Quirinale e 18
aprile: intrecci pericolosi Perché si discute tanto dell'imminente elezione del Presidente della Repubblica mentre non si parla del referendum? Eppure, la consultazione referendaria si terrà prima dell'elezione dell'inquilino del Quirinale. E sarà il suo esito, più di ogni altro evento, a condizionare la scelta del Presidente. Logica vorrebbe che il contenuto del referendum fosse già oggi oggetto di accaniti dibattiti fra le forze poli- tiche. E invece, silenzio. Perché? Credendo fermamente, con Andreotti, che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca, avanzo un sospetto: si parla tanto di Presidenza della Repubblica proprio perché si vuole parlare il meno possibile del contenuto del referendum del 18 aprile. Ci sono certamente ampi settori del Parlamento che sperano che la disinformazione sul referendum resti elevata nel Paese, e che probabilmente premono perché le televisioni non dedichino, nelle prossime settimane, grande spazio al tema. Sono quei settori che puntano su una campagna referendaria dai toni dimessi e, per conseguenza, su un Paese distratto, per ottenere un risultato (per loro) prezioso: un elevato astensionismo. Pensano, rassegnati, che il «sì» (all'abolizione della quota proporzionale) vincerà il 18 aprile ma sperano che, grazie alla disinformazione, si tratti di una vittoria di misura. In modo da poterne più facilmente sabotare il risultato. Il calcolo non è sbagliato: «In fondo - pensano costoro - siamo persino riusciti a reintrodurre il finanziamento pubblico dei partiti su base proporzionale, in barba al referendum contro il finanziamento del '93. Perché non dovremmo riuscire anche a neutralizzare, almeno in parte, gli effetti del prossimo referendum contro la residua quota proporzionale? Certo, ci riusciremo tanto più facilmente quanto meno brillante risulterà, dal punto di vista dei fautori del "sì", il risultato referendario». Chi pensa che la probabile vittoria del «sì» seppellirà per sempre il «partito della proporzionale» si sbaglia di grosso. Non è vero che dopo il referendum la competizione sarà solo fra «monoturnisti» (fautori del maggioritario a turno unico) e «doppioturnisti» (fautori del maggioritario a doppio turno di collegio). Il partito della proporzionale non si farà mettere da parte tanto facilmente. Lo abbiamo visto anche dopo il '93: il par- tito della proporzionale, battuto alle urne, riuscì a imporre lo «scorporo», la doppia scheda, eccetera, le varie diavolerie proporzionaliste che inquinarono pesantemente il meccanismo maggioritario. Il partito della proporzionale non si piegherà di fronte al probabile «sì» neppure questa volta. Ha tuttavia bisogno che si realizzino due condizioni. La prima è, appunto, un referendum dai toni dimessi, con pochi italiani consapevoli della posta in gioco, e, dunque, con un elevato astensionismo. La seconda è, subito dopo, l'elezione di un Presidente della Repubblica «amico». Su questa base il partito della proporzionale potrà poi partecipare da una posizione di forza alla discussione sulla nuova legge elettorale, cercando di reintrodurre (con premi di coalizione, finti doppi turni, cosiddetti «diritti di tribuna» con doppia scheda, ecc.) tutti i pasticci di tipo proporzionale possibili. In modo completamente diverso andranno le cose se finalmente, e subito, comincerà una seria discussione pubblica sul referendum. Il Paese verrà informato e coinvolto. E il risultato referendario si riverbererà sulla stessa elezione del Presidente della Repubblica. Per intenderci, una schiacciante vittoria dei «sì» al referendum, che venga dopo un ampio dibattito, sbarrerebbe la strada per il Quirinale a qualsiasi amico del partito della proporzionale. Che i nemici del referendum non vogliano che se ne parli è normale. Non è normale che stiano zitti gli altri. Tanto più che, in questi giorni, di referendum si è parlato solo per segnalare i bisticci (l'attacco di Di Pietro a Segni) dentro il comitato referendario. Referendum e Quirinale sono aspetti della medesima partita. Occuparsi seriamente del primo significa, nella presente congiuntura, occuparsi anche del secondo. |
Referendum,
comincia la campagna ROMA - (r.r.) Scocca oggi il via ufficiale alla campagna sul referendum elettorale, che durerà fino al 16 aprile (due giorni prima del voto). Mario Segni la inaugura a Roma, con gli altri membri del comitato promotore tra cui Luigi Abete, Antonio Di Pietro, Achille Occhetto, Antonio Martino, Claudio Petruccioli e Augusto Barbera. Ieri la questione referendum è stata anche dibattuta durante l'assise generale di Confindustria. Senza lo stimolo della consultazione probabilmente il Parlamento non sarebbe riuscito a tradurre i suoi «buoni propositi» in una riforma, ha detto Massimo D'Alema. E, sollecitato da un'affermazione del segretario del Ccd Pier Ferdinando Casini, secondo il quale c'è «una congiura del silenzio» sul referendum, il presidente del Consiglio ha replicato: «Non so se c'è una congiura del silenzio. Io, pur sapendo che nella maggioranza ci sono opinioni diverse, non ho avuto difficoltà a dire che voterò sì». Alla stessa platea si è rivolto però anche il leader dei Popolari Franco Marini, per spiegare che «il referendum è inutile» e che il problema della riforma elettorale va affrontato in Parlamento. Mentre Abete ha chiesto un impegno a favore del referendum da parte del mondo dell'impresa, riscuotendo un'adesione dal presidente e amministratore delegato della Pirelli, Tronchetti Provera. Ma non mancano le polemiche all'interno del fronte del «sì» all'abolizione del voto di lista relativo alla distribuzione proporzionale del 25 per cento dei seggi. Di Pietro attacca Casini: «Ha utilizzato il buon Segni per cavalcare un cavallo che non gli appartiene». Peppino Calderisi e Marco Taradash (Forza Italia) invece annunciano che non parteciperanno alla manifestazione di oggi del comitato unitario per il referendum perché Di Pietro vuole «snaturare la consultazione e la sua carica innovatrice per consegnare il risultato a questo Parlamento che potrà solo fare pasticci e tradire il voto popolare. Invitiamo tutti i liberaldemocratici, a partire da Mario Segni, a non prestarsi a questo indecente gioco di palazzo». Intanto l'Authority per le garanzie nelle comunicazioni, presieduta da Enzo Cheli, ha invitato tutte le emittenti ad attenersi a criteri di par condicio nell'informazione relativa al referendum. E da lunedì prossimo partono sulle reti Rai le tribune referendarie che andranno in onda ogni giorno per quattro settimane. |