LA RESISTENZA NEL SAVONESE

Di Gianmaria Pace

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    L’etimologia del termine RESISTENZA deriva dal tardo latino resistèntia, derivato di resistere e indica un movimento popolare organizzato, di lotta politico- militare, operante durante la Seconda Guerra Mondiale, nei paesi occupati dalle truppe nazi- fasciste. La RESISTENZA  fu diretta dai partiti antifascisti e si sviluppò inizialmente nei paesi occupati dalle forze del’ Asse (Unione Sovietica, Polonia, Jugoslavia, Francia, Grecia);più tardi nei paesi alleati della Germania. In Italia uno dei primi episodi della RESISTENZA avvenne nel 1943 a Napoli la cui popolazione insorse contro i Tedeschi cacciandoli dalla città. La RESISTENZA, in Italia, fu concentrata soprattutto al centro- nord, mentre il regno del sud, sotto Vittorio Emanuele III e Badoglio era sotto il controllo degli alleati. Le formazioni partigiane agivano con azioni di guerriglia sulle montagne e nelle città. Ad esse facevano parte esponenti di partiti antifascisti, soldati sbandati dopo l’8 settembre, giovani che avevano rifiutato di aderire alla repubblica di Salò, operai. Punto di riferimento del movimento partigiano era il CLN (Comitato di liberazione nazionale) fondato a Roma il 9 settembre 1943 per iniziativa dei principali partiti antifascisti. Nell’Italia centro- settentrionale la lotta partigiana era guidata dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia).

I partiti antifascisti ritengono giunto il momento di promuovere l’organizzazione della resistenza armata.

Maturano, negli animi dei vecchi antifascisti, dei reduci dal carcere e dal confino, dei combattenti di Spagna, propositi di azioni di lotta impostata su un piano che superi l’opposizione politica e scende sul terreno della guerriglia.

A SAVONA il COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE vede assieme:

Agostino Siccardi, del Partito Comunista;

L. Fabretti, della Democrazia cristiana;

G. Musso, del Partito Repubblicano;

Corrado Ferro, del Partito Socialista di U.P.;

Antonio Zauli, del Partito Repubblicano, è il Segretario.

A fianco del C.L.N. viene costituito il Comitato Militare Provinciale del quale fanno parte:Giovanni Clerico del PSIUP- l’ing. Gagliardi- della Democrazia Cristiana- Umberto Panconi del Partito Repubblicano G.Ghiso del Partito Comunista e gli indipendenti F. Colombo e F. De Salvo.

Il Partito Comunista, la cui influenza sulle masse è notevole ed ha altresì elementi sperimentati e sui quali l’antifascismo può contare in questa nuova impostazione di lotta, decide di porre le basi organizzative inviando in montagna un certo numero di attivisti.

Destina a tale compito anzitutto elementi che, per i loro precedenti politici, ben difficilmente avrebbero potuto continuare a dare attività nei quartieri e nelle fabbriche.

Ad accelerare tale processo è la notizia che la Federazione Fascista ha compilato un elenco di “200 sovversivi pericolosi per l’ordine dello Stato” e attende soltanto il benestare del Comando Tedesco per agire nei loro confronti.

Giovanni Gilardi (Andrea), è incaricato di convogliare i primi “partigiani” ai quali dà sommarie istruzioni, stabilisce le località dove raggrupparsi e i modi con i quali mantenere i collegamenti.

Nel Savonese, i primi gruppi di resistenza, vengono formati nel settembre del’43:

A Piana Crixia- frazione Santa Giulia-(poi si sposterà a Gottasecca di Camerana);

A Montenotte –Cascina Smoglie dell’Amore;

A Bormida- Cascina Bergamotti;

Montagna- Roviasca.

Non si tratta di svolgere una effettiva attività di guerriglia, la quale avrà sviluppi operativi soltanto a partire dall’inizio della primavera del 1944, bensì di prendere conoscenza con il terreno, con le popolazioni e con i problemi nuovi da affrontare.

I primi passi sono infatti irti di difficoltà: anzitutto pesa la mancanza di preparazione militare da parte della totalità degli antifascisti, la scarsità di armi, munizioni e vettovagliamento sono altri grossi ostacoli.

Anche nell’Albenganese un certo numero di giovani raggiungono Capruana e Val Casotto dove si uniscono ad ex militari.

La situazione di costoro non è però favorevole: predomina fra i soldati e gli ufficiali sbandati l’impressione che la guerra stia per finire; che l’esercito tedesco sia in procinto di seguire le sorti delle forze armate italiane e, anziché pensare ad una qualsiasi forma di organizzazione difensiva o offensiva, il raggruppamento di Val Casotto rimane in posizione di attesa. Questo stato d’animo favorisce il successo ad una azione di rastrellamento condotta da parte delle truppe tedesche le quali riescono ad avere rapidamente il sopravvento.

La difesa apprestata alla meglio non offre una efficace resistenza; pesanti sono le perdite in morti, in feriti e in prigionieri: fra questi ultimi due savonesi, i fratelli Valvassura, i quali verranno fucilati l’uno a Mellea di Fossano il 29 dicembre del 1943, l’altro a Ceva.

Attorno all’infaticabile Gin Bevilacqua e ad un altro operaio savonese, Mario Sambolino, a Ugo Piero si sono frattanto raccolti una trentina di giovani.

La loro prima azione partigiana ha esito positivo: cinque patrioti sorprendono due ufficiali tedeschi, li uccidono e si impadroniscono del primo bottino di guerra: due pistole, una “machin- pistole”, alcune bombe a mano. Gli attaccanti erano armati unicamente di una vecchia pistola a tamburo. I nazifascisti reagiscono tempestivamente e svolgono una vasta operazione di rastrellamento costringendo il gruppo di Gin Bevilacqua ad allontanarsi rapidamente per non essere sopraffatto.

Nei pressi di Bosio , durante uno spostamento, i patrioti si imbattono in un gruppo di nazifascisti. Ne segue una sparatoria con perdite da ambo le parti. Fra i partigiani rimane ucciso Mario Tamagnone: è il 17 dicembre 1943.

Quasi contemporaneamente, nei pressi di Roviasca (Quiliano), cade nelle mani dei nazifascisti Francesco Calcagno il quale fa parte di un gruppo di otto giovani che stanno raccogliendo in città armi e munizioni e le trasportano in montagna.

I nazifascisti , guidati da una spia, sorprendono alla Cascina Bergamotti presso Bormida i partigiani Ugo Piero, Enzo Guazzotti, Nino Bori, Salvatore Cane, e li uccidono il 2 gennaio 1944.

Altri, nel gruppo di Santa Giulia, raggiungono Torre di Mondovì, ma anch’essi – tratti in inganno- cadono nelle mani dei carabinieri i quali li consegnano ai tedeschi.

Mario Sambolino, lo studente Luciano Graziano, Gustavo Rizzoglio e Andrea Bottaro verranno fucilati a Cairo Montenotte il 16 gennaio 1944.

Un quinto patriota, Attilio Gori, catturato e deportato in Germania, morirà a Mathausen.

Il sacrificio di questi patrioti, l’esempio, il nome delle persone stesse, da molti conosciute, sono uno stimolo, una nota che gradualmente impegna operai, studenti, popolazione ad una azione sempre più cosciente e decisa di lotta. Fra i lavoratori, assieme al processo di generalizzazione dell’opposizione al nazifascismo, si fa strada sempre più l’idea della resistenza armata, e scaturisce un processo di cooperazione unitaria delle forze politiche antifasciste.

Le esigenze della lotta lo impongono e la sensibilità, il senso di responsabilità, la gravità delle decisioni da prendere, sono elementi determinanti per concretizzare tale processo sia sul piano politico sia su quello operativo. Non mancano, inoltre, episodi di propaganda antifascista nelle fabbriche, nei quartieri cittadini, a Vado, in Val Bormida e in altri centri della centri della Provincia vengono diffusi manifesti, volantini, stampati. La sera del 23 dicembre una bomba viene lanciata nella Trattoria della Stazione in via 20 settembre a Savona all’indirizzo dello squadrista e “picchiatore” Bonetto che rimane ferito. I fascisti vorrebbero rispondere con una immediata rappresaglia ma i tedeschi preferiscono altri sistemi. Il 24 e 25 dicembre le carceri di Sant’ Agostino, le camere di sicurezza della Questura, le celle dei Carabinieri e della Milizia sono gremite di arrestati. L’Avvocato Cristoforo Astengo, da un paio di mesi detenuto nelle carceri di Marassi a Genova, viene tradotto a Savona. A Finale l’Avv. Renato Wuillermin, mentre assiste alla messa, è arrestato dagli agenti dell Ufficio Politico Investigativo della Milizia.

