Il Sole 24 Ore Online

Sabato, 17 aprile 1999


Un voto a favore della governabilità
di Luigi Abete

Ci sono cinque buone ragioni per votare sì, e altrettante per non astenersi. Iniziamo dalle prime.

L’obiettivo principale della politica in una società complessa, cioè ricca di autonomie individuali e collettive, è quello di risolvere i problemi della società, non di limitarsi a fotografarne la complessità. È questo il motivo principale che legittima i sistemi uninominali maggioritari rispetto a quelli proporzionali.

«La funzione di un partito politico consiste nel mettere in piedi un Governo oppure, come opposizione, nel controllare criticamente il lavoro del Governo... l’idea che una pluralità di ideologie o di visioni del mondo si debba riflettere in un gran numero di partiti, questo pensiero mi sembra essere politicamente errato. E non solo da una prospettiva politica, ma anche da un punto di vista filosofico. E, in realtà, un rapporto troppo stretto con la politica di partito non si concilia facilmente con la purezza di una dottrina» (Karl Popper, «Der Spiegel», 3 agosto 1987).

Senza scomodare l’America con il suo basso livello di tassazione e disoccupazione, basta verificare il miglior grado di efficienza dei Governi in Gran Bretagna e in Francia e constatare a contrariis la prova del nove: i partiti italiani che più si oppongono al referendum sono Rifondazione comunista e Lega, cioè i partiti che intendono usare il potere di veto come strumento permanente della propria legittimità politica.

«Più partiti ci sono, più difficile è la formazione del Governo. Questo è innanzitutto un dato di esperienza, ed è anche un dato di ragione... tutti sanno che il sistema proporzionale aumenta il numero dei partiti» (Karl Popper).

L’abolizione del voto di lista evita che i singoli partiti, alleati nello stesso schieramento, anziché competere con l’altro schieramento, promuovano una conflittualità tra di loro per acquisire potere reciproco all’interno dello schieramento: eliminando la seconda scheda e quindi i simboli dei partiti si impedisce la conta della competizione interna e quindi si rende inutile tale rissosità.

Il referendum consente che nel 75% sia eletto il maggior votato in ciascun collegio, nel residuo 25% risultino eletti i migliori secondi piazzati in ciascuna circoscrizione; pertanto non saranno più eletti tanti rappresentanti quanti sono i partiti (da 10 a 20), bensì i migliori rappresentanti di due o tre schieramenti, con ciò realizzando oltre al principio maggioritario quello uninominale (gli eletti sono decisi dai cittadini): ciò impedisce quindi ai quadri di partito di utilizzare la scappatoia della lista proporzionale per evitare il confronto elettorale diretto.

Il risultato referendario sarà certamente utile per i cittadini in quanto consentirà loro di indicare direttamente il candidato preferito e un Governo stabile, responsabile, con un solo programma.

La questione circa l’utilità del mantenimento del sistema uninominale maggioritario a turno unico, come esce dal referendum, ovvero la sua correzione successiva in Parlamento in uninominale maggioritario a doppio turno, è solo una tecnicalità: essa è indifferente per i cittadini, anche se importante per i singoli partiti (peraltro la differenza si riduce grandemente con le primarie, che realizzano di fatto un tipo diverso di doppio turno). Ambedue i sistemi funzionano, come dimostrato dall’esperienza inglese (turno unico) e francese (doppio turno), dove hanno governato nel tempo maggioranze diverse (Thatcher-Blair, Mitterrand-Chirac).

Chi preferisce il turno unico il 18 aprile raggiunge il traguardo di una legge immediatamente efficace, chi preferisce il doppio turno avrà comunque raggiunto una tappa, essenziale per poter poi proporre in Parlamento eventualmente una legge a doppio turno.

Tutti i cittadini italiani avranno comunque una buona legge elettorale uninominale maggioritaria e quindi potranno sperare che la politica risolva i problemi della società, anziché crearne di nuovi.

Ecco invece i cinque buoni motivi per non astenersi.

Perché i referendum del ’91 e del ’93 hanno ottenuto risultati importanti, che non sono stati successivamente disattesi: ciò è logico, in quanto i partiti in Parlamento possono trovare una mediazione su interessi economici comuni (vedasi legge sul finanziamento pubblico), ma non riescono a trovare una sintesi su problemi di carattere istituzionale che attengono alla propria sopravvivenza.

Perché chi si astiene, in quanto insoddisfatto della politica, offre il proprio voto paradossalmente proprio a quei partiti che con i propri comportamenti sono i più responsabili del mal funzionamento della politica.

Perché il referendum, ammesso che non basti, comunque serve, essendo ormai evidente che il 18 aprile o si fa un passo avanti oppure un passo indietro: chi aspetta la soluzione perfetta offre solo un alibi al sistema dei partiti.

Perché l’eventuale insuccesso del referendum darebbe forza a chi vuole limitare il referendum, che al momento è l’unico strumento di partecipazione diretta dei cittadini attuali e futuri; con ciò realizzando, come per il sistema pensionistico, un ulteriore caso di rendita ontologica, cioè di rendita a favore di chi c’è e a danno di chi non c’è.

Perché — Kosovo docet — governare la globalizzazione rimane importante e per far ciò serve una politica che funzioni e decida.

 

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