Serena Olivari
I simbolici “Tappeti” di Serena Olivari ( in esposizione allo Studio Ghiglione, piazza S. Matteo 1, fino al 15 settembre) si presentano come emblematiche Tavole dipinte su cui si potrebbero leggere criptiche interpretazioni di eventi passati e futuri. Quasi ad esperire una sorta di conoscenza magica, esoterica, riscontrabile in misteriosi concetti segnici rinforzati da aspetti calligrafici uniti ad arcani - e ridottissimi - reperti oggettuali della contemporaneità.
In questo senso, una specie di affabulante scrittura in codice, leggibile in sequenze orizzontali e verticali - dall’alto verso il basso, da oriente ad occidente (e viceversa) - come possibile riflesso di un macro e micro cosmo in trasformazione.
Trame,
quindi, in connessione con frange filiformi, ricamate con piccole figuralità di
carattere mitologico, interagenti appunto con cocci, tracce, frammenti minimi
del quotidiano così a suggerire, a evocare, il pullulante universo della
quotidianità contaminato da aspetti poetici.
Secondo
una visione antropocentrica ove il fare dell’uomo è posto al centro del cosmo
come punto fermo cui è possibile ancorarsi.
Ed è per questo che l’esperienza quasi astratto minimale di Serena Olivari sembra oggi avvicinarsi ad una dimensione più antropologica, che vede la possibilità di un ancoraggio nella storia dell’uomo in rapporto al suo contesto culturale e alle sue manifestazioni materiali e simboliche.
Miriam Cristaldi
Occhiomagico
“Ogni
cosa che passa è solo figura. Quello che è inattingibile, qui diviene
evidenza”, scrive Fabrizio Boggiano - citando Goethe - a proposito del lavoro
fotografico di “Occhiomagico”, un artista che frequenta le migliori gallerie
d’arte fotografica e che attualmente è in mostra da “Joice &
Co.“(vico del Fieno 13 r) fino al 25 gennaio.
Immagini
(di una certa dimensione), le sue, quali risultato di una riuscita ed osmotica
fusione tra tecnica fotografica e digitale, stampate su pellicole luminose
capaci di produrre un forte impatto visivo.
Esse
ritraggono l’universo femminile nudo, colto in un contesto assolutamente
spiazzante, quasi di carattere metafisico, che allontana i soggetti dal reale
per collocarli nel magico e significativo universo del simbolo.
Ogni
figura femminile è infatti inquadrata in spazialità geometriche a carattere
prospettico – quindi in habitat trasfiguranti – ed è posta vicino ad
oggetti metaforici (conchiglia, uovo, mela, graffiti musivi, cornice,
maschera…) che ne travisano il senso.
In
pratica - sono questi - segni significanti che inglobano l’immagine per
sospenderla nel limbo che tracima dall’immanenza del reale.
Quasi
un esserci al di là dell’apparenza.
Miriam Cristaldi