I dirigenti fascisti si riuniscono nella Federazione la notte di Natale e tornano a riunirsi il mattino dopo per decidere i “provvedimenti da adottare”.

Poco prima delle ore 5 del 27 dicembre, sette arrestati vengono tratti dal carcere di S. Agostino e trasportati con un autofurgone della Questura, nella caserma della Milizia di Corso Ricci dove è nuovamente riunito “in seduta straordinaria” un presunto Tribunale Militare il quale “ritenendo superfluo perdere tempo con interrogatori e formalità, essendo a tutti noti i crimini dei detenuti , mandanti morali degli assassini”. La condanna è pertanto la pena di morte mediante fucilazione  con esecuzione immediata.

Un’ora dopo i condannati vengono condotti al forte della Madonna degli Angeli.

Li attende il plotone di esecuzione composto da 40 militi al comando del Capo Manipolo della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale Bruno Messa. Prima dell’esecuzione il Seniore della Milizia Rossario Previta coglie l’occasione per ingiuriare ancora i sette, costringendoli a voltare la schiena al plotone:

“Così devono crepare i traditori! Vi daremo tanto piombo da far capire a tutti i savonesi come devono comportarsi se vogliono vivere! Dette queste parole invita il Messa a procedere. Sono tre militi che sventagliano raffiche di mitragliatore sui sette.

Gli assassinati sono:

Astengo Cristoforo- avvocato- di anni 58;

Wuillermin Renato- avvocato- “    “ 47;

Calcagno Francesco- contadino- “  “ 26:

Rebagliati Carlo- falegname-    “    “ 47;

Giacosa Arturo- operaio-         “     “ 38;

Bolognesi Arturo- soldato-       “     “ 31;

Salvaresi Aniello – soldato-      “     “ 21

Astengo, Calcagno, Rebagliati cadono con gli altri ma soltanto feriti: il brigadiere di P.P. Cardurani li finisce a colpi di pistola.

Nei giorni seguenti” l’eccidio della Madonna degli Angeli” gli operai di Savona e Vado tornano sulle piazze: accusano violentemente e apertamente di assassinio i fascisti e i tedeschi.Si mette in luce, in questa occasione, l’attività di una nuova organizzazione antifascista denominata “ Fronte della Gioventù” la quale distribuisce un comunicato la quale un comunicato del CLN in cui è detto che “il sangue dei Caduti per la Libertà ricadrà sugli assassiniFrattanto i primi gruppi patrioti hanno subìto gravi traversie, tanto da venire scompaginati e dispersi.Alcuni dei superstiti (i Carrai, i Bazzino, Aglietto, Bianco, ecc.) riunitisi con una ventina di giovani, sono nei pressi di Montenotte. Fra questi troviamo i fratelli Aiello, P. Fasan, S. Salvo, Canavero, Galli, A. Masazza, L. Della Rosa, Q. Pompili, A. Tambuscio, Nello Bovani e pochi altri.

Il Partito Comunista, al quale fanno capo queste iniziative, riconsidera la situazione dei “gruppi di montagna” e prospetta il rientro in città degli elementi più giovani al fine di potenziare l’organizzazione urbana. Purtroppo questa mossa viene scoperta- a causa di una delazione- dai servizi di sicurezza della Gestapo. Angelo Galli, Armando Aiello, Renato Aiello, Lorenzo Della Rosa, Francesco Falco e Pietro Salvo vengono arrestati. Anche Edoardo Gatti, addetto ai collegamenti con il gruppo di Montenotte, cade nelle mani dei nazifascisti. I fratelli Della Rosa riescono fortunosamente ad evadere dalla caserma dei carabinieri di via P. Giuria e tornano sui monti. Il 31 gennaio, in una casa nei pressi di Lavagnola dove are stato nascosto del materiale bellico, vengono sorpresi Angelo e Attilio Briano. Poco dopo è Attilio Antonini, organizzatore delle “Squadre d’Azione” assieme a Lorenzo Baldo, Giuseppe Rambaldi a cadere nelle mani della Gestapo.

Tocca poi a Aldo Tambuscio e Nello Bovani, quest’ultimo ferito a essere presi dai carabinieri di Montenotte. Anche un esponente del CLN, Gaetano Colombo, dopo essere stato arrestato e torturato verrà fucilato assieme ai fratelli Briano e ad altri 65 patrioti, il 19.5.1944 sul Turchino. Viene inoltre arrestato il commerciante Arturo Sanvenero, accusato di sovvenzionare i gruppi partigiani. La Gestapo, la Questura, le SS hanno messo insieme un nuovo efficiente servizio di polizia e d’informazione. La repressione si fa dura e spietata, cogliendo nel segno e ponendo in difficoltà l’organizzazione partigiana ancora in fase d’impostazione. Soltanto il “ Fronte della Gioventù”, il quale fa capo a F. Viglecca, (Kamo), Stefano Peluffo (Penna) operai della Scarpa & Magnano, e G. Noberasco (Libro), studente, riesce a superare indenne quel periodo che si può considerare il più difficile per il movimento clandestino. I compiti principali del ”Fronte della Gioventù” sono quelli di stampa e divulgazione di volantini, della ricerca e accantonamento di materiale bellico, dell’estensione fra i giovani della propaganda antifascista.

Si può affermare che la data del 20 febbraio 1944 segni l’inizio e determina l’effettiva costituzione della prima formazione partigiana del savonese che non subirà più cedimenti. Si tratta del Distaccamento CALCAGNO, dal quale prenderà corpo successivamente la Brigata Daniele Manin ( poi Cristoni), quindi la Divisione Garibaldina “Gin Bevilacqua”; ciò è avvenuto grazie a Carzana (Fioretto), Parodi G.B. (noce), De Marco Gino (Ernesto), Pietro Moilnari (Vela),che nel gennaio 1944 in località Tagliate decidono di raggruppare i dispersi e superstiti antifascisti dislocati sui monti. Chi asseconda Parodi GB nel comando del Distaccamento, è l’anziano, infaticabile Angelo Bevilacqua la cui personalità ha un grande ascendente su tutti gli antifascisti.I primi componenti del Distaccamento Calcagno, importanti poiché, alcuni di loro, avranno compiti come quello di comandare Brigate, Distaccamenti, altri compariranno tra i Caduti o i feriti sono:

Ernesto- Libero- Mirto- Rodi- Renna- Vela- Aldo- Jean- Chicchi- Valentino- Masazza- Moro- Moretto- Beppi- Edda- Mario- Laura- Pinin- Lima- Norio- Lillo- Trulla- Franco- Boro- Pantera- Serpente- Tiglio- Ivo- Napoli- Cino- Piccolo- Pavia- Vecchio e qualche altro. I nominativi citati sopra sono nomi di battaglia.

Si tratta di operai, contadini, pescatori, studenti accomunati da un meraviglioso spirito unitario che li affratella e li rende pronti ad affrontare ogni sia pur grande sacrificio, ogni pericolo che la lotta loro

impone, pur di combattere il fasciamo, i tedeschi, pur di ribellarsi ad una vergognosa dittatura, pur di riconquistare tutto ciò che il fascismo aveva calpestato, violato, cercato di cancellare dalla coscienza del Paese. Agli inizi del 1944 anche nelle fabbriche la lotta continua con fasi alternate mentre il malcontento per le restrizioni alimentari ed i salari inadeguati si estende.

La seconda metà di febbraio è caratterizzata dallo sciopero degli operai della “Scarpa & Magnano” i quali chiedono all’azienda di tener fede alle promesse di aumenti salariali più volte ribadite. Il sindacalista fascista D’Agostino anziché sostenere i lavoratori si schiera dalla parte della Direzione dallo Stabilimento. Le maestranze reagiscono tumultuosamente e quattro operai vengono arrestati numerosi altri sono minacciati di prigione. Se si approfondisce l’esame della situazione politica che va delineandosi nella nostra Provincia- così come avviene in tutto il territorio occupato delle forze armate tedesche- appaiono evidenti due motivi dominati:

1)il fascismo ha assunto di nome la direzione e la conseguente responsabilità amministrativa della vita pubblica. Ha costituito centri di potere, e rimesso in piedi l’apparato di governo acquisendo ligia obbedienza da parte della burocrazia, dei funzionari di tutti i gradi abituati da oltre un ventennio ad essere strumenti di regime, prevalendo in essi non già una “convinzione antifascista” bensì una scelta: la carriera e la conservazione del posto, del prestigio, del privilegio, qualunque esso fosse, qualsiasi potesse essere il prezzo.

