[401]
Il movimento legionario aumentava a vista d'occhio, specialmente nelle file della gioventù delle scuole e delle università e in quelle dei contadini di tutte le provincie romene. Si sviluppava più difficilmente nelle città dove l'elemento romeno o era impiegato dello Stato, e quindi nell'impossibilità di manifestarsi, o economicamente asservito agli ebrei.
La stessa sorda persecuzione, già subita sin da quando iniziammo la lotta nel 1922, continuava, in un crescendo, contro di noi e contro le nostre famiglie. Un giovane colto non otteneva un impiego governativo se non a prezzo della sua coscienza e della sua fede. Si tentavano di adescare centinaia di giovani con denari, promesse, onori, cariche. Lo Stato era diventato una scuola di tradimento; uccisi gli uomini di carattere, il tradimento era ricompensato a usura. Se eravamo commercianti romeni, soli in mezzo al giudeame, e credevamo nella Legione, tutti -a cominciare dalla guardia di strada fino al sindaco e al prefetto- ci erano nemici, ci perseguitavano giorno e notte, ci imponevano imposte più pesanti che agli ebrei, ci facevano piovere addosso le contravvenzioni una dopo l'altra, finché ci stroncavano.
Se eravamo contadini, ci trascinavano a piedi con le mani legate, di luogo in luogo, per decine di chilometri, percuotendoci ogni giorno, in ogni sezione di gendarmeria; ci tenevano senza mangiare per 4 o 5 giorni, dappertutto ci guardavano come belve e ciascuno si credeva in diritto di darci un ceffone. Se eravamo operai, venivamo gettati fuori, come stracci, da ogni fabbrica, da ogni impresa.
Perché, in questo paese, un uomo che avesse le nostre convinzioni, doveva morire di fame, coi suoi figlioli: noi eravamo tutti quanti considerati come nemici della stirpe e del paese.
[402]
Noi ci eravamo però inquadrati nel più perfetto ordine e nella più rigida legalità, perché non ci si potesse accusare di niente. Ma questo non aveva alcun valore. Il motto dei governi era: «Non possiamo distruggervi perché avete trasgredito alle leggi? Non fa niente, le trasgrediamo noi e vi distruggiamo. Non volete essere «illegali» voi? Lo saremo noi.
Eravamo entrati così in un sistema veramente talmudico; da una parte, venivamo accusati dalla stampa e da tutte le centrali di propaganda politica, di «illegalità», e dall'altra, pur rimanendo nel quadro perfetto della legalità, eravamo annientati coi più odiosi e illegali sistemi da parte di tutti i rappresentanti del Governo e dello Stato, colti nella più flagrante illegalità.
Condotti davanti ai Tribunali, sentenze su sentenze in tutto il paese confermavano la linea di legalità e di rispetto dell'ordine del movimento; nessuna sentenza di condanna contro di noi, e tuttavia il motivo di fondo dei politicanti e della stampa ebraica rimaneva invariato: «movimento di disordine», di «anarchia», di «violazione delle leggi», «terrorista».
La stampa ebraica aizzava sempre i politicanti contro di noi affinché facessero a gara per spezzarci e scioglierci.
Da qualche tempo, non sapendo più di che cosa imputarci, la stampa ebraica ci accusava di ricevere denari da Mussolini, sostenendo che facevamo i nazionalisti, ma che in realtà il nostro scopo era di spremere denari da chiunque incontrassimo sul nostro cammino. Ora avevamo trovato Mussolini e spremevamo lui.
Venimmo così a sapere, con nostro grande stupore, che:
«Eravamo al servizio degli Ungheresi che si risvegliavano».
...
«Eravamo al servizio di Mosca».
...
«Ricevevamo denari dagli ebrei».
Nemmeno questa accusa ridicola ci è stata risparmiata. Stralcio dal giornale ebraico Politica del 10 agosto 1934 un passo [403] significativo di un articolo intitolato: «Max Auschnit e la Guardia di Ferro»:
«Anche da noi il fenomeno si è verificato nella identica forma ed è cosa risaputa da tutti che il più importante movimento del Fascismo romeno, la «Guardia di Ferro», è stato creato e sostenuto dai grandi capitalisti. E qui viene la rivelazione sensazionale: l'ebreo Max Auschnit ha sostenuto e finanziato direttamente la Guardia di Ferro. Questa cosa l'hanno affermata due uomini abbastanza seri e attendibili, il Ministro Victor Iamandi e il noto pubblicista Scarlat Calimachi.
«Dopo le spiegazioni di cui sopra, il fatto appare normalissimo.
«Chi non sa che anche Hitler è stato finanziato dai grandi capitalisti ebrei della Germania?».
Negli ultimi tempi, in Germania, Adolf Hitler è uscito vincitore nella lotta contro l'idra giudeo-massonica di tutto il mondo. Il popolo tedesco, con straordinaria risolutezza e unità, combatte e atterra la potenza ebraica. Gli ebrei adoperano nella loro stampa menzogne su menzogne, cercando di confondere le menti:
1. Adolf Hitler è un imbianchino, uno sciocco, un incapace. Chi può seguirlo in un paese civile come la Germania?
Ma Adolf Hitler cammina avanti,
2. Adolf Hitler non vincerà perché gli si opporranno i comunisti tedeschi.
Ma Adolf Hitler si avvicina al potere.
3. L'Hitlerismo s'è spezzato in due, in tre. Grande malcontento in seno al partito, ecc.
Ma a Adolf Hitler non gliene importa nulla.
4. Adolf Hitler è impazzito. È andato in montagna, ecc.
Ma Adolf Hitler è sano e si avvicina sempre più alla vittoria.
5. Se vincerà, il giorno dopo scoppierà la rivoluzione in Germania. Il comunismo provocherà la rivolta generale e Hitler cadrà.
Ma Hitler giunge al potere e la rivoluzione sognata dagli [404] ebrei non ha luogo. Esso passa dalla maggioranza ad un'unanimità mai riscontrata nella storia.
6. Tutti i paesi boicotteranno economicamente la Germania e l'Hitlerismo cadrà.
Ma Adolf Hitler avanza vittorioso.
7. «Dittatura», «terrore Hitleriano» in tutta la Germania. Il voto è strappato col terrore.
Ma il popolo tedesco passa d'entusiasmo in entusiasmo.
8. Hitler vuol prenderci la Transilvania. E noi tutti, nazionalisti romeni, che vogliamo salvarci dalla sventura ebraica, siamo né più né meno «hitleriani», cioè vogliamo dare la Transilvania ai tedeschi.
