Esultano Segni e Di Pietro,
freddezza dal fronte del no ROMA - La Cassazione «congela» fino al 26 maggio i risultati del referendum anti-proporzionale del mese scorso, per poter esaminare con più calma un ricorso presentato dai promotori. Ricorso nel quale si denunciano una serie di violazioni procedurali (certificati recapitati all'estero in ritardo, un gran numero di centenari ancora iscritti a liste elettorali mai aggiornate, elenchi imprecisi) che potrebbero far abbassare il quorum, e dunque ribaltare il risultato. Tra i fautori del «sì» corre un fremito di speranza, che però la stessa Corte sembra bloccare: le irregolarità riscontrate «non sembrano tali da mettere in discussione l'esito del referendum», fanno sapere ufficiosamente dal Palazzaccio. Ma è comunque un filo di speranza, per esile che sia. «È chiaro - dice dunque Mario Segni - che adesso si deve andare fino in fondo in questa verifica. È chiaro anche che le confusioni legislative e amministrative, che attribuiscono agli italiani esistenti all'estero un diritto di voto sostanzialmente impossibile da esercitare, sono state una causa determinante del risultato». Ottima notizia anche per Antonio Di Pietro: «Mi auguro che la Corte indaghi veramente su come sono stati formati gli elenchi elettorali, perché qui si pone una grande questione di legalità e giustizia per il nostro Paese. Il voto infatti non è stato reso valido sulla base di un quorum che potrebbe a questo punto risultare del tutto erroneo». A Di Pietro risponde il coordinatore del comitato per il «no», il popolare Mario Adinolfi: «Quando leggo che l'ex pm dichiara tronfio "abbiamo vinto", al semplice apparire di un lancio di agenzia, non può che nascere un moto di indignazione. Di Pietro abbia più rispetto per la democrazia e per le sue regole. Il referendum ha questo di bello: chi vince, vince. Chi perde, perde. Lui e i suoi amici sono stati sconfitti dagli italiani: questa ansia di rivalsa è quantomeno sospetta». Convinto che il congelamento della decisione equivalga ad un ribaltamento del risultato è anche Marco Taradash, che sui risultati del referendum ha maturato il suo divorzio da Forza Italia. «In realtà - dice dunque Taradash - vi sono tutti i motivi per ribaltare il primo verdetto: milioni di certificati non recapitati agli italiani all'estero, decine di migliaia di ultracentenari naturalmente irreperibili ancora registrati contro la legge nelle liste elettorali, elenchi del tutto imprecisi degli aventi diritto al voto». A gettare acqua sul fuoco degli entusiasmi provvede però Silvio Berlusconi, che peraltro del referendum è sempre stato sostenitore assai riluttante: «Ho visto la sentenza: la decisione della Cassazione è comunque giusta - dice il leader di Forza Italia -Ma non credo esistano i numeri per un risultato diverso». Berlusconi è comunque convinto che serviranno «tempi lunghi» per un pronunciamento definitivo della Suprema Corte. E invita quindi i partiti a darsi da fare perché sia approvata al più presto una nuova legge elettorale. |