Una moglie puritana

Mario, Anna, Roberta, Antonio sono tutti nomi di fantasia come, pure, sono state variate le collocazioni geografiche. Quelle persone, ad ogni modo, esistono e i fatti sono realmente accaduti. La descrizione particolareggiata d'alcuni episodi in parte è frutto di fantasia in buona parte è stata trascritta così come c'è stata narrata.

Mario aveva sposato Anna dopo un breve fidanzamento. Entrambi provenivano da famiglie agiate e rispettate. Trentacinquenne lui, ventinovenne lei, si erano conosciuti attraverso una comune amica, Roberta, una vecchia fiamma di Mario con la quale il nostro aveva mantenuto un rapporto intenso, tanto che nei primi tempi del fidanzamento Anna si era mostrata spesso gelosa e sospettosa per quell'intimità tra i due. Poi aveva capito che Roberta era solo un'amica, un po' speciale, ma leale. Alcune diversità tra i due erano evidenti. Se Mario era molto espansivo, Anna aveva un carattere chiuso che la conduceva ad isolarsi, a rimanere lontano dalle amicizie, talvolta chiassose, del fidanzato. Lui cattolico non praticante, alla domenica mattina era costretto ad accompagnarla in chiesa e a subire le sue occhiatacce se mostrava segni d'insofferenza. Però Anna aveva delle frecce micidiali al suo arco: intelligenza e cultura in un corpo da pin-up che calamitava lo sguardo degli uomini e che aveva conquistato totalmente Mario. In particolare Mario apprezzava le sue lunghe gambe che, quando le accavallava facendo salire una delle strette gonne che solitamente portava, rivelavano una perfezione assoluta a partire dalle cosce nervose e sode.
Dopo meno di un anno dal loro incontro, erano sposi. Dopo un anno di matrimonio, però, Roberta cominciò a ricevere telefonate da Mario stanco d'una routine quotidiana con poche evasioni, fatta di lavoro - televisione - letto con poco sesso. Roberta, diceva a Mario, vedeva anche Anna che le confidava le proprie frustrazioni come moglie incapace di rendere felice un marito così caratterialmente differente da lei. E a Roberta venne un'idea.
Roberta era una donna molto libera, senza pregiudizi, una bella donna che aveva vissuto e viveva esperienze forti, soprattutto in campo sessuale. Con Mario era finita dopo che lui l'aveva scoperta sì ad un meeting di lavoro, ma a dormire nella stessa stanza, meglio, nello stesso letto d'albergo con un collega. A dire il vero anche Mario era finito in quel letto. Si era eccitato moltissimo nel vederla scopare con l'altro ma meno quando il collega cercò di sodomizzarlo nel sonno. La sua reazione violenta, di maschio con la "m" maiuscola, procurò la perdita d'un dente all'attentatore ma pure la perdita di Roberta.
A Roberta venne l'idea e la comunicò subito a Mario: Anna doveva farsi un amante. Mario dapprima classificò Roberta donna sciagurata, poi convenne che l'amica forse non sbagliava. In effetti, un amante per Anna avrebbe significato trasgressione all'ennesima potenza, tradimento non solo del marito ma di tutti i suoi, di lei, più sani principi, stravolgimento del suo tranquillissimo sistema di vita e scoperta, cosa che Mario ancora non era riuscito a darle in pieno, di un sesso senza inibizioni. Unica preoccupazione: che Anna non si innamorasse dell'altro tanto da abbandonare Mario, che l'amava e che non avrebbe sopportato il dolore provocato da un suo distacco definitivo.
