la Repubblica

Sabato, 20 febbraio 1999


Referendum, una giusta data
Con il voto al 18 aprile si ridimensiona il polverone dell'ingorgo istituzionale
di Massimo Riva

La domenica 18 aprile per l'atteso referendum elettorale è probabilmente la scelta più saggia che si potesse fare. Almeno due e ben sostanziose ragioni inducono a giudicare assennata la decisione presa a Palazzo Chigi. In primo luogo c'è il fatto che così si ridimensiona alquanto il polverone sollevato attorno al tema del cosiddetto ingorgo istituzionale. Anzi, si offre l'opportunità di scoprire che forse quello stesso "ingorgo" era soltanto un fantasma evocato ad arte per imbastire trame e manovre dai fini spesso imperscrutabili anche perché interni alla logica della politica curiale. A questo punto, con campagna e voto referendari ormai alle spalle, il 27 aprile - trenta giorni prima della scadenza del mandato presidenziale, come detta la Costituzione - il presidente della Camera potrà serenamente diramare l'ordine di convocazione del Parlamento in seduta congiunta per l'elezione del nuovo capo dello Stato. Riunione che potrebbe tenersi entro il 10 maggio, in modo da dare ampio tempo ai Consigli regionali per selezionare i loro delegati secondo quanto previsto dalla carta fondamentale. Dopo di che spetterà solo alle forze politiche arrivare in tempi decorosi alla scelta del successore di Oscar Luigi Scalfaro.

Con il duplice beneficio per i parlamentari, da un lato, di scongiurare il discredito che votazioni prolungate per il Quirinale attirano sempre sulla classe politica e di garantirsi, dall'altro, piena partecipazione ai fatidici trenta giorni di campagna elettorale per il voto europeo in calendario il 13 giugno.

Ciò che più conta, comunque, è che il voto referendario fissato al 18 aprile toglie di mezzo la commedia degli equivoci che si è andata costruendo sulla possibilità e l'opportunità di legiferare, nel frattempo, in materia elettorale. Sia chiaro: un intervento preventivo del Parlamento sul tema referendario non solo è un pieno diritto del potere legislativo ma può anche essere un'eccellente occasione per mostrare la sensibilità dei rappresentanti rispetto alle istanze dei rappresentati all'interno di un circuito democratico vitale. A un patto, però: che le nuove norme eventualmente varate dalle Camere siano tali da rendere superfluo il quesito abrogativo del referendum. Tant'è che nel nostro ordinamento è previsto al riguardo uno specifico giudizio, diciamo così, di congruità affidato a un soggetto terzo: la magistratura.

Ebbene l'aria che tira in proposito - almeno fino ad oggi - non è delle più rassicuranti. Circola, infatti, un progetto di riforma elettorale che, nelle intenzioni dei suoi stessi sostenitori, dovrebbe essere approvato prima del referendum ma dal solo Senato. Perché mai da un solo ramo del Parlamento? Ecco il punto: perché, se fosse votato da entrambi, esso sarebbe soggetto all'esame da parte della Cassazione che, senz'ombra di dubbio, lo dichiarerebbe incongruo a evitare il referendum. E ciò segnatamente per un motivo: che il quesito referendario mira ad azzerare del tutto la quota di assegnazione proporzionale dei seggi parlamentari, mentre il progetto di riforma ne prevede un mantenimento al 10 per cento, ma negoziabile fino al 15 secondo le dichiarazioni dello stesso ministro proponente la legge.

Riemergerebbe così, in termini plateali, il contrasto che separa in materia la volontà popolare prevalente dalle intenzioni della classe politica. Contrasto che ha radici lontane, risalenti al precedente referendum elettorale del 18 aprile 1993. Anche allora il paese si espresse ad ampia maggioranza (82 per cento) per un sistema elettorale a collegi uninominali, ma poi a quella "Italia s'è desta" - come titolò "la Repubblica" - il Parlamento rispose col celebre Mattarellum che conservò un 25 per cento di quota proporzionale. Oggi incombe il rischio che un referendum concepito per ricondurre quel 25 a zero sia seguito da una legge che sancisca il ripristino addirittura di una soglia proporzionale al 15 per cento. Come dire, la beffa dopo il danno.

Ecco perché è un buon segno che il voto referendario si tenga fra meno di due mesi.

Può anche darsi che il governo si sia acconciato a tale termine per precostituirsi la possibilità di dare in seguito onorevole sepoltura, con la scusa dei tempi ristretti, a un progetto di riforma elettorale il cui cammino, anche solo in un ramo del Parlamento, appare compromesso dalle minacce di ostruzionismo di più parti politiche sebbene mosse da finalità diverse. In ogni caso vale il dato oggettivo: non c'è - non dovrebbe esserci - più spazio per manovre dirette a cavalcare un referendum antiproporzionalista per andare in direzione opposta.

 

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