Noi però rispondiamo:
Supponiamo che Hitler voglia farci guerra e prenderci la Transilvania. Noi Romeni, proprio per poter difendere la Transilvania contro i tedeschi, dobbiamo liberarci dagli ebrei, risolvere anche noi il problema ebraico, fortificare la posizione della nostra stirpe, succhiata dal giudeame, estenuata e messa nell'impossibilità di difendersi. Col giudeame che ci inquina spiritualmente e ci succhia il sangue, non avremo né armi, né anima, né carne su di noi.
Infine, noi «riceviamo denari», siamo stipendiati, siamo «al soldo» degli hitleriani.
Rispondiamo: A. C. Cuza lotta contro gli ebrei dal 1890, e noi dal 1919, 1920, 1921, 1922, quando nemmeno avevamo sentito parlare di Adolf Hitler. Serpi velenose!
Non era passato molto tempo e un'altra campagna dei giudeo-politicanti cominciava contro di noi.
Come se non bastassero i denari di Mussolini e di Hitler, di Mosca e di Max Auschnit, i nostri avversari individuarono una nuova fonte finanziaria nella fabbrica di banconote false di Rasinari. La sensazionale scoperta riempì le colonne dei giornali dei politicanti e degli ebrei.
[405]
Riportiamo più sotto dalla stampa del tempo alcuni passi destinati ad illustrare il sistema di perfidie col quale si tentava di demolirci nella coscienza della nazione.
Il giornale Patria del 22 luglio pubblicava:
«La Guardia di Ferro e la fabbrica di banconote false di Rasinari.
«La fonte dei fondi di propaganda.
«Cluj, 21. - A Rasinari, comune situato nelle vicinanze di Sibiu, s'è fatta una sensazionale scoperta, di tal natura da presentare nella peggior luce un'intera organizzazione, contro la quale il governo, che ha ora in mano le prove più schiaccianti, dovrà procedere con la maggiore severità.
«Una fabbrica di monete false della Guardia di ferro.
«Precisamente nel comune di Rasinari s'è scoperta una delle tante fabbriche per falsificare moneta. Dalle indagini svolte s'è constatato, però, con stupore di tutti, che questa volta non si tratta d'una semplice banda di zingari o di scervellati, i quali affrontano i rigori della legge nella speranza d'un rapido arricchimento, ma della stessa Guardia di Ferro, l'organizzazione politica del sig. Zelea-Codreanu, il quale, in questi ultimi tempi, s'è dato alla più sfrenata campagna contro il governo e in generale contro i partiti politici della Romania.
«La Guardia di Ferro e la propaganda nei paesi.
«Per quelli che conoscono però più da vicino l'attività della Guardia di Ferro, con le bande di guardisti che percorrono il paese da un capo all'altro, la cosa sembra naturalissima, perché in simili circostanze occorrono in primo luogo denari. Ora, si sa che i propagandisti della Guardia di Ferro disponevano negli ultimi tempi di abbondanti fondi, che permettevano loro di spostarsi nei paesi, di stampar giornali e di armare i loro membri devoti di tutto quanto era necessario per imitare il sistema «à la Hitler».
«Come s'è scoperta la falsificazione.
«Il Ministro degli Interni era da tempo informato che alcuni dei notabili transilvani della Guardia di Ferro, e specialmente quelli di Brasov e di Sibiu, disponevano di ingenti fondi che distribuivano poi alle organizzazioni di tutto il paese. All'inizio si dubitò che i denari fossero forniti da chissà quali organizzazioni [406] all'estero; però, in seguito a un'attenta sorveglianza, si è constatato che questo dubbio era infondato. La scoperta della fabbrica di monete false a Rasinari ha messo la polizia su una nuova pista, e il risultato delle indagini è stato dei più sorprendenti.
«Sibiu sovvenziona l'intera organizzazione.
«Immediatamente, le autorità della capitale hanno demandato al Giudice istruttore I. Stanescu -della capitale- l'incarico di svolgere le indagini del caso. Accompagnato dal Primo Procuratore Radu Pascu e dal Procuratore Mardarie, egli è quindi partito per Sibiu, dove ha effettuato una prima perquisizione nella casa dell'avvocato Bidianu, capo dell'organizzazione guardista. È stato così scoperto molto materiale compromettente, dal quale risulta che la fabbrica di monete false di Rasinari serviva esclusivamente agli scopi politici e sovversivi della Guardia di Ferro. Fra la corrispondenza sequestrata si sono trovate lettere delle diverse organizzazioni di Iasi, lettere in cui il sig. Banea chiedeva una somma ingente per comprare un camioncino e intensificare la propaganda nella Moldavia.
«La polizia ha operato una serie di arresti e ha sequestrato tutto il materiale compromettente insieme con gli apparecchi che servivano alla falsificazione.
«Le indagini continuano attivamente e si cerca di stabilire quale relazione esistesse tra la fabbrica e le organizzazioni guardiste, e specialmente la quantità di fondi a queste distribuiti.
«Il valore morale della Guardia di Ferro.
«Il fatto che l'organizzazione della Guardia di Ferro, che era riuscita a crearsi dei nuclei nell'intero paese, sia stata tanto vergognosamente colta sul fatto, ha prodotto un'impressione profonda in tutto il paese e una vera costernazione nei suoi partigiani. Si sa che l'agitazione in campagna si sviluppava in nome della giustizia, della onestà, dell'umanità, del rispetto delle leggi del paese, ecc., tutte cose che evidentemente per la Guardia di Ferro erano solo parole vuote, mentre in realtà essa perseguiva soltanto il potere, senza alcuno scrupolo riguardo ai mezzi adoperati nella lotta.
«Di fronte a queste scoperte il governo sembra disposto a procedere con la maggiore severità; tanto che il Sottosegretario [407] di Stato V. V. Tilea ha dichiarato, in una cerchia di intimi, che di fronte alla gravità dei fatti commessi da certi membri, la Guardia di Ferro dovrà essere indubbiamente sciolta».
Nella Chemarea Românilor1 del 6 agosto 1933:
«L'amore del denaro e la falsificazione dei denari.
«I giornali hanno narrato nei giorni scorsi come i galoppini della Guardia di Ferro siano stati sorpresi dalle autorità a falsificare monete. Sappiamo che questa specie di gente in questi ultimi tempi ha cominciato a girare per i paesi promettendo mari e monti al popolo e chiedendo la pena di morte pei malfattori. Noi giovani abbiamo aspettato a lungo per poterci «edificare» riguardo ai compiti e agli scopi che essi perseguono; poiché essi predicavano con ardore l'amore per il paese, l'ordine e lo sterminio degli stranieri, abbiamo creduto per un po' che fossero in buona fede. Ma ora che apprendiamo dai giornali che si sono messi a lavorare a danno dello Stato -falsificando denari- constatiamo che ci siamo ingannati e che finalmente ora li conosciamo. Essi fanno parte della marmaglia dei rapinatori del paese, e per la grave violazione di legge che hanno commessa, noi consiglieremmo al Governo di punirli come essi chiedono siano punite queste specie di delitti: con la pena di morte. Alla forca i falsificatori!».