Roberta e Mario cominciarono a progettare e a tramare alle spalle di Anna. Si telefonavano spesso, appena uno dei due pensava d'aver trovato la persona adatta, la strategia giusta per farli conoscere. Mario si sorprendeva eccitato parlando con l'amica di situazioni dove immaginava la moglie tra le braccia di qualcun altro, e Roberta calcava la mano aggiungendo particolari osceni alle fantasie dell'amico. Durante una telefonata, Mario confessò a Roberta di essere così eccitato da doversi masturbare; dopo una breve pausa, Roberta gli rispose che lei già lo stava facendo e che anche le volte precedenti spesso era accaduto. Col passare dei giorni i racconti di Mario e di Roberta divennero così sconci da stupire, alla fine, entrambi per la loro audacia erotica. Mario ormai si dipingeva come un marito reso cornuto da una moglie depravata, che lo obbligava ad assistere ai suoi amplessi con più uomini contemporaneamente, che lo umiliava facendogli leccare la vagina imbrattata di sperma altrui o, peggio, a ripulire con la lingua le aste dei suoi amanti dopo che l'avevano scopata. Roberta ansimava e rifiniva le descrizioni con violente sodomizzazioni inflitte a Mario dai nerboruti scopatori della moglie, con masturbazioni del povero marito di fronte alla moglie troieggiante come uniche soddisfazioni per lui possibili, e via di questo passo sino all'orgasmo telefonico.
Una sera Anna sorprese Mario comunicandogli d'avere un impegno importante in parrocchia, si organizzava una vendita di beneficenza. Anna usciva raramente alla sera, dopo cena, e, se lo faceva, chiedeva al marito di accompagnarla. Questa volta preferiva muoversi da sola dato che la cosa sarebbe andata per le lunghe. Mario era quasi felice. Poteva risentire Roberta e riprendere quel gioco così perverso ed eccitante. Dopo mezzora che Anna era uscita, telefonò all'amica ma non trovò che il messaggio della segreteria. Dopo un'ora ritentò: niente, Roberta non c'era. Anna non sarebbe stata via ancora per molto e non poteva farsi sorprendere dalla moglie, da quella moglie poi, mentre si masturbava al telefono con chissachi.
Erano le 23 passate. Anna non si vedeva. Prese il cellulare, compose il numero di quello della moglie e lo sentì squillare nella stanza da letto. Come al solito l'aveva dimenticato a casa. Provò a cercarlo: stava diventando un gioco, tanto per ingannare l'attesa. Compose nuovamente il numero. Trillava da dentro un cassetto. Eccolo lì, dentro il comodino. Ma non c'era soltanto il cellulare, c'erano anche delle minicassette, da segreteria telefonica. L'apprensione improvvisa, l'affanno gli fecero abbreviare il respiro. Il solo sospetto che gli era balenato alla mente, gli procurò una fitta atroce alla bocca dello stomaco.
La voce di Anna che chiamava dalla sala, lo fece trasalire. Chiuse il cassetto, spense la luce principale e accese l'abatjour, tolte le scarpe si stese sul letto fingendosi addormentato. Anna entrò, lo pensò addormentato, si tolse le scarpe, slacciò la gonna rimanendo con la sola camicetta e si diresse verso il bagno. Mario si rilassò un attimo. Quelle cassette probabilmente erano di un miniregistratore, di quelli che si usano per le interviste e Anna forse in studio ne aveva uno. Forse. Fu distolto dalla meditazione con lo scroscio della doccia. Immaginò, allora, Anna sotto il getto d'acqua, con quel corpo stupendo, i seni abbondanti ma dritti da ragazzina, i glutei rotondi. Anna era alta, difficilmente, quando uscivano insieme, si metteva scarpe con tacchi alti, avrebbe sopravanzato il marito. Anna aveva i capelli nero corvino con riflessi blu. Aveva un volto dall'ovale perfetto, occhi grigio-verdi e ciglia lunghe, labbra carnose impreziosite da un rossetto con tonalità delicatamente rosate. Anna metteva sempre le calze, le autoreggenti o con il reggicalze, odiava il collant. Non portava le calze solo nella stagione calda e se aveva le gambe abbronzate. Eravamo all'inizio dell'inverno. A Mario tornò l'affanno ripensando all'entrata di Anna, vista attraverso gli occhi socchiusi. Non portava le calze. Si sporse dal letto, scrutò il pavimento verso la porta: erano scarpe di vernice nera col tacco altissimo, quelle che le erano state regalate da Roberta al compleanno di un anno fa ma che non aveva mai indossato. Senza