Il finto antidoto alla crisi
della politica
LA
STRANA ARMATA DEL PROPORZIONALE
di ANGELO PANEBIANCO
Come era
prevedibile, l'ondata neo-proporzionalista si è andata
vieppiù ingrossando e ora sta per scaricarsi con forza
sulla politica italiana. I neo-proporzionalisti hanno un
obiettivo minimo (far fallire l'imminente referendum per
l'abolizione della quota proporzionale) e un obiettivo
massimo (ottenere la integrale reintroduzione del sistema
proporzionale). Ma chi sono? Perché lo fanno? Hanno
ragione quando affermano che il maggioritario ha
miseramente fallito? Hanno ragione quando affermano che
le cose andrebbero assai meglio se tornassimo al
proporzionale?
Il partito neo-proporzionalista
combina quattro diversi tipi di soggetti. Il primo tipo
è composto dai nostalgici, soprattutto ex democristiani,
i quali non possono dimenticare che, nel bel tempo antico,
quando governavano loro, il proporzionale imperava. Poi
ci sono i piccoli partiti, quelli che, non soddisfatti
della quantità di poteri di veto di cui pure dispongono
nei confronti dei partiti più grandi nell'era del
maggioritario imperfetto, vorrebbero accrescerla
ulteriormente (e il proporzionale è ritenuto, a questo
scopo, il sistema elettorale migliore). Poi c'è la Lega,
partito regionale, che soffre di sotto-rappresentazione a
causa del maggioritario e vorrebbe porvi rimedio. Infine,
c'è Forza Italia, il cui leader pensa di poter costruire
un «grande centro» moderato e ritiene il proporzionale
il sistema elettorale più idoneo.
Notiamo subito che
c'è una certa contraddizione fra gli obiettivi dei
diversi proporzionalisti: per esempio, proporsi di
aumentare i poteri di veto dei piccoli partiti è uno
scopo non necessariamente coerente con quello dei fautori
del «grande centro».
Più rilevanti però
sono le altre due domande: è vero, come sostengono i neo-proporzionalisti,
che il maggioritario ha fallito? E' vero che, tornando al
proporzionale (con clausola di sbarramento, aggiungono),
avremmo pochi partiti, stabilità di governo eccetera? La
mia risposta è no a tutte e due le domande. Il
maggioritario, anche nella forma imperfetta da noi
sperimentata in questi anni, non ha affatto fallito. Ha
imposto la (per noi) rivoluzionaria regola della
competizione bipolare fra schieramenti ciascuno dei quali,
in campagna elettorale, è costretto a proporre un
candidato alla premiership. Ma il maggioritario, si dice,
non ha impedito i ribaltoni. Rispondo: perché attribuire
alla legge elettorale una responsabilità che non è sua,
ma piuttosto dell'allora inquilino del Quirinale? Se il
predecessore di Ciampi non fosse stato uomo ostile, per
cultura e convinzioni politiche, alla logica bipolare
connessa al maggioritario, i ribaltoni non ci sarebbero
mai stati: infatti, né Bossi all'epoca del governo
Berlusconi, né Bertinotti all'epoca del governo Prodi
avrebbero fatto cadere quei governi se non avessero avuto
da Scalfaro l'assicurazione che le Camere non sarebbero
state sciolte. Da questo punto di vista il maggioritario
non ha affatto fallito. La verità è che i neo-proporzionalisti
vogliono annullare il nostro sia pure imperfetto
bipolarismo e farci tornare a un'epoca in cui gli accordi
fra i partiti (anche sul nome del premier) si facevano
dopo le elezioni, in Parlamento (e non prima delle
elezioni, come accade in regime di maggioritario).
Ma il fallimento
del maggioritario, si dice, è soprattutto dimostrato
dall'abnorme proliferazione di sigle e gruppi
parlamentari. E' davvero così? La frantumazione della
rappresentanza è «colpa» del maggioritario? Io penso
di no. Penso che questa frantumazione non sia affatto
causata dal sistema elettorale che abbiamo. Penso che sia
invece l'effetto della caduta del vecchio sistema dei
partiti, il quale crollò - lo ricordo - in seguito agli
eventi dei primi anni Novanta. La fine della Dc e del Psi,
la trasformazione del Pci in Pds e poi Ds, con
conseguente, consistente, perdita di radicamento sociale
di quel partito, queste sono a mio parere le cause
lontane della attuale frantumazione parlamentare. Semmai,
il sistema maggioritario, obbligando i gruppi politici a
coalizzarsi a fini elettorali, ha in parte mascherato e
in parte attutito un fenomeno, la parcellizzazione della
rappresentanza, dovuto all'esplosione (a sua volta
causata dalla fine della guerra fredda e da Mani pulite)
del vecchio sistema partitico.
Attenzione: se ho
ragione io, e se hanno torto i proporzionalisti, se la
causa della frantumazione partitica non è il
maggioritario ma un processo che portò alla morte dei
tradizionali soggetti partitici, quelli della cosiddetta
Prima Repubblica, allora il ritorno al proporzionale può
solo peggiorare le cose. Altro che «modello tedesco»:
da noi, causa l'ormai cronica debolezza dei partiti, si
trasformerebbe in un modello «marmellata» (cosa
potrebbe impedire, ad esempio, ai piccoli partiti di
coalizzarsi per superare lo sbarramento del 5 per cento,
salvo poi dividersi subito dopo in Parlamento?). E' un'illusione,
una tragica illusione, quella di chi crede che, se
tornassimo al proporzionale, rinascerebbero i partiti
della prima Repubblica o qualcosa che vi somigli. Quei
partiti, o qualcosa che vi somigli, con il loro
radicamento sociale, con la loro storica legittimazione,
non torneranno mai più. Quale che sia il sistema
elettorale. In compenso, abbandonare il maggioritario per
il proporzionale in un'epoca di partiti deboli ci
assicurerà, in eterno, l'ingovernabilità e il caos.
Giuliano Urbani,
che è oggi uno dei più attivi fautori di un ritorno al
proporzionale (alla tedesca), oltre che un politico, è
anche un politologo. Egli ha buon gioco quando dice che
ci sono tante democrazie liberali nel mondo che usano il
sistema proporzionale. Ha ragione. Ma dimentica di
aggiungere che le democrazie che adottano il
proporzionale funzionano bene solo se dispongono di
partiti forti, con forte radicamento sociale. Chi potrà
mai ricostituire partiti simili in Italia?
E allora, che fare?
Penso che si possa solo andare avanti: eliminare la quota
proporzionale, mossa che avrebbe comunque un effetto di
compattamento sulle coalizioni, il che ridurrebbe gli
attuali poteri di veto e di ricatto dei piccoli gruppi. E
poi bisognerà darsi da fare per spostare in modo deciso
sulle istituzioni di governo quel baricentro che in altra
epoca (l'epoca dei partiti forti) stava nel sistema dei
partiti. Non c'è altra strada per dare stabilità alla
nostra democrazia. Aggiungo, incidentalmente, che anche
qualcos'altro può aiutare contro la frantumazione della
rappresentanza. I neo-proporzionalisti, che dicono di
preoccuparsene, dovrebbero essere d'accordo: va abolito (c'è
anche qui un referendum sul tavolo) il finanziamento
pubblico dei partiti. In modo che i soldi degli
incolpevoli contribuenti non vengano mai più usati per
mantenere artificialmente in vita gruppuscoli che senza
quei soldi forse non esisterebbero.
|