la Repubblica

Mercoledì, 7 aprile 1999


"Peggio di Craxi chi boicotta"
Fini e Veltroni: referendum decisivo per il Colle. Riunione dei leader del "sì"
per rilanciare il voto del 18. Abete: Berlusconi, fatti vivo
di ALESSANDRA LONGO


ROMA - C'è una guerra in corso, fa fatica a passare il messaggio dei referendari. Ci prova Walter Veltroni a far capire che i sì dati il 18 aprile rappresenterebbero "un gigantesco motore di accelerazione del processo di riforme di cui l'Italia ha bisogno". Persino la scelta del capo dello Stato, annuncia il segretario dei Ds, sarà influenzata dall'esito del referendum. L'equazione è presto fatta: "Se il bipolarismo diventasse più forte sarebbe più facile eleggere un presidente della Repubblica riformatore, se le urne decretassero il suo indebolimento sarebbe più complesso avere al Quirinale un innovatore". Messaggio chiarissimo. Gianfranco Fini ascolta con il massimo interesse. A mettere insieme i due leader, seduti allo stesso tavolo, in evidente fase di sintonia, è Emma Marcegaglia, presidente dei Giovani Industriali.

Ore 11, la sede è quella della Confindustria. Ci sono Enzo Cipolletta, direttore generale, Mario Segni e Luigi Abete, referendari, Fini e Veltroni. Manca Berlusconi, cui Abete rivolgerà un telegramma carico di ironie, molto apprezzato dai presenti: "Caro Silvio, anche nel football è dimostrato che chi gioca sulla "tre quarti" non ottiene buoni risultati. Se ci sei batti un colpo. Scegli e fallo sapere".

Se c'è una cosa che nella sala della Confindustria ha scarsissimo gradimento è la non chiarezza delle posizioni, certe "furbizie, ipocrisie", come le chiama Veltroni: non ci si schiera apertamente contro il sì, non si invita pubblicamente a votare no, ma si sceglie piuttosto di "lavorare in maniera subdola per l'astensionismo, di non parlare del referendum, di minimizzare". "Dal punto di vista etico-politico - dice il leader di Botteghe Oscure - questo atteggiamento è inaccettabile, il peggiore possibile". Per paradosso, fa notare Veltroni - e Fini e Segni concordano - era meglio Craxi. Lui perlomeno si assunse la responsabilità di dettare la parola d'ordine, "quell'andate tutti al mare" di ormai lontana memoria. I promotori del sì si sentono circondati dai "nostalgici del proporzionalismo che puntano a far mancare il quorum" con "indicazioni sotterranee e sussurrate". Gente che non si dichiara a viso aperto, denuncia il presidente di An, ma magari si nasconde dietro obiezioni del tipo: "Dalla vittoria del referendum il bipolarismo uscirebbe ancora imperfetto...". Ipocrisie di chi non vuole cambiare niente o addirittura sogna di tornare indietro, liquida Fini, senza fare nomi e cognomi. "Vedo in giro tanti craxini", ironizza Segni.

Veltroni usa l'argomento forte delle elezioni per il Quirinale. Vincono i sì al referendum, trionfa l'anima bipolarista del Paese, ed ecco che "si crea la premessa per una risposta da parte del parlamento alla volontà popolare". Il volto del capo dello Stato prenderà forma dopo il 18 aprile. "Parlo solo per me ed esclusivamente per me - precisa cauto Fini - ma un presidente della Repubblica che voglia i voti di Alleanza nazionale deve essere consapevole dell' importanza del referendum e della necessità che il sistema politico italiano vada cambiato in senso sempre più bipolare". Di qui il messaggio ai "papabili", come li definisce Fini: si dichiarino da qui al referendum.

Voto "utile", voto "storico". Luigi Abete lancia persino un anatema: "Chi non va alle urne sceglie di dimettersi da cittadino italiano". Gli risponde, a distanza, il verde Mauro Paissan: "La mia lettera di dimissioni da cittadino italiano è già pronta".

Che manchi il quorum lo temono anche in questa sala. Angosce tenute a bada che emergono nei continui riferimenti all'ipotesi di un fallimento. Se prevalesse il partito dell'astensionismo, o se trionfassero i no, sarebbe "un forte salto all'indietro", dice Veltroni. La Marcegaglia arriva a prevedere, da imprenditrice, "uno scenario difficile e pericoloso".

Una vittoria dei sì, al contrario, viene vista dagli invitati di Confindustria come un nuovo inizio del percorso di modernizzazione interrotto con la fine della Bicamerale. Si riparlerebbe di federalismo, di forme di governo mirate a creare il massimo della stabilità... di primarie dentro i partiti. Con un capo dello Stato "disegnato" su misura per il cambiamento.


Barbera: il quorum ci sarà
E in Forza Italia c'è chi punta il dito contro il Cavaliere: "Un gran pesce in barile"


ROMA - "Sono complessivamente ottimista circa il raggiungimento del quorum, però dobbiamo lavorare". Augusto Barbera, uno dei promotori del referendum del 18 aprile, non è allarmato dalle previsioni dei maggiori istituti demoscopici, tutti concordi nel sostenere che il quorum c'è e non c'è, che per il momento si naviga pericolosamente intorno al fatidico 50 per cento.

"Credo che alla fine la percentuale dei votanti sarà compresa tra il 48 e il 52 per cento, a decidere saranno poche schede", spiega, infatti Paolo Natale dell'Abacus. Anche per Giorgio Calò, amministratore delegato di Datamedia, i "votanti saranno a cavallo del 50 per cento". Più ottimista Renato Mannheimer: "La mia sensazione - dice il professore - è che che il quorum si raggiungerà, anche se di poco". Per Mannheimer "gli italiani sono decisi a scrivere sì sulla scheda, ma non sono preparati tecnicamente al referendum, cioè non sanno cosa cambierà esattamente con il loro voto".

Barbera concorda nell'analisi e sostiene. "Non si ha la possibilità di utilizzare i media per far capire quali sono le ragioni del referendum", sostiene il professore bolognese che però nutre una speranza: "La guerra nei Balcani può anche spingere i cittadini a sentire di più il dovere della partecipazione democratica, ad avere più bisogno di politica".

Il problema del quorum agita le acque anche all'interno di Forza Italia. L'ala liberal ormai punta apertamente l'indice contro Silvio Berlusconi e il suo atteggiamento tiepido sul referendum. Marco Taradash avverte che se così fosse il Cavaliere "si dimetterebbe automaticamente da leader qualitativo". Lucio Colletti si rammarica "della volontà di fare di Forza Italia un grande pesce in barile". Antonio Martino evidenzia i rischi del nascere di "una impressione moderata".

"Se il referendum vincesse, Berlusconi pagherebbe la decisione di aver fatto fare a un partito come Forza Italia la figura del pesce in barile, - aggiunge Colletti. - Tutti sanno che siamo stati a favore ma non troppo e se il referendum vince non è merito nostro". A difendere il Cavaliere ci pensa Gianni Baget Bozzo che non vede pericoli per la leadership del Cavaliere nell'asse Segni-Fini-Casini.

"Fino ad ora le manovre contro Berlusconi, tutte, sono fallite. - dice Baget Bozzo - Da Cossiga all'Asinello, e mi scuserete se l'elefantino neanche lo prendo in considerazione".

 

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