calze, con scarpe sexy in parrocchia. Si mise a sedere sul letto. L'entrata di Anna lo distolse per un attimo dalle congetture. Nuda, pareva una dea. Lo baciò lievemente sulla bocca. Poi si portò dall'altro lato e indossò, come al solito, uno dei pigiami del marito, largo, comodo. Per Mario fu una notte agitata. Le domande su Anna si accavallavano a scene di orge con la moglie circondata da uomini assatanati. Il pene di Mario era in costante erezione. Usciva dalla fessura dei pantaloni del pigiama. Stava andando in bagno a masturbarsi quando Anna accese la luce sul comodino, lo guardò e gli sorrise. Anche lei non riusciva a prendere sonno. Gli fece cenno di tornare a letto. Lui si stese pancia all'aria mentre Anna si accostò, lo accarezzò sul petto per poi scendere solleticandogli il ventre e, alla fine, afferrare il cazzo turgido e masturbarlo lentamente. Era Anna? Era una sua impressione o nello sguardo della moglie c'era un che di ferino e di lascivo, qualcosa che prima non aveva mai notato in lei. Anna gli chiese se stava andando in bagno a farsi una sega. Proprio così, a farsi una sega. Anna non aveva mai usato quel linguaggio. Sì, doveva spararsi una sega. Anche lui adottava il turpiloquio, gli piaceva. Anna gli ficcò la lingua in bocca, la sentì roteare e attorcigliarsi alla sua. Sentì anche la mano abbandonare il pene e afferragli lo scroto, stringerlo e tirarlo, poi tornare al su e giù, stavolta più veloce, lungo l'asta. Anna, ora, voleva sapere perché era così eccitato. Il maiale, così lo appellò, doveva dirglielo. Aveva il viso arrossato a pochi centimetri da quello del marito, lo fissava negli occhi e sorrideva ambiguamente. Il ritmo del su e giù stava aumentando. Le scostò la giacca, le afferrò i seni e strinse un poco. Doveva stringere di più le tette della sua vacca. Erano gli ordini di una donna che a stento riconosceva come sua moglie. In un attimo s'era spogliata e stava a cavalcioni su di lui. Aveva la vagina bagnata e dilatata, il cazzo era completamente inghiottito. Muoveva le anche con una maestria assoluta, roteandole, alzandosi e abbassandosi con regolarità. Lui torceva le tette e col bacino cercava di spingere verso l'alto. Chiuse gli occhi e descrisse lei circondata da quattro, cinque maschi, belli, palestrati che la costringevano a prenderlo in bocca mentre un altro la scopava da dietro e altri si masturbavano eiaculando sulla sua faccia. Aprì gli occhi. Anna si passava la lingua sulle labbra. Era presa dai fremiti del piacere. Voleva che continuasse. C'era un nero con un cazzo enorme che voleva incularla, ma lei non aveva mai accettato di farsi deflorare dietro. Opponeva resistenza. Allora la prendono in tre, la mettono piegata col busto che appoggia su un basso tavolino, la tengono ferma e il negro le apre il culo con la sua mazza. Pure Roberta si era eccitata a quel racconto, e aveva aggiunto: tu, Mario, sei legato, nudo su una sedia; non puoi fare niente ma la tua eccitazione è evidente, hai il cazzo in erezione e le urla di tua moglie ti fanno arrapate ancora di più. A Mario si gelò il sangue, Anna completò il racconto: sei immobilizzato, ti hanno legato e guardi mentre mi violentano, mi inculano senza pietà, urlo e vedo il tuo cazzo dritto, gonfio; allora capisco che lo spettacolo ti eccita, anch'io mi lascio andare. Da sotto una lingua mi lecca la figa e vengo mentre il negro mi sborra nella pancia. Anna ebbe un orgasmo fortissimo e Mario venne con un'intensità mai provata prima. Stettero qualche minuto, spossati, una sull'altro. Anna andò in bagno. Mario si presentò sulla porta della toilette con in mano una delle scarpe col tacco alto. Lei lo guardò interrogativa. Cosa ci faceva in parrocchia con delle scarpe così? Semplice, fu la risposta, non era andata in parrocchia, era una bugia, era uscita con un amico. E le calze? Questa, disse Anna, era una risposta più imbarazzante: l'amico era stato un po' troppo irruente, le aveva strappate e … E? E vi aveva sborrato sopra, sopra alla mia coscia mentre gli facevo una sega. In macchina c'era poco spazio e lui non ce la faceva più ad aspettare che salissimo nel suo appartamento … A Mario prese a girare la testa. Lei lo osservava con sguardo divertito, il resto glielo avrebbe raccontato domani, adesso era stanca.
