Il quorum salta
nella notte ROMA - Per un soffio, questione di mezzo punto percentuale: il fronte del sì non ce l'ha fatta. I votanti si sono fermati al 49,6 per cento. Il referendum non è valido, è nullo per 158 mila 792 elettori che non sono andati al seggio. Fino all'una e mezza la cronaca è quella di un risultato elettorale virtuale. In piena notte, dopo tre ore e mezza dalla chiusura delle urne, il ministero dell'Interno ancora non era riuscito a fornire i risultati ufficiali dell'affluenza alle urne tenendo con il fiato sospeso i sì, che fino a mezz'ora prima avevano assaporato il gusto di una sofferta vittoria. E i no che si erano rassegnati a una onorevole sconfitta. All'una meno cinque, quando già i leader politici si erano affrontati in diretta tv per oltre due ore - con Veltroni, Fini e Di Pietro cautamente ma decisamente soddisfatti e Marini, Bertinotti e Cossutta nella parte degli sconfitti con onore - il quorum - secondo le proiezioni - c'era. Cinque minuti più tardi la prima clamorosa sorpresa. Il Tg5 annunciava che il quorum non c' era più: 95 province su 103 dicevano che la percentuale dei votanti era scesa al 49,7. Costernazione nel quartier generale del sì, fine dei sogni per i referendari, ma non delle speranze perchè mancavano ancora Roma, Torino, Milano e Napoli. Marini, Bertinotti, Cossutta e Bossi cominciavano a sperare nel clamoroso ribaltamento della situazione, un finale che nemmeno il più funambolico scrittore di thriller avrebbe saputo immaginare. Poi l'esultanza del no, in qualche caso un po' fuori le righe, con Diego Novelli che prometteva un mazzo di rose alla cronista del Tg5 che aveva dato la notizia, mettendo in imbarazzo la giornalista che aveva fatto solo il proprio lavoro. Per il no è una vittoria nei minuti di recupero, a quel punto assolutamente imprevista e insperata. Fino a quel momento, infatti, tutti avevano analizzato, ragionato, progettato e litigato partendo dall'idea che il sì, anche se di pochissimo, aveva vinto. Se il referendum fosse stato valido, infatti, i sì all'abolizione della quota proporzionale avrebbero vinto, anzi stravinto avendo ottenuto il 91,7 per cento dei consensi all'interno dei voti espressi. Ma non è andata così. Il sud non è andato a votare, Milano e Roma non sono bastate per superare il quorum. L'astensionismo ha vinto, segno forse della stanchezza degli italiani per il continuo ricorso alle urne, o magari ha pesato il disincanto sulla effettiva utilità del referendum. Senz'altro si può dire che la guerra a due passi da casa, con il carico di ansie che comporta, può avere inciso sulla voglia di andare a votare. Ma sicuramente c'è da dire che il fronte del no ha giocato tutte le sue carte non sulla possibilità di battere il sì, ma sul messaggio lanciato agli elettori di non andare a votare: una riedizione del craxiano "andate al mare e non andate a votare". Bertinotti esulta. In tv aveva paventato la scomparsa di Rifondazione dal Parlamento. Adesso cambia tutto: "Le forze che avevano puntato sul maggioritario e sul presidenzialismo, che avevano puntato sulla americanizzazione della vita politica italiana sono state battute. La quota proporziale resta mentre la fase della Bicamerale e del referendum è chiusa. Ora si può aprire una nuova fase". Diego Novelli consiglia a Di Pietro e Segni "di prendersi un anno sabbatico". Per il socialista Bobo Craxi è "una giornata che segna una svolta storica per questo decennio. Gli sconfitti sono quelli che hanno occupato la scena politica negli anni '90". "Oggi si è persa una grande occasione. - commenta molto amareggiato Mario Segni - Non è stato un voto contro il maggioritario ma un voto dettato dalla sfiducia. E' certo che il cammino delle riforme rimane oggi profondamente impantanato". E il segretario dei Ds Walter Veltroni: "Il miracolo in cui speravamo non si è realizzato. Le condizioni oggettive hanno pesato sicuramente nel determinare lo scarto che ha impedito il