Un Paese
spaccato tra Nord e Sud Di fronte a un risultato come quello di ieri dove per 207.010 voti non si è raggiunto il quorum del 50% più uno dei votanti necessario per rendere valido il Referendum, non cè certo da recriminare né da esultare. Occorre prenderne atto severamente e ragionarci sopra. Occorre anzitutto prendere atto che il comportamento astensionistico (checché se ne pensi) da un po di tempo a questa parte è divenuto un vero e proprio comportamento di voto. Con ciò non si vuol dire che nellastensionismo non ci sia annidata strutturalmente lapatia e la disaffezione alla politica che pervade una parte dellelettorato (e che perciò costituisce quello che si definisce come un indicatore di disagio politico) ma si vuole piuttosto dire che cè (e sempre crescente) il comportamento astensionistico intermittente di chi volontariamente esercita il non voto in ragione dei convincimenti che si forma sullimportanza della posta in gioco per la quale viene chiamato a dire la sua. Ciò corrisponde a quella che si definisce la specificità del voto, e spiega il diverso livello di partecipazione che si registra nei diversi tipi di chiamata alle urne. Nel caso concreto del referendum di domenica si ha unulteriore prova di questo comportamento intermittente del- lelettorato, il quale negli anni 90 si è astenuto di più in occasione di quesiti ritenuti poco importanti (i referendum del 90, del 95 e del 97) e si è astenuto di meno in occasione dei quesiti sulle leggi elettorali ritenuti più importanti: i referendum elettorali del 91 e del 93, e anche di questo anno 1999 nel quale i votanti sono stati il 49,6% vale a dire 19,4 punti in più rispetto al 1997. Il fatto però è che la quota di elettori intermittenti, pur essendo diminuita, è rimasta elevata e il Paese risulta quindi spaccato in due fra i votanti e i non votanti e pure spaccato (pur presentando qualche variazione) in due fra Nord e Sud. Ma vediamo i risultati. Per zona geografica, i votanti sono stati superiori al 50% nel Nord-Est (56,6%), nel Centro (54%) e nel Nord-Ovest (52,1%), e invece inferiori al 50% nel Sud (42,8%) e nelle Isole (40,2%). Allinterno delle varie zone geografiche non cè però sempre uno stesso comportamento, se si scende allanalisi del voto per regione e per provincia. È singolare intanto osservare che in nessuna delle regioni autonome (Valle dAosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia, Sardegna) si è raggiunto il quorum. Non raggiungono inoltre il quorum altre sei regioni: una regione del Nord-Ovest (Liguria) e cinque su sei regioni del Sud (Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria). La regione con il più alto tasso di votanti è lEmilia-Romagna (62,1%) e quella con il tasso più basso la Calabria (34,8%). Se si osservano poi i risultati provinciali, si contano 48 province su 103 con meno del 50% dei votanti, fra le quali 14 del Nord, una sola del Centro (Massa Carrara), 20 del Sud (tutte meno Chieti, Pescara e Teramo) e inoltre tutte le province della Sicilia e della Sardegna. Le percentuali più alte di votanti si hanno nelle province di Bologna e di Modena (64,9%) e quelle più basse nelle province di Agrigento (30,4%) e di Vibo Valentia (31,1%). A stare ai risultati, il richiamo dei partiti che in prevalenza erano schierati a favore del voto ha avuto più seguito nellItalia Centrale dove, a parte il Lazio, la percentuale dei votanti è più che raddoppiata rispetto al referendum del 1997. Nelle regioni invece dove ha influenza la Lega, la variazione dellindice di partecipazione presenta i valori più bassi, e anche se nel Sud in media il tasso è più basso che altrove lindice di variazione rispetto al 1997 è però più alto che nelle regioni del Nord. Lappeal del voto in generale non è stato, come si vede, vasto per i motivi accennati sopra. Il risultato ora obbliga i partiti a riflettere sulla via da percorrere per attrarre alla politica un maggior numero di cittadini. Ma occorre fare le riforme, e le deve fare il Parlamento, tenendo conto del significato politico insito nellesito referendario che conferma un sistema elettorale maggioritario e anche proporzionale (e non esclusivamente maggioritario!). |
