la Repubblica

Sabato, 13 maggio 2000


GLI ADORATORI DEL CAVALIERE
di CURZIO MALTESE


UN uomo solo al comando, la sua casacca è azzurra, il suo nome è Silvio Berlusconi, il suo partito gli dà sempre ragione, anche quando lui non vorrebbe. Il consiglio nazionale di Forza Italia, di scena a Roma, sta aprendo orizzonti inediti non soltanto nella politica ma anche nella storia della cortigianeria italiana. Ieri il capo del primo partito è comparso ai seguaci e, senza alcun dibattito, ha fatto approvare alla quasi unanimità (anche nel Pc bulgaro erano consentite un paio di astensioni) due mozioni contraddittorie sui referendum: una per la libertà di voto e l'altra per la libertà di non voto. Fin qui non sarebbe una grande novità.

SULLE leggi elettorali, Berlusconi nel giro di sei anni ha cambiato opinione una trentina di volte, toccando in un personale kamasutra istituzionale tutti i gradi possibili dal maggioritario secco alla proporzionale pura. Ogni volta il suo partito era d'accordo alla quasi unanimità. Probabilmente lo sarebbe stato anche se il Cavaliere ieri avesse proposto una mozione per sostituire il tricolore con una cravatta di Marinella e un'altra per rimpiazzare il mediocre inno di Mameli con la Cucaracha. La novità piuttosto consiste nel fatto che Berlusconi ha sentito il bisogno di pregare gli altri dirigenti di Forza Italia di non essere troppo servili, come al solito. "Capisco che lo facciate in buona fede, ma vi prego di evitare troppi elogi, suonano come adulazione e ci sono occhi non benevoli che ci osservano".

Non era mai successo neppure a Mao o a Lenin, al massimo della dittatura, di invitare i congressisti del loro partito a smorzare gli elogi. Stalin l'aveva fatto ma con toni meno umilianti. L' esortazione del Cavaliere è tuttavia caduta nel vuoto. Poco dopo è infatti salito sul palco l' orgoglioso Gianni Baget Bozzo, che per anni ha conteso a Giuliano Ferrara l'onore di essere più craxiano di Craxi e ora è diventato più berlusconiano di Galliani. "Noi siamo dei miracolati - ha esclamato il prete al suo idolo - e credo che il popolo italiano le debba molto come a pochi altri nella storia di questo paese". Spiegando il senso recondito di queste esternazioni, don Baget Bozzo ha poi evangelicamente precisato: "Col cazzo che questa è adulazione. Berlusconi ci ha salvati tutti, ha salvato anche la Chiesa".

Ma sorvoliamo sugli aspetti mistici del berlusconismo, pure commoventi, e veniamo a quelli politici. Il movimento di Forza Italia ha certo cambiato la comunicazione politica, chissà se in meglio, accelerando la tendenza a trasformare i partiti in sette. Il primo a incamminarsi su questa strada, per la verità, è stato l' attuale alleato del Cavaliere, Umberto Bossi. Ma perfino l'inventore della Padania libera e delle camicie verdi, dell'ampolla sacra e del dio Po ha dovuto pagare con concessioni e lotte intestine alla Lega il suo oscillare fra programmi divergenti se non opposti, le mille capriole che l'hanno condotto dal federalismo alla secessione alla devolution, dall'abbraccio con il Cavaliere all'odio per Berluskaz fino al ritorno nell'ovile di Arcore.

Berlusconi no, il fondatore del partito-azienda ha sempre goduto d'una venerazione, da parte di seguaci ed elettori, che non ha paragoni neppure con quella riservata alle autorità religiose e forse soltanto con la devozione tributata a qualche guru. L'ammirazione estatica e imitativa nei confronti del leader è anzi l'unico vero senso dell'essere in Forza Italia, oltre il misero e raccogliticcio apparato ideologico di anticomunismo fuori dal tempo e pseudoliberalismo senza principi liberali. Si tratta di un sentimento pre e anti politico, di una voglia antica di avere un padre padrone, e magari padrino e padreterno, che ci risparmi la fatica di pensare, di mostrarci coerenti e responsabili in altri termini di essere adulti. Da cui l'infantile, parassitario e insopprimibile bisogno di obbedire comunque, nell'allegra ignoranza di quella cosa ormai troppo grave, costosa e demodè che è la dignità.

Al cospetto di un simile fenomeno, forse non ha più tanto senso che gli avversari, il centrosinistra, l'ex Ulivo o come si chiama adesso, continuino a interrogarsi con affanno sul nome e l'identikit del leader da opporre al faraone della destra nelle prossime elezioni. Unica possibilità è tornare alla politica, a far ragionare le persone. Ammesso che i leader del centrosinistra ne siano capaci in proprio.

 

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