Nella Dreptatea2, organo ufficioso del partito nazional-contadino, del 22 luglio 1933:
«La Guardia di falsificatori.
«Se occorreva una prova definiva per classificare gli individui che costituiscono la cosiddetta ala nazionalista di destra della nostra politica, ora l'abbiamo nello scandalo dei falsari di Rasinari.
«In ogni luogo e sempre, i partiti dell'estrema destra, estrema destra che in fondo si compone di bande di teppisti e di agitatori, hanno usato dei più rivoltanti, degradanti e inqualificabili procedimenti nella opera di propaganda verso le folle ingenue.
[408]
«Perché nella "concezione" (sic) e "dottrina" (sic) di destra lo scopo, che si riduce ad afferrare il potere, giustifica lo squallore dei mezzi.
«Non può esistere nobiltà nei procedimenti, nella tattica, nel metodo e nel contegno, laddove non esiste nobiltà nell'ideale, nello scopo, negli obiettivi perseguiti. Chi potrebbe affermare che si nasconde un briciolo di nobiltà nell'ideale -diciamo così- dell'estremismo di destra? Il culto della forza brutale, col disprezzo dei diritti più elementari, non costituirà mai un ideale e una superiorità! Altro è l'ideale i cui raggi riscaldano l'anima dell'umanità: un ideale di giustizia, di pace, di lavoro costruttivo, per elevare sempre più, nella scala intellettuale, la collettività nazionale e, attraverso questa, l'umanità intera.
«Non è questo l'ideale dell'estremismo di destra, abbracciato da infimi esemplari umani, con la presuntuosa aspirazione a poteri dittatoriali. L'estremismo di destra sostituisce l'intelligenza con la forza del pugno (la quale non distingue un intellettuale da un borsaiuolo di mestiere), la giustizia con l'arbitrio, il nobile ideale della pace e della collaborazione fra gli Stati e i popoli col dogma ottuso dell'odio tra le nazioni.
«L'estremismo di destra non può essere approvato da nessun intellettuale.
«Se è riuscito a sedurre alcuni uomini, l'ha fatto in nome di una fede odiosamente sfruttata: la fede nazionalista.
«Così ha proceduto l'associazione di cospiratori detta Guardia di Ferro: essa pretende di agire in nome del nazionalismo.
«In nome del nazionalismo? Quest'ipocrisia dev'essere smascherata davanti all'opinione pubblica. Il nazionalismo per essere servito non ha bisogno di organizzazioni occulte, di associazioni segrete, e specialmente non ha bisogno di metodi come quelli praticati dalla Guardia di Ferro. Il nazionalismo è una fede che si difende alla luce del giorno apertamente, onestamente, sinceramente.
«In nessun caso si serve il nazionalismo con ordini segreti ai... cuiburi (?!?), ai "battaglioni" invisibili e alle "cellule" occulte, e specialmente con la Falsificazione di monete.
«La Guardia di Ferro non è che un pugno d'avventurieri, raggruppati clandestinamente per la conquista violenta del potere, [409] mediante la più disordinata e menzognera demagogia. E questo, in nome dell'idea nazionalista.
«In nome dell'idea nazionalista? Ma questa credo sia comune a tutti i figli di questa nostra terra e non ammetta mezzi simili a quelli usati dalla Guardia di Ferro: non ammette la falsificazione delle monete.
«La scoperta della banda di Rasinari pone nella sua vera luce la Guardia di Ferro.
«La gente si domandava: dove prendono i denari? Tanti denari per la propaganda? Per l'organizzazione e per comprare le coscienze? Pei viaggi, pel mantenimento, per le macchine? Dove?
«La scoperta di Rasinari indica la fonte: la falsificazione delle monete!
«Così lavora la Guardia di Ferro. I pionieri della Guardia di Ferro sono individui che cadono sotto le leggi del codice penale. Vogliono organizzare un partito politico con la falsificazione delle monete.
«Quale autorità morale hanno più per chiedere l'approvazione delle masse? E anche in nome dell'idea nazionalista!
«La Guardia di Ferro è una guardia di falsari. E una guardia di falsari non può parlare in nome del nazionalismo! ».
E, per finire e non prolungare oltre misura le citazioni, riportiamo da Patria di sabato 22 luglio 1933:
I «Guardisti» e i falsificafori
.«La scoperta di Rasinari ha avuto un aspetto molto sensazionale. Esso va oltre la notizia specifica e quotidiana e mette in una luce cruda tutta la decomposizione, la dissolutezza e l'elasticità morale di coloro che pretendono di rigenerare le masse troppo credule, proponendo loro un nuovo credo. E diciamo: veramente sensazionale, perché se i giornali ci hanno abituato, ultimamente, ad apprendere che in diversi angoli del paese compaiono piccole fabbriche di monete clandestine, mai i padroni ingegnosi di queste istituzioni inflazionistiche in conflitto col codice, hanno rivelato di essere inseriti in una più elevata posizione sociale. A Rasinari gli eroi non sono più zingari a caccia d'impostura, e nemmeno semplici perseguitati dalla giustizia, che tentano un facile e meschino colpo, o che interpretano esteticamente il gusto di una avventura ricca di gravi rischi. Ma si tratta del [410] capo -notate bene- del capo della Guardia di Ferro di Sibiu.
Citiamo da un giornale obiettivo e che non poche volte ha preso sotto la sua disinteressata protezione il movimento dei proseliti codreanisti:
«Le autorità di Sibiu, nel perquisire la casa dell'avv. Bidian, capo dell'organizzazione della Guardia di Ferro della città, hanno scoperto del materiale sensazionale, dal quale risulta che la fabbrica di monete false di Rasinari era creata per sostenere le Guardie di Ferro... Fra gli altri documenti s'è trovata anche una lettera del presidente dell'organizzazione di Sibiu, sig. Banea, che da Iasi chiedeva denari per un camioncino e per intensificare la propaganda per le Guardie di Ferro».
«È chiaro, no? Una fabbrica di monete false per sostenere un partito che si proclama rigeneratore della politica e dei costumi! Qualcuno potrebbe pretendere che vi sia qui un segno curioso e grave dei tempi: e un amatore di giochi di parole, troverebbe che per una guardia -sia essa anche di ferro- è esagerato divenire falsaria. Comunque sia, il caso di Rasinari è estremamente grave. Esso getta anche una viva luce sulle risorse mediante le quali questi avventurieri si atteggiano, talvolta a combattenti, talvolta a martiri, e mantengono la loro agitata e ambulante esistenza. Proprio da queste colonne domandavamo stupefatti e curiosi dove prendevano, questi signori, i denari? E, lo confessiamo sinceramente, non ci aspettavamo che la risposta ci venisse così pronta, così spaventosa e proprio da... Rasinari!»