2)il fascismo con tutto il suo apparato burocratico, amministrativo e politico non è altro che uno strumento al servizio dei predominanti interessi del momento che sono quelli della guerra.È evidente che , siccome in realtà il peso e la responsabilità della guerra vengono esclusivamente sostenuti dalle forze armate germaniche, l’apparato statale è in posizione strettamente subordinata alle necessità belliche che l’esercito tedesco.Questa è e resterà la collocazione del fascismo dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.Infatti sarà sufficiente un ordine o un “consiglio” o un “avvertimento” rivolto da un semplice sottufficiale delle SS o della Wermacht, per mettere in moto la polizia, la giustizia sommaria, la Questura, la milizia.Sicari subordinati e servili fino al crimine furono infatti i fascisti, i burocrati, gli amministratori, i funzionari che si legarono alla Repubblica Sociale Italiana.

Questa è e resterà la situazione del fascismo dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Il giorno 28 febbraio è a Savona Giancarlo Pajetta il quale assieme a Giovanni Gilardi, segretario della federazione del PCI, prende stretti contatti con gli operai delle fabbriche attraverso una fitta rete di staffette.Lo sciopero esplode contemporaneamente a Savona e in quasi tutte le officine della Provincia la mattina del 1 Marzo. I nazifascisti rispondono con rastrellamenti a la repressione è dura. A Vado Ligure la prima fabbrica ad essere colpiti dall’intervento fascista è la Brown-Boveri dove militi della G.N.R. e bersaglieri irrompono con le armi alla mano ed arrestano alcuni degli operai riuniti in assemblea; sorte analoga tocca all ILVA- Meccanica e via via tutti gli altri stabilimenti.

Alle ore 12 entrano nello stabilimento SAMR e per ordine del Vice Commissario di P.S. Cartia, traggono in arresto 27 operai, sette dei quali, deportati in Germania, troveranno la morte nel campo di sterminio di Mathausen. Anche a Finale Ligure, alla Piaggio, vengono rastrellati una trentina di operai. In Valbormida la reazione non è altrettanto pronta: gli arresti degli scioperanti hanno luogo durante la notte, di casa in casa.A Savona, contro l ILVA, si scatena la più pesante delle repressioni: tedeschi, GNR, e bersaglieri, catturano oltre un centinaio di operai tra i quali molti giovani e ragazzi.

Qualcuno di questi, nella confusione del momento, riesce a fuggire, gli altri vengono incolonnati e condotti in questura e da qui sono tradotti nella caserma della 34 Legione delle Camice Nere, in corso Ricci. Ai rastrellamenti dell ILVA si sono aggiunti agli altri della Servettaz, due dell’Officina Scuffi, della SAMAS e qualcuno di quasi tutte le officine della provincia.

Verso sera gli operai vengono caricati su autocarri che invano una folla di donne cerca di fermare in Corso Colombo, e sono trasportati all'Istituto Merello di Spotorno che per l’occasione venne adibito a campo di concentramento, dove ad attenderli per insultarli e minacciarli, un gruppo di scalmanati fascisti Savonesi capitanati dal famoso squadrista Possenti.

Tutti i rastrellati di Savona, Vado, Finale e della Valbormida vengono fatti salire su un treno e condotti a Genova. Qui, alla Villa Di Negro, i medici sottopongono gli arrestati ad una visita sommaria e li suddividono in “abili” e “riformati”. I primi saranno inviati direttamente in Germania, i secondi condotti prima a San Vittore a Milano, quindi a Bergamo da dove, unitamente ad altri operai del Piemonte e della Lombardia, stipati in carri bestiame, sono avviati al campo di concentramento di Mathausen. Dei 67 ai quali tocca questa sorte, soltanto otto ritorneranno gravemente menomati, a rivedere le loro famiglie; dei rimanenti non rimarrà che un po’ di cenere raccolta nei forni crematori del triste “Lager”. La classe operaia savonese, che ha pagato lo sciopero con un duro tributo, è sfiduciati e rallenterà per un certo periodo la lotta nelle fabbriche. Ci si rende conto che per fronteggiare l’avversario occorre una maggiore organizzazione e che, per contrastare le forze armate , è necessario usare le armi: questo darà impulso alla formazione delle SAP ( Squadre di Azione Patriottiche). Molti giovani ed operai antifascisti decideranno di  unirsi ai partigiani della montagna.

La sera del 1 aprile, in via Fossano, alcuni soldati tedeschi, frastornati da abbondanti bevute, vengono a diverbio e si azzuffano fra di loro. Uno di essi rimane ferito. I militari per sfuggire a eventuali provvedimenti disciplinari dissero di essere stati aggrediti e i comandi nazifascisti accettarono la versione dalla quale presero spunto per mettere in atto una gravissima rappresaglia. Il 4 aprile inizia il calvario: alcune delle vittime designate vengono condotte sul promontorio del Valloria a scavare le fosse tra gli ulivi.

All’alba del giorno dopo, tredici arrestati sono nell’uliveto di fronte al mare: hanno il viso e il corpo segnati dalle torture subite; c’è Nello Bovani il quale, ferito a una gamba, si trascina a stento. I tedeschi e i fascisti che li accompagnano li scherniscono e ingiungono di chiudere finestre e porte delle case vicine, perché nessuno li veda. Sull’orlo di un cratere scavato dalla bomba di un aereo, un po’ più in alto delle fosse preparate, vengono fatti allineare i condannati.

Gli altri assistono a pochi metri di distanza. Poi, nel silenzio mattutino, crepita la mitraglia tedesca. Vengono fatti avanzare gli altri, e anch’essi cadono come i loro compagni, sotto una seconda raffica.

Quindi i tedeschi se ne vanno cantando, e i fascisti procedono a finire a colpi di pisola i feriti. Sul posto rimarrà un servizio di guardia per due settimane per impedire la sepoltura dei trucidati. Così caddero all’alba del 5 aprile: Sanvenero Attilio, De Salvo Matteo, Antonini Paolo Attilio, Gatti Edoardo, Falco Francesco, Salvo Pietro, Baldo Lorenzo, Bovani Nello, Gaggero Mario, Rambaldi Giuseppe, Tambuscio Aldo, Casalini Giuseppe, Galli Angelo.

Il distaccamento CALCAGNO, stabilitosi a Pian dei Corsi, costituisce una “Squadra Volante” che, affidata a Mario e composta da elementi scelti, porta a compimento operazioni di guerriglia e di polizia agendo a largo raggio per non provocare rastrellamenti nemici nei pressi del campo.

“Vela” è nominato Vice Comandante e “Piccolo” Vice Comandante”.

Al Dottore ”Ivan” sono affidati i servizi sanitari. Tutto questo avviane durante l’afflusso di numerosi volontari che, in breve, portano il reparto a contare ben 150 unità.

A “Mirto”, nominato intendente, viene affidato il difficile compito di approvvigionare i partigiani.

La zona è povera, i collegamenti con i centri abitanti sono resi difficile dalla costante presenza di pattuglie e postazioni nemiche. Castagne, legumi, polenta, patate saranno i viveri sui quali potranno contare far conto durante tutto il periodo della Resistenza. Ben di rado i partigiani disporranno di carne, riso, pasta.

Una collaboratrice preziosa riesce a fornire un certo numero di “tessere annonarie” con le quali sarà possibile ottenere pane, pasta alimentare, zucchero, grassi, ecc.

I fornai, anche loro, fanno quanto possibile per aiutare la resistenza stornando qualche sacco di farina dal contingente loro assegnato per la panificazione, ma sono strettamente controllati in quanto debbono giustificare lo scarico con i buoni annonari, pena la chiusura del forno e più gravi provvedimenti. In collaborazione con le SAP, che nel frattempo si stanno organizzando nel capoluogo e altrove, una squadra del “Calcagno” scende a Vado e sottrae copertoni dalla stazione ferroviaria: saranno utilissimi per gli accampamenti.“Leone” e “Vela” percorrono infaticabili paesi e villaggi della zona dove cercano e trovano sempre maggiore appoggio e solidarietà fra gli abitanti i quali costituiscono le ”Squadre di Vigilanza”: si va così delineando una rete di collegamenti sempre più stretta ed efficiente.

I partigiani si fanno vivi con alcune azioni di sabotaggio che mirano a un duplice scopo: sostenere moralmente gli operai e la popolazione, e portare l’allarme nelle file del nemico.

Ernesto, Gelo e Martin scendono nottetempo a Savona, nei pressi del rione di Zinola e, attraversate le postazioni nemiche, fanno brillare una forte carica di esplosivo, mentre transita un convoglio militare armato.

Tre vagoni deragliano, la ferrovia rimane interrotta e alcuni soldati tedeschi rimangono feriti.