Non dormì per tutta la notte. Il mattino arrivò come una liberazione. La moglie era già al lavoro. Dal comodino erano sparite le minicassette. Anna gli telefonò in ufficio annunciandogli che non sarebbe tornata per il pranzo. Riattaccò senza dare altre spiegazioni, solo un ti amo e lo schioccare di un bacio. Magra consolazione per uno che sapeva d'essere stato cornificato da poco. Andò a pranzare da Roberta.
Roberta gli spiegò tutto. Era la migliore amica di entrambi. Sì, aveva fatto ascoltare le registrazioni delle telefonate hard-core ad Anna perché voleva scuotere l'amica, farle capire quali erano le esigenze del marito, un marito che l'amava ma che non riceveva più gli stimoli necessari per desiderare la propria moglie. Un uomo forse un po' complicato, forse perverso, ma molto innamorato. Anna l'aveva presa in contropiede, l'aveva stupefatta. Anna da anni aveva un amante, un amante segreto, al quale difficilmente avrebbe rinunciato. Un signore di mezza età ma fisicamente molto prestante, di una intelligenza superiore, una personalità forte che l'aveva, in parte, soggiogata e ne aveva fatto l'oggetto del proprio piacere. Una persona insospettabile di cui Anna non avrebbe mai rivelato il nome. Almeno fino ad allora. Qualcosa, però, stava mutando in Anna. Cominciava a scoprirsi sia con lei, Roberta, sia con Mario. Mario era a bocca aperta. Non riusciva a deglutire ciò che stava masticando. Dovette correre in bagno a vomitare.
Nel pomeriggio Mario ricevette la telefonata della moglie. Quella sera avevano degli invitati a cena. Una era Roberta l'altro il prof. Antonio R., docente universitario e uno degli esponenti di punta del partito di maggioranza. In quattro, attorno al largo tavolo rotondo della sala da pranzo, erano ben distanziati tra loro. Mario era nervosissimo, aveva capito che quell'uomo poteva essere l'amante della moglie. Alto, brizzolato, fisico asciutto ma, si capiva, muscoloso, dalla conversazione brillante, era il classico prototipo del cinquantenne di successo appetito dalle giovani donne in carriera. Sia Roberta sia Anna parevano tranquille, per nulla tese. Il modo quasi confidenziale con cui Roberta si rivolgeva al professore, a Mario pareva che tradisse una conoscenza, forse un'amicizia ben più datata di quello che Roberta voleva far credere. Era Anna ad essere, invece, più attenta, come se fosse ossequiosa nei confronti dell'invitato. Erano giunti ai digestivi, ai liquori. Antonio R. in due sorsi si bevve un bicchiere di whisky, Roberta si alzò e andò a sedersi sul comodo divano di fronte al tavolo, accavallando le gambe e mostrando ai presenti di indossare le autoreggenti oltre che un paio di scarpe in vernice nera, dal tacco altissimo, molto simili a quelle di Anna. Anna, fasciata insolitamente in uno stretto tubino nero, dalla gonna cortissima, senza reggiseno (si vedevano i capezzoli), con una scollatura molto ampia sulla schiena, e con le famose scarpe identiche a quelle di Roberta, annunciò che si sarebbe assentata un attimo. Il professore le sorrise facendole l'occhiolino, incurante dello sguardo poco cordiale di Mario, e chiedendole se andava a fare pipì. Lei si voltò di scatto, agitando la lunga chioma nera, rispondendo che se i presenti lo desideravano, avrebbe lasciato le porte aperte per dimostrare che effettivamente andava a pisciare. A Mario per poco non andò di traverso il grappino che stava sorseggiando. Con le porte aperte si sentì il rumore della lunga pisciata di Anna. Quando Anna ricomparve, il professore le chiese cos'altro avesse combinato in bagno, dato che dalla pisciata era passato un po' di tempo. Il catedrattico, troppo curioso e volgare nei confronti di Anna, era sul punto di far scoppiare Mario. Anna accettava il gioco e ciò al marito risultava maggiormente irritante anche se, questo lo faceva arrabbiare e disorientare veramente, molto eccitante. Anna si portò alle spalle di Mario, gli mise le mani sulle spalle e iniziò a massaggiarle delicatamente come se volesse comunicargli di stare calmo; appoggiava il ventre alla nuca del marito. Mario subì le parole di Anna