* * *
Tre settimane durò quest'odiosa campagna. Invano giravano disperati le redazioni dei giornali, per ottenere una smentita, i tre legionari scelti Caranica, Sterie Ciumeti e Papanace, i quali, dal 1931, grazie alle loro doti di lucido intelletto e di grande sincerità, vivevano quotidianamente con me, partecipando delle mie stesse tormentose preoccupazioni e aiutandomi, passo passo, nel grave peso di guidare l'organizzazione sul campo di battaglia.
Sforzi vani, perché tutte queste infamie che si gettavano contro di noi erano imposte.
[411]
Esse non potevano avere che un solo effetto: di accumulare negli animi ingiustizia sopra ingiustizia, calunnia sopra calunnia colpo su colpo, dolore su dolore.
Questa gioventù le ha sopportate tutte, le ha soffocate tutte nell'animo suo. Ora però dopo tanti anni, se volessi dare un consiglio alla gente, griderei: Guardatevi da coloro che pazientano.
Ma, di fronte agli ostacoli, ai colpi, agli insulti, alle macchinazioni, alle persecuzioni che ci assalivano da tutte le parti, noi, pur con la spaventosa sensazione della solitudine, della mancanza d'ogni aiuto cui ricorrere, opponevamo la decisione della morte.
La squadra della morte
era l'espressione di questo stato d'animo della gioventù legionaria dell'intero paese. Essa significava la decisione di questa gioventù di accettare la morte. La sua risoluzione d'andare avanti, passando attraverso la morte.* * *
Al principio del maggio 1933 si formò una squadra col prete Ion Dumitrescu, Nicolae Constantinescu, Sterie Ciumeti, Petru Tzocu, Constantin Savin, Bulhac, Constantin Popescu, Rusu Cristofor, Adochitzei Iovin, Traian Clime, Iosif Bozîntan, Cogu Serafin, Isac Mihai, il prof. Papuc, Radoiu...
Prima di partire per attraversare metà del paese, essi presero il nome di «Squadra della morte». Arrivò da Iasi «Caprioara» che doveva far loro percorrere il tragitto: Bucaresti - Rîmnicul - Vîlcea - Tîrgul Jiu - Turnul Severin - Oravitza - Resitza.
Fin lì sarebbero stati accompagnati anche dal prete Duminica Ionescu: poi avrebbero proseguito per Timisoara-Arad e sarebbero tornati indietro a Bucarest Partivano per la più grande spedizione legionaria, con 300 lei in tasca per la benzina; dopo, avrebbero avuto quello che avrebbe provveduto loro il Signore e gli uomini durante il cammino. Andavano con le leggi del paese in mano; avrebbero rispettato la legalità, ma si sarebbero difesi contro le misure illegali.
[412]
A Tîrgul-Jiu, a Turnul-Severin, a Bazovici furono inseguiti e attaccati dalla polizia e dei gendarmi. Essi si misero in ginocchio davanti alle rivoltelle, col petto scoperto, difendendo le ruote delle macchina.
A Oravitza erano attesi con le mitragliatrici al margine della città e furono arrestati. Il giorno dopo il procuratore Popovici li rilasciò, non riconoscendoli colpevoli, perché non facevano niente, non parlavano, non tenevano riunioni. Andavano e cantavano, nient'altro.
La gente però capiva e li riceveva con fiori; dava loro cibi e benzina per la macchina. Dove passavano, si lasciavano dietro una scia d'entusiasmo.
A Resitza, andai io a incontrarli.
Qui dovevamo tenere una riunione pubblica: eravamo nel nostro diritto. Deputato, avendo ottenuto nel circondario di Caras 2.000 voti, venivo a prendere contatto cogli elettori, per dar loro il resoconto della nostra attività in Parlamento. La cosa era legale, perfettamente legale. Ma, di fronte a noi, le leggi non esistevano più.
Nemmeno in tempo di guerra Resitza vide mai tante truppe. Esse giungevano dalle città vicine, occupavano la cittadina e la circondavano tutt'intorno.
Capii che il governo mi tendeva una trappola. Esso avrebbe voluto che io tentassi una sortita sconsiderata: che perdessi la calma per offrire il pretesto d'una repressione.
- Ecco perché fermiamo questi signori. Ecco perché bisogna scioglierli. Dove passano sollevano la popolazione contro le nostre disposizioni, contro l'esercito e l'autorità. Vogliono fare la rivoluzione.
Un simile errore da parte nostra sarebbe stato sfruttato sia dal governo come dalla stampa ebraica. Per questo non offrimmo loro tale occasione. E, soffocando in me ogni rivolta, evitai qualsiasi conflitto. La loro vittoria sarebbe consistita proprio in questo conflitto. Preferii rinunciare alla riunione.
La squadra proseguì, passò per Timis-Torontal ed entrò nel circondario di Arad. Qui, nel villaggio di Chier, i gendarmi insieme con gli ebrei sollevarono i contadini, gridando che passavano le bande rosse d'Ungheria.
I contadini armati di forche, di scuri e di randelli, si precipitarono sui legionari. Questi non ebbero il tempo di spiegare chi erano; furono percossi a sangue. Ciumeti si ruppe il braccio destro e cadde sul margine della strada privo di sensi. Accanto a lui giaceva Adochitzei. Tutti furono feriti, poi arrestati, trasportati ad Arad e internati, in celle separate, nella prigione della città.
Processati per ribellione, il processo ebbe luogo dopo dieci giorni.
Li difesero, con me, gli avvocati di Arad, Motza e Vasile Marin. Furono assolti tutti.
La popolazione romena di Arad fece loro una calda dimostrazione di simpatia.
In seguito a questo fatto, presi la decisione di accompagnarli; una parte partirono in macchina, mentre io, insieme con quattro di loro e col contadino Fratzila, partii a piedi, attraversando tutti i paesi fin sui monti alla tomba di Avram Iancu: un tragitto di 140 km. I contadini mi accolsero dovunque con gioia.
A Tzebea ci separammo. Essi continuarono la loro strada verso Hunedoara, e io andai a Teius.
Qui mio padre doveva tenere una conferenza.
Arrivai di sera e lo trovai pieno di sangue in casa di un contadino. Un gran numero di gendarmi s'era introdotto nella sala picchiando la gente coi calci dei fucili: mio padre era stato colpito alla testa.