Anche a Sella e Varigotti, sulla strada ferrata, vengono fatte brillare mine e provocate interruzioni.

Il 1 maggio, festa dei lavoratori, bandiere rosse appaiono sulle ciminiere delle fabbriche, sul monumento ai Caduti, in Piazza Mameli e un po’ dappertutto.

Fascisti e tedeschi stabiliscono presidi e posti di blocco lungo le strade della periferia e nei paesi.

A Osiglia scende il Distaccamento Calcagno che festeggia il 1 maggio con la popolazione.

L’avvocato Campanile parla ai partigiani e ai contadini che si sono raccolti in piazza.

Il 3 maggio un reparto di tedeschi e di bersaglieri, forte di un ottantina di uomini, compie una puntata di rastrellamento in montagna, ma i

partigiani ne controllano i movimenti senza accettare battaglia non ritenendosi ancora sufficientemente armati a addestrati.

I fascisti hanno organizzato frattanto una speciale unità di volontari denominata “compagnia della Morte” che entra in scena a Finale il 24 maggio dove i partigiani Marzola e Sega, in pieno pomeriggio, fanno irruzione nell’ufficio del delegato fascista della zona, il famigerato Salvatore Maradea e lo uccidono. Per rappresaglia vengono compiuti numerosi arresti specie fra gli operai dello stabilimento Piaggio.

Salva la situazione il Maresciallo d’Italia Enrico Caviglia il quale interviene presso la prefettura e la Questura riuscendo e a far desistere la “Compagnia della Morte” dal proposito di compiere una strage. Il 31 maggio 1944 si riunisce a Savona, presso la Chiesa di San Domenico, il Comitato di Liberazione Nazionale che, dopo la perdita del Colombo e la sorveglianza alla quale sono sottoposti alcuni dei suoi membri, aveva dovuto ridurre l’attività. In quell’occasione decide di ridare spinta all’organizzazione delle formazioni armate, di allargare il Comitato Militare e ristrutturare quello “di solidarietà” che ha il compito di finanziare le formazioni e di assistere le famiglie di partigiani. Lo stesso giorno, mentre sta recandosi a quella riunione, cade nelle mani della polizia Giuseppe Ghiso il quale verrà sottoposto a lunghi interrogatori prima a Savona, quindi a Marassi (Genova).

Sebbene gravemente indiziato di appartenere alle organizzazioni clandestine mantiene con fermezza ogni segreto e sarà infine deportato in Germania.

Nel marzo1944 il Colonnello Carlo Farina (Simon), Ispettore della 1 e 2 Zona, Vincenzo Mistrangelo ( Marcello), Commissario di Zona e Angelo Aime (Giorgio), al fine di sostenere in modo più esteso le organizzazioni partigiane, procedono alla costituzione dell’Intendenza di Zona.

Anzitutto vengono organizzati alcuni centri di raccolta per il deposito armi, munizioni, vettovaglie, vestiario, medicinali ed intensificato l’impegno da parte della SAP, del “Fronte della Gioventù”, dei “Gruppi di Difesa Donna”.

I primi due depositi di intendenza sono stabiliti l’uno in Via Buscaglia, l’altro nel Comune di Quiliano, frazione di Valleggia; altri verranno costituiti in vari rioni della città.

L’amministrazione dell’Intendenza ha sede in un appartamento di Via Vanini e provvede, tra l’altro, anche allo smistamento della corrispondenza buona parte della quale passa attraverso la Valle di Vado dove i corrieri possono contare su una efficientissima rete di copertura da parte della SAP. Nel luglio dello stesso anno, la situazione alimentare di Garibaldini il cui numero aumenta costantemente ed a ritmo elevato, si sta profilando assai precaria.

Pietro Carzana (Fioretto) e Angelo Aime si recano nelle Langhe dove prendono contatti con il Comandante delle formazioni Autonome Giacomo Astengo (Mimmo) e Ettore Gabrielli (Lupo) Comandante della 99 Brigata Garibaldi. Nei pressi di Bossolasco e Murazzano acquistano dai contadi farina e legumi in buona quantità e li avviano verso Osiglia e Murialdo avvalendosi dell’ufficiale Oscar Antibo il quale verrà poi più tardi ferito e catturato e, dopo lunga detenzione, fucilato a Crevasco il 24.3.45, assieme al Giudice Panevino, al Dott. Goso, al Colonnello Gustavo Capitò e ad altri partigiani. Nel mese di giugno lo sviluppo organizzativo nella nostra provincia segna un passo particolarmente rilevante. Infatti, seguendo l’esempio del capoluogo, si vanno costituendo le Squadre d'Azione Patriottica in quasi tutti i paesi della provincia e gradualmente vengono organizzati distaccamenti, brigate e infine la Divisione GRAMSCI.

Le “Squadre di Difesa Operaia” che esistevano già in alcuni stabilimenti vengono inserite nei quadri della SAP.

Il 1 numero del bollettino “LIGURIA” traccia i compiti delle SAP che vanno dall’ostacolare le rappresaglie dei nazifascisti, durante gli scioperi e le dimostrazioni essere la forza di resistenza e di urto delle masse in lotta, proteggere gli oratori antifascisti, rendere possibili comizi volanti, compimento di azioni di sabotaggio, disarmare i nemici e prendere armi, coadiuvare tutti i partigiani in tutte le azioni di difesa e di offesa

Nella seconda metà del mese di maggio in Savona sono già costituiti i Distaccamenti SAP “L. GRAZIANO” che conta 15 uomini e il

“G.RAMBALDI”. Ad Albisola opera il Distaccamento “G. ANSELMO”.

Uno degli organizzatori di questa fase organizzativa è Carlo Aschero. Fanno seguito i Distaccamenti “TAMBUSCIO” e “ANTONINI” che, assieme ai due precedenti, formano la Brigata “G. COLOMBO” il cui comando viene affidato ad Armando Brizio (Lucio), operaio dell’ILVA e membro del Comitato Provinciale Militare. Il 10 giugno nel rione Villapiana viene organizzato il distaccamento “E. GATTI”, e al Santuario il “DE SALVO”; nel rione di Villapiana viene poco dopo costituito il “P. SECCHI”. Questi reparti danno vita alla Brigata “F. FALCO” la quale inizialmente raggruppa 54 uomini.

Le due brigate cittadine, per evolvendosi continuamente, accentuano il carattere unitario della lotta antifascista si impegneranno sempre più incisivamente nelle fabbriche e nei quartieri, senza però cercare le lotta aperta nelle strade fino ai giorni dell’insurrezione. Tutt’altra caratteristica avrà invece la Brigata SAP che si va formando nella zona di Vado e che estende la sua presenza lungo la Valle fino a S. Ermete, Segno , Bergeggi, Porto Vado. La comanda Dario Tonolini (Furio), operaio Chi faceva parte dei distaccamenti della S.A.P. del Vadese erano molti giovani che si erano dimostrati utili nel recupero di armi dopo l’8 settembre; tali armi, cautamente occultate e ora ritornate utili, furono prese presso il Forte S. Elena presso Bergeggi, in numerose “ridotte” e altre postazioni dei dintorni. I Sappisti di Vado, in maggioranza operai, agiscono prevalentemente di notte. Quando qualcuno di loro è costretto a lasciare l’officina o la casa perché indiziati o sorvegliato, si rifugia in località vicine e continua a far parte del distaccamento partigiano al quale appartiene o viene destinato ad un altro reparto che opera nelle vicinanze.

Queste formazioni subiscono un rastrellamento che le colpisce e disorienta in quanto il nemico riesce a inserirsi nel campo base dove alcune squadre di volontari vengono sorprese: è evidente che qualcuno ha fornito informazioni al nemico. Anche a Savona la SAP estende le azioni: volontari del Distaccamento “Antonini” disarmano tre militari tedeschi: è l’8 luglio; disarmano alcuni militi della GNR; s’impossessano di mine ed esplosivo introducendosi in un deposito al porto; fanno scritte antifasciste nelle vie di Savona, di Quiliano, di Albisola; prelevano audacemente delle armi e munizioni della Capitaneria di Porto. Anche i distaccamenti “Gatti”, “Anselmo”, “Rambaldi”, sempre più attivi, compiono azioni di disarmo in Via Milano, in Via L. Corsi, a Lavagnola, in Corso Ricci senza sparare un colpo e scomparendo senza lasciare tracce.La presenza di questa organizzazione armata nel cuore della città pone in una posizione sempre più difficile i comandi nazifascisti i quali non riescono più a controllare la situazione e si rendono conto che le “esemplari fucilazioni” hanno suscitato delle reazioni del tutto diverse a quelle aspettate.

