza di
caso e di necessità, tra emergenze, persistenze e mutamenti.
Nell’idealismo hegeliano la prospettiva è
quella di Plotino aggiornata e corretta, per cui il non-essere è solo un
“momento dialettico” nel farsi dell’essere verso il suo “compimento”.
Ricordiamo che per Plotino (Enneadi,
III, 6, 7) il nulla è la materia,
di cui si dice:
Ma bisogna ritornare alla materia che è il substrato [dei
corpi] e a quelle che sono dette qualità della materia, e da ciò conosceremo
che essa è un non-essere e che è impassibile. Essa è incorporea, poiché il
corpo [le] è posteriore ed è un composto, dato che essa forma un corpo unendosi
ad altro. Infatti essa ha il nome di incorporeo come l’essere, poiché la
materia, come l’essere, è diversa dai corpi. […] Priva così di tutti questi
caratteri [del “ciò che è”], essa non può ricevere il nome di essere, ma più
giustamente la si dirà non-essere, non come si dicono non essere il movimento o
la quiete; essa è veramente il non-essere, immagine e fantasma della massa
corporea, aspirazione all’esistenza, immobile, ma non in quiete, invisibile, in
se stessa sfugge a ciò che la vuol vedere e, quando nessuno la vede, allora
appare, ma diventa invisibile a chi la guarda, sempre svela in sé l’immagine
dei contrari, e il grande e il piccolo, il minore e il maggiore, il difetto e
l’eccesso. Pur essendo instabile fantasma non può sfuggire: infatti non ha tale
forza poiché consiste in una totale mancanza dell’essere. [116]
La
descrizione plotiniana definisce tre elementi: il non-essere, il nulla, la materia. E tuttavia, il fatto stesso che
si ponga il nulla e se ne parli ci
dice che per il padre nel Neoplatonismo il nulla non è il “niente”. La materia,
infatti: 1°, non ha corpo ma è immagine illusoria e fantasmatica della
corporeità; 2°, non esiste ed è sterile, immobile e invisibile, ma aspira
all’esistenza; 3° è logicamente e strutturalmente contraddittoria, per il fatto
di rappresentare la contraddizione stessa, ma i termini della contraddizione
(grande/piccolo, minore/minore, eccesso/difetto) posseggono una loro realtà
logica; 4°, non ha le prerogative di ciò-che-è, essendo passiva e inerte, ma
non può auto-celarsi al giudizio e quindi è in qualche modo “presente”. Il
discorso plotiniano è un miscuglio coerente di ontologia e di logica
abbastanza, con l’assunto di fondo di negare realtà alla materia, di
identificarla con una “immagine” del nulla.
Nel prosieguo se ne ha l’identificazione classica col riflesso nello specchio
in termini di “falsità e “inganno”:
In tutto ciò che promette essa smentisce: se è
immaginata grande è piccola, se maggiore è minore, e l’esser che immaginiamo di lei è un
non-essere, simile a un gioco fugace, ed illusorio è quanto crediamo esistere
in lei, mero fantasma in un fantasma, proprio come uno specchio in cui
l’oggetto appare in un luogo diverso da quello in cui realmente si trova. [Lo specchio] sembra pieno di oggetti, eppure
non ha nulla e sembra aver tutto. Ciò che entra e ciò che esce sono immagini
degli esseri e fantasmi [che entrano] in un fantasma senza forma, e poiché essa
è senza forma ciò che si vede in essa sembra agire su di essa, e invece non
produce nulla. [117]
È da
notare che Plotino, per è difficile che abbia potuto avere contatti diretti con
la metafisica indiana, pare riprendere da essa il carattere ingannatorio e
falsificante della materia, in quel contesto opera della Maya per conto di
Indra, che inganna gli uomini facendo loro credere che il mondo sia reale per
selezionarne le capacità di distinguere l’essere (lo spirito) dal non-essere
(la materia).
Per Sant’Agostino (Confessioni, XII) la materia è un “quasi-nulla” ma non il nulla
assoluto essendo pur sempre opera di Dio. Attraverso una rilettura della genesi
biblica in un dialogo estatico con Dio egli si domanda:
4.4 Come designarla, come introdurne in qualche modo
la nozione anche nelle menti più tarde, se non mediante qualche vocabolo d’uso
corrente? […] Perché dunque non dovrei ammettere che la materia informe, creata
da te senza un aspetto per crearne l’aspetto attraente dell’universo, fu per
comodità indicata agli uomini come “terra invisibile e confusa”? [118]
Dunque la
materia è il fondo confuso e informe che nel processo creativo precede il
conferimento della forma. Ma ora il santo finalmente “ha capito” e può dire:
6.6 Io, Signore, se devo confessarti con la mia bocca
e la mia penna tutti gli insegnamenti che a proposito di questa materia ho
ricevuto da te, dirò che prima ne udivo il nome senza capire; d’altronde anche
chi me ne parlava non capiva. Perciò la immaginavo con innumerevoli aspetti
diversi, e dunque non la pensavo. Passavano nella mia mente forme sgradevoli e
orrende in ordine confuso, ma pur sempre forme, e chiamavo informi cose non già
prive di forma, ma dotate di una forma tale da ripugnare. [119]
La materia
non è priva del tutto di forma ma la possiede in modo confuso, sgradevole e
ripugnante. M si badi: è il modo in cui per almeno millecinquecento anni la
cultura cristiana ha considerato la materia. Fin qui l’atteggiamento intuitivo;
ma ecco l’interpretazione razionale:
La vera ragione mi avvertiva che, volendo concepire un
ente del tutto informe, avrei dovuto svestirlo per intero di qualsiasi residuo
formale; il che non potevo fare. Mi era più facile credere inesistente una cosa
priva di qualsiasi forma, che pensare una cosa a mezzo tra la forma e il nulla,
non forma e non nulla, un informe quasi nulla. [120]
Questa
tesi del quasi-nulla della materia caratterizza tutta l’ontologia cristiana, e
in qualche misura la si ritrova anche in Cartesio, che però dovendo
dicotomizzare per coerenza istituisce una metrica ontologica duale. A un
estremo un Essere-Perfezione-Verità che si identifica con Dio e in generale con
ciò che è res cogitans (come Sua traccia) nell’uomo, dall’altro puro
meccanicismo di una res extensa
con gli animali (privi di anima) come sue “macchine”. Nella quarta meditazione si legge:
Ed invero, quando non penso che a Dio, io non scopro
in me nessuna causa di errore o di falsità; ma dopo, ritornando a me,
l’esperienza mi fa conoscere che sono, tuttavia, soggetto a un’infinità di
errori, dei quali ricercando la causa più da vicino, io noto che non si
presenta al mio pensiero una reale e positiva idea di Dio, ossia d’un essere
sovranamente perfetto, ma anche, per così dire, una certa idea negativa del
nulla, cioè di ciò che è infinitamente lontano da ogni sorta di perfezione, e
che io sono come un termine medio tra Dio e il nulla, cioè posto in tale modo
tra il sovrano essere e il non essere, che, a dire il vero, non si trova nulla
in me che possa indurmi in errore, in quanto un sovrano esser mi ha prodotto,
ma che, se mi considero come partecipe in certo modo del niente o del non essere,
cioè in quanto non sono io stesso il sovrano essere, mi trovo esposto a
un’infinità di mancamenti, di modo che non mi debbo stupire se m’inganno. [121]
È evidente
che se il nulla viene associato alla
imperfezione e alla falsità caratterizzanti i peccati e gli errori umani, il
nulla non è più il non-essere assoluto ma il ”quasi-nulla” di Agostino.