Legalità! O legalità! Un deputato rumeno, con immunità e diritti garantiti, va a tenere una conferenza e i rappresentanti della forza pubblica penetrano nella sala e gli spaccano la testa coi calci dei fucili. Contadini, maestri e preti erano tutti indignati. Decisi allora che nello stesso posto, due settimane dopo, avremmo tenuto un'adunata di protesta. La vigilia della riunione arrivarono la «Squadra della morte» col camioncino, e i legionari di Cluj e di Bucarest; ma la riunione non si poté tenere.
[414]
Un reggimento di fanteria e un battaglione di gendarmi circondarono Teius, impedendo il passaggio ai contadini.
Come a Resitza! Cercai d'evitare il conflitto, disponendo che mio padre e i legionari presenti abbandonassero la località, dove rimasi io solo, dato che la presenza di un numero di uomini, per quanto esiguo, poteva far nascere un conflitto, mentre la presenza di un uomo solo, di fronte a tante forze, non poteva rappresentare un pretesto di rivolta. E nessuna gloria avrebbero ottenuto quei molti, se si fossero precipitati su di lui.
Tuttavia i contadini di Mihaltz e dei dintorni cercarono di passare con la forza il ponte occupato dalle truppe.
- Questo ponte, noi, i contadini di Mihaltz, l'abbiamo conquistato in difficili combattimenti togliendolo agli Ungheresi, che l'avevano occupato. Oggi non ammettiamo che i gendarmi romeni ci proibiscano il passaggio su di esso -dicevano questi valorosi e ostinati contadini di Mihaltz.
Ne nacque una lotta che duro per più di due ore, e Tzocu, Constantinescu e Adochitzei della «Squadra della morte», furono per la seconda volta feriti gravemente.
Durante il giorno furono trasferiti a Teius l'intera squadra della morte» e altri studenti, in tutto una cinquantina. Si disse loro che sarebbero stati evacuati, ma che, non avendo essi i biglietti del treno, dovevano andare ad Alba-lulia per prenderli la. Giunti invece ad Alba-lulia, al posto dei biglietti si trovarono tutti, senza mandato d'arresto, internati nella famosa prigione di Horia.
Le loro proteste furono inutili; invano dimostrarono che la loro detenzione era contro ogni legge, che nessun imputato poteva essere imprigionato senza mandato d'arresto; che l'autorità violava le leggi. Alle due di notte, sfondata la porta della prigione, si recarono incolonnati a casa del Procuratore e gli riferirono l'accaduto. Rimasero là nel cortile fino al mattino, quando, insieme col procuratore, ritornarono alla prigione. Ma questa volta furono spiccati i mandati d'arresto «perché avevano forzato la porta della prigione».
Seguì il processo nel quale uscirono assolti, perché, senza mandato d'arresto, essi si trovavano detenuti in aperta violazione di legge.
[415]
Essi si erano conformati alle disposizioni legali, avvisando il procuratore.
Ancora una volta venne dimostrato davanti alla giustizia che i provocatori del disordine non erano i legionari, ma le autorità stesse che, invece di rispettare le leggi, le calpestavano con sovrano disprezzo.
«La squadra della morte» dopo due mesi torno a Bucarest Le sue lotte, le sofferenze, le ingiustizie, i processi, le ferite, sconvolsero l'animo di tutta la Transilvania.
Proprio allora possiamo dire che il movimento legionario si estese a tutto il paese, nonostante l'opposizione delle autorità, nonostante le persecuzioni.
Bisognava ora fermarsi: cominciare ad approfondire l'educazione legionaria con la vita nei campi di lavoro. Chi avrebbe potuto turbare questa silenziosa attività, tanto più che essa andava oltre il quadro politico?
Fin dall'inverno il farmacista Aristotel Gheorghiu, capo legionario di Rîmnicul-Sarat, mi aveva presentato un rapporto nel quale descriveva la situazione del villaggio di Visani, dove il Buzau straripava ogni anno, distruggendo i seminati per un'estensione di alcune migliaia di ettari. E mi diceva che il paese intero ci pregava di aiutarli a costruire una diga di difesa. Approvai; presi tutte le misure necessarie, inviai ingegneri specialisti e preparammo i nostri piani. Detti ordine che i legionari dell'intera regione si presentassero il giorno 10 luglio 1933 a Visani, ove il campo di lavoro doveva aprirsi. Ecco l'ordine che emanai in quell'occasione:
A tutti i capi di cuiburi e di unità legionarie del paese
.Camerati
.Mai il problema della luce si è imposto di più che nel momento in cui l'uomo ha perduto la vista.
Così nei mondo il problema di costruire si impone più urgente nel momento in cui l'umanità vede che tutto intorno a lei va in rovina.
[416]
Quando tutto tende all'abbandono, l'anima dell'uomo si dirige in senso contrario, parte al contrattacco, che si manifesta con la sete formidabile di costruire dalle fondamenta, d'innalzare col lavoro, di edificare.
In Europa non s'è mai imposto questo problema di costruire come oggi che la guerra ci ha lasciato la rovina e il dopo-guerra ci lascia parecchie rovine -ogni giorno una nuova. In questa terra, dopo quindici anni di discorsi gonfi, ma sterili, dopo i quali non sono rimaste che rovine, l'anima nostra rifugge dalle parole e cerca la direzione dei fatti.
Vogliamo anche noi costruire: da un ponte rotto a una strada e dalla canalizzazione d'una cascata d'acqua alla sua trasformazione in forza motrice, dalla costruzione d'una casa colonica nuova, fino a quella di un paese romeno nuovo, d'una città, di uno stato romeno nuovo.
Questa è la vocazione storica della nostra generazione: sulle rovine di oggi noi dobbiamo costruire un paese nuovo, un paese superbo.
Nel paese di oggi, il popolo romeno non può compiere la sua missione nel mondo: quella di creatore d'una cultura e d'una civiltà proprie nell'est europeo.
Legionari
,Queste verità mi hanno indotto a convocarvi in mezzo al paese, sulla riva del Buzau, perché innalziate con le vostre proprie braccia la diga gigantesca che prolungherà il vostro nome per decenni. Vi ho convocati perché diciate ai Romeni che voi siete coloro che innalzeranno la nuova Romania.
La Romania nuova non può uscire né dal gioco delle carte nei club, né dai caffè, né dai cabarets, né dai tacchi consumati sulle strade delle città nelle passeggiate e nei divertimenti dei vari «Don Giovanni».
Essa uscirà dall'eroismo del vostro lavoro.
1. La diga s'innalzerà nelle vicinanze del villaggio di Visani (a sud del circondario di Rîmnicul-Sarat), a 6 km. a nord della stazione di Faurei, sulla linea Buzau-Braila.
2. Luogo di appuntamento: il paese di Visani. Tutte le [417] squadre si fermeranno in questo paese ove si porranno a disposizione del comando locale.
3. Data d'arrivo nel paese di Visani: 8 e 9 luglio 1933.
4. Il lavoro si svolgerà in due periodi di 30 giorni ciascuno.
Primo periodo
:10 luglio - 10 agosto 1933.
