L'Unità, mercoledì 29 marzo 2000 Quel
che Sartori non dice Giovanni Sartori, in un editoriale del "Corriere della Sera" del 22 marzo riferendosi ad una mia opinione espressa su "L'Unità" dell'11 marzo scorso secondo cui "la legge elettorale tedesca fotografa un bipolarismo che già c'è e che è il frutto della storia politica di quel Paese", mi chiede: "Da quale storia proviene il bipolarismo tedesco"?, atteso che il regime di Weimar, aggiunge, cadde sotto i colpi di Hitler anche a causa della frammentazione partitica (e, aggiungo, del radicalismo estremo di alcuni decisivi partiti della destra e della sinistra). Sartori, nel suo tentativo di sostenere la tesi (così riassumibile: o andare avanti con l'uninominale a doppio turno o tanto vale tornare a un sistema proporzionale), lascia intendere che il sistema elettorale tedesco abbia favorito il bipolarismo. Niente di più falso! Ribadisco qui due punti della mia intervista: 1) la storia tedesca; 2) l'impossibilità di clonarla con successo, anzi l'evidente intento di utilizzare tale prodotto di importazione come un cavallo di Troia per distruggere quel tanto di bipolarismo che a fatica stiamo costruendo. Non va dimenticato un punto: la Germania di Bonn è stata costruita per cesura rispetto a Weimar e in contrapposizione al regime comunista della Germania Est. Da qui la spinta degli elettori a rompere con i partiti estremisti che erano stati alla base dell'ingovernabilità di Weimar. Com'è noto questa spinta fu influenzata in modo determinante prima dalla proibizione degli stessi nel testo costituzionale e quindi dalle consequenziali pronunce della Corte Costituzionale federale che dichiarò fuorilegge, a più riprese - e proprio nella fase di stabilizzazione del sistema dei partiti - sia partiti di ispirazione neonazista che partiti di ispirazione comunista. Non sto qui a ricordare poi al compagno Fausto Bertinotti, per non turbarne eccessivamente la ritrovata ammirazione per il sistema tedesco, la cacciata dagli impieghi pubblici dei cittadini sospettati di militanza estremista, comunista o nazista, o talvolta soltanto radicale , il famigerato BerufsVerbot! Tagliando fuori dal gioco le ali estreme, da un lato Adenauer e dall'altro Schumacher, leader l'uno dei democristiani della Cdu e l'altro dei socialdemocratici della Spd , hanno potuto costruire una dinamica di alternanza tra un partito di centro-destra e uno di centro-sinistra. A differenza della Dc italiana che, uniti i cattolici, ha tenuto bloccato il sistema politico italiano in nome della lotta agli opposti estremismi, la Cdu tedesca ha potuto presentarsi come un partito moderno di centro-destra di cattolici, protestanti e non credenti nella logica di una democrazia bipolare. Altrettanto sul versante del centro-sinistra ha potuto fare la Spd, prima in maniera più timida e poi più decisa dopo la storica svolta a Bad Godesberg nel 1959. A cos'altro, del resto, avrebbe dovuto legarsi il bipolarismo tedesco se non a questa storia politica? Come ho letto nei sempre stimolanti libri di Sartori, la letteratura internazionale è unanime nel dire che mentre i sistemi maggioritari tendenzialmente polarizzano, i sistemi proporzionali producono frantumazione, a meno che - è appunto il "caso tedesco" - non si inseriscano in un sistema dei partiti già bipolarizzato. È vero: c'è il sistema spagnolo che la Costituzione definisce proporzionale nell'ambito di ciascuna circoscrizione. Che significa? Che essendoci circoscrizioni piccole, spesso di 3 o 4 seggi senza nessun recupero dei resti o si supera una clausola di sbarramento "nascosta" del 15-20% nella circoscrizione (sic!) o si perdono tutti i voti espressi. È in grado di proporre il prof. Sartori una tal clausola di sbarramento alla variopinta congrega dei neo-proporzionalisti? A fatica essi, grazie all'intervento di marketing di Berlusconi, sono riusciti a far finta di essere d'accordo sulla soglia del 5% mentre i medesimi si erano opposti, com'è noto dalle cronache parlamentari, persino ad una soglia modestissima dell'1% per le europee. Reggerebbe questo 5% alle tentazioni del voto in Parlamento su vari emendamenti? In ogni caso - ogni tanto lo si dimentica - abbiamo già una soglia di sbarramento del 4% prevista per la quota proporzionale attuale della Camera. Nel 1996, solo per fare un esempio, tre forze politiche (socialisti, pattisti e diniani) si aggregarono nell'unica lista "Rinnovamento Italiano". Subito dopo le elezioni ritornarono ad essere 3 partiti diversi e dopo qualche mese i deputati eletti sono finiti - se non sbaglio i conti - in 12 partiti. In ogni caso, in un sistema proporzionale, per raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi il polo più forte dovrebbe giungere a circa il 50% dei voti: nessuno degli schieramenti attuali in Italia raggiunge questa soglia (ma col proporzionale esisterebbero ancora le coalizioni?). Cosa ne conseguirebbe? O i partitini posti al centro diventerebbero determinanti dopo il voto (per esempio Bossi Presidente del Consiglio) o diventerebbe inevitabile, in nome della governabilità , un governo di "Gross-Koalition" dai Ds a Forza Italia (come i governi fra democristiani e socialisti che in Austria hanno favorito l'ascesa di Haider). Dico al prof. Sartori e dico anche ai nostri compagni della sinistra: il 21 maggio gli italiani non saranno chiamati a scegliere tra sistema a un turno e sistema a doppio turno, e neanche sulla sola abolizione del residuo di quota proporzionale, pur necessaria. Ormai il referendum si è caricato di una valenza politica ben precisa: o si avanti completando il sistema uninominale maggioritario (le soluzioni tecniche possibili sono varie) o, se ancora una volta il quorum non venisse raggiunto, si torna indietro ad un sistema che ci porta non nella Germania del 2000 ma all'Italia degli anni '80. Il sistema elettorale tedesco - ribadisco - fotografa il bipolarismo che in quel Paese gia c'é , in Italia distruggerebbe quel tanto di bipolarismo che il sistema maggiorititario, sia pure imperfetto, ci ha fatto costruire. |