come una sferzata: si era tolta lo slip. Un'altra sferzata gli arrivò dalla voce, ora imperiosa, di Antonio R. che ordinava ad Anna, di fronte a suo marito, di sollevare la gonna, di mettersi a quattro zampe e, camminando come una cagna, raggiungere la zona del divano dove stava tranquillamente adagiata Roberta. Mario guardò esterrefatto prima il professore, che si comportava come se il marito non esistesse, poi la moglie che a culo nudo, mostrando una figa depilata (ma quando s'era depilata?), si dirigeva come un animale verso il divano. Lì si fermò in attesa di nuovi ordini. Intanto Roberta si spogliò rimanendo solo con le autoreggenti scure e le scarpe. Un corpo statuario pure quello di Roberta, con la muscolatura messa in evidenza dalla luce radente della lampada a stelo. Roberta chiamò Mario verso di lei. Mario sentiva l'uccello indurirsi. Quando l'amica gli ordinò di togliersi giacca, camicia e cravatta, rimanendo a torso nudo, ancora non aveva compreso bene cosa stesse per accadere. Al secondo ordine, di stendersi faccia a terra, cercò di reagire ma Roberta gli afferrò, attraverso la stoffa, i coglioni e, con voce più decisa, gli intimò, se non voleva rimanere castrato, di ubbidire. Mario sottostette lanciando un ultimo sguardo alla moglie che, denudata completamente dal professore, anche lui nudo, dal cazzo eretto enorme soprattutto in circonferenza, aveva ripreso la posizione a quattro zampe, con la testa china. Così disteso, appoggiando la guancia sul tappeto, non poteva che vedere le scarpe di Roberta. Roberta gli disse di stendere le braccia lungo il corpo, poi gli premette la scarpa sulla testa impedendogli di muoversi. Il tacco appuntito gli trapanava la guancia e Roberta pareva decisa a trapassargliela se si fosse mosso. Mario deglutiva a fatica. Il cazzo gli faceva male da tanto che era duro. Sentì la voce del professore che ordinava alla troia, così aveva iniziato a chiamare Anna, di togliere scarpe, calze e pantaloni al consorte. Infatti, di lì a poco era completamente nudo. Poi il professore disse alla troia di appurare lo stato dell'uccello del cornuto. Anna comunicò che era rigido come non l'aveva mai sentito. Anna cominciò a gemere e dai rumori era chiaro che veniva scopata violentemente. Antonio R. la insultava chiamandola soprattutto troia, vacca ciucciacazzi, sborratoio e altri appellativi del genere. Roberta, masturbandosi, ogni tanto ragguagliava Mario su ciò che stava subendo la moglie: stava godendo come una vacca in calore, supina sul tavolino di lato al divano, il cazzo del professore la squartava, aveva ormai una figa così dilatata che per farla godere col suo cazzetto avrebbe dovuto infilarci anche la mano. E non c'era dubbio che la moglie stesse godendo. Il professore, durante la monta, disse alla troia di parlare al cornuto: ansimando gli fece sapere che lo amava ma non poteva rinunciare al cazzo del professore ed a quello degli amici del professore; era divenuta così troia da apprezzare più la sborra di un buon vino e di essersi fatta la fama, in un certo ambiente, di esperta leccatrice di fighe. Mario deglutì, respirava affannosamente e, da un momento all'altro, sentiva che sarebbe venuto. Il professore, aggiunse Roberta, poteva disporre di sua moglie come voleva, era la sua schiava e poteva cederla a chi desiderava anche per lunghi periodi. Certe assenze, che gli aveva fatto credere dovute a convegni e manifestazioni, erano perché l'aveva ceduta; tre settimane prima se n'era andata quattro giorni in Svizzera alla mercé di cinque uomini. Roberta immaginava che nei giorni successivi Anna si fosse negata a lui, al marito, che avesse rifiutato i rapporti sessuali e che, probabilmente, non si fosse mostrata a lui nuda. Mario ricordò che era vero, Roberta aveva ragione e gli spiegò che avevano abusato di lei in tutti i modi, facendola montare anche da degli alani, che, appesa al soffitto, l'avevano frustata e dilatata analmente e vaginalmente con dei pali, le avevano applicato pinze con pesi ai capezzoli alle labbra della figa e ai capezzoli e, mentre la scopavano, si divertivano