Secondo periodo
:10 agosto - 10 settembre 1933.
Tutte e due le squadre avranno gli effettivi di 500 uomini. Il comando generale sarà dato al comandante legionario del circondario di Rîmnicul-Sarat, Aristotel Gheorghiu, il quale si occuperà:
dell'approvvigionamento;
dell'alloggio;
degli arnesi da lavoro;
e di tutte le questioni che riguardano il lavoro in generale.
Saranno sotto il suo comando:
1. Il capo del cantiere - legionario che designerò personalmente all'inizio del lavoro.
2. Il capo dell'alloggiamento e dell'approvvigionamento.
3. Il comandante legionario della squadra.
Insieme concorderanno tutti i servizi (approvvigionamento, ecc.) di cui verrà sentita la necessità.
La prima squadra sarà formata dai legionari di: Braila, Buzau, Rîmnicul-Sarat, Focsani, Tecuci, Bucarest, Ploesti, Ialomitza, Dîmbovitza, Muscel, Arges, Vlasca, Oltenia
.La Bessarabia si presenterà il giorno 15 luglio, cioè 5 giorni dopo. I Bessarabi partiranno a piedi da Chisinau, attraversando Gradiste, Comrat, Congaz, Cahul, Colibasi, Reni, Galatzi. A questo gruppo si affiancheranno i legionari di Cahul, Tighina, Ismail, Cetatea-Alba.
Le F. d. C. di tutto il paese arriveranno con la prima squadra. La seconda squadra comprenderà il resto del paese.
I legionari cercheranno d'avere abiti da lavoro, cambi di riserva, una zappa, una coperta.
La marcia delle altre squadre si compirà, o a piedi o col treno, beneficiando della riduzione del 75%, concessa agli escursionisti in gruppo.
Cinque volenterosi legionari di Braila arriveranno 5 giorni [418] prima, cioè il 5 Itiglio, per preparare il lavoro e ricevere i legionari. Essi saranno nominati dal comandante legionario di Braila, Ion Iliescu e prenderanno immediatamente contatto col comandante legionario di Rîmnicul-Sarat, Aristotel Gheorghiu.
Il Quartier Generale dove dovranno essere comunicati le partenze e gli arrivi avrà sede presso Aristotel Gheorghiu, farmacista, Rîmnicul-Sarat.
Raccomando:
a) Ordine perfetto su tutto il percorso del viaggio. Se sarete provocati vi è proibito reagire. Occorre raggiungere lo scopo: arrivare a destinazione.
Desidero che tutte le località per le quali passerete, paesi o città, restino impressionate dalla disciplina, correttezza, contegno pieno di dignità e di educazione, in tutte le occasioni, dei legionari.
I comandanti delle squadre ne assumono l'intera responsabilità.
b) Nel paese di Visani e dintorni, vi faccio notare che dovrete tenere una condotta esemplare sotto tutti i punti di vista: amichevole con gli uomini e soprattutto eroica quanto a pazienza e lavoro.
c) Nel caso che elementi equivoci s'infiltrassero tra i legionari, al primo tentativo d'uscire di carreggiata, essi saranno rinviati a casa e si farà rapporto a me personalmente.
Del resto ciascun capo è responsabile dei suoi uomini.
d) Io arriverò dopo la riunione di Suceava, lunedì mattina 10 luglio.
All'alba, prima dell'inizio del lavoro, celebrerete la funzione religiosa con tutti i preti dei dintorni.
Camerati
,Siete alla vigilia di scrivere una nuova pagina nella storia delle battaglie legionarie.
Il paese vi considererà di nuovo eroi, come v'ha già considerati tante volte.
Dirigetevi, dunque, con l'animo pieno di slancio, verso il campo dove v'aspetta un lavoro gravoso, ma col quale voi farete un nuovo sacrificio, cioè un nuovo passo verso la nostra vittoria, verso la Romania legionaria.
[419]
Vi aspetto, dunque, tutti sul nostro nuovo campo di lotta.
Bucarest, 23-VI-1933.
Corneliu Zelea-Codreanu
Capo della Legione.
* * *
Il 10 luglio, più di 200 giovani legionari si riunirono a Visani, venendo a piedi da Galatzi, Fucsani, Bucarest, Buzau, Tecuci, Iasi, Braila, al comando di Stelian Teodorescu, Nicolae Constantinescu, Pavalutza, Doru Belimace, Stoenescu e Bruma.
Ma, invece d'essere ricevuti con gioia, invece di vedersi offrire qualcosa da mangiare e un posto dove riposare, stanchi e affamati come erano, furono circondati da parecchie compagnie di gendarmi, aggrediti con brutalità selvaggia e gettati a terra sotto i colpi.
I gendarmi avevano ricevuto queste istruzioni dagli ufficiali, su ordine del Ministero degli Interni, dove Armand Calinescu, secondo le sue stesse dichiarazioni, aveva una parte preponderante nelle misure di oppressione e di tortura a nostro danno, e colpivano questi ragazzi con lo stesso odio col quale avrebbero colpito i peggiori nemici della stirpe romena.
Tra i feriti e malmenati vi furono i legionari: Stelian Teodorescu;, Brurna, Doru Belimace, il prete Ion Dumitrescu, Stoenescu, Pavalutza. Nicolae Constantinescu fu ferito gravemente per la quarta volta nello spazio di due mesi.
La notizia di questa incredibile crudeltà contro giovani che andavano a fare del bene, e di tutte le offfese da loro subite, scese come una nera coltre funebre sui cuori avviliti e angustiati di tutta la gioventù, che, in cambio della sua fede e del suo amore per la stirpe, si sentiva venduta allo straniero nemico dai politicanti del suo paese. Compresi allora che tutte le vie ci erano precluse e che ormai dovevamo prepararci alla morte.
Era uno stato di oppressione generale in cui sentivo spezzarsi tutte le risorse di pazienza e di autodominio; mi resi conto che tutto si sgretolava intorno a me e che sarebbe bastato un altro schiaffo soltanto per provocare disgrazie irreparabili. Mi veniva [420] da gridare, dal profondo dell'anima: non ne possiamo più.
In questa atmosfera opprimente mi rivolsi al Primo Ministro con la seguente lettera, pubblicata sul giornale Calendarul del 20 luglio 1933:
Lettera del deputalo Corneliu Z. Codreanu al signor Primo Ministro Al. Vaida
.«Signor Primo Ministro, «In seguito agli incidenti di Visani, d'una gravita morale che mi fa sanguinare il cuore, mi sono deciso a scriverle le righe che seguono:
«Non mi spinge a questo né l'impulso del momento né il desiderio di veder pubblicata la mia lettera sui giornali perché gli amici mi applaudano, o per adempiere, secondo l'uso, all'obbligo formale di "protestare" contro le infamie accadute a Rîmnicul-Sarat.
