Riforma
elettorale, D'Alema accelera ROMA. Enrico La Loggia, nel suo studio di capogruppo azzurro a Palazzo Madama, mostra persino una bozza di scheda elettorale, "frutto di una riunione di partito che mi ha tenuto sveglio fino alle tre del mattino". Massimo D'Alema, che a differenza di Berlusconi non ama le ore piccole, convoca un vertice di maggioranza per stamani alle 8. Obiettivo: dare un segnale forte, dimostrare che sulla via della riforma i passi avanti non sono soltanto virtuali. Ieri anche Romano Prodi, che mercoledì non si era pronunciato, ha dato il suo assenso all'ultima proposta del centro-sinistra: "Sono tendenzialmente favorevole - ha detto l'ex premier ai microfoni di ''Radio anch'io'' -. Il referendum? Se la riforma arriva prima va benissismo, purché dia delle risposte precise alle domande che arrivano dal quesito...". La maggioranza va avanti e vuole dimostrarlo. A Palazzo Chigi c'è pure chi sussurra che D'Alema e Amato potrebbero blindare la proposta maturata l'altro ieri, presentandola al Parlamento come disegno di legge governativo. "Spero che non lo facciano - commenta La Loggia -. Se le cose restano così ci sono più possibilità di raggiungere un risultato. Ma in ogni caso non sarebbe un ostacolo insormontabile". A puntare i piedi contro l'intesa resta soltanto l'opposizione di sinistra: "Il fatto che D'Alema partecipi a un vertice di maggioranza sulla legge elettorale è un fatto gravissimo di per sé - protesta Fausto Bertinotti -. Il governo ha sempre mantenuto un atteggiamento distaccato, motivato dall'esigenza di di ricercare un accordo parlamentare. E' un cambiamenti di metodo allarmante". Il presidente dei deputati di Forza Italia, nel pomeriggio di ieri, ha incontrato Giuliano Amato. In serata dice che il ministro "ha apprezzato" la proposta di Forza Italia, nata dopo una lunghissima maratona voluta da Berlusconi nella tarda serata di mercoledì, subito dopo l'annuncio dell'accordo di maggioranza. Il Cavaliere, nel transatlantico di Montecitorio, ripete più volte la parola "contributo", motiva la nuova bozza con la "volontà di costruire, non di criticare soltanto". Poi aggiunge: "Non è che diciamo prendere o lasciare. E' un contribuito al lavoro di Amato, non una cosa sulla quale tirar su le barricate". I progetti sul tavolo, quindi, sono diventati due. Diversi al punto da apparire opposti: doppio turno con ballottaggio nel testo del senatore diessino Villone, che ha rielaborato il precedente progetto di Amato. Turno secco per la proposta di Forza Italia, "Perché - spiega Berlusconi - vi immaginate che cosa potrebbe succedere al Nord con la Lega ai ballottaggi?". Maggioritario da estendere al 90 per cento dei seggi per Villone, da lasciare al 75 per cento per La Loggia. "Perché adesso non ci possiamo permettere di ridisegnare i collegi - spiega il presidente dei senatori azzurri -. Ne uscirebbe una pioggia di polemiche, peggio del sorteggio degli arbitri: non si parlerebbe d'altro che di favoriti e danneggiati...". Eppure il clima è positivo: "Le possibilità di un accordo tra maggioranza e opposizione vanno crescendo", conferma il ministro per i Rapporti con il Parlamento Guido Folloni, ottimista nonostante lo sprezzante "no" di Gianfranco Fini, che ha mandato a dire agli alleati che leggerà la loro proposta "soltanto per cultura personale", salvo poi correggere il tiro dall'aula nella sua commemorazione di Tatarella: "Come diceva Pinuccio - ha ricordato il presidente di An - il filo non si è rotto, si è soltanto ingarbugliato troppo. Sbrogliare i fili sarà difficile, ma noi ci proveremo". E nonostante i tempi scelti da Forza Italia possano far pensare a un tentativo di confondere il tavolo all'ultimo minuto. "Noi abbiamo cominciato a lavorare molto tempo fa - nega La Loggia -. Avevamo pure avuto degli incontri con il ministro. Poi abbiamo ritenuto di fermarci in attesa che la maggioranza arrivasse a una proposta unitaria. I tempi sono arrivati, e noi siamo pronti a discutere. Non sono né ottimista né pessimista. Gli ostacoli sono tanti, a partire dalla volontà della maggioranza di andare comunque al doppio turno. Ma io sto ai fatti, e i fatti dicono che il confronto è aperto. Lo stesso Amato mi ha fatto capire che la loro porta è ancora aperta". Restano i timori dei referendari, che non credono affatto alle rassicurazioni: "Le distanze sono incolmabili - tuonano Marco Taradash e Peppino Calderisi, l'ala radicale di Forza Italia -. Questo Parlamento non è in grado di varare una riforma seria. L'unica via è il referendum, da far svolgere alla prima data utile, il prossimo 18 aprile". In ogni caso, tutti giurano di non volerlo né sminuire né tantomeno cancellare. "Il percorso non sarà breve - aggiunge La Loggia - Il sacrosanto diritto dei cittadini di votare al referendum sarà rispettato. A meno di un miracolo, naturalmente". |
