RCS on Line - Corriere della Sera

Lunedì, 8 maggio 2000


Ipocrisia e buonsenso
di Sergio Romano

Il dibattito sui referendum concerne i partiti, coinvolge il loro futuro e sta diventando, come spesso in queste occasioni, tecnico e strumentale.

Proviamo a uscire dal «palazzo» e a porre qualche domanda semplice, forse ingenua.

Prima domanda. Il cittadino vorrebbe sapere perché le liste elettorali siano «sporche», vale a dire gonfiate da elettori (addirittura un milione, secondo alcuni calcoli) scomparsi o dispersi.

Soprattutto quando alcune consultazioni prevedono un quorum (nel nostro caso il 50% degli elettori iscritti più uno), la legge elettorale dovrebbe attribuire all'amministrazione il compito di aggiornare regolarmente le liste.

E' possibile che il legislatore se ne sia dimenticato? O che l'amministrazione abbia trascurato di applicare la legge?

Seconda domanda. Se il numero degli elettori inesistenti è così elevato, la pulizia delle liste dimostrerà a posteriori che l'anno scorso, quando abbiamo votato sul referendum elettorale, il quorum è stato raggiunto.

Sapremo in altre parole che i «sì» allora hanno doppiamente vinto: perché schiacciavano i no e superavano il quorum con largo margine. E' necessario votare una seconda volta? Suppongo che il quesito sia viziato da una imperdonabile ignoranza giuridica.

Ma i Paesi in cui il buonsenso fa a pugni col diritto sono politicamente infelici.

Terza domanda. Perché una parte della maggioranza e gran parte dell'opposizione boicottano in Parlamento la legge sull'aggiornamento delle liste?

Tralasciamo le accuse reciproche e le invettive retoriche, proviamo a metterci nei panni degli ostruzionisti. Alcuni partiti della maggioranza preferiscono conservare la quota proporzionale perché sono convinti che garantisca la loro esistenza.

Non è un atteggiamento particolarmente nobile, ma è difficile imbattersi in partiti, di destra o di sinistra, che siano disposti a facilitare l'adozione di misure da cui può discendere la loro scomparsa.

Per l'opposizione poi valgono, oltre a questa, altre considerazioni. Le dimissioni di D'Alema, dopo la sconfitta del centro-sinistra alle elezioni regionali, hanno posto un dilemma: tornare alle urne o rispettare la scadenza dei referendum?

Ha prevalso la seconda esigenza. Ma la soluzione migliore in tal caso sarebbe stata quella di un governo tecnico e neutrale.

Il centro-sinistra invece ha preferito succedere a se stesso: per prepararsi da Palazzo Chigi alle elezioni politiche del 2001, digerire la sconfitta e accordarsi su un nuovo leader. E' nato così un governo fragile, discusso e discutibile, su cui si legge in volto il desiderio di guadagnare tempo. Beninteso il desiderio è legittimo. Ma la voglia di durare a tutti i costi e di zoppicare per dodici mesi ha regalato a Berlusconi e ai suoi alleati un'occasione che nessuna opposizione si sarebbe lasciata sfuggire. Chi dichiara d'esserne scandalizzato pecca d'ipocrisia.

E ora?, si chiede il cittadino italiano.

Eliminate le inutili indignazioni di un dibattito largamente insincero e strumentale, il vero problema è il voto del 21 maggio.

Non sembra opportuno che il governo, se la legge sarà approvata da una delle due Camere, provveda alla pulizia delle liste con un decreto legge, vale a dire con uno strumento che esige entro sei mesi la conversione del Parlamento e perde in caso contrario, se non tutti i suoi effetti, gran parte della sua legittimità.

Ma non credo neppure che fra due settimane il Paese possa essere invitato a una burla elettorale in cui il risultato, quale che sia, rischia d'essere snaturato da un falso quorum. Posso comprendere lo stato d'animo degli ostruzionisti, ma il rispetto dell'elettore dovrebbe prevalere su ogni altra considerazione e la legge sull'aggiornamento, quindi, andrebbe rapidamente approvata da tutti e due i rami del Parlamento.

Questa sì sarà finalmente una manifestazione di buonsenso.

 

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