La Stampa

Mercoledì, 7 aprile 1999


UN VOTO CON TROPPI AMICI
di Paolo Guzzanti

A voler essere dietristi, bisognerebbe dire che il vero scopo dell'attacco della Nato era far fallire il referendum del 18 aprile in Italia. La prova è sotto gli occhi: a parte quelle muffe tribunucce televisive in cui due sventurati, uno per il sì e uno per il no, ripetono la loro noiosa e simmetrica tiritera, del referendum non importa quasi più niente a nessuno. La guerra divora infatti sia lo spazio della realtà che della fantasia, sicché i giornali abbandonano ormai il referendum come oggetto dell'attenzione e lo consegnano a un destino sciagurato: se il 18 aprile sarà una domenica assolata potrebbe andare al mare la metà più uno dei votanti, cosa che manderebbe all'aria banchetti e speranze dei referendari, fra i quali il più sdegnato è Mario Segni come si legge oggi in una intervista sulla "Stampa". Ma a farsi sentire non è soltanto Segni: anche i leader che affiancano la causa, come Veltroni e Fini, gridano all'oscuramento, che è peraltro la banale conseguenza di ogni guerra aerea. Lo spettacolo è bizzarro: finché si tratta di Segni, nulla da obiettare. Ma quando a insorgere sono i segretari dei partiti, che in quanto tali sono il bersaglio naturale del referendum, qualcosa non quadra. Non quadra, ma ci riporta indietro al tempo di altri referendum i cui promotori erano pochi, stremati e febbricitanti. E che però al momento del trionfo a Piazza Navona, venivano sommersi e quasi espulsi da una allegra brigata di volti riposati, rubizzi e sornioni.


Segni: voto senza appello
Se si perde è per sempre
IL LEADER DEI REFERENDARI: O IL BIPOLARISMO O LA RETROMARCIA
Intervista di Guido Tiberga

GLI italiani devono ricordarsi che non c'è soltanto la guerra. Devono capire che la vita continua...". Mario Segni si accorge di aver sfiorato i confini del cinismo, nella sua ostinata difesa del referendum, e subito frena: "E' umano che le bombe e le tragedie umane distraggano l'opinione pubblica, ci mancherebbe. Ma per la vita politica italiana il 18 aprile aprirà una nuova era: dopo quella data, nulla sarà più come prima. Questo gli italiani devono capire. Per questo devono andare a votare".

I sondaggi parlano di un quorum sempre più a rischio. Gli italiani "capiranno", secondo lei?
"Io credo che gli elettori siano molto più attenti e più intelligenti di quanto comunemente si creda. Certo, il momento internazionale non ci aiuta a far aprire gli occhi a tutti. Ma i nemici del referendum non si illudano di seppellire il 18 aprile sotto le bombe del Kosovo. L'importanza di questo voto è enorme per il futuro del Paese. Comunque vada a finire".

Anche se non si dovesse raggiungere il quorum?
"Anche. Non ci saranno appelli dopo il referendum: o si fa un altro passo avanti verso il bipolarismo vero, o si innesta una retromarcia senza ritorno. Siamo in mezzo al guado: basta pensare ai travagli che ha dovuto subire il nostro governo proprio in relazione a questa tragica guerra".

In che senso?
"Secondo lei è un caso se siamo stati l'unico Paese della Nato a rischiare la crisi per i fatti del Kosovo? La Francia e la Gran Bretagna non ce l'hanno un Cossutta che minaccia ogni giorno di ritirare i ministri. E non ce l'hanno perché il loro sistema protegge il governo dai ricattatori della politica, dai Bossi e dai Bertinotti di turno. Questo gli italiani lo hanno già capito. Quello che forse non hanno ancora chiaro è quello che potrebbe succedere il giorno dopo un'elezione senza quota proporzionale. Una rivoluzione, a partire dai titoli dei giornali".

Che c'entrano i giornali?
"Ha presente i commenti nei giorni delle elezioni? Le domande che scuotono il mondo politico sono sempre le stesse: ''Di quanto si sposterà Forza Italia? Quanto prenderà l'Asinello? Quali partitini supererano lo sbarramento del 4 per cento?''. Io non so quando saranno le prossime elezioni, ma so per certo quali saranno le domande che tutti dovremo porci se il 18 aprile dovessero vincere i Sì. Le uniche domande che contano in un Paese maturo: ''Chi ha vinto?'' e ''Chi ha perso?".

