RCS on Line - Corriere della Sera

Giovedì, 18 marzo 1999


Si lavora su un compromesso che prevede la scomparsa della figura del portavoce e la nascita di un coordinamento più ampio

Referendari, lite nella notte tra Segni e Di Pietro  

Gianna Fregonara,

ROMA - «Basta beghe, il referendum deve essere di tutti. Ora lavoriamo per il quorum e occupiamoci degli avversari politici come Mastella e compagnia». Così Mario Segni si è presentato ieri sera alla riunione del comitato referendario a rispondere alle accuse di Antonio Di Pietro. Non si è dimesso, come chiede da una settimana l'ex pm di Mani pulite, che ritiene che la battaglia referendaria non possa sopportare che il suo leader abbia lanciato il nuovo partito del centrodestra (l'Elefantino).

Il comitato è stato a un passo dalla spaccatura. Si litiga su chi può rappresentare i referendari in tv durante la campagna referendaria. C'è Segni, sotto processo, che ripete: «Non accetto provocazioni né umiliazioni». E i liberal di Forza Italia come Marco Taradash che minacciano: «Se a Di Pietro non va bene questo comitato ne faccia un altro».

Dall'altra parte, Di Pietro e i dipietristi chiedono un passo indietro perché «la maggioranza delle firme l'abbiamo raccolta noi». Tocca al fedelissimo Elio Veltri attaccare: «Il ruolo di Segni non regge più: dobbiamo azzerare tutto». Di Pietro, che arriva in ritardo per una cena elettorale, è scuro in volto: «Mi chiedo chi è il portavoce unitario del comitato perché so che ai Tg a rappresentare i referendum saranno Fini, Segni e Casini». Nel momento più drammatico il presidente del comitato Luigi Abete offre le sue dimissioni.

Per un'intera settimana sono stati al lavoro i «pompieri», Achille Occhetto e Claudio Petruccioli. Obiettivo: evitare che la riunione del comitato referendario di ieri sera si trasformasse in uno scontro violento e finale tra i due padri del referendum antiproporzionale che si svolgerà il 18 aprile. Hanno proposto loro la soluzione su cui i «contendenti» sono stati invitati a riflettere. Al posto delle dimissioni, scompare la carica di portavoce e si trasforma il comitato di presidenza in un coordinamento per la campagna del quale facciano parte tutte le anime, quella di destra rappresentata da Segni e da Martino, i Democratici con Di Pietro e i Ds con Occhetto. O, in alternativa, un comitato a tre Segni-Scoppola-Barbera. Luigi Abete potrebbe avere un ruolo più attivo. Ma se anche la mediazione formalmente ricompatterà le forze, la spaccatura ormai è nei fatti.

Sullo sfondo dello scontro non ci sono soltanto l'Asinello di Di Pietro e l'Elefantino di Segni. Nell'immediato è in gioco la partecipazione alle tribune elettorali in tv: quattro passaggi in tutto più i Tg, che Di Pietro non intende lasciare tutti a Segni. Resta anche da chiarire chi rappresenterà i referendari nell'apparizione televisiva del 16 aprile, quella finale e decisiva. Perché dalla campagna dipende il dopo. Con Di Pietro schierato - insieme ai ds che soffiano sul fuoco - per il doppio turno. Mentre Segni con radicali e altri referendari, da Taradash a Martino, sono per «il turno unico, lasciando la legge così come sarà dopo la vittoria del referendum». «Se il Parlamento la toccherà - attacca a muso duro Peppino Calderisi - non potrà fare altro che pasticci. Soltanto se si farà la riforma costituzionale introducendo il presidenzialismo, allora sarà possibile riparlare di doppio turno».

Parole che Di Pietro non vorrebbe sentire. E che ai Ds non piacciono. E, infatti, a poche ore dall'incontro decisivo del comitato referendario rilanciano: «Il sì della Quercia è un sì per il bipolarismo e per il doppio turno. Insomma, non staremo con Fini o con chi ha una tendenza monoturnista», annuncia il coordinatore dei ds Pietro Folena. In attesa del responso sul referendum, Mario Segni ieri non ha perso tempo per rilanciare il suo progetto del grande partito unico del centrodestra. Resta tutto rinviato al 19 aprile, quando, a urne chiuse, farà l'appello a tutti i leader del Polo e dell'area moderata, al mondo imprenditoriale e alla società civile.

Primo appuntamento? «Sarebbe una grande novità se già alle Europee potessimo presentarci uniti», ammette Segn i. Alla freddezza del Ccd e di An, che tendono a frenare l'operazione Elefante - di cui si parlerà oggi al convegno di liberal «Un bipolarismo che funzioni», con Casini e Fini - risponde Diego Masi con un sondaggio: l'82 per cento degli elettori del Polo vuole il bipartitismo e il 75 per cento le primarie.

 

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