RCS on Line - Corriere della Sera

Mercoledì, 7 aprile 1999


Il nesso tra 18 aprile e Quirinale
con l'obiettivo di cambiare i poli
di Stefano Folli

Scacciati o quasi dalle prime pagine, messi in ombra dalla guerra, temi come il referendum e l'elezione del presidente della Repubblica faticano a trovare spazio. Eppure, le date fatidiche si avvicinano. Meno di due settimane mancano a quel 18 aprile in cui gli italiani dovranno pronunciarsi (se lo vorranno) sull'abolizione o meno della quota proporzionale nella legge elettorale. Circa un mese al momento in cui le Camere riunite in seduta comune cominceranno a votare per scegliere il successore di Scalfaro.

La domanda che da giorni corre sulla bocca di tutti è: quanto influirà il conflitto nei Balcani su questi due appuntamenti? Riguardo al referendum, i timori (o le speranze) di molti, a cominciare dai promotori, sono che la guerra finisca per far crescere l'astensione, considerato il già scarso coinvolgimento di un'opinione pubblica distratta o, per meglio dire, ancora poco informata. E, naturalmente, chi è ostile al quesito o nutre dubbi sulle vere finalità della battaglia per il maggioritario punta le sue carte sul mancato raggiungimento del quorum dei votanti (50 per cento più uno).

Quindi la parola d'ordine è scoraggiare l'elettorato. Non a caso, forse, un senatore dei Ds, Pardini, ha proposto una soluzione stravagante ma significativa di un clima: annullare il referendum e destinare i circa mille miliardi così risparmiati ai profughi del Kosovo. Giorni fa, pur senza formulare una proposta altrettanto drastica, era stato lo stesso Silvio Berlusconi a lamentare lo spreco di denaro pubblico in presenza di una grande tragedia alle porte di casa. È la prova che intorno al referendum si sta tuttora giocando una partita importante: resa sotterranea dalla guerra, ma non meno decisiva per i futuri equilibri politici.

Lo abbiamo visto ieri, quando Walter Veltroni e Gianfranco Fini, intervenuti insieme al convegno romano della Confindustria, hanno stabilito un nesso diretto tra il referendum e il Quirinale. In sostanza: con la vittoria del sì avremmo «una forte spinta» bipolare che si tradurrebbe nell'elezione di un capo dello Stato «innovatore e riformista». Altrimenti, tutto sarà più complicato, per non dire impossibile. Tradotta in chiaro, la posizione di Veltroni e Fini, sostenuta da Mario Segni, significa che l'eventuale vittoria referendaria sarà usata per bloccare sul nascere ogni tentativo di accordo esclusivo sulla presidenza della Repubblica tra Berlusconi e D'Alema: con l'aggiunta di Marini che rischia di essere il beneficiario dell'intesa, visto che i pronostici prevedono sul Colle un cattolico di area popolare.

Il messaggio non potrebbe essere più esplicito: c'è un fronte che va da Prodi a Veltroni, da Fini a Casini, da Occhetto a Segni, più una parte consistente del mondo imprenditoriale idealmente rappresentato da Luigi Abete. Tale fronte ha bisogno di vincere il 18 aprile per non soccombere subito dopo, in maggio, quando si tratterà di mandare al Quirinale il «garante» della riforma costituzionale. Ma il vero obiettivo sembra essere la disarticolazione degli attuali poli e la loro rinascita su basi nuove: maggioritarie e presidenzialiste.

Non c'è da stupirsi se un prudente Berlusconi, lo stesso D'Alema e un mondo variegato che va dal Ppi ai Verdi alle forze laiche (destinate a essere ferite a morte dalla fine della quota proporzionale) favoriscano invece il piano opposto. Nessuno di costoro piangerebbe se la sera del 18 aprile i votanti saranno al di sotto del 50 per cento. Il fallimento del referendum spianerebbe la strada all'accordo Berlusconi-D'Alema per mandare al Quirinale, senza perdere troppo tempo, un nome in grado di garantire le riforme, sì, ma soprattutto la stabilità istituzionale. E senza un successo alle spalle, sarebbe ben difficile per Fini, Veltroni e gli altri referendari opporsi o mettersi di traverso. Soprattutto se la guerra, come è possibile, in maggio non sarà conclusa. Come ha detto Gerardo Bianco, il Paese non capirebbe un conclave protratto per decine di scrutini, a Montecitorio, mentre al di là dell'Adriatico c'è l'inferno. In un modo o nell'altro, il nesso tra referendum e Quirinale è nei fatti, così come è chiaro che la partita, stavolta, avrà dei vincitori e degli sconfitti.


Anche Segni concorda: solo dall'abolizione della proporzionale
la spinta verso un capo dello Stato riformatore

«Referendum decisivo per il Colle»
Veltroni: presidente bipolarista se vince il sì. Fini: An voterà chi sostiene il quesito
di Daria Gorodisky

ROMA - Da sinistra (Walter Veltroni) a destra (Gianfranco Fini), passando per Mario Segni, l'arco referendario ha trovato un nuovo punto di unione: il legame stretto tra il risultato della consultazione del 18 aprile e la scelta del nuovo capo dello Stato. Ospiti di Confindustria per un convegno sull'abolizione di quel 25% di quota proporzionale alla Camera come passo indispensabile per ottenere stabilità politica e modernizzazione, ieri i tre politici lo hanno ripetuto a turno.