a farla urlare aumentando la trazione dei pesi. Probabilmente si sarebbe accorto, se l'avesse chiavata al suo ritorno, oltre alla dilatazione, che la figa e i capezzoli avevano ancora i segni delle bruciature dovuti alle scariche elettriche. La narrazione fu interrotta dall'urlo di Anna che veniva travolta da un potente orgasmo. Roberta sollevò il piede e ordinò a Mario di inginocchiarsi. Poiché era un po' traballante e non eseguiva subito l'ordine, gli rifilò due manrovesci facendolo quasi cadere. Ora doveva guardare ed eseguire. Anna aveva i seni strizzati da una corda bianca e una catenella fissata ad ogni capezzolo con pinzette dentate. Poiché, gli spiegò il professore, ora voleva godere inculandola, lei si sarebbe messa alla pecorina, il marito inginocchiato di fronte, interpretando l'intensità del piacere del professore, avrebbe dovuto strattonare con forza le catenelle fino a far urlare dal dolore la troia che già veniva torturata dall'enorme diametro del cazzo nel culo. Mario ubbidì. La moglie faceva delle smorfie e di lì a poco cominciò a singhiozzare intanto che il cazzo le sfondava il culo. L'erezione di Mario era potente: cominciò a strattonare prima una poi entrambe le catenelle e Anna urlò dal dolore. Roberta le infilò una pallina di gomma rossa in bocca, fissata con un cinghiolo dietro la testa di Anna. Le urla di Anna erano così soffocate. La bava le colava dai lati della bocca, aveva gli occhi strabuzzati e pareva implorare il marito che, invece, tirava con sempre maggior vigore le catenelle tanto che Roberta gli chiese se voleva strapparle i capezzoli. Antonio R. grugnì che se strappava i capezzoli della troia avrebbe goduto ancora di più, poiché ad ogni tirata di catenella si stringevano i muscoli dell'ano attorno al cazzo. Mario tirò così forte che una delle pinze si staccò graffiando il capezzolo e facendolo sanguinare. Il grido di Anna, sebbene con la bocca tappata, un suono gutturale, fu ugualmente forte. Il professore la inculò, bestemmiando, ancora più violentemente e la faccia di Anna sbattè contro l'uccello ormai paonazzo di Mario. Mario risistemò la pinza sulla ferita del capezzolo e il dolore dovette essere così pungente che grosse lacrime scesero sulle guance arrossate di Anna. Roberta, inginocchiata dietro Mario, lo masturbava facendo sì che il cazzo schiaffeggiasse il viso della troia. Il professore li avvertì che stava per sborrare nel culo della vacca e che Mario doveva assolutamente fare in modo che, mentre eiaculava, la muscolatura dell'ano della schiava si stringesse attorno al suo uccello. Mario non tirò le catenelle ma premette, strinse con le dita le pinzette dentate facendole penetrare nella carne rosata dei capezzoli. Anna fu come squassata da una scossa elettrica, gli occhi parevano sfuggirle dalle orbite ed emise un suono gutturale ancor più forte intanto che un colpo violentissimo da dietro del professore, accompagnato da un'altra bestemmia irripetibile, indicavano che era giunto all'orgasmo. La mano di Roberta intanto non si era fermata. Con l'altra aveva tolto la pallina dalla bocca di Anna e le spingeva la nuca verso il cazzo di Mario. Anna lo prese in bocca e iniziò a sbocchinarlo con una maestria eccezionale. Il professore in piedi, menandosi il cazzo moscio, divaricando le gambe, in mezzo alle quali stava la schiava, mise l'arnese davanti alla faccia di Mario. Era chiaro. Mario aprì la bocca e, a sua volta, iniziò a sbocchinare il professore. Mario venne sborrando a lungo nella gola della moglie. Il cazzo del professore stava rianimandosi e la lingua di Mario lo ripuliva diligentemente. Per Anna non era ancora finita. Leccava la figa di Roberta, eccitata alla vista di Mario col professore. Quando il cazzo del professore riprese vigore, e Anna nel frattempo aveva procurato un orgasmo all'amica, Mario si sentì allontanare con uno spintone da quest'ultimo. Antonio R., dopo averle liberato i seni, ormai violacei, dalle corde, afferrò Anna per le catenelle e la condusse verso il tavolo da pranzo, la fece mettere supina con le gambe penzoloni e cominciò a chiavarla.