Per Hegel il non-essere, il nulla, non è
opposto all’essere ma pre-essere, “momento” dialettico-formativo di un
Essere-Spirito che lo pone per superarlo compiendosi. In altre parole: il
non-essere “è” incluso nel compimento del divenire. Il nulla ha sostanza ma
solo nella “meccanica” del divenire perché assume forma logica, la sola che
permetta di “farsi leggere” dalla mente umana e comprendere adeguatamente. Il
nulla diventa così elemento attivo del divenire in una dialettica processuale
dove l’essere-negativo (il nulla) si converte nell’essere-positivo (lo spirito)
in un “divenendo” necessitato verso la realizzazione dell’Assoluto “reale”.
Si legge nella prima parte della Scienza
della logica che l’essere, il “puro essere”, non ha determinazioni fuori di
se stesso, essendo: «Nella sua indeterminata immediatezza simile soltanto a se
stesso ed anche non dissimile di fronte ad altro ; non ha alcuna diversità né
dentro di sé, né all’esterno. […] Esso è la pura indeterminatezza e il puro
vuoto […] L’essere, l’indeterminato Immediato, nel fatto è nulla, né più né meno che nulla.» [122]
Posto ciò:
Nulla, il puro nulla. Esso è semplice somiglianza con
sé, completa vuotezza, assenza di determinazione e di contenuto; indistinzione
in se stesso. Per quanto si può qui parlare di un intuire e di un pensare si
considera come differente che si intuisca o si pensi qualcosa o invece nulla. Intuire o pensare nulla assume
dunque un suo significato. I due sono distinguibili: il nulla “è” (esiste) nel
nostro intuire e pensare, o piuttosto è come un vuoto intuire e pensare e quel
medesimo vuoto intuire e pensare che era il puro essere. Il nulla è così la stessa
determinazione o meglio l’assenza di determinazione, epperò in generale, è lo
stesso che è il puro essere. [123]
L’identità
di essere e nulla per Hegel è quindi “unità” nell’opposizione:
Il puro essere e il puro nulla sono dunque lo stesso. Il
vero non è né l’essere né il nulla, ma poiché l’essere “non passa” ma è passato
nel nulla, questo è il nulla dell’essere. In pari tempo però il vero non è la
loro non-differenza, la loro in indistinzione, ma è anzi che “essi non sono lo
stesso”, poiché essi sono assolutamente differenti, ma insieme anche inseparati
e inseparabili, dal momento che immediatamente ciascuno di essi sparisce nel
suo opposto. La verità dell’essere e del nulla sta pertanto in questo movimento consistente nell’immediato
sparire di uno nell’altro. [124]
Questa
concezione hegeliana del nulla è
storicamente importante, perché corregge anche il precedente concetto di essere sostituendo ad entrambi la loro
sintesi: il divenire. In Hegel vi è quindi identità pre-ontica
nulla-essere, mentre il divenire è la loro realtà “effettuale” e “necessitata”.
Si legge infatti nel § 87 dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche:
Ciò che occorre, è solo di acquistare chiara coscienza
di tali principi [l’essere e il nulla]: che cioè essi non sono se
non astrazioni vuote, e ciascuna delle due tanto vuota quanto l’altra: la tendenza
a trovare nell’essere, o in entrambi, un significato determinato, è la necessità
stessa, la quale fa che l’essere il nulla si spingano più innanzi, a conferir
loro un significato vero, cioè concreto. [125]
La verità
idealistica è “concreta”, e l’idea di divenire è il frutto dell’idea di
necessità. Ma noi, all’opposto, pensiamo
che 1 idea + 1 idea sia = 2 idee
rimanendo uno 0 di realtà e che questa non sia esprimibile con nessuna idea, ma
solo indagabile studiando gli sviluppi della materialissima datità
plurale-differenziata degli enti che la fanno “divenendo”.
Nella
nostra visione, quindi, l’essere esiste solo come divenire,
e la distinzione sta solo nel fatto che l’essere è l’“istante” del divenire.
Perciò il pluralismo ontofisico pone un nulla teorico come
“fondo” da cui può emergere qualcosa
e non come “assenza d’essere”. La fisica quantistica ci è anche in questo caso
di valido aiuto, poiché il vuoto quantistico è assenza di materia-energia in
atto, ma ne fonda la possibilità. In altre parole, il vuoto è il luogo dove
“tutto” può nascere e in esso una ridda di virtualità attende di farsi realtà
attraverso un irrompere di energia che “le chiama” alla realtà. Il vuoto è il
“ciò” privo di materia “attuale” ma non privo d’essere; esso “era” prima l’universo “fosse”: quindi il “dove” e il
“da cui” questo proviene. Come da questo ciò
si sia arrivati al bigbang e al nostro cosmo è un ignoto destinato molto probabilmente a restare tale, ma i fisici
sembrano concordi nell’immaginare una “perturbazione” di esso. Ma il vuoto quantistico non è mai
perfettamente in quiete ma sempre luogo di fluttuazioni.
La teoria
delle superstringhe (in realtà l’insieme di più teorie coniugate) implica
la teorizzazione di una fase ontica di pre-bigbang dalla quale sarebbe emerso
il nostro universo (probabilmente insieme ad altri). Ciò sarebbe nato da un
oceano quantistico “in quiete” (che chiameremo àkeiron), irrompendo nel quale una perturbazione energetica avrebbe
dato luogo ad increspature, dalle quali, per rottura di simmetria, si
sarebbe prodotta la “bolla” quantistica da cui è nato il nostro cosmo
attraverso il successivo bigbang. Questo ipotetico accadimento è così descritto
dal fisico delle stringhe Maurizio Gasperini:
Si può pensare, come analogia, alla superficie deserta
di un oceano molto calmo, in cui succede ben poco: solo qualche minuscola onda
si propaga in superficie, incontrandosi occasionalmente con altre onde. Scontri
di onde abbastanza robusti possono allora portare il mare a “spumeggiare” qua e
là, in modo sostanzialmente casuale o caotico. Allo stesso modo, nell’universo
primordiale, fluttuazioni casuali della geometria potrebbero concentrare, in
una certa regione dello spazio, una densità di energia sufficiente per
provocare un collasso gravitazionale, con relativa “implosione” locale dello
spazio-tempo e di tutte le forme di energia. [126]
Il
big-bang, quindi, come istante di nascita dello spazio-tempo e crogiolo di un
plasma primordiale in grado di espandersi e di produrre materia.
