RECENSIONI

tratte da giornali, siti web, etc.


LA PAROLA AMORE ESISTE


LA SECONDA VOLTA E' L'AMORE
di Maurizio G. De Bonis tratta dal sito www.cinema.it

Vi ricordate La seconda volta, il film che lanciò nel panorama cinematografico italiano l’allora sconosciuto regista Mimmo Calopresti? Si trattava di un’opera, interpretata da Nanni Moretti, che rielaborava in modo interessante il tema del terrorismo. Dimenticatevi questa pellicola. Sì, perché l’ultima fatica artistica di Calopresti, La parola amore esiste, affronta un argomento completamente diverso: l’influenza che hanno i sentimenti sulla psicologia e le azioni umane.

La storia, scritta dal trio Schleef, Bruni, Calopresti, è impostata su un personaggio-simbolo: Angela, una ragazza ricca, con una bella casa e alcune care amiche, che però non riesce ad innamorarsi; anzi sembra non essere in grado, a causa delle sue ossessioni, di mettersi in condizione di trovare l’amore. Così, quando finirà per infatuarsi di un insegnante di violoncello, il destino prima le giocherà dei brutti scherzi, poi inaspettatamente si metterà dalla sua parte.

Questa vicenda ci ha fatto tornare in mente un film che, qualche anno fa, si aggiudicò il leone d’oro al Festival di Venezia: Il raggio verde del regista francese Eric Rohmer. L’attenzione nei confronti dei personaggi, il tono pacato del racconto, l’uso fondamentale del dialogo, il tentativo di penetrare nella psicologia degli individui con eleganza e morbidezza, la rappresentazione di una sofferenza interiore (quella della protagonista), il desiderio di mettere in relazione il disagio esistenziale di una persona con l’inevitabile superficialità dei rapporti con il prossimo.

Questi i fattori basilari de La parola amore esiste, fattori che appartengono alla poetica rohmeriana e che Mimmo Calopresti ha provato con intelligenza e sensibilità a far diventare suoi.

Purtroppo, però, girare un film sui sentimenti non è cosa semplice. Può essere, infatti, estremamente difficile riuscire a dare un senso (non banale) ad una storia del genere, senza incorrere, oltretutto, nel classico errore di rendere troppo complesso un tema che non ha bisogno, a nostro avviso, di eccessivi ricami intellettuali.

E proprio questo è il difetto più ingombrante de La parola amore esiste, una certa pesantezza narrativa (pensate invece alla leggerezza delle opere di Rohmer), a cui si aggiunge una eccessiva proliferazione di inutili personaggi minori. Una struttura più rigorosa, più semlice, avrebbe probabilmente consentito a questo lavoro di cogliere la reale sostanza del problema trattato. Peccato, perchè comunque Calopresti è un cineasta raffinato, in grado di catturare con la macchina da presa la sfera intima dei personaggi, e quindi di comunicarla agli spettatori.

I due protagonisti, Valeria Bruni Tedeschi e Fabrizio Bentivoglio, hanno confermato tutte le loro qualità artistiche, mentre assolutamente ininfluente ci è sembrata la presenza nel cast di un Gérard Depardieu relegato ad una piccolissima parte non importante nell’economia del racconto.


IN PUNTA DI PIEDI TRA LE PENE D'AMORE

di Irene Bignardi, tratta dal sito Repubblica Cinema

Non vorrei rischiare di imbarcarmi sulle rotte alberoniane di "Innamoramento e amore", ma l'amore e la follia, almeno nel linguaggio comune, sicuramente rivelatore di qualche esperienza, sono legati da un filo sottile e tenace: diciamo che siamo pazzi d'amore e che l'amour è fou, e le eroine amorose per eccellenza sono delle matte come Medea, Adele H. o la protagonista di "Follia", il recente successo di Mc Graf. E l'irrazionale (comunque), inspiegabile (spesso), indicibile (quasi sempre) sentimento amoroso si nutre beatamente delle labilità psicologiche, delle paure, delle insicurezze umane: la razionalità e l'ordine non gli si addicono altrettanto.