Per primo, il segretario dei Ds. «In caso di vittoria del sì, il nuovo presidente della Repubblica dovrà essere un convinto bipolarista», dice Veltroni. Condivide e rilancia Fini, con termini inequivocabili: «Se qualche candidato al Quirinale sarà interessato anche ad avere i voti di An, dovrà essere consapevole dell'importanza del referendum. Insomma, di qui al 18 aprile, attendiamo dichiarazioni a favore del sì da parte dei "papabili" al Colle». Infine Segni, secondo cui solo dalla vittoria del referendum elettorale «può nascere la spinta verso l'elezione di un presidente della Repubblica riformatore, nel rispetto di una volontà popolare liberamente espressa».

Uno strumento, quello dell'elezione del prossimo inquilino del Quirinale, usato come triplo cuneo: per capitalizzare prese di posizione pro sì di personaggi autorevoli per definizione in quanto candidati al Colle; per stabilire già chiaramente alcuni criteri di scelta; infine, per «stanare» quei politici che praticano «l'astensionismo sussurrato», dice Segni.

Perché il rischio principale paventato a tutt'oggi dai referendari è l'ipotesi che non si raggiunga il quorum (per essere valida, ogni consultazione deve ottenere la partecipazione del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto). Contro la «furbizia dell'astensionismo» interviene Veltroni: «C'è una nostalgia di proporzionale, nei fatti più che nelle dichiarazioni. Capisco chi sostiene il no, come fa anche parte del mio partito. Ma è moralmente del tutto inaccettabile che, chi sostiene ufficialmente il sì o il no, lasci invece intendere che è meglio non andare a votare». Parole lanciate contro quella «parte del centrodestra» che non si impegna per il referendum. Parole che Segni affila: «Chi dice che questo referendum è inutile o non ha capito nulla, ma sono tutte persone intelligenti, oppure è in malafede. Stiamo assistendo a qualcosa di molto simile alla campagna dell'"andate al mare" fatta da Craxi nel '91, ma in questo caso è fatta da una serie di craxini».

Luigi Abete chiama in causa esplicitamente Silvio Berlusconi. «Anche nel football è dimostrato che le squadre che giocano sempre sulla "tre quarti" non hanno futuro. Scegli e se ci sei batti un colpo: dicci se sei a favore del referendum oppure taci e vai avanti», scrive in un telegramma ideale l'ex presidente di Confindustria al Cavaliere.

Intanto, mentre dall'interno di Forza Italia arrivano appelli al leader per «evitare ambiguità» (Biondi) ma anche difese della sua posizione (Scajola), Berlusconi non fa sapere se parteciperà a un vertice Prodi-Veltroni-Fini-Casini che dovrebbe tenersi con Segni e Abete venerdì prossimo. Tutti uniti per eliminare la quota proporzionale alla Camera, i referendari, anche se «non si tratta che di un passaggio», perché poi bisognerà «migliorarla» la legge elettorale e «non importa se allora ci scontreremo»: presidenzialisti contro semipresidenzialisti, sostenitori del turno unico contro fautori del doppio turno.

La Confindustria comunque, padrona di casa del convegno, ribadisce che «non si può tornare indietro». I giovani imprenditori tramite il loro presidente Emma Marcegaglia spiegano che «il sistema attuale è condizionato da troppe particelle partitiche che impediscono qualsiasi riforma». Serve invece, continua la Marcegaglia, un governo stabile e forte di tipo bipolare che consenta di «diminuire la spesa pubblica, mettere a punto la riforma delle pensioni, privatizzare e liberalizzare ampi settori dell'economia ancora in mano pubblica, inserire una flessibilità più ampia nel mercato del lavoro». Innocenzo Cipoletta, direttore generale di Confindustria, ricorda che l'impegno degli industriali per il maggioritario risale al '93. Mentre Abete afferma che «chi non va a votare il 18 aprile, si dimette da cittadino».

A distanza, solidarizza il Movimento per le riforme istituzionali di Giuliana Olcese, ma replicano i Verdi. «E allora ecco la mia lettera di dimissioni da cittadino italiano», dichiara Mauro Paissan. Il capogruppo Verde alla Camera poi aggiunge: «Io non andrò a votare per un referendum inutile e truffaldino e come me faranno, penso, diversi milioni di elettrici ed elettori. Abete ci espelle tutti dal consorzio civile? È la sua concezione della democrazia». Mentre il presidente dei senatori ambientalisti, Maurizio Pieroni, accusa Fini e Veltroni di voler «compiacere le esigenze di Confindustria» e di dare «un inusitato spettacolo di piaggeria verso i poteri forti del nostro Paese». Pieroni poi ironizza: «Più che un referendum per il bipolarismo quello del 18 aprile si sta ormai tramutando in una campagna per il biservilismo...».

 

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