Non crede che, guerra a parte, anche le diverse idee su che cosa bisognerà fare "dopo" il referendum possano convincere la gente che andare a votare è inutile?
"No. Questo è l'alibi degli avversari del referendum. I vari Marini, Urbani, Cossutta. Quelli che vanno in giro a dire: noi invitiamo a votare ''no'', ma comprendiamo che qualcuno possa restare a casa, dopo tanti referendum scippati. E' giunto il momento di dire che loro sono complici degli scippatori. E non hanno neppure il coraggio di battersi per l'astensione, di invitare la gente ad andarsene al mare. Come fece Craxi nel '91. Lui almeno si prese la responsabilità di quelle parole. Io ho rispetto per chi fa propaganda per il ''no''. Non posso averne per chi fa una propaganda surrettizia per l'astensione".

Professor Segni, viste le regole dei referendum, astenersi potrebbe essere un modo più efficace di dire "no"...
"Quelle regole sono state scritte quando ad ogni elezione le percentuali di votanti superavano l'80 per cento. Oggi, forse, non hanno più ragione di essere. Non hanno senso: per la Costituzione, il voto è un dovere dei cittadini. Invitare gli elettori a non andare alle urne è un comportamento che potrebbe addirittura superare i limiti dell'apologia. Ma non vogliamo mettere le mani avanti, né cercare facili scuse: quella contro l'astensionismo è una sfida da vincere, e noi pensiamo che il senso di responsabilità finirà per avere la meglio".


SFIDA AL FOTOFINISH
di Paolo Passarini

LA strana tregua unilaterale annunciata ieri da Slobodan Milosevic ha rimesso in moto le adrenaline della maggioranza di governo, ha costretto Massimo D'Alema a indire ieri sera una conferenza stampa straordinaria e ha ricarburato le rabbie anti-americane di Fausto Bertinotti. Ma, al di là delle prime reazioni a caldo o di generali affermazioni di principio, solo nella giornata di oggi si potrà capire se, dopo il rientro pasquale di Armando Cossutta, il governo ricomincerà a ballare davvero. Intanto i giorni passano e, per quanto meno tragiche e più banali, anche le scadenze della politica interna battono alla porta, a cominciare dal referendum elettorale, al quale mancano ormai solo 11 giorni.

MOMENTI DI GLORIA. Secondo gli esperti dei sondaggi sarà un finale da fotofinish quello che stabilirà il vincitore della corsa tra astensionisti e votanti. Si sa che, se i secondi non supereranno il cinquanta per cento degli aventi diritto al voto, qualunque risultato, anche il più schiacciante, verrebbe vanificato. E si sa anche che, sia nella maggioranza sia nell'opposizione, parecchi, più o meno camuffati, sperano finisca proprio così. Secondo Abacus, se si votasse adesso, la percentuale sarebbe del trenta per cento e si può (potrebbe?) pertanto prevedere che il 18 aprile i votanti potrebbero essere tra il 48 e il 52 per cento. Secondo Renato Mannheimer il referendum sarà valido ma "per un pugno di voti". Insomma, mentre tutti danno per scontata una netta vittoria del "sì", il referendum è seriamente a rischio.

ARRINGHE. Anche di questo ieri si è discusso nel corso di un convegno organizzato dalla Confindustria, con la partecipazione, tra gli altri, di Walter Veltroni e Gianfranco Fini, leader di due partiti contrapposti uniti però ieri nel perorare la causa del referendum e nel prevedere che il suo risultato inciderà sensibilmente sulla scelta del nuovo Presidente della Repubblica. E' stato nel corso di questo convegno che Luigi Abete si è scagliato contro una "campagna sussurrata" per non andare a votare per il referendum. Il bersaglio principale di Abete era chiaramente Silvio Berlusconi, chiamato in causa con la battuta "Se ci sei batti un colpo" e ferito dalla constatazione che, in analoghe circostanze, Bettino Craxi ebbe almeno il coraggio di dire "Andate al mare" (e perse sonoramente). A questa sortita hanno fatto seguito numerose prese di posizione di esponenti di Forza Italia, anch'esse molto critiche. Basta fare "il pesce in barile" (Lucio Colletti); basta "giocare su due tavoli perdendo la posta della credibilità" (Alfredo Biondi). Il referendum, per il momento, continua a creare più problemi alla destra che alla sinistra, incoraggiando sogni proibiti di cambi di leadership.