Torniamo però alla storia del pensiero per
dare ragione di un’evoluzione dell’hegelismo attraverso la “fenomenologia”
husserliana rifluito nell’esistenzialismo
di Heidegger e di Sartre. Il primo aveva dichiarato nel 1949 (quinta edizione
di Che cos’è la metafisica) che il
nulla è «la negazione radicale della totalità dell’esistente». Il nulla come
“annullamento, aggiungendo: «È proprio il nulla
stesso ciò che annulla» In Introduzione alla metafisica, pubblicato
nel 1953, si legge:
Eppure, anche perché semplicemente una cosa di tal
genere possa essere messa in dubbio, occorre che sia presente una precisa
distinzione fra essere e non-essere. Quello di cui, in questo caso, non
dubitiamo affatto, è che l’essere sia diverso dal non-essere. Per quanto la
parola “essere” risulti indeterminata nel suo significato, nondimeno la
comprendiamo in modo determinato. Essere
si rivela così come qualcosa di pienamente indeterminato altamente determinato.
[…] L’essere non può esse paragonato con nessun’altra cosa. Solo il nulla è per lui l’altro. [127]
Heidegger ripristina una distinzione tra
l’essere il nulla che ritroviamo in parte in Sartre in termini differenti,
poiché questi ha sostituito alla nozione di “esistenza” quella di “coscienza”,
rileggendo forse Hegel attraverso l’interpretazione di Kojève [128]
. Ne nasce una premessa cui segue una domanda:
Bisogna che il nulla sia dato nell’intimo dell’essere,
perché si possa percepire quel tipo particolare di realtà che abbiamo chiamato
negatività. Ma l’essere-in-sé non può produrre questo nulla intra-mondano: la
nozione d’essere come piena positività non contiene il nulla come una delle sue
strutture. E d’altra parte non si può dire che lo escluda: è senza rapporti con
esso. Di qui il problema che ci si pone ora con istanza particolare: se il
nulla non può essere concepito né al di fuori dell’essere e né a partire
dall’essere, e se, d’altra parte, essendo non-essere, non può trarre da sé la
forza necessaria per “nullificarsi”, donde viene il nulla? [129]
Ed ecco la risposta:
Bisogna innanzitutto riconoscere che non possiamo
concedere al nulla la proprietà di “nullificarsi”. Perché, quantunque il verbo
“nullificarsi” sia stato formulato per togliere al nulla la benché minima
sembianza d’essere, bisogna ammettere che solo l’essere può nullificarsi, perché comunque, per nullificarsi, bisogna
essere. Ora, il nulla non è. Se
possiamo parlarne è perché possiede un’apparenza d’essere, un essere prestato,
l’abbiamo già visto sopra. Il nulla non è, il nulla “è stato”; il nulla non si
nullifica, è “nulllificato”. [130]
Siamo qui alla riproposizione di una pura
dialettica discorsiva ammantata di logica, dove sia il nulla che l’essere divengono
concetti totalmente astratti.
Le precedenti considerazioni ci portano
anche al problema di ciò che si debba intendere per realtà. Lo avevamo già posto
in Necessità e libertà, distinguendo tra
realtà “antropica” (quella di cui là ci occupavamo) e realtà “cosmica”. Ma
questa era là posta in maniera generica, al solo scopo di creare una
distinzione tra il modo con cui l’uomo percepisce se stesso col mondo che lo
circonda e l’esistenza di un cosmo “in sé”.
Una maniera di porre il problema della realtà che è evidentemente
opposto a quello dei sostenitori del principio
antropico “forte”, che legano la realtà del cosmo a quella dell’uomo. Per
essi infatti il cosmo è reale solo in quanto è reale l’uomo “che lo pensa”;
come dire che esso ”è” perché c’è un homo sapiens che lo pone. Steven
Weinberg, premio Nobel per la fisica nel 1979, in un articolo sul New York
Times ha osservato:
Gli esseri umani non riescono a resistere alla
tentazione di credere che abbiamo una relazione speciale con l’universo, che la
vita umana non è solo il risultato più o
meno ridicolo di una catena di coincidenze il cui risultato risale ai primi tre
minuti [dopo il bigbang], ma che in un modo o nell’altro la nostra esistenza è
prevista sin dal principio. […[ il principio antropico forte è poco più che un
mantra mistico[131]
Però non
basta prendere le distanze dal Principio Antropico ma occorrono precisazioni.
“Una” realtà cosmica non esiste, perciò noi proponiamo con il pluralismo ontofisico più realtà
“regionali” individuabili e concernenti almeno quattro ambiti: 1° il mondo
subatomico descritto dalla Meccanica Quantistica; 2° quello delle “complessità
molecolare” descritto dalla fisica classica e dalla chimica; 3° la biosfera
terrestre soggetta alle leggi biologiche; 4° il macrocosmo soggetto alla
Relatività Generale. Precisiamo: regioni
e non livelli; le regioni cosmiche
sono situazioni-condizioni sistemiche che coesistono e interagiscono
intersecandosi e sovrapponendosi restando “realtà” differenti. Esse possono
essere viste come sistemi costituiti da particelle elementari e da loro
aggregazioni verso il sempre più complesso, dove le leggi che governano le
varie regioni non sono esattamente le stesse, o quantomeno, non le stesse
perlopiù operanti.
Non significa affatto che le leggi della
prima regione non valgano per la seconda, la terza e la quarta, che quelle
della seconda non siano implicate in quelle della prima, della terza e della
quarta, e che quelle di questa non concernano le altre tre. Significa che dal
punto di vista dell’effettualità
abbiamo ragioni sufficienti per tenerle distinte, in quanto portatrici di
elementi della realtà generale che le caratterizzano nelle loro particolarità e
le distinguono l’una dall’altra. Questa partizione della realtà cosmica in
sistemi fisici regionali può avere poco senso per la scienza, ma ne ha molto
per la filosofia, poiché permette di definire differenti contesti fenomenici in
funzione degli enti che li costituiscono. L’analisi filosofica può così
concentrarsi su ambiti fisici omogenei, senza perdersi in generalizzazioni che
allargando il campo d’indagine creando confusioni. Ma anche da un punto di
vista fisico ci pare si legittimi un criterio di discrimine, perché le regioni
della realtà fisica permettono di cogliere la rilevanza o l’irrilevanza
di alcune leggi fisiche fondamentali rispetto ai differenti livelli di
aggregazione.
Le modalità di approccio ad una regione
della realtà fisica implicano infatti non solo una strumentazione differente,
ma anche una forma mentis differente,
il che non implica una specializzazione forzosa dell’attività scientifica, ma
solo la concentrazione della fatica in un orizzonte circoscrivibile del reale.
Che sia poco produttivo impiegare il telescopio dove serve il microscopio, e
viceversa, non vale solo in senso tecnico poiché ci conferma che le modalità di
approccio intellettivo alle varie regioni
devono differenziarsi. La realtà cosmica va guardata prescindendo per quanto
possibile dal porsi dell’uomo rispetto alla generalità come elemento centrale e
privilegiato di essa. Ciò implica l’abbandono dell’elaborazione umana del reale
in termini autoreferenziali e l’utilizzo della datità (ma non certo quella in senso husserliano!) per l’elaborazione
di riflessioni, ipotesi e tesi corrette. È infatti solo la datità (per
quanto da considerare sempre con prudenza e discernimento) a porsi come nostra
fonte indispensabile di informazioni sulla realtà fisica.