raggiungimento del quorum. Noi democratici di sinistra abbiamo fatto la nostra parte, come risulta dal dato del 72 per cento del sì da parte del nostro elettorato come dimostra il dato dell'affluenza nelle regioni in cui il nostro partito ha maggiore forza". Salvata la quota proporzionale, adesso i partiti cominciano a pensare al dopo. I Ds sperano ancora di portare a termine il progetto del doppio turno di collegio con una piccola quota proporzionale. "Il 90% del sì, con quasi il 50% degli elettori, è comunque una base importante per mantenere il nostro obiettivo, - commenta infatti Veltroni - che era e resta un sistema elettorale a doppio turno capace di dare stabilità al paese". Ma non sarà affatto facile, adesso. Perchè ottenuta questa insperata vittoria Bertinotti, Cossutta, Bossi e probabilmente Berlusconi si faranno sotto per rilanciare il sistema proporzionale, magari con uno sbarramento e il cancellierato alla tedesca. |
Il dramma di Segni dalla gioia
alla sconfitta ROMA - All'una di notte, laureati vincitori dalla maratona televisiva sui risultati virtuali del dottor Pagnoncelli, Fini e Di Pietro si sono ufficialmente ritrovati tra gli sconfitti della partita reale. Mentre correvano da Saxa Rubra al centro per non brindare con Segni, Abete e Occhetto, il quorum dato per certo, sicuro e garantito dall'Abacus si è dissolto in una nuvola di cifre ufficiali. Il miracolo della vittoria in extremis è diventata la beffa amara della sconfitta ai tempi supplementari, tre ore dopo la chiusura dei seggi. "Una beffa che farà il giro del mondo" ha commentato un Fini sconcertato e incredulo. Nel piccolo ufficio di Mario Segni, l'ultima stanza in fondo a sinistra del comitato referendario, gli uomini del Sì hanno chiamato i prefetti, il Viminale, i sindaci e chiunque avesse le cifre che avrebbero deciso la sorte del terzo referendum elettorale. E quando le hanno avute si sono arresi, mezz'ora prima che un Mentana esultante annunciasse il clamoroso ma ormai abituale ribaltamento delle proiezioni. "Il quorum non c' è", ha concluso a voce bassa Peppino Calderisi dopo aver fatto e rifatto a penna gli ultimi calcoli, davanti a Petruccioli, a Barbera, a Occhetto, a Taradash e a Bordon. Poi, all'1,27, quando anche il Viminale ha messo il bollo alla notizia, i leader referendari si sono chiusi in una stanza per una decidere come reagire. Sono bastati tre minuti. All'una e mezza Segni si è consegnato ai giornalisti, pallido e gelido, per ammettere senza mezzi termini la sconfitta: "E' stata persa purtroppo una grande occasione per far fare all'Italia un passo irreversibile verso il bipolarismo...". Gli sconfitti siamo noi, non le riforme, ha aggiunto, "perchè questo è un voto di sfiducia, di stanchezza, non un voto contro il maggioritario". Non aveva voluto brindare, Segni. Per due ore e mezza, mentre l' Abacus fissava il numero dei votanti al 52,7, al 51,9 e poi al 51,2 per cento, qualcosa gli diceva che era troppo bello per essere vero. No comment, ripeteva scaramantico passeggiando nervosamente su e giù per il corridoio del suo ufficio. Il pendolo del quorum aveva cominciato a oscillare dalla parte sbagliata, per il cittadino Segni Mariotto, elettore numero 741 della sezione "Scuole-San Giuseppe" di Sassari. Già, perchè quando - alle undici del mattino - Segni ha chiesto al suo presidente di seggio quanti sassaresi lo avessero preceduto, s'è visto consegnare una percentuale agghiacciante: "Il quattro per cento, onorevole". Se neanche qui mi seguono, ha pensato lui, allora stavolta siamo messi proprio male. Mentre Segni cercava di capire dove avesse sbagliato, al suo terzo assalto referendario, e cosa mai avesse fatto cambiare direzione al vento del maggioritario, nella sede romana del comitato tutti affidavano le loro disperate speranze al "mago della pioggia", cioè al direttore dell'Unicab Carlo Buttaroni. L'uomo delle cifre sommava, divideva, moltiplicava e sottraeva, poi scremava e correggeva, e