LA GUERRA
DEI NUMERI RESOSI perfettamente conto che, senza uno scatto di reni, il suo governo rischia di finire in salumeria, Massimo D'Alema ha spronato i suoi collaboratori a chiudere velocemente qualche partita aperta e ha deciso di scendere personalmente in campo per limitare i danni dell'incombente referendum elettorale. Così, accettando di esporsi a critiche di parzialità (Fausto Bertinotti), ha convocato per questa mattina un vertice di maggioranza con all'ordine del giorno, in generale, l'agenda del governo e, in particolare, proprio la nuova legge elettorale. IL RITORNO DI ZORRO. Ieri è stata senz'altro una giornata positiva per Giuliano Amato. Sulla sua nuova proposta (doppio turno non più "eventuale" con due finalisti nel caso che al primo turno nessun candidato superi la soglia del 50%), il ministro per le Riforme Istituzionali ha raccolto parecchi consensi, allineando dietro di sé più o meno tutta la maggioranza e anche una parte almeno della Lega. La riunione di questa mattina nelle intenzioni di D'Alema deve proprio servire ad apporre il sigillo della maggioranza sulla nuova proposta, lasciando ovviamente la porta aperta a ulteriori trattative. La strategia del premier è semplice: occorre potersi presentare in campagna referendaria, sostenendo a buon diritto che la maggioranza ha già una proposta. D'Alema si rende perfettamente conto che non avrebbe senso forzare i tempi per evitare il referendum, perché l'operazione non riuscirebbe. Non punta neppure a forzare un voto di maggioranza sulla legge in uno dei due rami parlamentari, perché in questo modo si pregiudicherebbe ogni dialogo futuro con Silvio Berlusconi e le opposizioni in genere. Se venisse un'approvazione preliminare in commissione al Senato, sarebbe un optional gradito, ma non al prezzo di rompere cocci. L'importante è che ci sia una proposta di maggioranza per togliere ai referendari due argomenti: il Parlamento non ha fatto niente; senza il referendum non si può fare alcuna legge. In questo modo il referendum si svuoterebbe in parte di senso (la speranzuccia che non scatti il quorum dei votanti c'è sempre) e comunque si sdrammatizzerebbe. IL GOVERNATORE MONTERO. L'avversario Berlusconi ha presentato ieri una sua proposta, che ha definito prudentemente un "contributo". Lo ha fatto per due ragioni: primo, non irritare l'alleato Gianfranco Fini, che non vuole sentir parlare di trattative sulla legge elettorale prima del referendum e ieri ha detto che leggerà la proposta del Cavaliere "solo per cultura personale"; secondo, far capire ad Amato (e D'Alema) che la sua proposta, molto distante da quella del ministro, non è chiusa. Berlusconi ha proposto un monoturno con premio di maggioranza e 25% di proporzionale. Ma della proposta Amato gli piace che i finalisti siano stati ridotti da tre a due (via quel "terzo incomodo" della Lega), ma non gli piace la soglia troppo alta (il "terzo incomodo" rientrerebbe). La ragione è semplice: almeno un ottantina di parlamentari di Forza Italia sono stati eletti con meno del 50% (in Piemonte, tutti sotto il 45%). Questo significa che, con la proposta Amato, il cavaliere dovrebbe rimettere in palio 80 seggi già acquisiti. Ma, se Amato abbassasse la soglia al 40% Berlusconi potrebbe cambiare idea (dopo il referendum, naturalmente). Questo ha fatto capire ieri sera il capogruppo di Fi al Senato Enrico La Loggia ad Amato. Il problema è che il ministro aveva alzato la soglia per timore di una bocciatura della Corte Costituzionale, che potrebbe considerare la legge non coerente con lo spirito maggioritario del referendum. E questo è il problema su cui dovrà lavorare Amato d'ora in avanti. |
LE STRATEGIE DEL