1.7 La realtà come orizzonte gnoseologico
Sin da Necessità
e libertà noi abbiamo proposto l’abbandono del concetto di “verità” in
senso ontologico per relegarlo nei suoi legittimi ambiti di validità, afferenti
la logica formale, la matematica e quegli ambiti esistentivi soggetti a
verifica fattuale come quello giuridico. Il concetto di realtà è più concreto, meno rigido, più plastico, soprattutto
conforme e coerente col rapporto “noi-mondo” che è compito della filosofia
indagare. È inoltre esente da scorie teologiche e può essere validamente
applicato alla materia elementare, a quella vivente e all’homo sapiens,
andando soggetto solo a criteri di verifica effettuale e filosofica nei suoi
differenti ambiti di riferimento. Due sono i tipi di realtà che interessano
precipuamente la filosofia, quello relativo al mondo fisico e quella
concernente il mondo umano: un conto è parlare di realtà “cosmica” e un altro
di realtà “antropica”, sicché l’effettualità,
che per la materia cosmica risponde alla datità
strumentale, per la mente umana è qualcosa di assai più difficile da definire.
Eppure il concetto di effettualità
era stato da noi posto proprio in relazione all’uomo [132]
e non al cosmo, poiché la realtà materiale si offre per mezzo di elementi
osservativi, esperienziale e computazionali abbastanza definibili, mentre
quella antropica è di tipo percettivo-esistenziale, fortemente legata alla
sensazione, all’intuizione ed anche agli stati psichici. Da ciò
l’indispensabile di precisare se parliamo dell’antropica o della cosmica,
cioè se il referente di essa è l’uomo o l’universo materiale. Qui ci occupiamo
della seconda tenendo presente che essa è sempre “in evoluzione” ed esclude
qualsiasi “verità”, originaria, eterna, causale, prima od ultima.
Non si tratta solo di considerare i danni
gnoseologici portati da un mal posto concetto di verità poiché è ancora più
grave il danno ontologico che ne deriva. Si crea una sorta di obnubilamento
cognitivo che rende impossibile il conseguimento di alcuna nozione del reale,
poiché ci immerge in una fumisteria metafisica dove, diventati ciechi alla
realtà, ogni delirio può produrre splendidi spettacoli pirotecnici affascinanti
e luminosi. Se la realtà è ciò che esiste, e l’esistere sta nel tempo ed è
verificabile, inventarsi un “eternità d’essere”, ed ipostatizzarla come reale
in quanto “vera”, nel legittimarsi come teologia chiude a doppia mandata ogni
porta sul reale. Vivere nel sogno è legittimo e gratificante, purché non si
pretenda di imporre alla veglia i concetti di verità, eternità et similia. Se ciò avviene il concetto
di evoluzione è bollato come “falso”
mentre la Creazione da parte del Dio-Volontà o l’ordine cosmico come intelligent design del Dio-Necessità
diventano reali. Le idee-forme del Demiurgo nel Timeo o la Necessità ordinante nell’Etica di Spinoza si fanno “vere”. Il “prima” come causa eterna, e
il “dopo” come effetto nel tempo, diventano il dogma paradigmatico che ci
imprigiona in una caverna reale che si oppone al mito di quella ideale del celebre
Libro VII del Repubblica. Il fisico
teorico Lee Smolin, della Pennsylvania University, osserva:
Il problema dell’uovo e della gallina è insolubile,
come scopre la maggior parte dei ragazzini; ma rimane tale finché le uova e le
galline vengono considerate come categorie eterne: non appena si permetta al
tempo e all’evoluzione di entrare in gioco, il problema si risolve da sé,
perché non c’è il minimo dubbio che le uova siano venute prima. Questo semplice
scherzo, che suggerisce come la nozione di struttura del mondo si sia formata
attraverso la selezione naturale, ci permette di evadere dalla prigione
platonica in cui è costretta a languire l’epistemologia. […] Se tutto ciò che
esiste è creato ed esiste nel tempo,
allora la conoscenza oggettiva – la conoscenza del reale - è anch’essa una
conoscenza che vive nel tempo. [133]
Ciò che sorprende, scorrendo quel che
impropriamente si chiama “storia della filosofia” è che il concetto di realtà sia stato utilizzato così poco.
La spiegazione sta nel fatto che di filosofia se n’è fatta sempre pochissima e
di metafisica moltissima, e per questa il concetto di realtà è in sé privo di
senso, ma implicato in quello di verità. Prova ne sia che il termine
“realismo”, sino almeno al XX secolo, non si riferisce affatto alla realtà, ma
indica il “conferimento di realtà” agli enti metafisici in quanto “veri” [134].
Con una certa approssimazione possiamo dire che il “senso del reale”,
contrapposto al “dogma dell’ideale”, sia evocato solo nel nominalismo, termine che fa la sua comparsa nel XV secolo con
Roscellino. Ma questi, alla fine dell’XI secolo, contro Anselmo ed Abelardo
aveva solo sostenuto che gli universali
erano flatus vocis, meri nomi
pronunciati, emissioni di fiato, irreali
e inconsistenti. Va però precisato per lui il problema non riguardava il reale
di cui noi ci occupiamo, bensì quello delle tre Persone della Trinità prese
individualmente, in contrapposizione all’irrealtà del Dio-Uno-Trino, sostenuta
invece dai teologi “realisti”.
Il dibattito sul concetto di realtà che si
sviluppa tra il XV secolo e la modernità è carico di ambiguità, culminando nel
paradossale esse est percipi di
Berkeley, che nega realtà al mondo materiale riconoscendolo solo allo spirito.
Va dato atto a Kant di essersene occupato nella prima edizione della Critica della ragion pura (Paralogismi della ragion pura, Critica al 4° paralogismo della psicologia
trascendentale), fornendo un contributo importante al concetto di realtà.