alla fine estraeva la sua "forchetta": "Ragazzi, siamo tra il 44 e il 52 per cento". Ora, a essere onesti una previsione del genere equivarrebbe in tempi normali a dire: qui o vinciamo o perdiamo, salvo un pareggio. Ma alle tre del pomeriggio era un formidabile antidoto all'epidemia di sconforto che aveva assalito i militanti referendari rimasti a presidiare il quartier generale. Sottovoce, poi, Buttaroni confidava la ragione del suo ottimismo: "La mia speranza è l'effetto palla-di-neve". Prego? "Sì, avete presente la palla di neve che rotola giù e diventa una valanga? Ecco, noi possiamo solo augurarci che scatti un meccanismo di emulazione". Maurizio Chiocchetti, l'emiliano rosso che è stato il coordinatore organizzativo della campagna, sperava in un intervento dall'alto. Perchè venerdì scorso, l'ultimo giorno della campagna, era stato lui ad accompagnare il prete a benedire le stanze ormai deserte del comitato. "E speriamo - aveva concluso il monsignore, con un sorriso ammiccante - che il Padreterno ci metta una mano per aiutare questi benedetti referendum". Lui aveva annuito in silenzio, ma una irriverente militante aveva replicato al volo: "In fondo sarebbe giusto, essendo Dio un bipolarista perfetto: lui al governo e il diavolo all'opposizione". Potevano bastare, l'effetto palla-di-neve, la teoria del maltempo amico e la benedizione del prete bipolarista, a rassicurare un Segni che friggeva? Certo che no. E infatti alle cinque del pomeriggio, appena sbarcato dall'aereo che lo riportava a Roma, con la scusa di accompagnare al seggio la moglie Vicki, Mariotto ha fatto un altro test, stavolta alla sezione elettorale di piazza sant'Eustachio, alle spalle del Pantheon. "Dicono che a quest'ora dovremmo superare il 25 per cento, per sperare nel quorum. Vediamo come va qui". Va male, risponde il primo presidente di seggio: "Siamo intorno al 20 per cento". "Ah" commenta secco Segni. Altro seggio, altro choc: "Sedici per cento, onorevole". Siamo nel cuore della Roma borghese e colta, quella che ha sempre votato di più. E peggio proprio non potrebbe andare. Così, nella mente dell' uomo dei referendum si fa sempre più nitida l'immagine gelida della catastrofe: qui non si perde una battaglia ma la guerra. Addio referendum. Addio maggioritario puro. Addio Segni. Questi e chissà quali altri amari pensieri gli pesano sulle spalle come pietre mentre solca la folla domenicale dei romani che invade via del Corso (invece di andare, pensa lui, a fare il loro dovere di elettori). "Bah, forse l'Italia è cambiata e non ce ne siamo accorti" borbotta l'uomo del Sì. Poi, alle sei, una mano invisibile e beffarda riporta il pendolo delle cifre dalla sua parte. Mentre lui sta per varcare il portone di via Belsiana, dove c'è l'insegna del comitato referendario, la moglie gli porge il cellulare. Chiamano da Sassari. "Professore, è incredibile, qui ora siamo al 22 per cento!". Segni si ferma: "Dal 4 al 22 a Sassari? Allora non tutto è perduto...". Anche Buttaroni, il "mago della pioggia", conferma: "E' partita la palla di neve!". Spinta dalla valanga pomeridiana, la forchetta del mago si allarga a cifre più ottimistiche: dal 51 al 57 per cento. E gli altri, dove sono? Eccoli che arrivano. Il primo è Emilio Colombo, il geniale ragazzo di Viareggio che con l'abruzzese Marco Nardinocchi ha inventato il quesito referendario, un meccanismo così semplice che nessuno ci aveva pensato prima (e dunque è stato ribattezzato "l'uovo di Colombo"). Arriva Luigi Abete, che fino all'ultimo non vuole sbottonarsi ("Sono fiducioso: non dico altro"). Salgono le scale Achille Occhetto e Augusto Barbera, Antonio Martino e Natale D'Amico, poi Willer Bordon e Diego Masi, Gianni Alemanno e Marco Taradash. Di Pietro, che qui s'è visto per un momento, appare solo in tv, accanto a Veltroni e a Fini. Arriva, invece, scuro in volto, Peppino Calderisi. Ma come, lei non è ottimista? "Per niente. Io dico che va male. Di queste proiezioni io non mi fido per nulla. Non posso dimenticare che nel ' 95 io persi un referendum, quello sul sistema elettorale dei comuni, col 49,6 per cento contro il 50,4: persi per cinquantamila voti. Cinquantamila, capite? E i sondaggi dicevano che avevamo la vittoria in tasca. Così io aspetto il comunicato del Viminale, prima di dire che sono ottimista". E' stato l'unico ad aver previsto la catastrofe. |
