BLOCCARE IL
RITORNO AL PASSATO COME se il Paese fosse irriformabile, il quorum mancato del referendum contro la quota proporzionale ha riportato la discussione politica indietro di mesi e forse di anni, aprendo la strada a tutte le tentazioni, tutte le scorciatoie e tutti i rigurgiti del passato. Vedremo dopo di chi è la colpa. Intanto diciamo che tutte queste riserve covavano evidentemente nell' ombra del gracile maggioritario introdotto a fatica nel nostro sistema. I falsi bipolari sono venuti subito allo scoperto, tra i vincitori e tra gli sconfitti, senza perdere tempo. Il sogno è quello di tornare indietro, all'epoca d'oro del Caf, con il gran sole democristiano fermo e immutabile al centro del sistema, e i partitini a ruota intorno. La nuova Dc è già pronta, con il battesimo popolare ed europeo di Silvio Berlusconi, riconvertito e benedetto da Helmut Kohl, pronto a veder diventare Forza Italia il primo partito italiano e a dimenticare in un batter d'occhio tutta la predicazione polista, maggioritaria, bipolare. I gregari e i satelliti poi, come sempre in Italia, seguiranno. Questo esito è possibile, forse addirittura probabile: e tuttavia non è scontato. Dipende dalla lettura che si vorrà e si saprà dare del risultato del referendum, e insieme di tutta quest'ultima avventura referendaria. Dipende dalla capacità delle forze che hanno scelto il maggioritario, a sinistra come a destra, di rimanere fedeli a se stesse, agli impegni presi con gli elettori, alla decenza della politica. Perché è vero che il referendum non è passato. Ma è altrettanto vero che gli astenuti non possono essere sommati con il "no". Sarebbe, più ancora che un'appropriazione indebita, un falso storico. Quella che non ha votato non è un'Italia improvvisamente proporzionalista. Più semplicemente, è un'Italia che non si è fatta convincere dalle ragioni del "sì", per molti e diversi motivi. Vediamoli. Ci sono naturalmente, e prima di tutto, spiegazioni che possiamo definire "tecniche". L'ABUSO passato di referendum, la disinvoltura e la spudoratezza con cui la classe politica ne ha tradito il risultato (come quando ha pervicacemente aggirato il no al finanziamento pubblico dei partiti), la nuova indifferenza rispetto alle forme e alle espressioni tradizionali della politica, che fa crescere ad ogni elezione la quota dei non votanti. E poi, ovviamente, lo specifico drammatico di questi giorni italiani, con la guerra nei Balcani che angoscia i cittadini, monopolizza l'informazione, e ridimensiona drasticamente le vicende politiche di casa nostra. Ma c'è qualcosa di più, e chi fa finta di non vederlo sbaglia. Sappiamo tutti che il referendum è un'accetta, che taglia il nodo politico in due, e non consente sofisticazioni nella sua logica binaria. Questa volta, e per tutta la campagna, qualcuno ha tentato di trasformare l'accetta in una clava scagliata contro la politica tradizionale, in una semplificazione primordiale della politica che pensava di vellicare lo spirito dei tempi tuonando contro la partitocrazia: giungendo in realtà per questa strada a corteggiare addirittura l'antipolitica. Questo primitivismo che crede di trasformare la politica in scorciatoia, attribuendo una patente di legittimità soltanto ai partiti nuovi per delegittimare tutta l'esperienza storica italiana, ha pensato che il referendum fosse lo strumento per mettere in fuorigioco la politica tradizionale, bollandola tutta insieme, indistintamente, come figlia maledetta della "Prima Repubblica". In realtà, come ben dimostrano le biografie e i curricula personali, la Prima Repubblica è dovunque, nei nuovi come nei vecchi partiti, a destra come a sinistra. Conta la propensione al nuovo, la disponibilità al cambiamento, la volontà di riforma. Per questo il referendum andava appoggiato. Per il suo significato proprio, per l'obiettivo tecnico che si