Roberta si sistemò in piedi sul tavolo, si accovacciò fino a strusciare la figa sulla faccia di Anna che allungava la lingua. Il cazzo di Mario tornò subito in erezione. Anna era stesa, supina, e veniva scopata mentre leccava la figa di Roberta, accovacciata sulla sua faccia. Mario si masturbava estasiato nel contemplare una moglie così troia, che lo aveva reso cornuto con chissà quanti uomini e donne, schiava di un altro uomo e succube di una donna, la loro migliore amica. Roberta venne insultando l'amica, poi fu il turno di Mario che fece in tempo a infilare il cazzo in bocca ad Anna. Alla fine Anna e il professore raggiunsero l'orgasmo contemporaneamente. Antonio R. si staccò, e disse ironicamente a Mario di compiere il proprio dovere di marito gentile e cornuto: slinguare la figa della moglie ripulendola e bevendo la sborra che le colava fuori. Mario si inginocchiò, leccò e succhiò diligentemente la figa coniugale procurando un altro orgasmo alla mogliettina.
Il professore e Roberta si erano rivestiti, ordinando a Mario e a sua moglie di stare inginocchiati nudi di fronte a loro che, spaparanzati sul divano, sorseggiavano l'ultimo bicchierino di whisky. Mario doveva accettare il fatto che sua moglie era proprietà esclusiva del professore: lui ne poteva disporre come meglio credeva. Se non accettava ciò, Anna lo avrebbe lasciato per sempre. Mario doveva assoggettarsi alla padrona Roberta, con la quale avrebbe successivamente fissato i termini della sua schiavitù. Mario e Anna potevano masturbarsi reciprocamente raccontandosi quanto a loro in futuro sarebbe accaduto ma non potevano accoppiarsi, avere rapporti orali o altro senza il permesso dei rispettivi padroni. I due sposi dovevano accettare, senza chiedere spiegazioni, lunghi periodi di assenza dell'altro e accogliere in casa uomini e donne, inviati dai padroni, soddisfacendo i desideri degli sconosciuti. Prima di andarsene, il professore avvertì Anna che tra due settimane doveva partire con lui e il ritorno sarebbe avvenuto forse dopo una decina di giorni. Avrebbero fatto visita agli amici toscani allevatori di cavalli, stalloni di razza … Roberta accarezzò una guancia di Mario e gli disse che l'indomani sera, dopo l'ufficio, si sarebbe presentato a casa sua col vestitino da cameriera, già consegnato ad Anna: aveva organizzato una cena con amici e amiche.