L'ITALIA SPACCATA IN DUE NON E' un risultato per cui possano cantare vittoria neppure i sostenitori del No, questo che ha invalidato il referendum antiproporzionale di ieri. Quale che sia la valutazione di merito, la mancanza del quorum esprime innanzitutto una disaffezione, un distacco, una sfiducia crescente verso la politica che già s'erano manifestati attraverso l'astensionismo nel corso delle ultime elezioni. Già troppe volte in passato il Parlamento aveva disatteso o tradito il responso referendario, dal sistema elettorale maggioritario al finanziamento pubblico dei partiti, per poter contare ancora sulla partecipazione convinta dei cittadini italiani a un'altra consultazione popolare. E anche un certo abuso dello strumento referendum che s'è fatto negli anni scorsi, deve aver contribuito a produrre un'overdose e una crisi di rigetto. Resta il dato oggettivo, e in qualche misura inquietante di un paese spaccato a metà, diviso tra chi va ancora a votare e chi invece si astiene, tra chi continua a esercitare questo diritto fondamentale e chi tende ormai a rinunciarvi. Adesso il pericolo maggiore, come pure avevamo segnalato alla vigilia di questo 18 aprile, è che la risposta degli elettori venga interpretata e strumentalizzata per bloccare o addirittura far regredire il bipolarismo, rinfocolando le nostalgie proporzionalistiche che contagiano sia una parte del centrodestra sia una parte del centrosinistra e favorendo in prospettiva una rivincita della partitocrazia. SU QUESTO dovranno vigilare le forze politiche più responsabili, anche se per onestà intellettuale bisogna dire che il fallimento del referendum si presta obiettivamente a una lettura del genere. Auguriamoci pure che così non sia, per non essere costretti domani a rimpiangere un'occasione persa e forse irripetibile. Alla luce di questo risultato, e vorremmo tanto essere smentiti subito dai fatti, sarà più difficile mettere mano a una legge elettorale che rafforzi il sistema maggioritario e soprattutto il bipolarismo e l'alternanza. Ancora più difficile sarà approvare una riforma, come quella imperniata sul doppio turno di collegio, in grado di conciliare le ragioni del Sì e quelle del No, gli interessi dei partiti maggiori e di quelli minori. Prendiamo comunque in parola tutti coloro che hanno fatto professione di buona volontà in Parlamento e mettiamoli pure alla prova: al ministro per le Riforme istituzionali, Giuliano Amato, non mancano né la capacità né l'esperienza per trovare un'intesa su questa delicata materia, per mediare tra i due fronti trasversali e comporre le divergenze. Sia lecito, però, manifestare qualche cauto scetticismo in proposito, dopo tutto quello che abbiamo sentito predicare in vista del 18 aprile. Finora, per quel poco o tanto che i cittadini sono riusciti a ottenere sul piano delle riforme istituzionali, l'hanno ottenuto a colpi di referendum; il sistema dei partiti non è stato mai capace di autoemendarsi per virtù propria; non si vedono ragioni concrete perché ciò possa accadere in futuro. Basterà ricordare la fine dell'ultima commissione Bicamerale, pure affidata alla guida di un leader autorevole ed esperto come Massimo D'Alema, per averne una riprova. Con il pessimismo della ragione, c'è da temere perciò che la sconfitta del Sì possa alimentare l'immobilismo e la conservazione. Se è vero che questa è la vittoria di Bertinotti, di Bossi, di Marini e aggiungiamo pure di Berlusconi, chi potrà impedire ora ai quattro "cavalieri dell'Apocalisse" d'impugnare il quorum come un'arma o una bandiera, per