La Resistenza del Savonese fa parte dell’insieme del Corpo Volontari della Libertà, il quale, a nord della “Linea Gotica” che corre dalla Toscana all’Adriatico, è ormai una realtà organica sempre più efficiente che opera sulle montagne, in pianura, nelle città. Il territorio è diviso in “ZONE OPERATIVE”. Da Ventimiglia ad Albenga, con un entroterra che raggiunge il basso Piemonte, è collocata la I° Zona. Anche lì la “prime bande” dell’imperiese, dopo aver superato la fase critica iniziale, si stanno estendendo ed organizzando. A causa della loro dislocazione a ridosso del fronte francese subiscono continui attacchi da parte di consistenti forze nemiche: i tedeschi sono costretti a distogliere continuamente reparti dal fronte per allentare la pressione dei partigiani che con le loro azioni rendono insicure le strade, i ponti, i servizi di collegamento. Nella I° Zona le “bande” si raggruppano, si danno una fisionomia organizzativa adeguata al terreno e alle condizioni operative e sorgeranno così le Divisioni Garibaldine “F. Cascione” e “S. Bonfante” che prendono iln0ome di due partigiani animatori della resistenza imperiese. La II° Zona Operativa si estende dall’Albenganese fino alla Valle d‘Olba ( Varazze) e, nell’entroterra sino alla “Bassa Langa” piemontese. Oltre la Valle d’Olba, nella VI° Zona, opera la Divisione MINGO.

A Savona, assieme allo svilupparsi dell’attività di guerriglia, si estende anche la divulgazione della stampa clandestina. Nel mese di luglio sono usciti già 10 numeri di “LA VOCE DEI GIOVANI” battagliero foglio del “Fronte della Gioventù” presente ormai in tutte le fabbriche e le scuole. Nel luglio del ‘44 un numero della Voce ha per titolo “ Prepararsi all’insurrezione”. I fascisti in allarme sulla Gazzetta di Savona chiedono misure radicali invocando blocco delle strade, perquisizioni e fucilazioni. L’11 luglio viene costituita la Brigata Nera Francesco Briatore. Nella presentazione del reparto vengono proferite minacce contro chi sarà nemico dei fascisti; le minacce della Brigata Nera si concretizzeranno con assassini e rappresaglie. I Briganti Neri, così come venivano chiamati dalla popolazione, cattureranno nella frazione di Voze alcuni giovani e il parroco Don Caretta. In questo modo Guglielmo Avena, Alfonso Melonio, Carlo Ardissoni, ed Eugenio Manlio, Giuseppe Calcagno verranno fucilati il 14 luglio, altri giovani verranno inviati nei campi di concentramento in Germania.

Il partigiano Mingo (Domenico Caviglione) combattente del Calcagno venne catturato e ferito nelle vicinanze di Voze, condannato a morte riuscì a fuggire con l’aiuto di alcuni compagni di lavoro della Scarpa & Magnano, riusciva a fuggire dalla camera di ospedale dove era vigilato dalla polizia.

E’ necessario a questo punto aprire una parentesi su quella che fu l’intensa attività antifascista del personale dell’ospedale S. Paolo di Savona, il quale agiva in stretta collaborazione con il Comando della II° Zona Liguria. All’ospedale S. Paolo si costituì un consistente nucleo del servizio sanitari che non si limitò alla fornitura di medicinali alle formazioni partigiana e al ricovero dei patrioti ma giunse ad avvicendare medici ed infermieri nell’opera di pronto soccorso presso i Distaccamenti di montagna.

Il primario di chirurgia Dott. Bertolotto interveniva personalmente a Osiglia, Sassello, Mallare e alle Rocce Bianche.

All’interno dell’ospedale i medici quali Tessitore Reforzo, Maragliano, Ferro, Bogliolo, Bonaccordi al servizio di pronto soccorso o al reparto di chirurgia ricoveravano e curavano i partigiani feriti. Molti di loro si impegnarono anche fuori dall’ospedale coadiuvati dagli infermieri Giusto, Gioncolini, Castanino, Bisio. La loro opera si svolse a Ranco, Motenotte, alle Smoglie, sulle alture di Lavagnola, a S. Bartolomeo del Bosco. L’impiegato amministrativo Rovere insieme a Robatto e, assecondato da Berello, provvedeva a prendere in carico i partigiani ricoverati con dati e generalità false.

Suora Assunta, della quale abbiamo già parlato, e suor Pia provvedevano e vigilavano sui partigiani come fossero loro figli. La Resistenza tutta poté  così fare affidamento su questi coraggiosi medici e paramedici il cui compito era reso difficilissimo dal fatto che, spesso, nelle stesso corsie dove erano ricoverati i partigiani vi erano anche le Brigate Nere, militari del S. Marco e tedeschi e anche perché la polizia fascista sorvegliava costantemente l ospedale, il personale dipendente e chiunque entrava o usciva.

Non da meno fu l’ospedale S. Corona di Pietra Ligure. Amedeo Salvaterra, nel suo libro “Un ospedale nella Resistenza” descrive il prelevamento di una bambina ebrea da un reparto dell’ospedale S. Corona di Pietra Ligure ad opera di militi fascisti che spronò medici, infermieri e suore a militare nelle file della Resistenza.

L’8 maggio del 44 a S. Corona l’infermiere Tommaso Baroncini costituì la cellula del Partito Comunista da cui prese l’avvio l’organizzazione della squadra S.A.P interna, del CLN e di un lavoro politico che, in breve tempo, coinvolse buona parte del personale dell’ospedale. La SAP organizzava e coordinava, attorno al CLN,collegamenti interni ed esterni, servizi di vigilanza e controllo, raccolta di armi, munizioni e ogni altro tipo di materiale che veniva regolarmente inviato alle formazioni dell montagna. Fu proprio il servizio di vigilanza e controllo che la SAP “Boragine” di Loano e Distaccamento “Torcello” eliminassero un centro spionistici fascista a Loano. Così come al S. Paolo molti medici del S. Corona prestavano le loro opera recandosi in montagna mentre nel padiglione 22 dell’ospedale, denominato il covo, vengono ricoverato molti partigiani feriti o malati. Nel ‘44 i tedeschi prevedendo di rubare materiale sanitario chiesero l’inventario delle attrezzature e dei medicinali. Gli uomini del CLN e della SAP sottrassero molto di questo materiale occultandolo. Nel novembre- dicembre del ‘44 durante il grande rastrellamento vennero nascosti una sessantina di partigiani, i quali, braccati nei villaggi, erano senza scampo.

Mentre la Resistenza si rafforza anche negli ospedali anche nelle montagne e nei paesi si ha un ulteriore contributo alla lotta armata. La chiamata alle armi delle classi 1920- 21- 23- 26, fa si che molti giovani raggiungano le formazioni partigiane.

Il Distaccamento “Calcagno” vedeva così aumentare i propri effettivi e organizzare nuovi Distaccamenti quali l’Astengo, il Rebagliati e il Maccari.

Si formò così un nuovo comando centralizzato il quale raggruppava i vari reparti nella XX° Brigata d’assalto Garibaldi. La Brigata raggiunse un massimo di 6 Distaccamenti dislocati fra le Rocce Bianche, il Melonio, Calizzano, l’Alta Valle Bormida, Osiglia, Montenotte. La Brigati dimostrò ben presto la sua particolare efficienza per la snellezza dell’impostazione dei reparti che La componevano e per lo spirito di iniziativa che comandanti e commissari sapevano mettere in pratica.

Gli uomini della Brigata mettevano a segno colpi durissimi contro il nemico aiutati dalla popolazione dei luoghi che riconoscevano loro il diritto di combattere contro i soprusi e le terribili angherie dei nazifascisti.

Alla fine del giugno del 1944 allo scopo di frenare la guerriglia, i tedeschi, fecero partire da Millesimo un rastrellamento che impiegava oltre duecento uomini. Sul Colle dei Giovetti avvengono i primi scontri ma i partigiani non si lasciarono sorprendere e, attuando la tecnica della guerriglia fatta di improvvisi attacchi, veloci ripiegamenti e affondi sui fianchi e alle spalle del nemico, costrinsero i tedeschi a ritirarsi.

La prima zona operativa comprende l’entroterra dell’Albenganese e quindi l’organizzazione partigiana gravita nell’imperiese. Comunque quanto avveniva nella zona di Savona si svolse anche alle spalle di Albenga. Il 1 luglio del 1944 nella valle Arroscia le bande cessano di essere reparti autonomi e slegati. Viene così costituita la prima Brigata Garibaldi “Silvio Belgrano” che conta più di 200 uomini.