proponeva, per lo strumento che poteva diventare nelle mani dei cittadini intenzionati a rafforzare il maggioritario. Ma una parte dei referendari - perché non dirlo? - insieme con il consolidamento del maggioritario voleva altro. E una parte dei cittadini elettori lo ha capito. A destra come a sinistra è infatti andato in scena un tentativo parallelo, perfettamente legittimo, però mai dichiarato alla luce del sole. Il nuovo partito dei "Democratici" ha pensato che il referendum potesse funzionare come una patente di "nuovismo" a buon mercato, da brandire e incassare poi fuori dalla sfida referendaria, nella sfida elettorale contro i partiti storici dell'Ulivo, il Pds e il Ppi, al di là del loro schieramento per il "sì" o per il "no". A destra, Fini ha meditato qualcosa di più sofisticato: un tentativo di ribattezzarsi politicamente come l'apriscatole del sistema, sposando Segni dopo un ripudio praticamente già pronto di Berlusconi e trasformando addirittura il referendum in partito permanente, con una svolta nuovista e movimentista in sella all'Elefante. Tutto ciò, naturalmente e con ogni evidenza, in aperta, simmetrica e perfetta contrapposizione modernista e post-politica alla novità dell'Asinello. Va detto, per onestà, che in tanto fervore improprio l'unico leader politico che ha schierato il suo partito per il referendum guardando al referendum e non ad un suo uso ultroneo, è stato Veltroni, che ha collocato il Pds là dove non poteva non stare. E infatti, con buona pace di nuovisti, manovrieri e velleitari, il Pds è stato il vero zoccolo duro di quei milioni di voti maggioritari per il sì, che senza la vituperata e "vecchia" sinistra storica sarebbero precipitati a quote ridicole e risibili. Com'è potuto accadere tutto ciò? Per una doppia impazienza politica, com'è evidente. Per Fini, dal Quirinale alla premiership è tutto un richiamo di scadenze che si avvicinano mentre gli anni passano, i sondaggi ingialliscono, le ambizioni invecchiano e il Cavaliere rimane al suo posto, inossidabile, nonostante il vento giudiziario e la pioggia politica. L'approdo post-democristiano di Berlusconi fa intravedere al leader di An una nuova, inattesa marginalità cinque anni dopo l'altrettanto improvviso sdoganamento. Si capisce dunque la fretta, con la cultura referendaria che funziona da surrogato modernista, perfetto per chi non ha ancora saputo - o non può - elaborare una cultura definitiva e autonoma di destra conservatrice occidentale. Ma si capisce altrettanto, a ben guardare, la fretta dei "Democratici", incarnata e quasi somatizzata da Antonio Di Pietro nella sua concezione trafelata della politica. Inutile dire che difenderemo sempre, come abbiamo sempre difeso, il pm di Mani Pulite contro gli attacchi furibondi di chi voleva e vorrebbe annientare con lui tutta l'esperienza di Tangentopoli. Ma l'uomo politico è a tutta evidenza un uomo impolitico, che gioca questa impoliticità non tanto contro la partitocrazia che ha conosciuto da magistrato nelle inchieste sulla corruzione, ma contro i partiti tout court. Qualcuno dovrebbe spiegare a lui (e a chi pensa di trarre silenziosamente profitto da questa sua deriva) che in tutti i Paesi civili i partiti sono lo strumento inventato dalla democrazia per organizzare alla luce del sole gli interessi legittimi intorno a valori e tradizioni. L' alternativa è soltanto il notabilato (magari ereditario) o l'opacità dei gruppi di pressione. Diversa, naturalmente, è la degenerazione partitocratica, la trasformazione della politica in casta o in "razza eterna", come si diceva in Urss, la confisca della cosa pubblica da un lato e del potere di decisione dei cittadini dall'altro, da parte dei vertici politici trasformati in consorteria permanente e in regime, come ai tempi del Caf. Ma guai a non distinguere. E tuttavia, anche in questo caso, l'incapacità di