La partita
sulla legge elettorale ROMA Domenica prossima sarà la terza volta che gli italiani andranno alle urne per pronunciarsi su quesiti referendari che riguardano il sistema elettorale. È già accaduto nel 1991 con labolizione del voto di preferenza e nel 1993 con lintroduzione di un sistema maggioritario per il Senato. Ma non è detto che dopo il voto di domenica (anche se sarà raggiunto il quorum del 50% e vinceranno i sì) avremo un sistema elettorale definitivo. Infatti proprio il fronte del sì, unito sulla necessità di vincere i referendum, è già diviso per quello che dovrà succedere il giorno dopo il 18 aprile. Infatti, per alcuni referendari (in particolare radicali e dellala liberale del Polo, ma anche per alcuni esponenti di Alleanza nazionale), in caso di affermazione dei sì, uscirà un sistema bello e pronto per consentire agli italiani di votare la prossima volta con un sistema realmente maggioritario a turno unico. Invece unaltra parte (in particolare Antonio Di Pietro e i Democratici di sinistra) si dice convinta che il referendum non darà una soluzione definitiva alla riforma del sistema elettorale, ma che avrà soprattutto una funzione di stimolo, per mettere il Parlamento in condizione di varare una legge elettorale che (a differenza del sistema che uscirà dal referendum, in caso di affermazione dei sì) dovrà essere a doppio turno. Insomma il referendum se da un lato abolisce la scheda con la quale si votava per eleggere con il sistema proporzionale il 25% dei deputati (se vinceranno i sì saranno scelti i primi tra i secondi) non risolve, ma ripropone la contesa tra monoturnisti e doppioturnisti. Ecco quindi che, in caso di vittoria dei sì, la questione riforme si sposterà in Parlamento, dove, naturalmente non si riparte da zero. Dopo il fallimento della Bicamerale infatti si è provato ad affrontare almeno la questione della riforma elettorale. Alla Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama è infatti aperta la discussione sul cosiddetto progetto Amato-Villone, che sinora non ha fatto molta strada, dinanzi allostruzionismo di buona parte del Polo, preoccupata di evitare interferenze sullo svolgimento del referendum. La proposta, che è per ora soltanto a livello di bozza, si potrebbe definire di doppio turno temperato e prevede che il 90% dei seggi venga attribuito con il maggioritario a due turni con ballottaggio tra i primi 2 candidati di coalizione, se nessuno ha ottenuto al primo turno il 50 per cento. Il restante 10% dei seggi viene invece distinto in tre parti: una per il diritto di tribuna dei partiti non coalizzati, unaltra come premio alla coalizione vincente, una terza da dividersi proporzionalmente tra tutte le coalizioni recuperando i primi degli esclusi. Come si vede per ora siamo dinanzi a un sistema abbastanza macchinoso e sul quale non è stata ancora trovata la larga intesa necessaria, ma soltanto una certa disponibilità da parte dei partiti di maggioranza. Molte cose lasciano così intendere che dopo il referendum la discussione su quale dovrà essere la riforma elettorale definitiva sia destinata a riaprirsi. Proprio il ministro per le riforme Giuliano Amato ha detto in questi giorni che «di riforme se ne potrà riparlare solo dopo aver visto i risultati del referendum». E non è da escludere che alcuni dei partiti impegnati contro il successo del quesito referendario, rivedano anche quella pur piccola disponibilità nei confronti del doppio turno di collegio. È tutto da verificare, ma cè chi si dice convinto che, in caso di vittoria dei sì, per esempio, il Ppi non sarà particolarmente entusiasta di soluzioni doppioturniste. E sin da ora i monoturnisti dello schieramento del sì invitano cittadini e gruppi di pressione a difendere i risultati del referendum da successivi stravolgimenti in sede parlamentare. Come dire che, se dalle urne uscirà un sistema a turno unico, non lo si potrà dopo stravolgere con una riforma imperniata sul doppio turno di collegio. Insomma: qualsiasi sia il risultato delle consultazione di domenica prossima il futuro delle riforme costituzionali resta incerto e difficile, visto che una ripresa del dialogo spezzatosi in Bicamerale passa per difficili appuntamenti politici, a cominciare da quello per lelezione del capo dello Stato. Ma resta anche incerto quello che potrà essere il definitivo punto di arrivo della riforma elettorale, visto che i sostenitori del sì (quasi certamente in maggioranza nel Paese) si dividono tra sostenitori del turno unico e del doppio turno. |
Il comitato
per il sì chiude la sua campagna ROMA Si gioca sullastensionismo lultimo guizzo di vivacità duna campagna elettorale che sè accesa soltanto alla vigilia del voto e che è stata costantemente connotata da una sottile opera di minimizzazione. A "quorum" ancora incerto, favorevoli e contrari al referendum antiproporzionale continuano a scontrarsi sulle prospettive del dopo consultazione: si discute delle riforme possibili ma si guarda soprattutto allimpatto che il voto di domenica potrà avere sulle successive scadenze di stagione. Fra meno dun mese parte la corsa per il Quirinale in una situazione di totale frammentazione politica; fra meno di due mesi si riaprono le urne per rinnovare la guida di alcune migliaia di enti locali e per realizzare, attraverso il voto europeo, un preciso censimento della consistenza delle forze in campo. Ne va del Governo e probabilmente della legislatura. Così, a tre giorni dalla consultazione i referendari, nonostante alcuni sondaggi a loro favorevoli delle ultime ore, sono più che mai impegnati contro il rischio che il mancato raggiungimento del quorum del 50% possa condannare alla nullità una consultazione per la quale i "sì" appaiono invece sin dora largamente maggioritari. In parallelo gli antireferendari contano sullassuefazione al voto e sulla sfiducia nella classe politica e puntano con decisione sulla strategia del non voto. Lobbiettivo dichiarato è quello di affossare la modifica in senso maggioritario della legge elettorale proposta dal referendum. E probabilmente, sembra di capire, di affossare anche lo stesso istituto referendario. Lo spiega con molta chiarezza il verde Mauro Paissan. «Lunica vera forma dopposizione al referendum elettorale è lastensione», assicura il sostenitore del fronte del "no", subito ripreso dal forzista Peppino Calderisi che controbatte: «astenersi è certamente legittimo, ma in nessuna democrazia liberale esiste il quorum del 50% per i referendum». Il diessino Achille Occhetto ricorda invece agli elettori intenzionati a disertare le urne di domenica che lunico rimedio contro i trasformismi e contro i ribaltoni è proprio il sistema elettorale che deriverebbe dal sì al quesito referendario. Ma è ancora Mario Segni, il vero "motore" della consultazione, a rilanciare lappello alla partecipazione: «I rischi di non raggiungere il 50% dei votanti non sono affatto scomparsi, il quorum è fortemente a rischio», avverte. Lallarme per una sconfitta da abbandono dellavversario è stato peraltro il motivo sul quale hanno insistito tutti i maggiori esponenti del sì, che ieri hanno chiuso ufficialmente a Roma, in lieve anticipo sui tempi, la campagna elettorale. Come Segni, hanno esortato alla massima mobilitazione. Pierferdinando Casini ha sostenuto che i sondaggi che danno per scontato il superamento del quorum «rappresentano una nuova manovra per indurre gli elettori alle diserzione». Il diessino Fabio Mussi ha spiegato che il successo del quesito è essenziale per riavviare le riforme. Luigi Abete (che ieri ha escluso una sua candidatura alle europee o alle prossime amministrative) ha invece ridimensionato la portata della polemica fra monoturnisti e doppioturnisti che ha diviso nei giorni scorsi lo stesso fronte dei sostenitori del sì. