Partito da esperienze concettuali e approdato da tempo alla pittura, Antonio Noia (Taranto ’42), oggi, indaga continuamente sulla ricchezza espessiva del segno attraverso un sincretismo linguistico dove gestualità è sinonimo di forma, colore e luce.
Perché
il gesto - affiorante in trame, reticoli, onde (energetiche) e che incide la
pietra, il legno, la tela o la carta – si materializza con la forza del colore
trasformandosi immediatamente in materia luministica.
E’ questa una materia immateriale, svincolata dall’opacità dell’immanenza, liberata dalla carcerazione della forma per liberarsi in elettrodi luministici vaganti nell’etere.
Quasi
sempre affioranti da uno spazio ombroso.
Queste
vibrazioni cromatiche sembrano emergere lentamente dal fondo per scorrere
velocissime in lungo e in largo attraverso ritmi verticali, orizzontali,
obliqui, intrecciandosi e a volte sovrapponendosi dando corpo a
“movimentati” campi energetici simili a moti ondosi che idealmente si
prolungano nella mente dello spettatore.
Matasse
mobili come fili elettrici investiti dalla corrente.
Una
strada, questa, per certi aspetti battuta da Wols, ma che in Antonio Noia
si avvia verso personalissime direzioni.
Si
configura infatti, alla percezione visiva, un vibratile e fragilissimo tessuto
“celeste”, più spirituale che fisico, da intendere più nella dimensione
dell’apparizione che in quella di una realtà contingente.
Tessuti
a volti in contrapposizione, frammenti che s’incuneano in altri frammenti per
dare la sensazione della composizione-scomposizione
La
fisicità è invece qui evocata dal naturalismo del colore.
Un
colore mediterraneo che richiama la nostra solarità e che riflette
tonalità marine, accensioni terrestri (scogliere), verdeggianti
“macchie”…
In
pratica la bellezza classica della Puglia, frammento di Magna Grecia, che ancora
oggi s’irradia in fasci di memoria radicata nella storia e nella mitologia.
Per
andare oltre, fuori dal tempo e dallo spazio. Nell’olimpo della poesia.
Miriam Cristaldi
Genova,
29 – 6 - 2003
Con “Post Ensemble”, l'eclettico Mario Napoli – conduttore culturale (direttore centro culturale Satura), infaticabile organizzatore (sua è la ristrutturazione graduale che ha portato Palazzo Stella a brillare nel nostro centro storico in tutta la sua ampiezza con i diversi piani resi abitabili attraverso spazi espositivi in progress), collezionista, ma soprattutto artista (con studi di medicina) - si mostra pubblicamente nella “Sala Maggiore” del centro culturale Satura (piazza Stella 1, fino al 1 dicembre) con opere degli ultimi anni.
Un lavoro, questo, acutamente denominato dal curatore della mostra, Gabriele Perretta, “Dreams-collage”, composto da fotografie ritagliate dai mass media su cui l'autore interviene con gesti pittorici, per poi essere scannerizzate e in un secondo tempo stampate su foglio di alluminio. Si struttura così un immaginario iconico a metà tra la violenza della cronaca e la dolcezza del sogno, ma raffreddato dalla ristampa su metallo. Risultato: una specie di grande “puzzle” composto da scintillanti tessere con reperti fotografici (in genere le cromie sono accese e la pittura accentua la sintassi delle immagini mediali), in questo caso riferibili agli orrori delle guerre che insanguinano il pianeta terra, accostate ad immagini sacre, tratte dalla pittura rinascimentale, che ne attutiscono l'orrore.
Con soluzioni tecniche piuttosto intriganti.
Un vedere vicino a certe soluzioni della storica Poesia Visiva e che comunque parte da lontano. Addirittura il linguaggio attuale di Mario Napoli affonda le radici in soluzioni di carattere geometrico di fine anni '70, anche allora gestite con accensioni cromatiche di forte impatto visivo. Geometrie libere o sottoinsiemi che oggi - realisticamente - si sono trasformate in frammenti cronacistici, caleidoscopici coctayl di immagini mediali risucchiate dallo specifico dell'arte.
Nel catalogo i lavori sono poeticamente accostati alle parole della letteratura e della filosofia di Charls Olson, Hans Magnus, Eizensberger, Eduward Cummings, May Swenson, Antonio Pizzuto, Wittgenstein e Michel Serres.
Miriam Cristaldi