«Il quorum? E' già
assicurato» "Berlusconi lavora per il No", dice Valter Veltroni. Sarà un caso, ma il giorno dopo aver disertato il summit dei referendari di venerdì, Silvio Berlusconi si presenta al congresso del ps, il partito socialista di Gianni De Michelis. Il leader di Forza Italia non parla del voto di domenica prossima, ma non nasconde la sua simpatia per l'ex ministro di Craxi. Che sul referendum è chiarissimo: "Facciamo mancare il quorum - attacca -. In tutta Europa c'è una convergenza verso un sistema proporzionale alla tedesca. Noi siamo gli unici cretini che si ostinano ad andare controsenso...". Poi l'invito provocatorio a Berlusconi e D'Alema: "Tutti capiscono che cosa pensano veramente, ma tutti fanno notare che non hanno il coraggio di fare a voce alta un ragionamento politico...". Più o meno alla stessa ora, Massimo D'Alema interviene al congresso del partito repubblicano di Giorgio La Malfa, per ribadire una posizione che i refendari doc gradiscono fino a un certo punto: "Il referendum non è la soluzione di tutti i mali, ma io credo che potrà essere un incoraggiamento e uno stimolo perché possa riprendere il cammino verso le riforme...". Peppino Calderisi, membro del comitato promotore, ripete che "quella che uscirà dal 18 aprile sarà una legge, non soltanto uno stimolo", ed esprime il suo stupore per gli atteggiamenti di D'Alema e Berlusconi: "Hanno lasciato a Veltroni e Fini il compito di farsi paladini del referendum - continua il deputato azzurro - quando proprio loro sarebbero i più interessati a un'evoluzione maggioritaria del sistema. Siamo l'unico Paese occidentale ad avere il governo a rischio sulla guerra. Perché? Sarà anche vero che Cossutta ha a cuore la sorte dei profughi e dei serbi, ma soprattutto pensa a non farsi schiacciare da Bertinotti alle Europee, dove non a caso si vota con il proporzionale...". A sette giorni dal voto, la battaglia sull'astensionismo si fa più dura. Clemente Mastella, leader dell'Udr, non rivolge inviti diretti al non voto, ma condanna senza appello "le riforme inconsistenti o propagandistiche" che uscirebbero dal 18 aprile. L'Italia, dice il segretario dell'Udr, "non sarà mai un Paese bipolare. Il quesito referendario porterebbe a un'idea barocca della politica e non legittimerebbe sul campo gli autentici vincitori della competizione elettorale". Più secca, invece, la posizione di Enrico Boselli, leader dello Sdi. "Andremo in montagna", scherza il leader dei socialisti di governo, ricordando l'invito di Craxi al referendum elettorale del '91: "Al mare ci siamo già andati una volta, e la cosa non ci ha portato bene...". Contro l'astensionismo si esprimono il presidente della Camera Luciano Violante ("Per conquistare il diritto al voto si è versato del sangue") e l'intero vertice di An. "Il fronte del No ha ripiegato, più o meno a mezza bocca, sull'invito all'astensione - dice Gianfranco Fini -. Una posizione poco dignitosa, tipica di chi non ha argomenti di merito. Sperano che la guerra distragga gli italiani: il fronte del No confida su Milosevic". L'"allarme quorum" sembra tuttavia attenuarsi. Per la prima volta il comitato referendario si lascia andare a commenti ottimistici. "Un sondaggio che abbiamo commissionato giovedì scorso - rivelano Luigi Abete e Maurizio Chiocchetti - dimostra che un italiano su due ha già deciso di andare a votare. Un altro 25 per cento non ha ancora preso una decisione. I nostri sforzi si concentreranno sugli indecisi. Il quorum, comunque è già raggiunto". Alle accuse del comitato del No, che venerdì aveva lamentato la carenza di fondi per la propaganda, i referendari rispondono duro: "Se un partito come il ppi sostiene di non sapere dove reperire i soldi - dice Giuseppe Basini - allora vuol dire che ha fatto la scelta politica di non reperirli. Il motivo? E' evidente: sperano nell'astensione...". |