Egli, pur qualificandosi come idealista
trascendentale, sostiene infatti un realismo
empirico che riconosce realtà oggettiva alla materia, legandola allo spazio
e al tempo con l’affermazione:
Per questo idealismo trascendentale noi ci siamo
dichiarati già fin da principio. Nella nostra dottrina cade dunque ogni difficoltà
ad ammettere l’esistenza della materia appunto sulla testimonianza della nostra
semplice autocoscienza, e darla quindi per dimostrata, come l’esistenza di me
stesso in quanto essere pensante. Infatti io ho coscienza delle mie
rappresentazioni, queste dunque esistono, ed esisto io stesso che ho queste
rappresentazioni […] L’idealista trascendentale è, dunque, un realista empirico
e riconosce alla materia, come fenomeno, una realtà che non ha bisogno di esser
dedotta, ma è immediatamente percepita. [135]
Ma nello
stesso tempo, legando la realtà del cosmo materiale al fatto di “venir
percepito e pensato” dall’autocoscienza,
egli finisce per fare dell’uomo, dell’ente pensante, il garante dell’esistenza
del cosmo. Fichte avrebbe tratto le conseguenze di tale posizione, mutuando il
concetto di autocoscienza e facendone un “assoluto”, sì da precipitare in un
idealismo radicale allorché in Dottrina
della scienza, del 1794, afferma:
La dottrina della scienza [che pone l’Io come sostanza suprema e fonte di ogni
realtà] è realistica. Essa mostra che
non si può in alcun modo spiegare la coscienza delle nature finite se non si
ammette l’esistenza di una forza indipendente da esse, ad essa opposta, e dalla
quale esse dipendano nella loro esistenza empirica. [136]
Se Kant
aveva posto un” io finito” come
garante della realtà, Fiche, nel ritenerlo inadeguato, pone l’“io infinito”
(l’Assoluto-Dio-Unità-Totalità) che lo annulla e lo include («…accanto
all’Assoluto non rimane niente di estraneo ma svanisce tutto ciò che non è
l’Assoluto.» Non molto diversamente
Schelling pone l’identità di “idealismo realistico” e di “realismo
idealistico”, dando corso ad un guazzabuglio terminologico e concettuale
impantanatosi nella più totale confusione. In quanto a Hegel, com’è risaputo,
nella prefazione ai Lineamenti di
filosofia del diritto (1821) liquida la questione con la lapidaria
asserzione: «Ciò che è razionale è reale e ciò che è reale è razionale.» E siccome la Ragione, che egli chiama anche
Spirito, Assoluto o Idea, è poi nient’altro che il Dio-Necessità panteistico,
alla fine ne emerge che l’unica realtà è Dio, mentre il mondo è un mero
passaggio della dialettica tesi-antitesi-sintesi quale fenomenologia divina.
Nelle Lezioni di estetica (pubblicate
postume nel 1836-1838) l’ultima versione dell’essenza del divino è quella del
Dio-Idea-Io-Concetto-Unità-Totalità quale unica realtà-verità, che viene così
formulato:
Ogni esistente ha quindi verità solo in quanto è
un’esistenza dell’idea. Infatti l’idea soltanto è quel che è veramente reale.
Ciò che appare non è infatti vero per il fatto che ha l’esistenza interna o
esterna ed è in generale realtà, ma solo per il fatto che questa realtà
corrisponde al concetto. Solo allora l’esistenza ha realtà e verità. È verità
non già nel senso soggettivo, che
un’esistenza si mostra conforme alle mie
rappresentazioni, ma nel significato oggettivo,
che l’Io o un soggetto esterno, un’azione, un avvenimento, una situazione
realizza nella propria realtà il concetto stesso. Se manca quest’identità,
l’esistente è solo un’apparenza in cui si oggettivizza, al posto del concetto
totale, solo un qualsiasi lato astratto, che, rendendosi autonomo in sé di
contro l’unità e la totalità, può immiserirsi fino ad essere opposizione al
vero concetto. Così solo la realtà conforme al concetto è una vera realtà, e
vera proprio perché l’idea stessa viene ad esistenza in essa. [137]
Dopo i disastri filosofali dell’Idealismo,
per un importante chiarimento del concetto di realtà, bisognerà attendere il 1870,
allorché Herbert Spencer, in Principi di
psicologia e sotto il curioso termine di “realismo trasfigurato” affermava:
Il realismo a cui siamo impegnati è quello che
asserisce semplicemente che l’esistenza oggettiva è separata e indipendente
dall’esistenza soggettiva. Ma esso non afferma che ognuno dei modi
dell’esistenza oggettiva sia in realtà ciò che sembra, né che le connessioni
tra i modi siano oggettivamente ciò che sembrano. Perciò questo realismo va
nettamente distinto dal realismo crudo; e per sottolineare la distinzione si
può definirlo realismo trasfigurato. [138]
A partire
da Spencer nasce pertanto un nuovo realismo
“crudo” e moderno, dove la realtà del
cosmo “è” e lo è “di per sé”, del tutto indipendente dall’esser pensata
dall’uomo. Purtroppo questo concetto moderno di realismo è rimasto minoritario
e sembra confinato al mondo anglosassone ed in particolare statunitense, mentre
continua ad imperversare il concetto medievale di realismo metafisico che continua ad inquinare il concetto filosofico
di realtà.
Naturalmente la questione non è affatto
semplice, e sarebbe ingenuo ritenere che il concetto di realtà possa esser definito in modo chiaro ed inequivocabile. Al
contrario, esso resta problematico anche per chi, come noi, neghi validità ad
ogni punto di vista metafisico ma nel contempo si opponga al materialismo
rozzo. Derivando realtà dal latino res, che non significa soltanto “cosa”,
ma anche oggetto, ente, fatto, accadimento fenomeno, sicché la realtà non può essere ridotta a cosalità, e non solo perché questo
termine abbia assunto significato negativo, ma per la chiara improprietà
riduzionistica. Le cose però sono cambiate, e non tanto grazie alla filosofia
quanto alla tecnologia. L’homo sapiens oggi può avvalersi in vari modi di datità cosmiche significative e
attendibili quali elementi di realtà, delle quali i suoi antenati erano
del tutto privi. Basti solo pensare che almeno sino al XV secolo, prima
dell’invenzione del cannocchiale, il cosmo lo si giudicava ad occhio nudo. In
assenza di strumenti che realizzino il rapporto di rilevazione
“materia-materia” la realtà cosmica ci sarebbe perlopiù preclusa. Solo il
rilevamento strumentale di ciò che “esiste senza l’uomo” (il dato
bruto non interpretato) ha infatti rilevante significato cognitivo, poiché è
solo partire da esso che la realtà cosmica si può, con grande umiltà, pazienza
e impegno, accostare in maniera corretta. Ma di quale realtà cosmica
stiamo parlando? Per ora soltanto di quel 5% circa di cui abbiamo nozione,
mentre il restante 95% è ancora fuori della nostra portata.
L’indagine sulla realtà antropica si pone in termini differenti, poiché in essa
l’oggetto d’indagine siamo noi e di noi abbiamo tutto (o quasi tutto) a
disposizione. Però la faccenda è assai più complicata di quanto paia, perché il
poco che manca è dirimente e gli
strumenti servono a poco o nulla. Anche la PET, la tomografia ad emissione di positroni, questa tecnica rivoluzionaria di
indagine sulle funzioni cerebrali, consente una buona indagine sui meccanismi
del cervello, ma resta inadeguata rispetto alla complessità della mente umana e
del tutto “fuori portata” rispetto a ciò che si deve intendere per realtà antropica. Sono ancora discipline umanistiche, come l’antropologia, l’etologia
umana, la psicologia, la psicanalisi e la sociologia a risultare utili per
capirne qualcosa. D’altra parte il territorio della realtà antropica è più vasto di ciò che è l’uomo; essa va infatti
considerata estensiva ed inclusiva di qualsiasi fattore esterno che lo concerna,
sia in senso attivo (agendo sul suo modo di vivere) sia in senso passivo (come
oggetto delle sue creazioni e manipolazioni). Non è infatti il carattere di
materialità o immaterialità che mette un ente in rapporto alla realtà cosmica o
a quella antropica, ma unicamente il fatto di possedere esistenza, e quindi
realtà, all’infuori di ciò che potremmo definire “mondo antropico”. Ne deriva
che Marte può essere a tutt’oggi quasi esclusivamente considerato realtà
cosmica ed extra-antropica, ma nel momento in cui venisse colonizzato dall’uomo
assumerebbero caratteri “antropici”, com’è stato per gran parte della Terra,
che è ormai un corpo cosmico “antropizzato”.