«Mi spinge a indirizzarle questa lettera la coscienza tormentata che questa via sulla quale ci avete messi con tanta leggerezza, per ogni uomo d'onore e la via delle disgrazie che oggi non possono essere più evitate.
«Signor Primo Ministro,
«Non posso qui, in queste righe, descriverle il nostro martirio che dura da dieci anni, nel nostro proprio paese, per la nostra fede romena cristiana. Le dirò soltanto che da dieci anni i governi della Grande Romania si sono affaticati a colpirci. C'è stato il governo liberale e ci ha oppressi. È venuto il sig. Goga e ci ha schiacciati anche lui nel 1926. È venuto il sig. Mihalache e si è vantato lui pure presso i padroni stranieri, di colpirci in modo barbaro, di sterminarci. È venuto il governo Iorga-Argetoianu che di nuovo ci ha colpiti finché si è stancato. Finalmente è venuto lei, e i colpi continuano.
«Tra tutti costoro, nessuno s'è domandato, sig. Primo Ministro, se noi possiamo ancora sopportare gli infiniti tormenti fisici e morali che molte volte hanno minacciato di oltrepassare la nostra forza di resistenza.
«In tutto questo tempo abbiamo sopportato tutto con molto coraggio, siamo pieni di ferite, ma non abbiamo mai piegato il capo.
[421]
Abbiamo sopportato tutto perché, per quanto gravi fossero i nostri tormenti, si rispettava in noi il sentimento della dignità umana e il nostro onore. Negli ultimi tempi, però, sotto il suo governo, le persecuzioni e i nostri tormenti sono entrati nella fase più penosa.
«Quello che è accaduto a Teius, quando mio padre è stato colpito e riempito di sangue, e quello che è accaduto specialmente a Visani, è incomparabilmente più grave di tutte le nostre sofferenze sino ad oggi, perché attacca il nostro stesso onore.
«Non le farò un'esposizione ampia dei fatti,
«Sua Eccellenza si ricorda certamente che due mesi or sono, quando venni a domandarle di che cosa ci eravamo resi colpevoli per meritate la persecuzione che allora iniziava, lei mi disse:
«- Perché non cominciate qualcosa di costruttivo?
«- Signor Primo Ministro -le risposi- ho preso la decisione di fare una diga sulla sponda del Buzau. Ha qualcosa da obiettare?
«- No, molto bene. Molto bello.
«Presentai la istanza un mese prima al Ministero dei Lavori Pubblici, parlai coi più qualificati ingegneri esperti in materia e il 10 luglio doveva cominciare il lavoro.
«Non era soltanto una ricreazione giovanile: era la chiamata della nostra gioventù al servizio dei grandi bisogni di sano lavoro, era l'educazione di 1.000 giovani in una direzione costruttiva.
«Era uno sprone per altre decine di migliaia di giovani. Era una scuola per le grandi masse popolari che restano anni ed anni coi ponti rotti, con le strade rovinate, aspettando che intervenga lo Stato a rifarle, quando in un giorno solo, il loro lavoro comune potrebbe ripararle.
«Era uno sprone per tutto il paese e un avvertimento per chi immagina che una Romania forte possa uscire dalla pietà degli altri, non dal lavoro nostro, di noi tutti.
«In vista del lavoro inviai, alcuni giorni prima, tre giovani qualificati a Visani, ad occuparsi dell'alloggiamento e dell'approvvigionamento. Ma essi furono arrestati l'8 luglio, trasportati a Rîmnicul-Sarat, e poi ammanettati uno con l'altro, rispediti a casa come i peggiori borsaioli, in uno stato incompatibile con la loro dignità di uomini.
[422]
«Altri due giovani studenti dell'Università di Bucarest, trovati nella città di Rîmnicul-Sarat, dov'erano giunti con tanto desiderio di lavorare, furono presi, portati al posto di polizia, insultati volgarmente e schiaffeggiati dallo stesso questore e da due commissari, i fratelli Ionescu, poi legati con le mani alle spalle e condotti in tale stato alla stazione, attraverso la città, e poi in treno a casa.
«Finalmente, il giorno di lunedì 10 luglio, arrivarono a Visani 200 giovani, per la maggior parte studenti, e, invece di braccia aperte per le loro buone intenzioni, si trovarono di fronte il prefetto della provincia, il procuratore, il colonnello dei gendarmi Ignat, il generale Cepleanu, il tenente dei gendarmi Fotea, parecchie centinaia di gendarmi con le armi spianate, una compagnia di fanteria con le mitragliatrici pronte, e ricevettero in tono aggressivo l'intimazione assolutamente ingiustificata di abbandonare immediatamente quei luoghi.
«Di fronte a questa situazione e a tante minacce, quei 200 giovani si sdraiarono per tera, nel fango alto due palmi, nella più umile posizione e cominciarono a cantare: "Dio è con noi".
«A un dato momento, i gendarmi ricevettero l'ordine di attaccarli, e in parecchie centinaia li calpestarono, schiacciando loro il petto e la testa con gli scarponi, mentre i giovani sopportavano in un silenzio da martiri tutto questo calvario, senza opporre resistenza.
«A capo di coloro che bastonavano c'era il procuratore Rachieru, il colonnello Ignat, il quale di sua propria mano afferrò per i capelli lo studente Bruma, e il tenente Fotea, che colpì coi pugni le guance innocenti dei poveri ragazzi.
«Infine portarono delle funi e tutti duecento furono legati barbaramente con le mani al dorso e costretti in questa posizione, sotto la pioggia, per mezza giornata.
«Nel frattempo arrivò il prete Dumitrescu che il procuratore accolse con queste parole:
«Che cosa vuoi tu: ohè!»
..Sono un prete. Sono venuto a celebrare la funzione per l'inizio del lavoro.
- Non sei un prete, sei un asino! -gli rispose il procuratore.- Legatelo subito con le mani dietro la schiena.
«Il prete fu anche lui legato con le mani dietro la schiena e [423] poi, tutti insieme, in questo stato umiliante, vennero trasportati a R. Sarat e rinchiusi nella caserma della legione dei gendarmi, dove furono di nuovo insultati e torturati orribilmente dal procuratore, dai gendarmi e dai poliziotti.
«Alcuni furono tolti svenuti da quelle camere di tortura e dalle cantine nelle quali erano stati gettati, e presi poi a nerbate.
«Dopo quattro giorni di torture, vennero rilasciati, non potendosi imputare loro nessun delitto.