difendere lo "statu quo"? Non sarà il "Mattarellum", questa legge elettorale che non piace a nessuno, la loro ultima roccaforte? E qualcuno di loro non avrà magari la tentazione di frenare il rinnovamento istituzionale, di tornare indietro, di riesumare il proporzionalismo dal cimitero della Prima Repubblica? Vedremo e giudicheremo. Ma fin d'ora le responsabilità devono essere chiare, sul piano del dolo e della colpa, degli atti e delle omissioni. Sapevamo tutti, lo sapevano e lo dicevano gli stessi promotori, che il referendum da solo non avrebbe risolto la questione della riforma elettorale. Sapevamo che comunque sarebbe stato necessario approvare in Parlamento una nuova legge per adeguarla alla volontà popolare e renderla omogenea a quella già in vigore per il Senato. E sapevamo soprattutto, come giustamente ha scritto ieri il fondatore di questo giornale, che i maggiori problemi sul tappeto sarebbero rimasti gli stessi: dalla guerra nei Balcani alla politica economica e alla tenuta del governo. La vittoria del Sì non sarebbe servita certamente a risolverli tutti di colpo, ma forse il fallimento del quorum non agevola ora la ricerca di una soluzione per nessuno di questi. E non è detto anzi che qualcuno non si aggravi, a cominciare dalla tenuta della maggioranza e del governo sull'offensiva militare della Nato. Non è un argomento tanto pretestuoso o peregrino. Uno degli obiettivi principali della riforma elettorale, infatti, dev'essere proprio quello di favorire l'aggregazione di maggioranze più omogenee e più solide, e possibilmente anche meno occasionali di quelle che abbiamo visto negli ultimi anni, per accrescere appunto la stabilità e la governabilità. Ora che il popolo sovrano ha bocciato il referendum antiproporzionale, anzi l'ha addirittura invalidato, è prevedibile che le forze minori della coalizione prenderanno fiato e alzeranno la voce, per non dire volgarmente il prezzo del loro appoggio al governo. Quella frammentazione politica che un sistema maggioritario ancora ibrido e incompleto non ha impedito e che neppure la vittoria del Sì avrebbe definitivamente superato, in futuro è probabile che venga stimolata ed eccitata dal quorum mancato nelle urne del 18 aprile. Questo discorso purtroppo tocca in particolare l'Ulivo o meglio ciò che resta dell'Ulivo. Abbiamo sempre detto che una nuova legge elettorale, garantendo le condizioni minime del bipolarismo e dell'alternanza, riguarda in ugual misura entrambi i poli, indipendentemente da chi è oggi al governo e chi è all'opposizione. Ma non è un mistero per nessuno che in questo momento è proprio il centrosinistra ad avere più bisogno di un meccanismo del genere, come un'iniezione di cemento, per consolidare le proprie fondamenta, per rafforzare le basi della propria presenza e della propria immagine. Anche qui: certo, non basta una legge elettorale a creare un costume e una cultura politica, ma senza una riforma si farà molta più fatica e occorrerà molto più tempo. |
L'amarezza di Veltroni ROMA - Poche righe nella notte, una dichiarazione di Walter Veltroni, tornato nel suo ufficio dopo l'illusione della vittoria: "Il miracolo in cui speravamo non si è realizzato". Spiegazione del mancato raggiungimento del quorum, che i sondaggi Abacus davano per conquistato: "Le condizioni oggettive hanno pesato sicuramente nel determinare lo scarto che ha impedito il raggiungimento del quorum". Il riferimento è alla guerra nel Kosovo, che ha poi assorbito tutta l' attenzione dei media. Nonostante l'esito finale, il segretario è comunque soddisfatto del risultato del suo partito: "Noi Democratici di sinistra abbiamo fatto la nostra parte come risulta dal dato del 72% dei sì da parte del nostro elettorato e come dimostra l'affluenza delle regioni in cui il nostro partito ha maggior forza", ovvero Toscana ed Emilia. Adesso, cambia tutto, si torna indietro rispetto alla strada del maggioritario? Veltroni è convinto di no: "Il 90% dei sì, con quasi il 50% degli elettori, è comunque una base importante per mantenere il nostro obiettivo: un sistema elettorale a doppio turno capace di dare stabilità al paese". A sera, quando i sondaggi davano il referendum vincente, proprio sulla quota dei sì aveva puntato Veltroni. Il numero dei favorevoli è "impressionante, nove italiani su dieci hanno votato a favore del referendum". Il quorum ha però tenuto in allarme fino all'ultimo i vertici della Quercia, consigliando a Veltroni un atteggiamento assai prudente. Così, quando il segretario alle nove e mezzo di ieri sera ha lasciato l'ufficio di Botteghe Oscure per raggiungere gli studi del Tg1, il commento era: "Ottenere il quorum, in questo clima, è un miracolo". E a rendere ancora più tesa la vigilia, anche il dissenso interno al partito, con la sinistra della Quercia apertamente schierata per il no. Prima della doccia fredda, a vittoria apparentemente incassata, il segretario aveva indicato la strada maestra in una nuova legge elettorale con il doppio turno, una scelta che "corrisponde perfettamente alle indicazioni del referendum". Con un secco altolà a chi insiste su altre ipotesi: "E' fuori dal mondo che Marini, Bertinotti e Cossutta, dopo l' esito del voto, insistano sul proporzionale. Di ritorno al proporzionale non si parla più". Il doppio turno però, a giudicare dall'immediata reazione di Berlusconi, continua non piacere a Forza Italia: "Veltroni è abituato a imbrogliare la gente. Lo sbocco del referendum può essere perfettamente il turno unico". Botta e risposta: "Non sono abituato ad imbrogliare. Queste cose le abbiamo dette chiaramente in campagna elettorale". Con il segretario ds che inoltre accusa il Cavaliere di aver in realtà "fatto propaganda per il no al referendum". Veltroni rispetta chi ha detto no in modo chiaro, rispetta meno "chi sta in mezzo". I Ds hanno dato tre indicazioni: con il maggioritario si deve uscire dal sistema misto maggioritario-proporzionale; questo non può significare la cancellazione di forze che devono poter portare la loro voce in Parlamento con il diritto di tribuna; il maggioritario può essere applicato a un turno o a due turni. "Su queste tre cose il Parlamento sarà chiamato a deliberare rispettando la volontà degli elettori". Con Fini invece il segretario della Quercia concorda su un punto: "Rimettiamo in moto le riforme della Bicamerale, a partire dall'elezione diretta del presidente della Repubblica". Negli ultimi due referendum c'è stata una percentuali di votanti rispettivamente del 30% e del 57%. Quindi, secondo il segretario ds, "è vero che esiste in Italia la stanchezza di uno strumento logorato perchè ripetuto nel tempo. C'è un'area di astensionismo che ha una sua solidità e che prescinde dal contenuto del referendum". Senza dimenticare che questo referendum si è svolto in una situazione drammatica in cui "ciascuno ha la testa da un'altra parte. Giustamente i media si sono occupati per tre quarti del tempo del tema della guerra: se non ci fosse stata, il referendum sarebbe stato il titolo di apertura di tutti i tg e i giornali". Il dibattito televisivo si chiude, per i referendari sembra fatta. Poi arriva il colpo di scena, e l'astensionismo diventa il protagonista vero del flop del 18 aprile. |
Fini: è una beffa clamorosa ROMA - Si è sbilanciato, ha accettato una diretta televisiva prima dei risultati elettorali certi. Gianfranco Fini esce scuro in volto dallo studio della Rai. Improvvisamente stanno arrivando notizie che il quorum non c'è, che la vittoria non è poi così sicura. Per il leader di An, di solito prudente, è una vera e propria botta. Nella notte, a frittata fatta, commenta: "Mi sento sconfitto. Da oggi credo che sarà impossibile parlare di riforme e legge elettorale. Siamo risprofondati nella palude, sarà più alta la voce dei restauratori". Ancora una volta, quasi una maledizione, come gli ricorda Enrico Mentana, direttore del Tg5, gli ha portato male fidarsi delle proiezioni e dei sondaggi. Ripensa a ciò che ha detto in televisione e ammette: "Per tre ore, in attesa del responso, abbiamo fatto della politica virtuale. Si è trattato di una beffa di dimensioni colossali, un caso che farà il giro del mondo". Quel che brucia, quel che preoccupa, è quel che è successo nel breve interregno notturno, quando Fini si sentiva sul carro dei vincitori e aveva parlato da protagonista soddisfatto, prendendosi la sua piccola rivincita su Silvio Berlusconi, tiepidissimo sostenitore del referendum. Nella convinzione illusoria di aver vinto, ecco il nuovo Fini annunciare a un Berlusconi infastidito le sue personali condizioni per l'elezione del presidente della Repubblica. An, tuona il leader della destra, non voterà per chi è stato dall'altra parte, con il fronte del no, quindi non voterà un popolare. La carta che si era preparato, buttata sul piatto troppo presto. "C'era un avversario mascherato - dice Fini ancora ignaro della sconfitta imminente - ed è stato battuto. Il nemico non si annidava nel partito del no ma nei sostenitori delle gite al mare, dell'astensionismo, dell'indifferenza. Il riferimento dichiarato è a Umberto Bossi. Ma dietro le quinte è Berlusconi nel mirino, andato a votare solo al calar della sera. Il nemico mascherato può anche essere, forse, un alleato che non ha condiviso il "fervore referendario", come disse a suo tempo il Cavaliere, un compagno di schieramento che è rimasto a guardare cosa succedeva senza troppo spendersi. Ci pensano gli uomini di Fini, gli stessi che poi si morderanno le labbra per aver parlato, ad aprire il contenzioso: "Penso che questa vittoria possa creare una crisi per la leadership del Polo", dice Alemanno. Una crisi nella leadership? Dentro An in molti la vagheggiavano ma le cose non vanno in quella direzione. E pensare che Fini già sentiva di poter giocare un ruolo da protagonista sul tavolo delle riforme. Spezzoni di dialogo prima della "grande amarezza" finale: "Possiamo discutere di legge elettorale ma in un contesto più ampio, cioè parlando anche di presidenzialismo". E ancora, momentaneamente trionfante: "Con il referendum gli italiani hanno raggiunto un punto politico irreversibile. Prima avevamo un sistema elettorale misto, adesso ne abbiamo uno totalmente maggioritario. Nemmeno il Parlamento può stravolgere una scelta di questo tipo anche se non mi sfuggono le questioni aperte, il problema di garantire, ma in un sistema maggioritario, i cosiddetti diritti di tribuna". Addirittura drastico: "Toglietevi dalla testa il cancellierato". Nelle ultime settimane Fini ha rischiato, contrariamente alle sue abitudini. Una sorta di o la va o la spacca che ha preoccupato non poco il suo entourage. A pochi giorni dal voto, l'attacco frontale: "Berlusconi, sul referendum, ha tenuto un comportamento ineccepibile come segretario di partito, ma ha sbagliato come leader del Polo". Segnale forte di una voglia di affrancamento. "Speriamo che vincano i sì - dicevano i postmissini - perché se non fosse così, Berlusconi ci darà un'altra botta in testa". Timori che ora sembrano materializzarsi. Onorevole Fini, si rende conto che adesso diranno che è Berlusconi il vincitore? Glielo chiede Mentana, lui risponde, la piega della bocca amara: "Questo lo dice lei. Io dovrò rifarmi a quello che dirà Berlusconi". Rifarsi a Berlusconi, sempre leader del Polo, l'ultima cosa che desiderava. Fa dell'ironia: "Quando sembrava che avesse vinto il sì - dice Fini - Silvio ha espresso apparente soddisfazione...". Apparente. |