Relativamente al termine improprio di cosalità riferito alla realtà cosmica, va tenuto presente che
questa non è costituita tanto da “cose”, ma piuttosto da “processi”. Essa
consta di “situazioni dinamiche” in perpetua evoluzione dove gli enti mutano e
si trasformano in maniera continua e talvolta per salti, senza che noi abbiamo
idea di come avvenga, di che cosa abbia successo o fallisca, di che cosa
produca mutazione o si risolva in aborto. Ciò non esclude la stabilità dei
processi e la necessità di leggi che li governino, poiché senza ripetitività
conservativa nulla esisterebbe. Ma se poi, regione per regione o nicchia per
nicchia, le cose vadano in un senso o in un altro ne sapremo sempre poco o
nulla e spesso solo a posteriori
sempre che gli effetti siano tali da poterli rilevare. Anche David Bohm ammette
che «la necessità di una
legge causale non è mai assoluta » [139],
aggiungendo:
Vediamo dunque che
bisogna concepire la legge della natura come necessaria solo se ci si astrae
dalle contingenze, cioè da quei
fattori essenzialmente indipendenti che esistono al di fuori del campo d’azione
delle cose che possono essere coinvolte nelle leggi e che non conseguono
necessariamente da nulla che possa essere specificato nel contesto di queste
leggi. [140]
Quella della realtà cosmica è una
divenienza della quale l’uomo può sì osservare cose e fatti, ma è impossibilitato
a conseguirne una vasta e profonda coscienza, come concepirne i tempi
macrococosmici o razionalizzare quelli subatomici. In altre parole, la “scala”
percettiva e cognitiva dell’uomo è così misera che egli è escluso dalla
cognizione del divenire in tutte le
sue estensioni spaziali e temporali. Di ciò che concerne le regioni della realtà (se ne parlerà al §
9.3) al di fuori di quella in cui è collocato, egli può comprendere assai poco
e molto spesso solo in un senso analogico, riferendone elementi e aspetti agli oggetti e ai fatti della “sua”
realtà, al fine di potersi “fare un’idea” di ciò che gli si sottrae. Solo
l’attività scientifica di osservazione e ricerca, grazie alla sua possibilità
di accedere alla datità cosmica per
mezzo del rapporto strumentale materia-materia, gli permette di “uscire” dalla
realtà antropica e di accedere in parte a quella cosmica. Ed è solo in virtù di
ciò che la realtà cosmica rivela di sé all’uomo, permettendogli
concettualizzazioni scientifiche e filosofiche che egli può solo
approssimativamente cogliere.
La realtà è un processo evolutivo continuo
che avviene in tempi così lunghi che per noi sono inconcepibili al di fuori
dell’astrazione numerica. Pronunciare la frase “1 miliardo di anni” non vuol
dire affatto sapere che cosa sia realmente un miliardo di anni nel suo farsi.
Questo flusso del divenire “c’è ma non possiamo coglierlo” se non in casi
particolarissimi e limitatissimi (come il mutamento del clima terrestre
nell’ultimo secolo) che possiamo registrare e trasmettere ai posteri. Ma, a
parte la tecnologia di osservazione e rilevamento, che è fatta di congegni e di
macchine, è solo grazie alla matematica se il “dato” acquista un “linguaggio”
registrabile e trasmissibile. Sicché, indipendentemente dalla possibilità di
concretizzare una datità, continua a
stupirci la straordinaria funzionalità della matematica nel leggere il mondo
fisico. È lo stupore che ha fatto scrivere a Eugene Wigner nel 1960 l’ormai
famoso articolo intitolato The
Unreasonable Effectivness of Mathematics in the Natural Sciences [141],
dove si chiedeva come mai la matematica potesse essere “così efficace” e utile.
Non paia quindi eccessivo se dedicheremo i due prossimi capitoli ad indagare
l’essenza della matematica come “lingua dei discreti dinamici” in base a
considerazioni biologiche, fisiologiche, esistenziali, culturali, sociologiche
e storiche.
La philo-sophia, l’amore del
conoscere (abbiamo già chiarito l’obsolescenza di sophia =
sapienza), deve abbandonare lo statico e tautologico terreno della verità
per entrare in quello dinamico e rivelativo della realtà. E anche la
fisica deve prendere nettamente le distanze dalla logica (che la tradizione
metafisica le ha incollato addosso), con le sue “verità” e i correlati criteri,
schemi, “tavole”, il tutto infarcito di dogmi ed assiomi. La logica evolve solo
nella “formalità”, mai nella sostanza;
forse essa “non può” essere evolutiva, ma sempre e solo “fissa”, poiché vive
sui meccanismi tautologici che la fondano. La fisica non ha nulla a che fare
con la logica essendo in continua trasformazione nei suoi criteri cognitivi;
però ci sono dei logici-epistemologi-teologi che pretenderebbero di
appiccicarle le loro “regole”. Se i fisici le accogliessero ridurrebbero la
loro attività a meccanicistiche elucubrazioni, perdendo completamente di vista
il fine del loro lavoro: la scoperta dell’ignoto. In ciò i filosofi debbono
essere al fianco dei fisici per aiutarli a tenersi lontani da tali bizantinismi
sterili, anche perché l’amore del conoscere deve evolvere con l’evolvere
della conoscenza scientifica. Che 2+2 faccia 4 (e che ciò sia “verità”) è una
tautologia logica di scarso valore, poiché con tali ”verità” non si capirebbe
un bel nulla di gran parte della realtà ogni qual volta ci si imbatte nell’inusuale,
nell’irregolare, nel contraddittorio, che in quanto “nuovo” va spesso accostato
in modi “nuovi” lontani da vecchie schematizzazioni.
Per quanto non del tutto convincente ha
qualche credenziale in più il realismo
scientifico (RS) del quale la storica della scienza Elena Castellani parla
in un recente articolo:
Ma perché sostenere il RS? Il principale argomento a
favore è quello per cui il RS è la posizione che fornisce la migliore
spiegazione del perché la scienza abbia un incontestabile successo. Questo
successo sarebbe un miracolo se le teorie sulle quali si basa non fossero vere
(o almeno approssimativamente vere): è quello che sostengono i difensori del RS
usando questo tipo di argomento (noto anche come argomento “nessun miracolo”). Ma
la storia della scienza ci insegna che anche le teorie di successo possono in
seguito venire abbandonate, e che a volte il cambiamento può esser moto
drastico (come nel caso delle cosiddette “rivoluzioni scientifiche”. Questo ci
induce a essere pessimisti sul collegare il successo delle teorie con una loro
presunta verità, controbattono quindi i critici del RS (usando quello che è
noto come l’argomento di “meta-induzione-pessimista) E via argomentando. Forse
basta per difendere la rilevanza della questione? [142]
Quale che
sia l’espressione usata (ma ci pare che realismo
scientifico sia corretto) quel che
importante è uscire dal pantano dei “realismi” (quasi una decina) definendo
chiaramente almeno quello che assume il dato scientifico a suo fondamento ma
senza alcuna assolutizzazione, senza alcuna verità vera o presunta, ma solo
come il “migliore possibile” adeguamento cognitivo di un “adesso” che domani
non varrà più, poiché la conoscenza evolve come evolve la realtà.
