Un Paese di fantasmi La farsa delle "anime morte" che la classe politica italiana sta mettendo in scena in questi giorni, azzuffandosi intorno all'osso delle liste elettorali da ripulire in vista del 21 maggio, è la migliore conferma che non si può fare a meno del referendum per mettere mano alla riforma elettorale. Da una parte e dall' altra, con qualche eccezione che merita di essere segnalata, maggioranza e opposizione hanno offerto finora uno spettacolo indecente, tanto squallido quanto incomprensibile per la gran parte dei cittadini. Mentre l'uomo della strada giustamente si domanda se in un paese democratico occorra una legge per escludere dal voto chi ormai è stato escluso dalla vita, i signori dei partiti si attorcigliano nei loro bizantinismi, autoescludendosi con ciò dal circuito della ragione e del buon senso. Una maggioranza che ha appena rimesso insieme i suoi cocci, proprio in nome dell'appuntamento referendario da celebrare a tutti i costi, non rinuncia a dividersi ancora una volta su una questione che dovrebbe essere acquisita come la regolarità della consultazione popolare: e qui, si distingue l'onorevole Mastella che arriva addirittura a minacciare esplicitamente la crisi di governo. Un'opposizione che non esita a denunciare brogli elettorali a ogni piè sospinto, come ha fatto anche alla vigilia delle ultime regionali da cui peraltro è uscita vincitrice, non si preoccupa di garantire la legalità del referendum: e qui, bisogna dare atto all'onorevole Casini di aver dimostrato un'apprezzabile coerenza, dichiarandosi pronto a votare il provvedimento in dissenso con la linea del Polo. Su entrambi i fronti, insomma, si fa a gara per contrastare la volontà popolare puntando sul fallimento del quorum in modo da boicottare la riforma elettorale e difendere il proprio interesse di parte. Per quanto possiamo essere abituati alle convulsioni della politica italiana, francamente non pensavamo che si arrivasse a tanto. Fino a questo momento, bisogna riconoscere che il governo s' è comportato con equilibrio e cautela: un disegno di legge è necessario per registrare i cittadini italiani all'estero che sono scomparsi dall'ultimo censimento del '91 a oggi ed escluderli quindi dalle liste elettorali. E in mancanza di un'approvazione da parte del Parlamento, favorita dall'assenteismo congiunto dell'opposizione e di una parte della stessa maggioranza, un decreto sarebbe stato un atto d'imperio, una forzatura. Ma a questo punto, se almeno una delle due Camere non riuscisse a superare l'impasse, il governo non potrebbe più astenersi dall'intervenire e forse anche il Quirinale sarebbe costretto a far sentire la propria voce per non legittimare un esito palesemente irregolare. Già un anno fa, com'è noto, questa situazione provocò la sconfitta del Sì per poco più di centocinquantamila voti. E Dio solo sa quanti danni ha prodotto quel risultato in termini d'instabilità, alimentando un rigurgito di proporzionalismo e una voglia di neocentrismo. Ora non basteranno verosimilmente le lacrime di coccodrillo che da più parti vengono versate per ripristinare il responso espresso da ventuno milioni di cittadini. Le "liste pulite" non ammettono le "anime morte". Per rendersi conto della posta in palio, basta provare a immaginare che cosa potrebbe accadere in un'ipotesi o nell'altra. Se il referendum non passa, con ogni probabilità l'anno prossimo (o magari anche prima) torneremo a votare con l'attuale legge elettorale: quella stessa che dal '94 ha partorito cinque governi in sei anni, consentendo quattro ribaltoni (uno a danno del centrodestra e tre a danno del centrosinistra). Appare molto improbabile, infatti, che in caso di sconfitta la maggioranza in carica possa tornare indietro sulla strada del maggioritario e accettare il proporzionale proposto da Berlusconi. È vero che si tratterebbe di un sistema corretto dallo sbarramento al cinque per cento, secondo il modello tedesco: ma per quanto il bipolarismo sia ormai radicato nel nostro paese, niente garantisce che appena al di sopra di questa soglia non continuino a proliferare partiti e partitini, con la tendenza al pendolarismo (o per meglio dire, al trasformismo) che a livello individuale e collettivo caratterizza purtroppo la tradizione politica italiana. Se invece il referendum passa, nel senso che raggiunge il quorum, allora la larga prevalenza del Sì imporrà di completare e consolidare il maggioritario, abolendo la residua quota proporzionale del 25 per cento. In questa ipotesi, anche per un minimo di rispetto della volontà popolare, è più probabile (non certo) che in Parlamento si riesca ad aggregare una maggioranza trasversale per una legge attuativa che realizzi finalmente un sistema compiuto, capace di favorire coalizioni più omogenee e coese, di garantire l'alternanza, la stabilità e la governabilità. Magari per arrivare all' istituzione del Sindaco d'Italia, attraverso l'elezione diretta del premier. Certo, c'è anche il rischio che il sistema elettorale rimanga così come uscirà automaticamente dal responso referendario: cioé con il 75 per cento dei seggi assegnati ai vincitori nei collegi uninominali e il restante 25 per cento ai "migliori perdenti", a coloro che pur non risultando primi prenderanno più voti. E c'è quindi il pericolo, segnalato tempestivamente dal professor Giovanni Sartori, che in base ai risultati delle ultime regionali questo diventi un boomerang per il centrosinistra, attribuendo al Polo una maggioranza schiacciante nel futuro Parlamento. Ma a parte il fatto che le posizioni di partenza sono tutte da verificare e che anzi ciò potrebbe indurre l'ex Ulivo a ricompattarsi per scegliere i candidati migliori collegio per collegio, non può essere evidentemente il criterio del "cui prodest" a ispirare una scelta del genere. Quello che serve oggi all'Italia è una riforma elettorale che assicuri in primo luogo stabilità a governabilità, anche e forse soprattutto nei confronti degli interlocutori internazionali. Chi vince le elezioni, destra o sinistra, deve avere i poteri e gli strumenti per governare. Poi, se li userà male, sarà giudicato dagli elettori ed eventualmente punito e rimandato a casa. |