Il 25 luglio i nazi- fascisti , procedendo da Ceva ad Albenga, investirono l’alta Val Tanaro ma le truppe nemiche vengono ostacolate e poi bloccate nei pressi di Garessio e quindi a Pievetta. Dopo violentissimi scontri ,che vedono pesanti perdite da entrambi le parti. I nazi- fascisti stabilirono presidi per mantenere il controllo della statale 28 che da Albenga sale a Pieve di teco e alla quale facevano parte molte strade militari.

Tutti i reparti della Brigata “Belgrano” vennero così impegnati con l’obbiettivo di attaccare strade e ponti tanto che la rotabile subì gravissime interruzioni in più punti.

La massiccia e violenta reazione dei nemici costrinse i partigiani a ripiegare nei pressi di Mendatica dove rimasero per oltre un mese pur compiendo ancora incursioni contro i presidi nella Valle Roscia. La attività di guerriglia fu così costante da mantenere in continuo stato di allerta le postazioni nazi- fasciste tanto da costringere il nemico a rafforzare i dispositivi di sicurezza e a circondare le postazioni con campi minati e filo spinato.

La lotta diventò più acuta dal punto di vista psicologico e si fece sempre più spietata. Da una parte i partigiani che riescono a convincere i “S. Marco” di una postazione di Bastia a passare alla resistenza; dall’altra i fascisti che usarono lo stratagemma di camuffare un gruppo di arditi patrioti in modo da irrompere a Pieve di Teco cogliendo di sorpresa alcuni partigiani e catturandone altri che furono torturati e uccisi e sui loro corpi ancora infierirono.

Nell’agosto del’ 44 viene pubblicati un proclamo agli Italiani a firma del maresciallo Kesserling, comandante supremo delle forze armate tedesche in Italia. Il proclama così affermava:

Ordino che:

1)Chiunque sia trovato in possesso di armi ed esplosivo non denunciati al più vicino comando tedesco SIA FUCILATO.

2)Chiunque dia alloggio ai partigiani, o li protegga, o li soccorra di abiti, armi, cibo SIA FUCILATO

3)Chiunque sia a conoscenza di un gruppo di ribelli o anche di un solo ribelle, e non ne dia notizia al comando più vicino SIA FUCILATO.

4)Ogni villaggio in cui sia trovata la presenza di partigiani, o nel quale siano stati recati attacchi contro soldati tedeschi e italiani o nei quali siano avvenuti sabotaggi a depositi di guerra, SIA RASO AL SUOLO. Inoltre SIANO FUCILATI tutti gli abitanti maschi di età superiore ai 18 anni.

Le donne ed i bambini siano internati in campi di lavoro.

ITALIANI!

Il benessere del vostro paese e il destino delle vostre famiglie sono nelle vostre mani.

Le forze armate tedesche, come si proclama in quest’ordine, agiranno con giustizia, ma senza pietà e con la severità richiesta dal caso.

Kesserling si macchiò di nefandezze tali da essere condannato a morte dal Tribunale Internazionale ( la pena fu poi commutata) eppure ebbe la sfacciataggine di dichiarare che a lui gli Italiani avrebbero dovuto erigere un monumento. Gli rispose Piero Calamandrei nella sua nota epigrafe.

Sempre nell’agosto ’44 a Savona arrivarono, in contemporanea al rafforzamento delle forza partigiane e al potenziamento dell’apparato politico e di polizia che fa capo alla Federazione Fascista ed alla Questura, i primi contingenti della Divisione della Fanteria di marina “S. Marco” al comando del generale Farina forte di oltre 12.000 uomini. I giornali fascisti posero particolare risalto all’evento descrivendo lo spirito combattivo di queste truppe addestrate in Germania da istruttori tedeschi ed armati con armi tedesche. La divisione “S. Marco” viene presentata come “I LEONI DELLA S. MARCO SPAZERANNO VIA TUTTI I RIBELLI E I TRADITORI DELLA PATRIA”. Non si rendevano conto che da Cefalonia in poi un certo concetto di Patria stava ormai miseramente tramontando e ne nasceva un altro più vero, più sentito, più vivo.

La Divisione “S. Marco” fu destinata esclusivamente a combattere i partigiani e a rimpiazzare le Brigate Nere e la GNR (guardia nazionale Repubblichina) che avevano dato prova di scarsa combattività e che comunque molte diserzioni si erano verificate fra i militi di quei reparti.

Il 18/9/1944 tutti i distaccamenti periferici della GNR dislocati nella provincia di Savona vengono ritirati. Fanno eccezione i Distaccamenti del capoluogo, di Albenga e Cairo Montenotte.

Contemporaneamente all’arrivo della “S. Marco” giunsero dalla Germania altre Divisioni tra le quali la “Monterosa” che venne dislocata parte in Piemonte e fece la sua apparizione in azioni anti partigiani nella nostra Provincia e nella Bassa Langa. Queste truppe vengono diversamente valutate ed accolte dagli antifascisti i quali sapevano che tra i militari unitamente ai volontari si trovavano non pochi giovani che provenivano dai lager o che erano stati rastrellati nei paesi o nelle città e posti di fronte all’alternativa di arruolarsi aderendo alla repubblica di salò o di finire in un campo di concentramento in Germania.

Il CLN distribuì un volantino in cui chiedeva ai giovani di lasciare le loro divisioni e di unirsi ai partigiani. in modo analogo li esortava il “Fronte della Gioventù” e la Federazione del Partito Comunista.

La Resistenza affidò alle SAP, al Fronte della gioventù e ai gruppi di “Difesa della Donna” largo compito di avvicinare i militari e per fare opera di persuasione affinché si unissero alle formazioni partigiane. Questo lavoro, oscuro ma importante, ottenne una serie di successi: militari isolati o a gruppi lasciarono i loro reparti e raggiunsero i ribelli portandosi appresso le loro armi individuali. La Resistenza poté così contare su nuovi elementi bene addestrati sull’uso delle armi.

Il 16 agosto ad Albisola Mare, nei pressi di Villa Faragiana, una giovane organizzata nei gruppi femminili della resistenza, Ines Negri, che accompagnava militari della “S. Marco” in montagna viene arrestata. Dopo tre giorni di feroci torture venne fucilata. Il 26 agosto Luigi Caroli, Fantino Marcenaro, Francesco Rocca, anch’essi impegnati ad accompagnare in montagna disertori della “S. Marco”, vennero arrestati. Il 24 agosto, nel frattempo, venne fucilata dopo le torture Clelia Corradini che qualche giorno prima era caduta nella mani della “S. Marco” e che era anch’essa impegnata come accompagnatrice dei disertori. Nell’agosto del 1944 il bollettino “Noi Donne” comunicava che da quel momento le donne entravano nelle formazioni partigiana partecipando direttamente alle azioni di guerriglia. Nel mese di agosto la guerriglia si intensificò in quanto anche gli operai si inserirono nell’attività di resistenza pressoché continua. Gli operai della “Scarpa e Magnano”, della “Brown- Boveri” si opposero sia ai trasferimenti sia ai licenziamenti. All ILVA la costruzione di due sottomarini tedeschi andava a rilento e quella di involucri metallici per mine non venne messa in atto.

I ferrovieri del deposito di Savona scesero in sciopero mentre alcuni di loro, dopo aver sabotato i locomotori ed avere bloccato le trasmissioni del deposito, presero la via dei monti verso Montenotte.

In montagna la guerriglia conobbe grandi successi tanto che gli echi giunsero in città. Le imprese dei partigiani erano ormai conosciute sia dai fascisti, sia dalla popolazione. Il morale degli antifascisti si fece sempre più saldo e la determinazione della lotta sempre più definita. I partigiani erano sempre più consapevoli del loro ruolo tanto che l’attività di guerriglia si estende in maniera inarrestabile. La formazioni partigiane costituirono così un dispositivo di combattimento che, partendo dalla rotabile Albenga a  Garessio si sviluppa fino ai Giovi di Sassello.

I rischi che correva la popolazione erano evidentemente gravissimi e di questo ne erano ben coscienti i contadini di Osiglia, di Bormiba, di Murialdo, di Calizziano ecc; tuttavia i partigiani poterono sempre fare affidamento sul loro aiuto avvalendosi così di un prezioso contributo di vigilanza. Durante tutta la Resistenza i nazi- fascisti non ottennero mai notizie sulla dislocazione dei partigiani nemmeno sottoponendo la popolazione a minacce e a sanguinose rappresaglie.

La divisione “S. Marco” costituì anche un reparto speciale che prese il nome di “Contro banda di Calice” al comando del tenente Lunardini Costanzo e forte di cento uomini. La contro banda si rese subito attiva con efferate azioni di rastrellamento e particolare ferocia tanto che comandi partigiani alla stregua delle SS e li considerarono criminali e quando catturati vennero passati alle armi.

