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Il settimanale Diario del 26/11/1997 ha ospitato una lettera dello storico Marcello Flores che pubblichiamo per intero ritenendo che le "opportunità" addotte dal governo per non riconoscere il genocidio degli Armeni siano della stessa "qualità" che spinsero i governi delle potenze occidentali a chiudere gli occhi su quanto veniva fatto agli Ebrei.
Lettera aperta al ministro Luigi Berlinguer
Caro Ministro,
la Sua decisione di privilegiare l'analisi e
lo studio del Novecento ha avuto effetti
immediati e benefici sia nel mondo della scuola che in un contesto più
generale. Credo lo debbano riconoscere anche coloro che hanno
polemizzato in proposito con Lei. Non è di questo, tuttavia, che
intendo parlarLe, anche se è sempre il Novecento al centro della
questione, un secolo che è stato anche definito "secolo dei genocidi".
Come Lei sa nel 1915 ebbe luogo quello che è stato il primo
"genocidio" del nostro secolo, quello degli armeni, riconosciuto come
tale da una risoluzione del Parlamento Europeo nel giugno del 1987 -
per citare solo una fra le tante dichiarazioni ufficiali - che
impegnava anche il governo italiano a fare lo stesso e a "dedicare un
giorno alla memoria dei genocidi e dei crimini contro l'umanità
perpetrati nel XX secolo, specificamente quelli contro gli Armeni e
gli Ebrei".
A dieci anni esatti da quella risoluzione, di fronte a
un'interrogazione degli onn. Leoni, Cento e Taradash "se il Governo
italiano intenda esprimere infine tale riconoscimento", il medesimo
governo ha risposto per bocca del sottosegretario Patrizia Toia che
"l'esistenza di perduranti tensioni nell'area sconsiglia, comunque nel
momento attuale, una presa di posizione ufficiale a livello di governo
su episodi quali il massacro dell'aprile 1915. Infatti, senza che la
tragedia dello sterminio degli armeni possa essere messa in
discussione sul piano storico, un atto politico di "riconoscimento" da
parte del Governo potrebbe suonare oggi, al di là delle intenzioni,
come un appoggio indiretto all'Armenia nella sua attuale controversia
con l'Azerbaigian, ciò che contraddirrebbe [sic] la condotta di
neutralità ed equilibrio da noi perseguita in armonia con le
indicazioni della Comunità Internazionale".
Mi perdonerà la lunga citazione; signor Ministro, ma essa è
necessaria. Pur dandoLe atto che il linguaggio non può essere Suo, le
motivazioni politiche appartengono a tutto il governo dell'Ulivo, di
cui Lei è esponente autorevole. Subordinare il "riconoscimento" di una
verità storica a criteri di opportunità diplomatica non è solo segno
di scarsa sensibilità tanto per la storia che per la verità; è
l'espressione di un'abiezione morale che ha contribuito non poco, in
passato, a giustificare comportamenti indifendibili in nome di
risultati auspicabili. E' anche per combattere questo atteggiamento,
mi pare, che Lei ha insistito perché i giovani affrontassero lo studio
del Novecento con maggiore rigore.
Non si capisce, del resto, perché mai il Congresso americano (e i suoi
ultimi quattro presidenti, due democratici e due repubblicani), nonché
il presidente francese Mitterand o il parlamento russo abbiano potuto
effettuare quel "riconoscimento" senza che esso interferisse, a quel
che si sa, con i conflitti in corso nel Caucaso. Senza contare
l'assurdità logico-storica di collegare il genocidio degli armeni,
commesso da ufficiali e soldati turchi all'epoca del triumvirato di
Enver, Jemal e Talaat (il gruppo di Giovani Turchi che aveva compiuto
nel 1913 un colpo di stato nell'impero ottomano), con il conflitto
attuale che oppone nel Nagorno-Karabagh armeni e azeri. Ma forse è
proprio il desiderio di non creare attriti con la Turchia ad aver
suggerito quella risposta al ministero degli Esteri. Turchia che
l'Italia vuole nella Comunità europea, a differenza di altri
autorevoli membri, senza chiedere un radicale cambiamento di quel
governo in tema di diritti civili; e senza premere su di esso - come
ha incoraggiato il parlamento europeo e come auspicherebbe il buon
senso - per il "riconoscimento" del genocidio degli armeni: un atto
necessario non solo per il ristabilimento della verità storica, ma per
permettere il distacco della stessa Turchia da un passato che pesa
tanto più essa continua a negarlo ufficialmente.
So che Lei non potrà cambiare da solo un atto di governo così insulso
e insultante, anche se sono certo che si adopererà per farlo. Vorrei
però chiederLe di invitare i suoi colleghi di governo (ministri e
sottosegretari) a seguire uno dei tanti corsi di aggiornamento sulla
storia del Novecento che la sua iniziativa ha fatto organizzare e
diffondere in tutta Italia.
Marcello Flores
Come si capisce da questa lettera, l'Italia voleva la Turchia nell'U.E. già dai tempi dell'Ulivo (1997), senza esigere che la Turchia facesse autocritica per il suo passato e cambiasse atteggiamento nei confronti del rispetto dei diritti umani. Bel governo progressista, quello dell'Ulivo.
Nel 1987 una risoluzione dell'Unione Europea riconobbe la necessità di ricordare il genocidio del popolo armeno da parte dei turchi, nel 1997 l'Italia non aveva ancora provveduto e non intendeva farlo perché non sembrasse un appoggio indiretto all'Armenia che era in conflitto con l'Azerbaijan.
Menti "brillanti" come quelle dell'Ulivo avrebbero potuto inventare di meglio per sostenere la Turchia (o per non farla arrabbiare):
1) gli armeni sono stati massacrati dai turchi non dagli azeri. Turchi e azeri appartengono alla stessa famiglia linguistica, così come i tedeschi appartengono alla stessa famiglia linguistica (germanica) dei norvegesi o degli islandesi, ma qualcuno ha paura che accusare i tedeschi del genocidio degli ebrei possa offendere i norvegesi o gli islandesi? Non credo.
Nessuno, del resto, si è rifiutato di riconoscere il genocidio degli ebrei per non sembrare schierati con gli israeliani contro i palestinesi. Allora perché accusare i turchi del genocidio degli armeni avrebbe potuto essere interpretato come un appoggio indiretto all'Armenia contro gli azeri? Misteri dell'Ulivo! O paura della Turchia e di eventuali ritorsioni (come quelle minacciate alla Francia quando si adeguò alla suddetta risoluzione).
2) Apo Ocalan, capo del PKK (Partito Kurdo dei Lavoratori), arrivò in Italia su invito di un parlamentare di Rifondazione Comunista. Chiese asilo politico e lo ottenne qualche mese dopo (per la concessione dell'asilo politico sono necessarie delle indagini che accertino la realtà della persecuzione, e questo necessita d'un certo tempo).
Ma il Presidente del Consiglio Massimo D'Alema aveva fatto i salti mortali per spedirlo fuori dai nostri confini prima della concessione dell'asilo politico. In caso che l'asilo fosse stato concesso con Ocalan ancora in Italia, non sarebbe stato più possibile cacciarlo e la Turchia si sarebbe arrabbiata col nostro impaurito governo.