distinguere nasce dalla fretta. L'impazienza di capitalizzare politicamente ed elettoralmente l'avventura politica iniziata da Prodi. Forse avvertendo che senza Prodi quel partito è una cosa diversa, non solo perché gli manca il leader e la guida: ma perché Prodi era il punto di raccordo di personalità diverse e il punto di fusione di popolarità distinte, che senza di lui rischiano di restare tali. Perché Prodi, prima che un leader, era l'espressione di una cultura politica e di un'identità riformista precisa. Senza di lui, si capisce la fretta, e in tanta fretta il referendum diventa naturalmente la scorciatoia da sfruttare ad ogni costo e fino in fondo, ben al di là del suo significato e dei suoi risultati. Se questo è il quadro, mentre la destra deve badare ai problemi suoi, con Fini e Berlusconi separati in casa, impressiona la disarticolazione del centrosinistra, avvelenato, impotente e diviso. E' ancora possibile recuperare le ragioni dell'Ulivo, dopo averlo calpestato a turno? Sì: a patto che D'Alema, Prodi e Veltroni superino le gelosie e le rivalità reciproche e trovino un doppio filo comune capace di ricucire le ragioni dell'Ulivo e quelle del centrosinistra di governo. Tutto ciò può avvenire solo attraverso uno sforzo di generosità politica di cui almeno due su tre dei protagonisti si sono finora dimostrati incapaci. Ma può avvenire, ed è ciò che chiedono, anzi impongono, gli elettori. A partire, naturalmente, dalle ragioni delle riforme e del maggioritario, che non sono naufragate per un referendum perso male perché condotto peggio. |
Ma Segni non si
arrende: "Tutta colpa del Cavaliere" ROMA - I referendum sono morti, Mario Segni no. La beffa del quorum - che c'è, eccolo qui, anzi no: ci dicono che non è vero - ha spogliato l'uomo del Sì della sua arma. Non la sua arma migliore: la sua unica arma. I pacchi di firme, i moduli con i quesiti, i tavoli nelle piazze, insomma tutto l'arsenale referendario di Mario il Testardo da ieri notte è stato annientato dal destino cinico e baro, quei duecentomila voti che sono mancati alla conta affondando la sua ultima navicella, il terzo referendum che doveva completare la transizione italiana dalla proporzionale al maggioritario. E' finita, dunque? Partirà per un anno sabbatico all'estero, come lo ha subito esortato a fare Diego Novelli? Macché. Rieccolo. Perché adesso, dopo una notte senza sonno passata a tormentarsi sugli errori del passato e sulle trappole del futuro, Segni si lancia a mani nude contro Silvio Berlusconi, accusandolo di essere "il primo responsabile della sconfitta dei referendum" e sfidandolo nientemeno che sul suo terreno: il dominio del Polo. "Io sono un piccolissimo Davide contro Golia. E in genere vince Golia, anche se Davide è più simpatico...". Una mossa a sorpresa anche per i suoi amici pattisti, e persino per i quattro di An che dopo essersi seduti in prima fila nella sontuosa sala dell'hotel Plaza per assistere al lancio dell'elefantino sono rimasti senza parole per la sfida di Segni al Cavaliere, restando torvi e a braccia conserte mentre tutti applaudivano e mormorando all'uscita che loro di sicuro non sarebbero venuti neanche a prendere un caffè, se avessero saputo cosa bolliva nella pentola di Mariotto. Una decisione inaspettata, certo. Quando l'ha presa, Segni? Di sicuro non ce l' aveva in mente quando ha letto alle telecamere il bollettino della disfatta, annunciando che "da questo momento ognuno continuerà a battersi nel proprio ruolo: di politico, di cittadino, o nel mio caso di professore universitario...". Qualcuno l'aveva interpretato come un passo sulle orme di Cincinnato, un ritiro definitivo e totale. E forse lui stesso pensava a questo sbocco, mentre cercava di prendere sonno nella sua breve notte da grande sconfitto. Più ci pensava, e più gli tornavano in mente le parole del suo consigliere numero