Barbera: "Chi odia il
Palazzo deve andare a votare"
Intervista di
Guido Tiberga
HA ragione Fabrizio Rondolino,
quando afferma sulla Stampa che la scelta di
alcuni elettori di non andare a votare va rispettata...".
Augusto Barbera, costituzionalista e referendario, non si
schiera con chi criminalizza gli astensionisti. "Ma
dove è scritto - frena - che non andare a votare è un
''diritto'' di ''eguale dignità costituzionale'' a
quello di chi decide di esprimere il proprio voto?. E' un'opinione
diffusa, al punto che si è persino tentato di dar spazio
nelle Tribune televisive ai comitati per l'astensione. Ma
è anche un'opinione del tutto priva di fondamento. L'articolo
48 della Costituzione definisce il voto un ''dovere
civico''. Senza distinguere tra voto politico,
amministrativo, o referendario...".
Gli
astensionisti sostengono che la Costituzione, fissando un
quorum per i referendum, lascia ai cittadini la facoltà
di farlo fallire. Sbagliano?
"Sì, perché il tanto evocato articolo 75 si
limita a fissare un numero legale per la validità di una
consultazione referendaria".
Appunto,
far mancare il numero legale non è una libera scelta?
"So bene che in varie assemblee, Parlamento
compreso, si pratica questa forma di ostruzionismo. Ma di
qui a dire che si tratta di un diritto costituzionale ce
ne corre: l'astensione dal voto è un comportamento
lecito, ma non è affatto l'esercizio di un diritto
garantito dalla Costituzione...".
Lei parla
di ostruzionismo. Non potrebbe invece essere un modo più
efficace di esprimere il proprio "no" al
quesito referendario?
"Che si tratti di ostruzionismo lo dimostra un
dato: la partecipazione media degli italiani al voto,
referendario e non, è sempre più bassa. Ne deriva una
conseguenza preoccupante: basta organizzare l'astensione
di una percentuale modesta di elettori per inficiare la
volontà di contare del restante 49,9 per cento. Negli
altri Paesi, ad esempio in Svizzera - dove domenica si
vota per alcuni importanti referendum - il quorum non c'è.
O al massimo è fissato al 30 per cento".
Professor
Barbera, la fase finale di questa campagna referendaria
"gira" tutta intorno all'astensionismo. Non è
un limite: per le ragioni del No, ma anche per le vostre?
"E' vero: il dovere di noi promotori è quello
di insistere su altri punti, in primo luogo sulle buone
ragioni di un'iniziativa che ci consentirà di portare a
compimento il processo politico iniziato, con effetti
largamente positivi per il Paese, il 9 giugno del '91 e
il 18 aprile del '93. Con gli altri due referendum. Ma
non posso fare a meno di soffermarmi sulla
strumentalizazione che partiti e ambienti interessati
allo status quo stanno mettendo in atto sulla pelle dei
cittadini che da tempo mostrano una preoccupante
disaffezione al voto nelle politiche...".
Luigi
Abete dice che, paradossalmente, dovrebbero essere
proprio gli astensionisti ad andare a votare domenica.
Lei è d'accordo?
"E' evidente l'intento di sfruttare a vantaggio
del No il malessere dei cittadini e il loro disgusto per
la politica. Sarebbe una beffa perversa nei confronti
degli elettori astensionisti. Detta in termini crudi, si
sfrutterebbe la nausea per le manovre di Palazzo a
vantaggio di ben individuati ambienti dello stesso
Palazzo. Si sfrutterebbe il malessere per far fallire
proprio uno degli strumenti con cui lo si vuole
combattere. Ma sarebbe l'intera nazione a subirne un
serio e forse irreversibile danno".
Professore,
il quorum le fa paura?
"Io ho fiducia nell'intelligenza politica e
nella sensibilità democratica degli italiani. Questa è
una consultazione che tutti, promotori e avversari,
giudicano decisiva per la democrazia: se i cittadini non
dovessero andare a votare non si potrà certo giorire per
lo stato di salute della nostra vita democratica. Se l'abitudine
al non voto si consolida, l'intero sistema
rappresentativo sarebbe ulteriormente danneggiato. Che
Umberto Bossi abbia interesse a invitare gli italiani al
mare non mi meraviglia. Quello che stupisce è l'atteggiamento
ammiccante di altre forze democratiche...".
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