Nel Polo attacco a Berlusconi MILANO - Ore 22, scenario illusorio: "Mi dicono che il quorum è stato raggiunto, seppure sul filo di lana. Un risultato raggiunto grazie anche a Forza Italia, che è stata determinante". Alle dieci di sera Silvio Berlusconi ha appena finito di votare, è arrivato al seggio 502 di via degli Anemoni, al Lorenteggio, giusto in "zona Cesarini", come si dice in gergo sportivo. E adesso? Il Cavaliere, davanti alla vittoria dei Sì che viene data per certa, già annusa vento di tempesta, dentro il Polo sta scoppiando la polemica. Da An tuona Gianni Alemanno: se quorum e Sì vincono, spiega, bisognerà affontare il problema di Silvio Berlusconi alla guida del centro destra. Gli danno man forte due esponenti di Forza Italia, Peppino Calderisi ("Qualche problemino c'è") e Marco Taradash: "La vittoria del Sì apre il problema della leadership, Berlusconi ha avuto un atteggiamento anti-referendario o comunque non referendario. La sua leadership Berlusconi se la deve riconquistare sul campo". Scenario reale, ore 1,30. Il quorum non è stato raggiunto, il Referendum è nullo. Silvio Berlusconi è ad Arcore, ha partecipato al dibattito su Rai Uno commentando insieme a tutti gli altri leader la vittoria di quorum e Sì. E' stato un dibattito aspro, c'è stato quasi uno scontro con Gianfranco Fini. Il leader di An, in sintonia con il segretario dei Ds, Veltroni, ha di fatto posto il veto sull'elezione di un Popolare a Presidente della Repubblica: "Sarà difficile per An, dopo la vittoria dei Sì, votare per un esponente di un partito che si è schierato nel fronte del No". Il tutto davanti al segretario Ppi, Franco Marini. Il Cavaliere dissente: "Basterebbe che fosse uno sopra le parti, non starei tanto a guardare se è di un partito che si è schierato contro questo sistema elettorale". Fini: "Ne dovremo discutere". Il Cavaliere mastica amaro, la faccia tesa e la bocca stretta testimoniano un suo maldissimulato malumore. Alle 1,30 di notte, ecco lo scenario reale: Referendum nullo. Il Cavaliere ne parla con il portavoce, Paolo Bonaiuti: "Nessun commento, rinviamo tutto a domani". Ma nello scenario reale irrompe di nuovo il sarcasmo di Gianfranco Fini: "Certo Forza Italia, almeno nel suo leader, si è impegnata meno di Alleanza nazionale a favore del Sì. Anche se in tv, durante il dibattito, davanti ai risultati sbagliati che davano la vittoria del Sì, Berlusconi dimostrava soddisfazione, almeno apparente, per il risultato". Se lo scenario illusorio dava per certa la polemica dentro il Polo, non da meno sarano gli effetti di questo scenario reale. Per i fautori del Sì sarà facile accusare Berlusconi d'aver fatto fallire il Referendum per colpevole tiepedismo. Ma adesso il dato è capovolto: e in politica, fanno notare nell'entourage del Cavaliere, le cifre sono fatti. E ai suoi più stretti collaboratori Berlusconi ha anticipato la linea lungo la quale intende muoversi: a maggior ragione, con il naufragio del Referendum, non si può parlare di modificare la legge elettorale con il doppio turno: tanto meno con la proposta firmata da Amato. Certo il colpo di scena notturno, il fallimento del Referendum, rafforza il Cavaliere nella convinzione di aver visto giusto anche nello scenario illusorio che l'aveva spinto a erigere una barriera contro tutto e contro tutti: "Anche i più esagitati propositori del Referendum", spiegava, "dovranno mantenere la parola data: e cioè far sì che si vada alle elezioni con il nuovo sistema elettorale. Gli italiani hanno scelto e ora si voti con il sistema che esce dal Referendum. Si voti subito, non appena le condizioni internazionali lo consentiranno". Il Cavaliere non ha mai amato il Referendum, si sa. Lo ha subito, più che voluto e appoggiato. In tv ne ha ribadito gli appunti mossi più volte. Ha tentato di circoscriverne la portata, escludendo che la vittoria del Sì potesse provocare contraccolpi dentro e tra i partiti e i Poli. Aveva anche bocciato il futuribile Elefantino profilatosi a destra: "Non amo, in politica, né la flora né la fauna". Che ora l'asse trasversale Segni-Di Pietro-Prodi- Veltroni, l'asse supermaggioritario, abbia fallito la prova del Referendum, certo non farà soffrire il Cavaliere. E con il Ppi, per il Quirinale e il resto, gli spazi di manovra sembrano allargarsi. Ma da oggi nel centrodestra sarà comunque tempo di regolamento di conti. |