Si capisce molto bene, quindi, perché Mimmo Calopresti, nel porre mano al suo secondo film abbia deciso di mettere la sua attrice-icona, Valeria Bruni Tedeschi, nella condizione esemplare di Angela, una ragazza di trent'anni psicolabile, ma in compenso svincolata, grazie alla sua privilegiata condizione sociale, da ogni problema di necessità quotidiane: perché gli sviluppi dell'attrazione amorosa in questa esistenza-laboratorio sono ancora più liberi. Accade così in La parola amore esiste. Valeria Bruni Tedeschi (che è piena di fobie, come Jack Nicholson di "Qualcosa è cambiato" non ama calpestare le righe del pavimento, vede bizzarre correlazioni tra i numeri, interpreta a suo modo la funzione dei colori, trasuda fragilità, e non sa che dire al suo distratto psicoanalista (interpretato da Calopresti stesso), crede di innamorarsi e poi si innamora di un insegnante di violoncello (Fabrizio Bentivoglio), marito separato, padre di una spiritosa quindicenne molto critica, specialista in distrazione, che sembra, ma alla prova del carattere non è, un po' più normale di lei.

Tutti, in questo nevrotico Marivaux contemporaneo e romano, cercano una forma d'amore: le amiche che cicalecciano sul loro "lui" sposato, la saggia adolescente, la strana signora Marina Confalone che Valeria incontra in una comunità psichiatrica sul mare e che è innamorata del suo avvocato (Gèrard Depardieu), pronto ad accogliere con pazienza questo incarico extra, il violoncellista pasticcione che, incuriosito dai messaggi anonimi di Angela, li attribuisce a una sua allieva e (amor che a nullo amato amar perdona) se ne invaghisce.

Tra queste voglie d'amore e queste storie fatte di nulla - ma riconoscibili da tutti - Calopresti si aggira in punta di piedi, con la grazia di un autore che ama i suoi personaggi, la loro fragilità, la loro dimensione antieroica, il mistero delle ragioni del cuore, e con la stessa pudica curiosità con cui ha affrontato tre anni fa il tema "forte" del post-terrorismo. Anche in questa commedia agrodolce, come in La seconda volta, il finale è aperto. Anche qui la tessitura del racconto è fatta di finezza. E questa finezza è la chiave dell'interpretazione del seducente Fabrizio Bentivoglio e di Valeria Bruni Tedeschi: naturale, spontanea, fragile, da molto tempo la nostra nevrotica preferita (anche se, per dire come ci sembra che sia una delle migliori attrici della sua generazione, vorremmo vederla anche in un ruolo diverso).


(16 aprile 1998)


Recensione psicopatologica tratta dal sito POL.it

"La parola amore esiste", regia di Mimmo Calopresti, con Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Bentivoglio, Gerard Depardieu (Ita, 1998)

I tempi mutano, e con essi i modi e i luoghi delle cure, ormai offerte con le stesse modalità e strategie di qualsiasi merce al supermercato, ma la patologia mentale resta, ed il cinema continua ad occuparsene, sotto i veli convenzionali delle commedie e del minimalismo sentimentale.

"La parola amore esiste", un film dolce, ben diretto ed ottimamente recitato, pur con qualche ingenuità nella sceneggiatura mette in scena con buona verosimiglianza la storia di una ragazza benestante affetta da ossessioni numeriche, scaramanzie e anancasmi vari, sola, incompresa da una madre rigorosamente algida, che si innamora di uno svagato professore di violoncello, lasciato dalla moglie, altrettanto solo di lei, e consolato soltanto dalla figlia adolescente, il cui ragazzo fa, guarda caso, il musicista, ma in un gruppo rock.

Uno psicoanalista senza divano, virile e un po' disilluso (interpretato dallo stesso Calopresti), finisce per infrangere una disposizione discretamente empatica con un lapsus linguae, quindi, ricevendo fuori orario la sua paziente (ah, bei tempi andati dei setting rigidi!) quando lei, furiosa per l'indifferenza involontaria del musicista, sembra avviarsi a varcare le porte di corno e d'avorio della psicosi, le diagnostica senza pietà la sua incapacità di amare ed infine quando lei, comprensibilmente, minaccia di andarsene con la frase di rito ("tanto a lei interessano solo i miei soldi!"), con molta chiaroveggenza la lascia andare con un "è meglio così".