Dall’agosto al novembre del 1944 le azioni di guerriglia si susseguirono in maniera inarrestabile. Ad esse seguivano le feroci rappresaglie dei nazi- fascisti.

A Savona in via Poggi i Sappisti uccidono il maggiore GNR Giorgio Massabò addetto al reclutamento di lavoratori da inviare in Germania. I fascisti arrestarono numerose persone e il 3 novembre la popolazione viene a conoscenza della fucilazione di sei di esse; la sentenza venne eseguita il primo di novembre alla fortezza del Priamar dopo una settimana di detenzione e di terribili torture.

Nei mesi di ottobre e novembre del ‘ 44 si intensifica ulteriormente la guerriglia; ogni reparto di partigiani impegnava con successo le forze nemiche alle quali non restava altro che sfogare la rabbia incendiando fienili, cascine e razziando bestiame.

Il 13 novembre del 44, però, il generale Alexander comandante del “Corpo di Spedizione Alleata” in Italia rivolse ai “Patrioti Italiani” un proclama nel quale, dopo averli ringraziati per il sostegno dato alle truppe alleate contro il nazi- fascismo, li invitava a cessare la loro attività per prepararsi a fronteggiare l’inverno disponendo di interrompere le operazioni su vasta scala e di conservare, munizioni, materiale tenendosi pronti a nuovi ordini. Il proclama di Alexander arrivò nel momento peggiore della lotta. Coincideva infatti con l’inizio di una stasi offensiva della forze anglo- americane. Tale situazione mise il maresciallo Kesserling nella condizione più favorevole per poter distogliere truppe dal fronte e destinarle a operazioni anti- partigiani.

Le azioni di rastrellamento poste in essere con germanica precisione e tempismo coinvolsero massicciamente tutte le zone dove più incisivamente operavano le formazioni del CVL (Comitato Volontario della Libertà) e investirono molte volte contemporaneamente Toscana, Emilia Romania, Marche, Veneto, Lombardia, Valle d’Aosta, Piemonte e Liguria.

Con il proclama di Alexander sicuramente non si tendeva una mano alla Resistenza considerato anche che l’affacciarsi di un duro inverno di guerriglia poneva dei grossi problemi al CVL. Un maggiore impegno degli anglo- americani che avrebbero dovuto intensificare gli aviolanci approvvigionando così i combattenti di armi, munizioni, vestiario e quant’altro avrebbe sicuramente aiutato la guerriglia sia del ponto di vista organizzativo sia da quello psicologico.

Le direttive di Alexander non trovano consenziente il CVL il quale attraverso il comandante “Gallo” (Luigi Longo) rispose con esplicita chiarezza che i comandi non dovevano smobilitarsi. All’interno del CLN le ripercussioni della circolare e le dichiarazioni del CVL crearono confusione e anche un rallentamento nella cooperazione delle forze politiche impegnate nella lotta.

Il proclama, tramite il CLN e il CVL di Savona giunse alla IV ° Brigata il cui comando ne diede una valutazione negativa. Dopo di ciò venne diramato con le osservazioni del caso alle atre “Brigate Garibaldine” e di seguito ai distaccamenti dipendenti da esse. I partigiani vengono autorizzati a lasciare i Distaccamenti e a recarsi presso amici o parenti. La maggior parte di coloro che lasciarono i reparti andò a rafforzare le SAP le quali dimostrarono così una maggiore capacità combattiva e organizzativa proprio a causa dell’immissione di elementi esperti in guerriglia.

Le SAP di Quiliano- Montagna, della Valle di Vado, Segno e Bergeggi beneficiarono particolarmente di tele circostanza.

Una settimana dopo la diffusione del proclama di Alexander in tutte le Valli del Piemonte fino alla Langhe si scatenò il grande rastrellamento. L’impegno nazi- fascista fu massiccio con formazioni di fanteria appoggiate da artiglieria, mezzi blindati e corazzati. Il rastrellamento fece sì che risultassero vane tutte le difese dei partigiani.

Tutte le formazioni furono costrette a cedere, venivano sopraffatte e venivano braccate. Cascine brigate e accampamenti furono dati alle fiamme. Trascorsero due mesi prima che la resistenza nelle Langhe riuscisse a riorganizzarsi.

Nella seconda metà di novembre l’azione anti ribelli investe la Liguria. L’operazione interessante la seconda zona, l’entroterra savonese, è condotta da truppe provenienti dalle Langhe e da reparti di stanza nella provincia fra cui primeggia la Divisione S. Marco forte di circa 9000 uomini.

Nella seconda zona operavano circa 1200 partigiani ( ad eccezione di quelli impegnati nelle SAP dei centri abitati) con un armamento prevalentemente leggero mentre il nemico disponeva di armi pesanti e una forza di circa 12000 uomini. L’offensiva inizia il 16 novembre investendo la zona di Montenotte e della Valle Bormida. L’operazione apparve subito di grande rilievo: le colonne nemiche mossero contemporaneamente da Dego verso i Porri; da Savona verso “ Naso di Gatto”, da Pontinvrea e Ferrania verso le montagne vicine. Il nemico si avvalsero di delatori e disertori delle formazioni partigiane inoltrandosi, in tal modo, nelle boscaglie e lungo i canaloni attendono il momento di convergere massicciamente nelle aree dove le numerose pattuglie avrebbero individuato i guerriglieri. Le formazioni partigiane resistettero, lasciarono filtrare il nemico senza reagire rifiutando il combattimento.

La grande azione antiribelli si concluse nella prima decade dicembre e i comandi nazifascisti conclusero di aver conseguito brillantemente tutti gli obbiettivi previsti. Nella seconda zona ligure i contatti fra i rastrellatori e le formazioni partigiane non furono particolarmente violenti e caratterizzati da grossi scontri. Molti degli accampamenti caduti nelle mani del nemico e dati alle fiamme erano stati trovati pressoché sguarniti o fiaccamente difesi. I ribelli avevano impegnato, anche se violentemente, solo per breve durata i reparti nemici, quindi si erano dispersi o resi irreperibili facendo supporre la loro dissoluzione. I tedeschi giunsero alla conclusione che per lungo tempo i partigiani non sarebbero stati in grado di riorganizzarsi e quindi di destare preoccupazioni; conseguentemente sospesero le azioni offensive dando modo ai partigiani di ritrovare la loro organizzazione e lotta e di tornare nelle zone operative.

I fascisti misero in evidenza le brillanti operazioni affermando sulla Gazzetta di Savona del 30/11/1944 di aver “ liquidato definitivamente i gruppi di ribelli nemici della Patria”. Diversa è la versione di “Savona Proletaria” che nel suo N°17 affermava che nella seconda zona ligure durante i rastrellamenti, le forze nazi- fasciste avevano perso circa 500 uomini contro i circa 290 combattenti della libertà persi tra morti, feriti, dispersi e prigionieri.

La grande offensiva non spazzò via i partigiani così come avevano previsto i nazi- fascisti però inferse un duro colpo alle formazioni della montagna riducendo gravemente il loro già limitato equipaggiamento e munizionamento. Molti rifugi non fuggirono ai meticolosi rastrellamenti che erano stati dati alle fiamme. Nei molti scontri sostenuti i “Garibaldini” avevano dato fondo all’80% delle munizioni disponibili tanto che alcune mitragliatrici erano state nascoste nei boschi perché prive di colpi.

Il 15 gennaio 1945 “Savona Proletaria” lanciò un appello di aiuti in favore dei partigiani.

Il “Fronte della Gioventù” i gruppi di “Difesa della Donna” i CLN e le SAP organizzarono a Savona, Vado e in molti altri centri “ La Settimana del Partigiano”. A Savona rispose attivamente circa il 60% della popolazione e a Vado circa il 90%. Vennero 180.000 mila lire e altre 60.000 mila lire vennero versate della SAP Venne organizzato anche il “Natale del Partigiano” e “Noi Donne” invitava tutte le donne ad essere solidale con i combattenti.

Il “Comitato Provinciale della Solidarietà Nazionale” assistette, in dicembre, 527 familiari di antifascisti per una somma di 612.480 lire. A gennaio le famiglie assistite furono 586.

La situazione generale della popolazione era gravissima: molte fabbriche non lavoravano più, altre erano state parzialmente smantellate, il porto quasi del tutto paralizzato. Gli operai guadagnavano meno dell’anno precedente, mentre il costo della vita era raddoppiato. Sempre a dicembre “Noi Donne” denuncia la situazione ormai insostenibile. Gli operai scendono nuovamente in lotta con rivendicazioni di tipo economico.