"Il referendum pesa sulla corsa al Quirinale"
Fini e Veltroni concordi: il prossimo Presidente
deve essere un convinto bipolarista
Abete: "Chi si astiene si dimette da cittadino italiano"
di Guido Tiberga

"Il momento internazionale è drammatico. La guerra è a pochi chilometri, stiamo assistendo a operazioni di polizia etnica inaccettabili. Capisco che l'attenzione dei media si concentri sul Kosovo. Però...". In quel "però" con cui Emma Marcegaglia saluta i partecipanti al "referendum day" indetto dai Giovani imprenditori nella sede della Confindustria c'è tutta la preoccupazione dei sostenitori del Sì all'ormai vicinissimo appuntamento del 18 aprile. Veltroni e Fini, che siedono al tavolo con Segni e Abete, finiscono per ritrovarsi d'accordo su molte cose, a partire dai legami tra l'esito del voto e la corsa verso il Quirinale. "E' chiaro - dice il leader della Quercia - che il senso del referendum si propagherà anche sulle scelte successive, a partire da quella del Presidente della Repubblica. Qui vogliamo tutti un Presidente convinto bipolarista: la vittoria del Sì renderà questo più facile...". Pochi minuti più tardi, il leader di An si porrà sulle stesse posizioni: "Un Capo dello Stato che voglia i voti di An - spiega - dev'essere consapevole dell'importanza del referendum, della necessità di cambiare il sistema politico italiano in senso sempre più bipolare. Ben vengano, quindi, le dichiarazioni dei papabili. Così scopriremo le carte...".

Le parole di Veltroni, che per la prima volta lega referendum e Quirinale, sollevano malumori all'interno della maggioranza. Soprattutto sul fronte del Ppi: "Mi chiedo - commenta polemico Antonello Soro, capogruppo Ppi alla Camera - se sia più bipolarista un candidato favorevole alla legge elettorale proposta da Amato o uno che vota sì al referendum". Il segretario Ds insiste: "Mi auguro che l'elezione del Presidente avvenga in tempi brevi. Ma ho paura che ci ritroveremo spesso in situazioni di stallo: abbiamo un gruppo misto con oltre cento parlamentari, e siccome si voterà a un mese dalle Europee ognuno sarà tentato di alzare il cartello del no o del sì a seconda di quante righe in più avrà sui giornali. La parola visibilità evoca un circuito in cui tutto è visibile, tranne la volontà degli elettori...".

L'incubo dei referendari, a dodici giorni dall'esame, è tutto sul quorum. I sondaggi danno una quota di votanti compresa tra il 48 e il 52 per cento. Il rischio di restare al palo è concreto, troppo per litigare su quelle che Abete definisce "tecnicalità": le scelte da compiere dopo il 18 aprile, il presidenzialismo di An, le primarie dell'Ulivo e di Segni, il doppio turno dei Ds. Il pericolo è "tornare indietro di molti anni". Non a caso Segni, Abete, Fini e Veltroni hanno parole durissime per chi, dal fronte del "no", svolge "una campagna sussurrata" a favore dell'astensione. "Una furbizia moralmente inaccettabile", dice il leader dei Ds. "Chi non va a votare si dimette da cittadino", aggiunge Abete, attirandosi la provocatoria risposta di Mauro Paissan: "Ecco le mie dimissioni da italiano - commenta il deputato Verde -. Io non andrò a votare per un referendum inutile e truffaldino, e come me faranno diversi milioni di elettori. Abete ci espelle tutti dal consorzio civile? E' questa la sua concezione di democrazia?". Ma l'ex presidente di Confindustria va oltre. Invia una serie di "telegrammi" ideali ai compagni di viaggio. Uno è per Silvio Berlusconi: "Anche nel football è dimostrato che chi gioca spesso sulla tre quarti non ha futuro. Se ci sei, batti un colpo. Facci sapere se ci sei per il referendum, e fallo sapere anche agli altri". Una richiesta di chiarezza che arriva anche dall'interno di Forza Italia: ieri l'ex ministro Biondi ha invitato il suo leader a farla finita con "l'ambiguità". Berlusconi, per ora, tace: la sua stessa presenza al vertice con Abete, Prodi, Veltroni, Fini e Casini, venerdì nella sede del comitato referendario, è data per "molto difficile".

 

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