«Altri, arrestati mentre si dirigevano verso Visani, furono rinchiusi a Buzau e a Braila, e di lì inviati, sempre con le mani legate, a casa. Ce ne sono ancora 15, che, fino ad oggi sabato, non sono arrivati: vengono a piedi da Buzau a Bucarest, di posto in posto, senza mangiare da 4 giorni, insultati e schiaffeggiati.
«Signor Primo Ministro,
«Questo non rappresenta un caso isolato, ma l'ordine del governo s'è esteso ovunque.
«Da due settimane, senza nessuna colpa -e ne sono prova irrefutabile tutte le decisioni della magistratura- siamo colpiti e insultati ad ogni passo: a Bucarest a Arad, a Teius, a Piatra-Neamtz e a Suceava.
«Signor Primo Ministro,
«Le faccio notare con la massima deferenza che noi, che conosciamo la storia e che sappiamo i sacrifici fatti da ogni popolo quando desiderava conquistarsi una sorte migliore, noi giovani di oggi della Romania, non rifiutiamo questo sacrificio.
«Non siamo così vili da rifiutare un sacrificio che appartiene ad un'altra Romania.
«Ma le faccio ancora notare che io ho fatto a questi giovani la scuola del sentimento della dignità umana, la scuola dell'onore.
«Noi sappiamo morire, come dimostreremo; possiamo essere incarcerati, le nostre ossa possono marcire in fondo a una prigione. Possiamo essere fucilati, ma non possiamo essere schiaffeggiati, non possiamo essere ingiuriati, non possiamo essere legati con le mani dietro la schiena.
«Noi non ricordiamo che la nostra stirpe -nella triste ma fiera storia romena- abbia accattato mai d'essere disonorata.
«I nostri campi sono pieni di morti, ma non di vili.
[424]
«Oggi siamo uomini liberi, con la coscienza chiara dei nostri diritti. Schiavi non siamo, né siamo mai stati.
«Accettiamo la morte, non l'umiliazione.
«Stia certo, signor Primo Ministro, che noi non possiamo vivere questi giorni pieni d'umiliazione e d'indegnità.
«Dopo dieci anni di tormenti, voglia credere che abbiamo sufficiente forza morale per trovare un'uscita onorevole dalla vita che non possiamo sopportare senza onore e senza dignità.
«Accetti, la prego, l'espressione dei miei sentimenti.
Corneliu Zelea-Codreanu
»Tuttavia i tormenti di questa gioventù non dovevano finire. Davanti ai nostri occhi l'orizzonte si oscura. Altri maggiori strazi si preparavano. Non era ancora terminata la tortura di Visani, che I. G. Duca, capo del partito liberale, era partito per Parigi, e nei giornali parigini leggemmo inorriditi le dichiarazioni fatte da costui: «La Guardia di Ferro» è al soldo degli Hitleriani, il governo di Vaida è troppo debole per distruggerla; lui, I. G. Duca col suo partito, prendeva l'impegno di sterminarci. In Romania Viitorul3 l'organo del partito, si scagliava contro di noi sfruttando i soliti argomenti: «movimento anarchico», «movimento sovversivo», «movimento al soldo degli hitleriani» e contro il governo Vaida, che accusava di «debolezza», di «tolleranza» di fronte al nostro movimento, di «civetteria» col nostro movimento «anarchico» e «venduto agli hitleriani».
In quei giorni la nostra stirpe dovette subire la più grande umiliazione. Due uomini di stato romeni, I. G. Duca e N. Titulescu, per mezzo del trust dei banchieri ebrei di Parigi, interessati da una parte allo sfruttamento spietato delle ricchezze del paese e dall'altra ad assicurare la migliore situazione ai loro correligionari di Romania, stavano preparando la scalata al potere del partito liberale.
E questo, sotto la condizione formale, con l'impegno assoluto di sterminare, con qualunque mezzo, il movimento legionario. Ai [425] banchieri stranieri non conveniva una nazione romena legionaria, giovane, forte, fiera, che li sputasse fuori dal paese assieme a tutti i loro capitali predati.
E così, a compimento delle sofferenze più che decennali, essi ci stavano preparando, senza che noi fossimo affatto colpevoli, la corona della morte.
Mi sia permesso, al termine di questa serie di lotte, di rivolgere il pensiero a mia madre, la cui anima m'ha seguito anno per anno e ora per ora, tremando ad ogni colpo che ricevevo e trasalendo ad ogni pericolo cui la sorte mi esponeva.
Perquisizioni su perquisizioni, con procuratori e commissari brutali e ineducati, hanno turbato ogni anno la tranquillità della sua casa, dalla quale è sparito da molto tempo ogni raggio di gioia e di pace. Questa è la ricompensa da parte di una stirpe, degradata dai suoi politicanti, per una madre che, tra le più amare privazioni, ha allevato sette figli nell'amore per la terra.
Siano queste poche parole un omaggio per tutte le madri, i cui Figli hanno lottato, hanno sofferto e sono caduti per la stirpe romena.
Camerati
Con queste ultime narrazioni, che chiudono il presente volume, la giovinezza mia e di molti di voi è terminata. Pei suoi sentieri noi non passeremo più.
Se questi quattordici anni della nostra giovinezza non sono stati troppo pieni di divertimenti e di piaceri, una grande gioia illumina ora la mia coscienza: una Romania legionaria ha infitto, come un albero, le radici nella carne del nostro cuore. Essa cresce alimentata dai dolori e dal sacrificio, e i nostri occhi insaziabili la guardano fiorire, illuminando gli orizzonti e i secoli con il suo splendore e la sua grandezza. Questa grandezza ricompensa abbondantemente non soltanto i nostri piccoli sacrifici, ma qualunque tormento umano, per quanto spaventoso esso sia.
Cari Camerati
,A Voi, che siete stati colpiti, calunniati o martoriati, posso dare una notizia, che desidero assuma un valore ben superiore a quello di una frase oratoria occasionale: PRESTO VINCEREMO.
[426]
Di front alle vostre colonne cadranno tutti i nostri oppressori. Perdonate coloro che vi hanno colpiti per passione personale, ma non coloro che vi hanno tormentati per la vostra fede nella stirpe romena. Non confondete il diritto e il dovere cristiano di perdonare a chi vi ha fatto del male, col diritto e il dovere della stirpe di punire chi l'ha tradita e si è assunto la responsabilità di opporsi a essa. Non dimenticate che le spade che avete cinte sono della stirpe; le portate in suo nome, e quindi dovete punire con esse: in modo spietato e implacabile.
Così e soltanto così preparerete un avvenire sano a questo nazione.
Carmen Sylva, 5 aprile 1936.
Il secondo volume comprenderà: la continuazione dello storico movimento legionario, la persecuzione, il processo, il tradimento e così pure considerazioni sui problemi sociali e statali in Romania e sull'uomo nuovo -il legionario.
FINE
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