uno, cioè sua moglie Vicki, sussurrategli mentre tornavano a casa: "Mario, non hai scelta: o molli tutto definitivamente, o tiri fuori la spada". Mollare. Dire addio agli amici, alle fedeli segretarie, ai seguaci veri e finti. Ritirarsi nella sua cattedra di diritto civile a Sassari. In fondo era una soluzione dignitosa. Gli italiani avevano scelto il Mattarellum? Se lo tenessero. Lui più che inventarsi il referendum e portarlo fino al voto non poteva fare. Certo, gli sarebbe dispiaciuto chiudere la sede di via Belsiana. Dire addio a Teresita, a Gloria, a Bianca, a Lauretta e a tutti i volontari referendari. Mandare in cantina i manifesti di due refendum vinti, le foto dei tavolini sotto la pioggia, la gigantografia del Palasport strapieno per la prima adunata sotto l'insegna dei "popolari per la riforma", quella in cui il secondo relatore si chiamava Romano Prodi. Eppure, pensava, forse è giusto così: "Tutte le stagioni finiscono" aveva spiegato agli amici dopo il risultato- choc della notte. Era davvero incamminato verso l'ultimo ritiro, dunque, ieri mattina, quando sua figlia Cristina glielo ha letto negli occhi e gli ha dato - insieme al caffellatte - il suo ultimo avviso: "Non puoi arrenderti così, papà. Se tu abbandoni, io lascio l'università". Può, un leader politico, decidere una delle sue mosse più sofferte tendendo l'orecchio alle parole della moglie e delle figlie? Certo che può. Di sicuro Segni, che non ha mai voluto o saputo costruirsi un suo partito, è sempre partito di lì per le sue fortunate traversate nel deserto o per i suoi sfortunati attacchi ai mulini a vento. Così ha deciso, a colazione, che lui non avrebbe mollato. Gli rimaneva la spada. Una spada di latta, per il momento, un'arma spuntata dal fallimento del referendum: ma l'avrebbe impugnata contro l'uomo che ormai Segni considera il padre di tutte le sconfitte: Silvio Berlusconi. "E' stato lui a dire che il governo mandava solo 20 miliardi ai profughi kosovari, mentre ne spendeva mille per un referendum inutile. E' stato lui a impedire a Forza Italia di sostenere questa battaglia, ordinando ai suoi giornali e alle sue tv di spararci alle gomme...". Buttare giù Berlusconi dal suo piedistallo, ecco il suo nuovo obiettivo. Segni ne ha parlato prima con Augusto Barbera, il vecchio amico referendario, poi con Gianfranco Fini, andandolo a trovare in via della Scrofa. Sapeva già, in fondo, quali risposte avrebbe avuto da entrambi. E all'una ha buttato giù il suo discorso del pomeriggio, per la convention che avrebbe dovuto suggellare il suo trionfo referendario e invece sembrava diventata una beffarda celebrazione della sconfitta. Un discorso che naturalmente ha ignorato, al momento di parlare alla platea del Plaza, perché alla fine ha parlato a braccio. Abbiamo perso, ha detto, e non cerchiamo attenuanti. "Ma dobbiamo dire con franchezza che il primo responsabile della sconfitta del referendum si chiama Berlusconi". Ci ha boicottati, ha evocato la nostalgia della proporzionale, è andato a votare - "vicenda singolare" - solo pochi minuti prima che chiudessero i seggi. E ora ci consegna la prospettiva di "riforme pasticciate il cui terreno di scambio potrebbe essere ancora una volta la giustizia". Non ci sto, dice Segni. E ora che i referendum sono diventati una pistola scarica, ci rimane solo una strada per cambiare il volto del nostro sistema politico: "Dare all'Italia un centro-destra diverso", vale a dire "un'area liberaldemocratica" che non sia più guidata da Berlusconi. Sarà l'elefantino bianco ad attaccare il Golia di Arcore? Segni invita a non correre, "perché l'ultima cosa che dobbiamo fare è dar vita a un altro partitino". Ma non spiega quando, dove e con quali forze attaccherà il potente Cavaliere. Insomma, per il momento lui ha lanciato il guanto di sfida: adesso aspetta di vedere chi è disposto a seguirlo. |