Il Sole 24 Ore Online

Giovedì, 22 aprile 1999


L’Italia ha bisogno dei referendum
di Gianfranco Pasquino

Dopo la mazzata inferta ai referendum del 1997, tutti falliti per la mancanza del quorum, voluta e persino propagandata dalla sinistra, dal Pds e dal quotidiano «l’Unità», il fallimento del referendum elettorale, anche se soltanto per poco meno di 200mila voti, mette a rischio lo stesso istituto referendario. Chi ha seminato astensionismo raccoglie disaffezione che, prima o poi, ma probabilmente presto, si rifletterà anche sui partiti.

Naturalmente, i quesiti che il mancato raggiungimento del quorum solleva sono molteplici. Il più semplice e, al tempo stesso, il più radicale è se qualcuno avrà ancora la voglia di raccogliere le firme per un qualsiasi referendum sapendo che all’incirca il 20-25% di oppositori saranno sempre sufficienti per farlo fallire. Sommandosi agli astensionisti fisiologici, coloro che non possono andare a votare per un insieme di ragioni e che ormai costituiscono all’incirca poco meno del 30% dell’elettorato italiano, gli astensionisti per scelta e per calcolo possono sconfiggere i sostenitori del referendum tutte le volte che costoro non riescono a raggiungere e convincere, da soli, la metà più uno degli elettori.

La commissione Bicamerale si era molto preoccupata di rendere più difficile il referendum, per così dire, a monte, proponendo l’aumento fino a 800mila delle firme necessarie per richiederlo. Era una misura più o meno giustificabile, ma che non avrebbe costituito un ostacolo insuperabile per i referendari. La Bicamerale non si era invece interessata del problema a valle: il quorum. Adesso sappiamo che il requisito della partecipazione della maggioranza assoluta degli aventi diritto può diventare dirimente, davvero insormontabile. Chi crede che la democrazia debba essere soltanto rappresentativa e rimanere tale non ha comprensibilmente nulla da obiettare al requisito del 50% più uno dei votanti. Chi ritiene, invece, che il referendum, anche nella sua sola versione abrogativa, costituisca al tempo stesso uno strumento a disposizione dei cittadini per controllare quanto fanno i loro rappresentanti in Parlamento e per stimolarli a cambiare determinate leggi, deve nutrire molti timori sul futuro di questa limitata forma di democrazia diretta.

Certamente, l’uso che se ne è fatto non è stato del tutto impeccabile e il logorio dello strumento è dipeso anche da un ricorso talvolta numericamente eccessivo su materie di limitata rilevanza politica. Nel caso del referendum elettorale, che era il solo di questa tornata e che ha un suo saliente contenuto politico, non vanno, però, dimenticate né le ragioni che hanno portato alla sua richiesta né la persistente necessità di una vera riforma elettorale. Il referendum è stato chiesto contro la proposta di riforma detta del "patto della crostata" (di casa Letta) e quindi era diretto a impedire che vi fosse un’involuzione della già alquanto imperfetta legge Mattarella.

Inoltre, come in precedenti occasioni, nelle quali il referendum aveva aperto la strada a riforme comunque migliorative della proporzionale, il referendum elettorale intendeva sostituirsi all’incapacità dei parlamentari legislatori, confermata anche dal congelamento della pur discutibile proposta Amato, che il ministro stesso ha già corretto, e spingere verso una correzione maggioritaria della legge vigente. Purtroppo, alcuni promotori hanno esagerato nel trionfalismo, come se il referendum elettorale fosse un toccasana e potesse ristrutturare tutto il sistema costituzionale italiano e persino abrogare, se non i partiti, la partitocrazia.

Questi eccessi non assolvono affatto il malposto e manipolato allarmismo dei sostenitori del no (che, alla fine, hanno propagandato surrettiziamente anche l’astensione). Infatti, la democrazia italiana, che non si identifica nella sopravvivenza dei piccoli partiti, non veniva messa a repentaglio, come facevano finta di temere i sostenitori del no, dall’esito del referendum elettorale. Quello che è invece del tutto a rischio è il futuro del referendum. Paradossalmente, coloro che si sono astenuti hanno non soltanto "salvato" tutti i partiti piccoli e il loro potenziale di interdizione e di ribaltone, ma hanno ridato potere ai partiti così come sono a scapito dei cittadini che hanno prima raccolto le firme per il referendum e poi sono andati a votare adempiendo a un loro dovere civico sancito dalla Costituzione (articolo 48). È possibile che una democrazia senza partiti sia una democrazia di qualità inferiore a una democrazia di partiti. L’esperienza italiana insegna, però, che la democrazia non può essere affidata tutta ai partiti i quali, da soli, sono incapaci di riforme. Se muore il referendum, la democrazia italiana si impoverisce.

 

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