I referendari all'attacco
"In gioco il bipolarismo" ROMA - Superato il momento di scontro fra Antonio Di Pietro e Mario Segni ("completamente dimenticato", giurano al comitato promotore), l'appuntamento è per tutti il prossimo 14 aprile a Roma, per la chiusura della campagna referendaria. Ma il tempo stringe. Al 18 aprile, giorno del voto, mancano appena 13 giorni, e già per la fine di questa settimana, forse venerdì, al Comitato promotore stanno cercando di organizzare un vertice che riunisca i leader referendari - da Prodi a Veltroni, a Fini e Casini - raccogliendo l'appello alla mobilitazione lanciato nei giorni scorsi dall'ex premier. "Perché a noi ci ha rovinato la guerra...", scherza Peppino Calderisi. "Per carità", aggiunge subito, "è giustissima tutta l'attenzione che tv e giornali rivolgono ai drammatici avvenimenti del Kosovo, ma è purtroppo vero anche che qualcuno ci sta marciando". Insomma, i promotori lo dicono molto chiaramente: se nel ' 91 il rischio era il "mare" invocato da Bettino Craxi, questa volta il quorum, già in forse, è messo davvero a repentaglio dagli avvenimenti bellici. Anche se c'è chi, come Augusto Barbera, si augura che la gravità del momento possa, al contrario, risvegliare le coscienze politiche dei cittadini. "Eventi tanto tragici", spiega, "talvolta spingono verso la partecipazione politica e l'impegno istituzionale. Insomma, nella gente cresce la richiesta di politica. Speriamo che anche questa volta sia così". "Bisogna assolutamente far capire agli elettori", incalza Calderisi, "che lo scontro in atto riguarda il futuro politico dell'Italia. Tutti coloro che non vanno più a votare perché disgustati dalle facce dei Mastella o dei Bossi, se il 18 aprile restano a casa finiscono per fare proprio il gioco di questi signori, i più tenaci avversari della vittoria dei sì". Anzi, incalzano i referendari, proprio gli avvenimenti politici degli ultimi giorni sono la dimostrazione che il sistema, così com' è, non funziona. "Non possiamo affrontare le crisi internazionali sotto il ricatto dei vari Cossutta", avverte Mario Segni. "Sabato abbiamo sfiorato la crisi di governo. Sarebbe stata drammatica. Se vogliamo che l'Italia sia in grado di affrontare le crisi del Duemila, abbiamo bisogno di maggioranze stabili. L'unico modo", conclude Segni, "è votare sì al referendum del 18 aprile: solo così ci libereremo dal ricatto e dal condizionamento di tutte queste minoranze estremistiche e irresponsabili". Più che la vittoria dei no, il vero spettro è l'astensionismo. Non a caso Segni denuncia come i comitati per il No si starebbero trasformando in comitati per l'astensione. "Considererei la vittoria del no meno disastrosa della mancanza del quorum", non esita a dire Antonio Martino, "perché in tal caso avranno vinto i restauratori. E senza appello". |