PREMIER PER come si sono messe le cose in queste settimane l'entrata in campo di Massimo D'Alema sul delicato tema delle riforme istituzionali è diventata quasi un atto dovuto. Certo Bertinotti ha posto ieri un problema di opportunità politica e istituzionale - e forse qualche ragione ce l'ha - ma in una situazione vaga e confusa come l'attuale il governo non poteva non assumersi le proprie responsabilità. Tanto più che l'altro ieri, ponendo il tema dell'ingorgo istituzionale di primavera (elezione del Presidente della Repubblica-referendum-elezioni europee e amministrative) e delle sue possibili dimissioni anticipate, Scalfaro ha finito per dare un'ulteriore spinta alla drammatizzazione. Così ieri D'Alema è tornato a farsi sentire dopo una fase di totale apatia sui temi politici: ha verificato con i leader dei partiti della maggioranza le possibilità reali di un'intesa sull'ultima bozza Amato (l'altro ieri sera ha incassato anche il "sì" di Cossiga) e ha convocato un vertice a Palazzo Chigi dopo aver promesso in passato - va pure ricordato - che non ne avrebbe mai fatti. Un'impresa tutt'altro che semplice: il premier oggi farà sedere allo stesso tavolo Di Pietro, bipolarista convinto, e un Mastella che non ha mai nascosto la nostalgia per il proporzionale. E, ancora ieri, non era stato risolta una questione delicata come la partecipazione di Prodi al vertice: a che titolo il Professore potrebbe essere presente, come rappresentante di una nuova forza politica che, nei fatti, deve essere ancora costituita? O come leader dell'Ulivo? Alla fine in serata lo stesso D'Alema ha telefonato a Prodi per conoscerne le intenzioni e sondarlo sulla proposta Amato (sono "tendenzialmente" d'accordo aveva detto al mattino l'ex-premier) . Insomma, D'Alema ha deciso di aprire le danze puntando ad ottenere oggi un successo che potrebbe metterlo al riparo di brutte sorprese domani. Prendendo spunto dal programmma dell'Ulivo in cui è indicato il doppio turno di collegio come modello elettorale, e facendolo accettare all'Udr, il premier vuole provare, infatti, che la maggioranza non si divide sulla riforma elettorale. "Non si tratta - ha spiegato - di approvare in toto o in parte la legge prima del referendum, ma di far capire all'opinione pubblica che i politici sono capaci di avanzare una proposta di riforma, e che su un tema delicato come la legge elettorale la maggioranza c'è". L'iniziativa, quindi, non punta ad evitare il referendum ma a "depotenziarne" gli effetti e a dimostrare che la legge elettorale non è dirompente per le forze che sorreggono il governo. Insomma, è un tentativo di tranquillizzare la situazione alla vigilia di quell'"ingorgo istituzionale" che potrebbe mettere a dura prova il quadro politico, di spazzare via l'ipotesi di elezioni anticipate che ha fatto capolino in queste settimane. E proprio per rendere evidente a tutti che la situazione è sotto controllo, ieri il governo ha cominciato ad affrontare anche la questione della data del referendum. D'Alema si è convinto che la scelta migliore è quella di fare presto, per cui si stanno valutando una serie di opzioni: c'è la data del 18 aprile (ma qualcuno sussurra che Scalfaro non voglia far coincidere la data della storica vittoria democristiana con un'iniziativa che ha nel suo mirino anche i partiti); quelle del 25 aprile e del 2 maggio (ma D'Alema ha qualche dubbio a chiamare i cittadini alle urne in prossimità di due festività importanti). Alla fine è probabile che, per tagliare la testa al toro, il governo fissi il voto nella prima data utile, cioè il 18 aprile. Ma il tentativo di D'Alema di pilotare un minimo le scadenze importanti dei prossimi mesi, riuscirà o no? Sulla carta oggi il premier dovrebbe ottenere un accordo di massima della maggioranza di governo sulla legge elettorale che potrebbe spingere Amato a presentare un disegno di legge in Parlamento. Su queste basi il governo potrebbe aprire anche una trattativa con le opposizioni, con un Berlusconi che, almeno a parole, non rifiuta il confronto, e con Bossi. Bisogna vedere, però, se tutto questo potrà sopravvivere alla campagna referendaria che Prodi e Di Pietro da una parte, e Fini dall'altra, vorranno giocarsi fino in fondo. Eppoi c'è l'ostacolo più spinoso dell'ingorgo istituzionale: l'elezione del nuovo Capo dello Stato. Sul nome del successore di Scalfaro non c'è ancora nessun accordo nella maggioranza e con l'opposizione. Addirittura in questi mesi le candidature si sono moltiplicate e anche chi almeno sulla carta non ha più chances (vedi Scalfaro) non demorde. E tutto questo potrebbe avere effetti destabilizzanti. Ecco perché la possibile intesa di oggi potrebbe rivelarsi nel giro di qualche settimana l'ennesima chimera. |