Se la psicoanalisi oggi rinuncia tanto facilmente ad occuparsi di malati, sono le cliniche private della psicofarmacologia d'assalto a rubarle la scena: qui la ragazza è accompagnata dalla madre in una che surrealmente è immaginata consentire ai malati di passeggiare e prendere il sole sulla battigia della riconoscibilissima spiaggia (in realtà inaccessibile via terra) del parco Migliarino San Rossore, localizzazione che insinua chiari indizi su quale cattedra psichiatrica universitaria la controlli.
Un giovane dottorino (uno specializzando di primo pelo, ma già sicurissimo di sé e straordinariamente aggressivo) trova il modo, in un corridoio (ah, immortale psicoterapia selvaggia!) di imbastire un ragionamento cognitivo-comportamentale che si conclude con una ulteriore diagnosi di incapacità di amare. Menomale che un' altra ricoverata, afflitta anch'ella da problemi sentimentali irrisolvibili (è innamorata del suo avvocato e tutore patrimoniale la cui idealizzazione è immediatamente suggerita dalla figura impeccabile e gigantesca di Depardieu) interagisce con lei come una madre dotata di affetti, seppure fragili e volubili, ed in qualche modo le instilla un po' di quella fiducia necessaria ad osare l'amore: l'autoaiuto ed il caso, dunque, fanno più dei terapeuti professionisti e la vita talora, come in questo film che termina lasciando presagire un lieto fine, risarcisce di ciò che in precedenza ha preso. Due esseri avviati alla sparizione potranno forse riesistere, come la parola che li lega: amore.

Qualcuno degli sceneggiatori dev'esserci passato: troppo verosimile è la sintomatologia e la storia della cura; Valeria Bruni Tedeschi è un'ossessiva da manuale, perfetta nel rappresentare le stereotipie e le rigidità attitudinali degli scompensi pre-psicotici; anche Bentivoglio è convincente nel personaggio nostalgico e un po' fuori dal tempo del violoncellista quarantenne svagato e forzatamente de-virilizzato, uscito malconcio dal ventennio dell' emancipazione femminile.

Riccardo Dalle Luche


La parola amore esiste

Valeria Bruni Tedeschi è Angela, una ragazza dell'alta borghesia che non lavora ma vive sola , con tante fobie tra cui quella del significato dei numeri e dei colori; va dallo psicanalista per essere certa di esistere. Si innamora dello psicastenico Fabrizio Bentivoglio perché è il 27 del mese (che significa amore più Dio) e perché pare timido ma indossa un maglione rosso. Comincia a mandargli biglietti con brevissime poesie giapponesi haiku che lui crede venire da una sua studente di violoncello. A lei risponde nascondendone altre nel soprabito. La ragazza pensa provengano dall’allievo che la precede, di cui è innamorata.

Ecco il film: lei ama lui che si innamora di un’altra che ama un altro ancora che invece non ama nessuno. Parallela a questa trama c’è, come in Shakespeare, la storia secondaria pateticomica di una ricca donna sola, innamorata dell’avvocato Gerard Depardieu, il quale è follemente innamorato della propria moglie anche se, confessa, << all’inizio lei non ne voleva sapere >>.

Uno dei film più belli dell’anno. Sicuramente.

Un ballo silente di solitudini che si toccano ma non vogliono cambiare, perlomeno fino alla speranza che il film ci concede sfumando.

Due dei più bravi attori del cinema italiano. Sicuramente.

Di Bentivoglio già si sapeva (io, almeno, dai tempi di Turnè). La Bruni Tedeschi è stata una delle più splendide prostitute del cinema in Le coeur fantome di Philippe Garrel; ha un ruolo non tanto diverso da quello di La seconda volta, sempre di Calopresti, ma che fa innamorare anche lo spettatore più estraneo. Uh, questo è troppo ma... quello che serve è che un’attrice sappia passare in due secondi da uno stato d’animo ad uno opposto, come fa lei quando vuole lasciare lo psicanalista, come davvero accade. Nessuno si accorge di un virtuosismo alla De Niro, perché lei è stata Angela, non la ha recitata; degno di Mastroianni.

Qualche merito c’è l’ha anche lui, Mimmo Calopresti; solo al secondo lungometraggio già si potrebbe azzardare che è un regista vero. Conduce il film con complicità e anche pudore, anticipa i passi dell’intreccio con frammenti a tutto schermo dai biglietti che velatamente passano di mano, non come divisioni di capitoli ma come rime in capoverso. Ci sono più belle idee che stonature; la più evidente di queste è l’amica di Angela che passa da un uomo all’altro (4 in 80 minuti), un po' troppo esibita come contraltare della protagonista. La colonna sonora di Franco Piersanti è azzeccata, discreta e romantica lega le scene in modo efficace e semplice, proprio come spiegano i manuali di musica per film. Sì, è un film piccolo, si mostra timido come i suoi personaggi e fa pensare ad una lavorazione lineare, semplice e onesta.

La parola amore esiste.

Corrado Serri


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