NOTE
[143]
M.Gell-Mann, Il quark e il giaguaro,
cit., pp.27-28.
[144]
T.Regge, Scienza e concezioni della realtà, in: AaVv, Scienza e
realtà, Milano, Bruno Mondadori 2000, p.28.
[145]
C.Tamagnone, Necessità e libertà,
Clinamen 2004, p.71.
[146]
R.Rorty, La filosofia e lo specchio della
natura, Bompiani 2004, p. 35.
[147]
Ivi, p.39.
[148]
Ivi, p.323.
[149]
Ivi, pp.283-292.
[150]
Ivi, p.293
[151]
Ivi, p.637.
[152]
Ivi, p.639.
[153]
Precisiamo che la nostra posizione sulla conoscenza non solo non ha niente a che
fare con quella dei biologi Humberto Maturana e Francisco Varela esposta nel
loro saggio L’albero della conoscenza, ma che per molti aspetti la
combatte. Essi sostengono che il conoscere è una sorta di “circolo” che si
chiude includendo il soggetto attivo-conoscente
e l ‘oggetto conosciuto in un rapporto di fusione da cui emerge il “conoscere”
in quanto tale. Viene così negata l’esistenza di fatti e oggetti “esterni” al
conoscente. Essi affermano infatti: «Il nostro punto di partenza è consistito
nel renderci conto che ogni conoscenza è un’azione per colui che conosce e che
ogni conoscenza dipende dalla struttura di colui che conosce. » (M. e V., L’albero della conoscenza, Milano,
Garzanti 1987, p.44), e ciò perché: «Ciò che caratterizza l’essere vivente è la
sua organizzazione autopoietica, e i diversi esseri viventi si distinguono
perché hanno strutture diverse, ma sono uguali per quanto concerne
l’organizzazione.» (Ivi, p.56)
[154]
Sulla nostra proposta di cassare l’uso improprio del termine “verità” si veda Necessità e libertà, cit, pp.35-37
[155]
C.Tamagnone, Necessità e libertà,
cit. (pp.70-71, pp.158-159 e specialmente pp.163-179).
[156]
A.Einstein, Autobiografia scientifica, in Opere scelte, a cura di
E.Bellone, Torino, Bollati Boringhieri 1988, p.64.
[157]
Si tratta di un termine utilizzato in La filosofia e la teologia filosofale
per indicare il modo surrettizio, tipico della metafisica, di definire
arbitrariamente il “complesso” come se fosse “semplice”, mistificandone
completamente l’essenza. La semplificazione, all’opposto, non è
arbitraria e mistificante, poiché si limita ad estrarre e porre in evidenza
l’essenziale, omettendo o trascurando l’inessenziale.
[158]
R.Feynman, QED La strana teoria della luce e della materia, cit, p.13
[159]
Le scienze cognitive si avvalgono delle neuroscienze, della psicologia,
dell’intelligenza artificiale, della linguistica cognitiva e della filosofia
della mente. La data di nascita di questa disciplina viene fatta risalire al Symposium
of Information Theory, tenutosi presso il MIT (Massachussets Institute of
Technology) di Boston nel settembre del 1956.
[160] Traggo quest’utile terminologia dal libro
di Edoardo Boncinelli Il cervello, la
mente e l’anima, Mondadori 2000, pp.277-281.
[161]
Vi sono invece studiosi come Damasio, Davidson, Dennett e Churchland convinti
che la mente sia un blocco funzionale del tutto “aperto” all’indagine
scientifica e di converso che i sentimenti siano soltanto il frutto di
particolari configurazioni neuronali-sinaptiche, ma sostanzialmente dello
stesso tipo di quelle che concernono il calcolo.
[162]
J.D.Barrow, Impossibilità, Milano,
Rizzoli 1998
[163]
L’idema è l’organizzazione mentale che concerne
il nucleo dell’individualità e si manifesta, attraverso la particolare
sensibilità di ogni individuo, nelle emozioni complesse (non di tipo banalmente
reattivo-psichico), nei sentimenti e negli entusiasmi della conoscenza e della
scoperta..
[164]
Ricordiamo che il concetto di “investimento” psichico (Besetzung, tradotto anche con “carica”), che Freud pose nel 1895 in
Studi sull’isteria e in Progetto per una psicologia scientifica è elemento centrale della
teoria psicanalitica. Ad esso ci riferiamo perché lo riteniamo vicino alla
realtà funzionale del cervello, come pure condividiamo la concezione
“economica” posta da Freud. Ciò non significa che aderiamo incondizionatamente
alla psicanalisi freudiana, ma che l’utilizziamo come teoria alla quale
riconosciamo numerosi elementi di validità descrittiva.
[165]
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia filosofale, cit., p.53.
[166]
C.Tamagnone, Ateismo filosofico nel mondo
antico, cit., IV e V,
pp.141-198.
[167]
Epicuro decisamente la negava, quantunque smentito da una testimonianza dei papiri ercolanensi, opera di filosofi
epicurei emigrati in Campania (Ateismo filosofico nel mondo antico,
nota p.32).
[168]
G,W.F.Hegel, Scienza della logica, tomo I, cit., p.24.
[169]
Ivi, p.26.
[170]
Ibidem
[171]
Ivi, p.27.
[172]
Ivi, p.47.
[173]
Ivi, p.53.
[174]
Ivi, p.159.
[175]
Ivi, tomo II, cit., p.531
[176]
Ivi, p.532.
[177]
Ivi, p.534.
[178]
Ivi, p.535.
[179]
Aristotele, Metafisica, Roma-Bari,
Laterza 1973, pp.154-155.
[180]
B.Spinoza, Etica, a cura di
E.Giancotti, Roma, Editori Riuniti 2004, pp.114-115.
[181]
Ivi, p.124
[182]
I.Kant, Critica del giudizio, Bari,
Laterza 1972, pp.72-73.
[183]
B.Spinoza, Etica, cit, p.124.
[184]
G.W.F.Hegel, Estetica, a cura
N.Merker, Torino, Einaudi 1972, p.160.
[185]
Ibidem.
[186]
Alfred North Whitehead (1861-1947) è sicuramente uno dei più interessanti
teologi filosofali moderni. Insegnante di matematica a Londra prima del 1910
collaborò con Bertrand Russell alla stesura dei Principia mathematica. Emigrò poi negli USA e ad Harward, tenne una
cattedra di filosofia dal 1924 al 1937. Dal punto di vista teologico le opere
più significative sono quelle successive al 1926, quelle in cui definisce la
sua weltanschauung, che su una base
platonica innesta elementi di Leibniz e Bergson proponendo un vitalismo dove il
fisico e lo spirituale concrescono insieme nella realizzazione di
unità-totalità olistica .