Quando i due padroni se ne andarono, Mario e Anna si abbracciarono, si baciarono e piansero. Mario corse a prendere dei medicamenti e curò le ferite ai capezzoli di Anna che non smetteva di accarezzarlo e baciarlo, di dirgli quanto l'amava. Mario, dopo le cure, la prese in braccio e la portò a letto. Erano così sfiniti da non avere neppure la forza di fare una doccia. Dormirono abbracciati, nudi, come non accadeva da tempo. Al mattino Mario telefonò in ufficio che sarebbe arrivato in ritardo e avvertì la segretaria della moglie che Anna non stava bene e si prendeva un giorno di riposo. Anna aveva fatto la doccia e stava stesa nuda sul letto, a gambe aperte, mostrando il pube depilato. Fece cenno a Mario di sedersi accanto a lei. A Mario venne un'erezione e il primo impulso fu di fare all'amore con la propria moglie; ma Anna lo allontanò con dolcezza. Anna gli rammentò che potevano scopare solo con i rispettivi padroni, solo se questi li avessero autorizzati e solo con chi decidevano Roberta e il professore. Mario tentò di spiegarle che nessuno lo avrebbe saputo, ma Anna gli ricordò che lei era la schiava di Antonio R. e lui, ora, di Roberta. Anna avrebbe rispettato l'impegno preso. Però potevano masturbarsi. Accarezzò il pene eretto di Mario e lui cominciò delicatamente a titillare il clitoride di quella stupenda figa. Anna gli chiese se avesse capito cosa sottintendevano le parole del professore: Mario non rispose. Allora Anna gli disse d'avere già conosciuto quei toscani e anche i loro stalloni oltre che gli stallieri e i lavoranti della fattoria. Mario cominciò a roteare velocemente il dito attorno alla clitoride e, ogni tanto, ad infilare un altro dito nella vagina. Anna aumentò il ritmo della mano. L'avevano già accoppiata con un cavallo, erano riusciti ad infilarle la parte iniziale dell'uccello della bestia nella figa e lei era venuta mentre lo stallone le sborrava litri di sperma nella figa. Un orgasmo intensissimo; subito dopo venne presa, a turno e da più uomini contemporaneamente, dagli stallieri che, non contenti, la chiavarono anche con il manico di un forcone. Il tutto di fronte ai divertiti padroni della fattoria e al professore che abusarono di lei nei giorni successivi, sottoponendola a supplizi raffinati. Mario stava per godere, il racconto di Anna, cercando di immaginare quello che aveva vissuto e avrebbe riprovato, lo attizzava e Anna pure traeva godimento dal ricordo e dal pensiero di ciò che avrebbe rivissuto oltre al fatto che confidava quelle cose a suo marito.

Conobbi Mario alcune estati fa, durante una vacanza su un'isola del Mediterraneo. Con Mario instaurai un rapporto molto cordiale che divenne confidenziale quando scoprimmo d'avere in comune certi interessi. Il racconto di queste sue esperienze avvenne in tempi diversi. Spesso dettagliava la descrizione di scene sadomaso in modo eccessivo, era chiaro che provava piacere nel soffermarsi su alcuni particolari scabrosi, altre volte glissava. Conobbi anche la donna con la quale era in vacanza, si erano sposati da poco. La sua nuova compagna era la Roberta del racconto, bella, alta, bionda, molto riservata, simpatica. Provai qualche volta a parlare con lei, con molto tatto, per cercare di appurare se i fatti narrati da Mario erano veri ma si rivelò sempre molto sfuggente. L'ultima sera, dopo cena, mentre con Mario mi trovavo sulla terrazza poco illuminata del residence, ci raggiunse Roberta. Si stava tutti in silenzio ad ascoltare il suono del mare, poi Roberta, seduta accanto a me, senza che io chiedessi niente, iniziò a parlare. Mario era il suo schiavo, schiavo d'amore come lei era la sua schiava, da sempre innamorata di lui, da quando s'erano conosciuti sui banchi di scuola. Sapeva che Mario m'aveva raccontato la loro storia ma ignorava in che termini. Praticavano il sadomaso e anche alla prima moglie di Mario piaceva, era stata lei ad introdurre Mario a quei giochi. Poi se n'era andata con un amante ricco e potente. Mario, mentre Roberta raccontava, fissava il buio in silenzio. Roberta divenne l'ancora di salvezza per il marito abbandonato di Anna e piano piano, da confidente e amica, tornò ad essere per lui il vero amore. La padrona, aggiunse, del suo cuore. Di Anna si persero le tracce dopo che l'uomo ricco e potente la lasciò; si dice abbia vissuto per qualche tempo in un'azienda agricola del centro Italia, amante di uno dei proprietari. Quando quello si trasferì in Argentina, lei andò con lui.
Roberta si alzò, mi salutò e chiese a Mario di seguirla dato che l'indomani dovevano fare una levataccia. Li salutai e solo allora, stringendo la mano di Mario, che era a torso nudo, mi accorsi delle sottili striature bluastre che aveva sugli avambracci, sulle spalle, sul torace. Colpi di frusta o qualcosa del genere, pensai.


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