Allarme
sfiducia Questo voto chiude il decennio della politica italiana in modo simmetrico rispetto a come si era aperto. Nel 1991 il successo (inatteso) del referendum che eliminava le preferenze multiple alle elezioni politiche apriva una stagione di cambiamento, sostenuto dal consenso popolare, avviando una transizione che avrebbe prodotto lo sfaldamento dei partiti tradizionali e la ricerca di un nuovo modello di democrazia, fondata sul principio maggioritario. Nel 1999 il fallimento del referendum che, attraverso labolizione della quota proporzionale del voto alla Camera, segna la fine di quella stagione. E, parallelamente, sottolinea come questa transizione sia, invece, "lontana dalla fine". E dallaver trovato "un fine". Siamo, dunque, nel mezzo di una transizione infinita, che non può più contare, per riprendere e orientare il suo cammino, sulla spinta popolare. Il "non voto" di ieri lha ribadito con forza. È finito un ciclo. Il ciclo della protesta attiva, che aveva trovato nei referendum una via per esprimersi. Oggi questa "risorsa" non è più sufficiente a esercitare pressione, né ricatto. Il che significa che questo sistema politico non può che affidarsi a se stesso. Per ridisegnare le istituzioni. Ma anche per colmare il solco profondo che oggi separa i cittadini, lo Stato e le forze politiche. È questo il messaggio a mio avviso più significativo, tra quelli emersi dal referendum. Il quale ha offerto verdetti chiari, ma al contempo ambivalenti. Sancendo degli sconfitti "politici". Senza indicare dei vincitori. Gli sconfitti si riassumono nel composito "partito del Sì". I quali hanno sperimentato lefficacia del sistema maggioritario, pagando carissimi i pochi decimali di differenza rispetto al quorum. In questo versante coesistevano diversi obiettivi, non sempre coincidenti. La convinzione che attraverso lelettroshock referendario la riforma elettorale potesse procedere in senso decisamente maggioritario e bipolare. Lidea che si dovesse andare oltre gli attuali partiti e le attuali coalizioni, mediante nuovi soggetti politici, i cui promotori coincidono con quelli del referendum: i Democratici a centrosinistra, guidati da Prodi, Di Pietro e i sindaci; lElefante a centrodestra, sostenuti da Segni e Fini. Un modello bipartitico, più che bipolare; che si poteva combinare con altre soluzioni istituzionali, di tipo (semi)presidenzialista. Questi progetti escono dal voto ridimensionati. In quanto, contrariamente alle attese, non hanno incontrato la necessaria spinta sociale dal voto referendario. Il quale ha perso così il significato assunto in questultimo quarto di secolo. Quando si era imposto come strumento di democrazia diretta in grado di imprimere svolte politiche e sociali significative per il Paese. Nel 1974 con il voto sul divorzio, nel 1984 sulla scala mobile, nellultimo decennio con i referendum elettorali. Oggi questo modello si è esaurito. In modo, probabilmente, definitivo. Se è chiaro chi ha perso, è peraltro difficile decidere chi siano i vincitori. Non mi pare lecito riconoscerli nel frastagliato Fronte del No. Il quale può, senza dubbio, festeggiare il fallimento del progetto altrui. Ma non può interpretare lesito referendario come un sostegno ai propri disegni. Se non limitatamente allinevitabile freno alla riforma elettorale e al maggioritario; e magari, per alcuni, al rallentamento dellintero processo di riforma istituzionale. Tuttavia, se il Fronte del Sì ha trovato, comunque, il 40% dei cittadini disponibili a votare per labolizione della quota proporzionale, mi pare difficile che, il Fronte del No, potrebbe contare sul medesimo sostegno elettorale a qualcuno dei suoi progetti. Dico di più: mi pare difficile oggi individuare un soggetto o uno schieramento politico in grado di mobilitare la maggioranza degli elettori su un qualsivoglia progetto di riforma. Proporzionale