NON SIAMO PEDINE DI NESSUNO

Di Loschi Matteo

 
    Qualcuno afferma che gli studenti debbano fare gli studenti e che siano gli operai a dover insegnare agli studenti cosa fare e cosa dire.

Solitamente un cosa del genere la si può udire da chi ha tutto l’interesse a dividere l’opposizione, in parlamento e fuori.

Ma quando è una parte all’opposizione che lo dice, allora qualcosa non quadra più.

E così il 24 Ottobre 2003, giornata di “sciopero generale” che vede (incredibile) tutti i sindacati (confederali) uniti, a Savona gli studenti diventano uno strumento dei sindacati. Senza se e senza ma.

Malgrado tutta l’attenzione mossa dal Comitato Studentesco Savonese, unica forza in campo nell’area savonese capace di mobilitare gli studenti, in quella data gli studenti sono passati come pedine di quelli che la politica “la conoscono davvero. E così prima viene negata loro la possibilità di esprimersi sul palco ufficiale – magari per paura di essere smascherati di fronte a tutti -, poi costretti ad sentire dal palco e senza possibilità di replica affermazioni erronee messe in bocca agli studenti, e infine sabotati nel momento in cui non vengono rispettati tutti gli accordi presi in precedenza con gli organizzatori – un camion con la musica ed un microfono per poter parlare alla folla durante il corteo, la pole-position nel corteo per poter parlare agli operai, la possibilità di parlare coi mass-media -, unico motivo per cui non c’era ancora stata rottura coi sindacati.

Di fronte a questo l domande sembrerebbero diventare: << Che gli studenti non abbiano capito come si lotta? Che non abbiano capito che le lotte sono personali (sindacato per sindacato) e non per tutti?>>

Eppure i danni maggiori li subiscono loro, quando appena fuori dal mondo della scuola dovranno scegliere tra precariato e precariato; quando a quarant’anni, dopo una vita passata a lavorare un mese si e tre no, non verrà più assunto – alle imprese serve carne fresca - , e non potrà mantenersi (o costruirsi) una famiglia; quando a settant’anni (se ci arriva), dopo aver lavorato trent’anni in nero e senza contributi, non avrà diritto alla pensione.

Ma a questo punto non può non sorgere questo dubbio: che i sindacati avessero qualche interesse a tappare la bocca agli studenti?

La risposta è più semplice del previsto, ed è sufficiente mettere a confronto le reciproche piattaforme di adesione per comprenderla. Gli studenti sono andati oltre.

Non si sono limitati a dire un no secco al Governo sulla nuova riforma delle pensioni; non si sono limitate, come è successo alle scorse elezioni, a puntare il dito contro il cattivo del momento. Gli studenti hanno “osato” chiedere.

Chiedere i motivi per cui il loro futuro è minato da crimini chiamati lavoro interinale, precariato, liberismo economico. Chiedere i motivi per cui è stato “reinserito” – il termine non presuppone un periodo in cui non ci fosse il classismo nelle scuole.

Chiedere i motivi per cui, quando questi crimini fu la sinistra al governo a commetterli, quegli stessi operai e quelle stesse organizzazioni oggi boriosi e trionfanti stettero a guardare.

Chiedere e proporre un nuovo atteggiamento costruttivo.

Ma malgrado questa consapevolezza, il 24 Ottobre 2003 gli studenti c’erano, ed erano in tanti, consapevoli e furiosi. Perché dove la lotta di qualcuno si ferma, quella degli studenti va avanti.

Il nostro obiettivo non è sedere al tavolo delle trattative, è cambiare lo stato di cose presente. Il nostro principio non è scegliere il meno peggio, ma costruire il meglio. E se comunque, dopo quanto è successo, l’atteggiamento di quegli uomini arrivati rimanesse invariato, beh, non sarà un buon motivo perché gli studenti smettano di alzare la voce.

LOSCHI MATTEO

   
   

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