Scioperi e agitazioni si svolsero a Vado e in tredici stabilimenti su quindici i lavoratori ottennero quanto richiesto.

All ILVA e alla “Servettaz- Basevi” la situazione era tesissima tanto che le commissioni interne fasciste furono costrette a rassegnare le dimissioni.

Il 19 dicembre 1944 la Federazione Comunista di Savona, in memoria di Gin Bevilacqua e di Libero Briganti, uccisi da nazi- fascisti, organizzò uno sciopero generale politico: si trattava del primo dopo quello di marzo. Alle dieci del mattino i lavoratori incrociarono le braccia ma lo sciopero parteciparono anche tecnici, dirigenti e industriali.

In montagna le formazioni combattenti stavano, nel frattempo, gradatamente superando le grandi difficoltà; si stavano riorganizzando e tornando all’attività armata nonostante che l’inverno 1944-‘45 sia stato uno dei più rigidi e nevosi.

A dicembre riprese l’attività del “Distaccamento Rebagliati” che attaccò gli accantonamenti della Controbanda di calice per poi scendere a Vezzi e scontrarsi con una compagnia di 2S. Marco”. Successivamente venne anche mandata una squadra sull’Aurelia a tendere un imboscata. Le incursioni contro il nemico o per procurarsi indumenti, viveri o altro materiale sono frequenti anche a Finalpia e a Cengio. I partigiani agivano ormai nuovamente in tutti i settori delle altre brigate a piccoli gruppi o con pattuglie volanti.

I “Comitati di Agitazione” di Vado, Savona della Val Bormida non davano tregua.

Il 2 febbraio 1945 venne sospeso il lavoro in quasi tutti gli stabilimenti; il 6 febbraio gli operai dell’officina “Bortolotto” di Albisola Capo sospesero l’attività e si recarono a Savona per reclamare aumenti salariali. Analogamente avvenivano nella Val Bormida dove il “Comitato di Agitazione” con un volantini denunciava le angherie commesse ai danni dei “fratelli contadini” e invitava gli operai a unirsi in comitati e sabotare i fascisti.

A Bragno il 24 febbraio i 1500 operai della Montecatini sospesero il lavoro costringendo le direzione dello stabilimento a procurarsi approvvigionamenti.

I partigiani delle montagne seppero superare tutte le gravissime difficoltà grazie anche alla solidarietà dei non combattenti, nella fabbriche, nelle città, nelle campagne. L’organizzazione di scioperi e agitazioni faceva si che i fascisti dovevano occuparsi anche di un fronte interno” sempre più determinato e apertamente ostile al regime.

Nel gennaio- febbraio del 1945 tornava la Resistenza che tedeschi e repubblichini pensavano debellata. Gli scontri sono sempre più frequenti e anche i rastrellamenti vacillano da ogni parte. Il 4 febbraio del 1945 nei pressi di Montenotte giunse la “Missione Alleata” diretta dal capitano inglese Balard la quale prese contatti con la II° Brigata Garibaldi Sambolino e chiese di incontrarsi con i responsabili del CLN e del CVLN savonese. Dopo gli incontri all brigata vennero fatti tre lanci uno dopo l’altro. Arrivavano così i tanto attesi aiuti alleati. I contadini e boscaioli dei luoghi coni loro muli smistarono rapidamente il materiale paracadutato. L’armamento cambiò radicalmente e nel giro di una settimane ogni distaccamento poteva contare su armi molto più adatte ma anche su esplosivo, vestiario, divise e cioccolato. L’inverno stava per finire e il crollo dell’esercito tedesco si profilava all’orizzonte; fra poco il nazismo e il fascismo cesseranno di imporre dittatura, violenza e terrore.

Nei mesi di febbraio, marzo e aprile tutte le forze si profusero in un maggiore impegno di lotta; le azioni di guerriglia e di sabotaggio si facevano sempre più estese. L’attività delle “Brigate” era incessante mentre fra le truppe nemiche si manifestava un diminuito impegno nella lotta ai ribelli, una minore fiducia nell’offensiva.

Negli ultimi mesi di guerra, tedeschi e fascisti, si distinsero solo in rappresaglie, massacri di ostaggi, uccisioni di inermi. Nel marzo del ’45 si rafforzarono gli appelli dei partiti antifascisti e delle SAP affinché i C.L.N. si ponessero alla testa delle masse popolari per la lotta di Liberazione. Altri volantini invitavano i militari della Repubblica di Salò a passare con armi ed equipaggiamento dalla parte dei partigiani.

Il 23 marzo i fascisti savonesi celebravano la fondazione dei fasci di Combattimento. Alla manifestazione parteciparono i gerarchi tedeschi e fascisti, le Camice Nere, reparti della GNR, della Brigata Nera, della S. Marco, della Marina Repubblichina. Solo pochi cittadini erano presenti.

I nazi- fascisti avevano il “fiato corto” tanto da non essere in grado di fronteggiare l’ondata di scioperi e agitazioni che la classe operaia savonese mise in opera. La Camera del Lavoro, che si era ricostituita con direzione provvisoria, lanciò il suo primo appello in cui invitava alla lotta i lavoratori di tutta la provincia. Le commissioni interne fasciste erano sempre più isolate e sui muri delle fabbriche ogni giorno apparivano scritte, volanti, bandiere rosse e tricolori.

Al 22 marzo fu un susseguirsi di scioperi nella fabbriche e azioni di guerriglia al di fuori di esse.

Dai primi giorni aprile, intanto al comando della II° Zona Liguria era pervenuto copia del “PIANO OPERATIVO A” che riguardava la Liberazione di Genova. I comandi partigiani si accorsero che i due capoluoghi presentavano analoghe caratteristiche e trassero dal documento indicazioni di massima dalle quali venne elaborato un piano per la Liberazione di Savona.

A tutte le formazioni vennero date indicazioni per la battaglia conclusiva. Il 23 aprile entravano in azione i Sappisti mentre il Comando Tattico della II° zona operativa si insediava in Via Crosalunga e prendeva accordi con il CLN I dispacci venivano diramati ai Distaccamenti iniziando così la Liberazione di Savona. Il 24 aprile verso le ore undici il comando tedesco tramite la curia vescovile avanzò la proposta di trattative proponendo l’evacuazione delle truppe nazi- fasciste a condizione che queste non vengano attaccate. I tedeschi minacciavano distruzioni e rappresaglie nel caso in cui le proposta non fosse stata accolta.

La proposta venne respinta e venne fatto sapere che il Comando Zona avrebbe accettato la resa e la consegne delle armi. Eventuali distruzioni avrebbero provocato la reazione decisa della forze partigiane che ormai era in grado di stroncare qualsiasi resistenza.

Nella notte tra il 24 e il 25 aprile 1945 le brigate della divisione Gin Bevilacqua eseguirono i movimenti prestabiliti e attaccarono il nemico. I presidi nazi- fascisti cadevano uno dopo l’altro mentre la divisione S. Marco si dissolveva: una parte dei loro ufficiali gettò via la divisa e indossati aviti civili fuggiva vergognosamente lasciando al loro destino i soldati.

Il generale farine e un gruppo di ufficiali dello stato maggiore fuggiva da Altare con la copertura di ostaggi civili per dirigersi verso Acqui. Questi “valorosi” ufficiali così efficienti nell’uccidere persone inermi si arresero ai reparti della “Divisione Autonoma Fumagalli.”

Savona era libera. La lotta di Liberazione ebbe una dimensione popolare e fu proprio questa la sua forza. Convogliò nella battaglia contro al dittatura e il terrore tutte le forze sene, politiche e sociali. Fu un movimento che interessò a vari livelli semplici cittadini, sacerdoti, intellettuali, operai, contadini, donne, giovani, industriali e tutti i partiti politici. Fu questa unità di intenti che i nazi- fascisti non calcolarono e che ne causò l’irrimediabile sconfitta.

Voglio citare, a titolo d’esempio alcune parole di Sandro Pertini nei suoi ricordi di carcerato antifascista a Regina Coeli:

“ Una sera mi apparve in un corridoio un sacerdote dal volte tumefatto, grondante di sangue. Era don Morosini. Usciva da un interrogatorio della SS. (Così, non diversamente, alle Turbe di Gallilea deve essere apparso Gesù dopo la flagellazione.) Mi pare ancora di vedere le sue labbra gonfie e sanguinanti muoversi in un saluto di fraterna riconoscenza per me, che non avevo nascosto la mia commozione per lui così martoriato. Fratelli ci sentimmo, noi due: fratelli che lottavano per la stessa causa, lui sacerdote io non credente.” 

                                                                      Pace Gianmaria

   
   

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