o maggioritario; presidenzialista o parlamentarista o cancellierista; federalista o centralista. In fondo, gli oppositori del referendum, in questa occasione, hanno scelto non di sostenere la propria opzione, facendo votare per il No. Ma di associarsi allastensione. Di agganciare i loro vagoni al convoglio, già lungo, su cui viaggiano coloro che guardano altrove. A quello che ho definito il Fronte del Non. Che riunisce gli indifferenti, gli apatici, gli sfiduciati. Coloro che, tradizionalmente, stanno ai margini della scena politica, perché socialmente ed economicamente marginali. Ma anche coloro che, di elezione in elezione, di rivoluzione (promessa) in rivoluzione, di svolta (presunta) in svolta, nel corso di questo decennio, posti di fronte allassenza di risultati concreti, hanno smesso di credere nella effettiva possibilità di riforma del sistema politico e istituzionale. Nelleffettiva possibilità di cambiare attraverso il voto. E quindi non votano. Programmaticamente. Non solo al referendum. Ma neppure alle elezioni politiche o amministrative. Un popolo di disorientati e di scettici. Che attraversano tutti gli strati della società. Ma che, a differenza del passato, trovano peso crescente anche fra i giovani. Difficile valutare la rilevanza del Fronte del Non. Ma, di certo, gli si devono almeno metà delle astensioni registrate domenica. Soprattutto nel Mezzogiorno. Ha vinto il Fronte del Non, allora? Difficile sostenerlo. Perché il Non, per definizione, "non" vota e "non" partecipa. Quindi "non" ha obiettivi. È la zona grigia che segnala il distacco della società dalla politica e dalle sue ragioni. Unindifferenza che non sempre e non necessariamente va considerata negativamente. Non solo perché in democrazia, soprattutto ai referendum, non votare è lecito. Anche perché, in una certa misura, può essere ritenuto un segno di "consenso". Di fiducia nel sistema. Non è, però, certamente il caso di questo referendum. Anzi: in questa fase il non voto sottolinea "non adesione" o sfiducia verso il sistema e i suoi attori. Da queste considerazioni, ammesso che risultino ragionevoli, possiamo ricavare tre indicazioni. La prima è che, come osserva lo stesso Giovanni Sartori, la stagione delle riforme per via referendaria è conclusa. Non ci sono più le basi né i numeri per garantire il consenso necessario a innovazioni istituzionali vissute dai cittadini come lontane e improbabili. La seconda è che, di conseguenza, il sistema politico, i partiti oggi debbono trovare in se stessi le ragioni e le risorse per cambiare il quadro politico istituzionale. Per superare le secche di questa transizione incompiuta. La terza è che se la
transizione non arriva in fondo, se il sistema non viene
riformato, i partiti e le istituzioni sono destinati a
perdere ulteriormente legittimità. E il Fronte del Non
ad allargarsi. |
Segni:
Berlusconi responsabile della sconfitta ROMA «Abbiamo avuto avversari che conoscevamo: la sinistra di Bertinotti e Cossutta, una parte della sinistra Ds, frammenti malati di nostalgia partitocratica che vanno da Marini ai Verdi, ma per essere franchi dobbiamo sapere che il primo responsabile della sconfitta del referendum è Silvio Berlusconi»: alla prima assemblea dei referendari liberaldemocratici, dopo la cocente delusione per il mancato raggiungimento del quorum nella consultazione di domenica, ieri Mario Segni ha attaccato duramente il leader del Polo. Il leader referendario ha rivolto un appello a tutto il Centro-destra e in particolare a Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini, ponendo «lesigenza di rivedere la leadership e la strategia della coalizione». E a Massimo DAlema, convinto che sul mancato quorum abbiano pesato le divisioni allinterno del fronte del sì e latteggiamento di Antonio Di Pietro, Segni ha replicato che questo non è vero. «La campagna referendaria spiega è stata condotta da tutto il fronte referendario con determinazione e grande unità. Non abbiamo nulla da rimproverarci». Per Segni, Berlusconi «ha inferto un duro colpo» alla spinta riformistica liberal-democratica e «ha regalato la vittoria alla peggiore sinistra, al peggior qualunquismo, quello di Bossi, e alla peggiore partitocrazia, quella di Marini e Mastella». Il leader referendario, sottolineando latteggiamento costantemente critico, i frequenti attacchi e la conclamata nostalgia del proporzionale di Berlusconi, ha spiegato che il rischio, ora, è quello di «avventure consociative e tentazioni di riforme pasticciate». E il terreno di scambio, ha aggiunto, rischia di essere ancora una volta «quello della giustizia». Anche se la sconfitta del referendum ha evidenziato le divergenze di idee e intenti tra Fini e Berlusconi, è più probabile che una netta vittoria del sì avrebbe posto un identico, se non maggiore, problema di leadership nel Polo. Il progetto bipartitico di Segni, teso verso una differente area liberaldemocratica, avrebbe infatti rafforzato lidea di un soggetto unitario del Centro-destra, la cui guida sarebbe dovuta essere assunta da un referendario. E il candidato ideale, anche se Segni non lo ha mai detto esplicitamente, sarebbe potuto essere proprio lo stesso leader referendario. A parte Gianni Alemanno, gli attacchi di Segni a Berlusconi hanno lasciato piuttosto freddi e imbarazzati gli esponenti di An Adolfo Urso, Altero Matteoli e Maurizio Gasparri. «So ha aggiunto Segni di creare problemi difficili nel Polo, situazioni di conflitto, ma è il momento della chiarezza. Soprattutto dopo il colpo inferto alla trasformazione liberal-democratica da chi sostiene di essere il leader di questarea. Il mio è un appello a tutti». Un appello che Segni ha indirizzato anche a Emma Bonino e Marco Pannella, spiegando che non ha affatto intenzione di «mollare». Il simbolo dellElefante, che campeggiava sul palco e sul podio, era lì proprio a indicare la prospettiva: «Laggregazione di tutti i liberaldemocratici in ununica forza». Fini ha tenuto a ringraziare Segni per limpegno profuso, precisando che An non è affatto pentita della sua scelta e «non ha alcuna intenzione di ammainare la bandiera del rinnovamento della politica e delle istituzioni». La risposta di Berlusconi non si è fatta attendere: «Forza Italia ha detto è stato lunico partito ad affrontare il referendum con autentico spirito liberale lasciando libertà di voto». Tra gli azzurri, la bufera referendaria ha già comunque mietuto i primi netti dissensi. Marco Taradash e Giuseppe Calderisi, i «ribelli liberal», hanno abbandonato il partito per la «drammatica divergenza» con Berlusconi per il suo disimpegno nella campagna per il sì. Berlusconi, per parte sua, di fronte alla vittoria del no, ha invitato il Governo a non riproporre la proposta Amato-Villone, perché il risultato referendario non indica la strada del doppio turno voluto dalla sinistra e ha riproposto invece il modello elettorale tedesco, che sta riprendendo quota: metà dei parlamentari eletti col proporzionale e soglia di sbarramento al 5% e laltra metà in collegi uninominali dove si presentano i candidati dei singoli partiti. Se il Centro-destra non naviga in buone acque, anche a Botteghe Oscure la situazione non è delle migliori. Walter Veltroni, pur ammettendo che errori ne sono stati fatti, denuncia le revanche neoproporzionaliste, presenti nel suo stesso partito. Il segretario ribadisce che la Quercia non si smuoverà dal doppio turno, garantendo piena fedeltà alla proposta Amato. La sinistra Ds, riunita in serata, ha però chiesto la convocazione immediata di una direzione del partito, per valutare la «sconfitta politica pesante» causata dalla decisione di Veltroni di schierare il partito a favore del referendum, sottolineando la «sofferenza diffusa» che va oltre larea della sinistra, da sempre su posizione antireferendaria. Tra i fautori del referendum, anche Romano Prodi non nasconde la delusione per una svolta che «non cè stata», ma si consola pensando agli oltre 20 milioni di voti per il sì dai quali «si deve ripartire». A cominciare dalle europee. |