[187]
A.N.Whitehead, Il processo e la realtà,
Milano, Bompiani 1965, p.92.
[188]
B.Spinoza, Etica, Roma, Editori
Riuniti 2004, p.180.
[189]
I.Kant, Critica della ragion pratica,
Roma-Bari, Laterza 1974, p.28.
[190]
F.Bazzani, L’incompiuto maestro,
Firenze, Clinamen 2002.
[191]
A.N.Whitehead, Il processo e la realtà,
cit.p.93.
[192]
Ivi, p.94.
[193]
Ivi, p.95.
[194]
Ivi, p.98.
[195]
Ivi, p.99.
[196]
Ivi, pp.99-100.
[197]
Ivi, p.151.
[198]
Ivi, pp.152-153.
[199]
Ivi, p.154.
[200]
Ivi, pp.158-160.
[201]
Ivi, p.160.
[202]
Ivi, p.161.
[203]
Ivi, pp.170-171.
[204]
Ivi, p.185.
[205]
Ivi, p.197.
[206]
Ibidem.
[207]
Ivi, p.207.
[208]
Ivi, p.268.
[209]
Ivi, p.333.
[210]
Ivi, pp.410-421.
[211]
A.N.Whitehead, Scienza e filosofia,
Milano, Il Saggiatore 1966, p.124.
[212] McTaggart è autore degli Studies in Hegelian Dialectic (1896), Studies in Hegelian Cosmology (1901), Commentary on Hegel Logic (1910).
[213]
A.N.Whitehead, Il processo e la realtà,
cit.p.431.
[214]
Ivi, p.437.
[215]
Ibidem.
[216]
Ivi, p.467.
[217]
Ibidem.
[218]
Ivi, p.473.
[219]
Ivi, p.482.
[220]
Ivi, pp.493-494.
[221]
Ivi, p.548.
[222]
Ivi, p.551
[223]
Ivi, p.593.
[224]
Ivi, p.594.
[225]
Ivi, p.603.
[226]
Ivi, pp.603-604.
[227]
Ivi, pp.651-652.
[228]
Ivi, p.652.
[229]
Ivi, p.653.
[230]
Ivi, p.654.
[231]
Ivi, p.655.
[232]
Ivi, p.657.
[233]
Ivi, p.658.
[234]
C.Tamagnone, La filosofia e la teologia
filosofale, Firenze, Clinamen 2007, pp.165-166
[235]
F.Capra, Il Tao della fisica, Milano,
Adelphi 1993, p. 148.
[236] Ibidem.
[237]
N.Bohr, Fisica quantistica e filosofia, in: I quanti e la vita, Torino, Bollati Boringhieri 1999, p.105.
[238]
H.C. von Baeyer, Informazione, p.56.
[239]
Ivi, p.57.
[240]
Ivi, p.207.
[241]
F.Capra, Il Tao della fisica, cit.,
p.161.
[242]
Ivi, pp.335-336.
[243]
Ivi, p.349.
[244]
Ivi, pp.354-355.
[245]
Ivi, p.355
[246]
J.Guitton – G. e I.
Bogdanov, Dio e la scienza, Bompiani
1997, p.88.
[247]
Ivi, pp.90-91.
[248]
Ivi, p.125.
[249]
G.Farmelo, Equilibrio perfetto,
Milano, Il Saggiatore 2005, pp.9-10.
[250]
Ivi, pp.10-11.
[251]
Ivi, p.14.
[252]
Ivi, p.15.
[253]
M.Gell-Mann, Il quark e il giaguaro,
cit., pp.98-99
[254]
A.Zeilinger, Il velo di Einstein,
Torino, Einaudi 2005, p.129.
[255]
C.Tamagnone, Necessità e libertà, cit., pp.161-179.
[256]
I.Prigogine, La fine delle certezze,
Torino, Bollati Boringhieri 2003, p.23.
[257]
I.Prigogine – I. Stengers, La nuova
alleanza. (Metamorfosi della scienza), Torino, Einaudi 1993, p.169
[258]
Plotino, Enneadi, Bompiani, Milano
2000, p.447.
[259]
Ivi, pp.447-449.
[260]
Agostino, Le Confessioni, Torino,
Einaudi 1984, pp.350-351
[261]
Ivi, p.351.
[262]
Ibidem.
[263]
R.Descartes, Meditazioni metafisiche, a cura di G.Cantelli, p.66.
[264]
G.W.F.Hegel, Scienza della logica,
tomo I, Roma –Bari, Laterza 1994, p.70.
[265]
Ibidem.
[266]
Ivi, p.71
[267]
G.W.F.Hegel, Enciclopedia delle scienze
filosofiche, Roma –Bari, Laterza 1984, p.103.
[268]
M.Gasperini, L’universo
prima del Big Bang, Roma, Muzzio 2002, pp.86-87.
[269]
M.Heidegger, Introduzione alla metafisica,
Milano, Mursia 1972, pp.88-89
[270]
Alexander Kojève (1902-1968) è un filosofo francese di origine russa allievo di
Jaspers, ma che ha anche subito l’influenza di Heidegger. Ha dato una lettura
esistenzialistica del pensiero di Hegel in lezioni sulla Fenomenologia dello spirito all’École Pratique des Hautes Études
dal 1933 al 1939. Si sa per certo che Sartre, insieme ad Aron, Bataille,
Klossowski, Lacan e Merleau-Ponty, aveva assistito a un seminario di Kojève su
Hegel trascritto in Introduzione alla
lettura di Hegel, pubblicato nel 1947.
[271]
J-P. Sartre, L’essere e il nulla,
Milano, Il Saggiatore 2002, p.57.
[272] Ibidem.
[273] S.Weinberg,
[274]
C.Tamagnone, Necessità e libertà,
Firenze, Clinamen 2004, p.11 nota.
[275]
L.Smolin, La vita del cosmo,
Torino,Einaudi 1998, p.240.
[276]
J.Ladyman, Filosofia della scienza, Roma, Carocci
2007, pp.150-157. Ladyman è un filosofo della scienza che spiega piuttosto bene
come si articolino le varie tendenze interpretative del reale. Egli distingue
un realismo metafisico , un r. diretto (gli oggetti fisici esistono
anche se non-pensati), un ideismo
(non percepiamo direttamente oggetti esterni ma li “rappresentiamo”). Noi
aderiamo al secondo, chiamato anche realismo
scientifico.
[277]
E.Kant, Critica della ragion pura, Appendice, Bari, Laterza 1965, p.700.
[278]
J.G.Fichte, Fondamenti dell’intera
dottrina della scienza, a cura A.Tilgher, Bari, Laterza 1971, p.231.
[279]
G.W.F.Hegel, Estetica, a cura di
N.Merker, Torino, Einaudi 1972, p.128.
[280]
H.Spencer, Principles of Psychology,
§ 472.
[281]
D.Bohm, Causalità e caso nella fisica moderna, Napoli, CUEN 1997, p.8.
[282] Ibidem.
[283] Communications in Pure Applied Mathematics, 1960 (13, nr.1).
[284]
E.Castellani, L’attualità del realismo scientifico,
in: Le Scienze, Gennaio 2009, p.16.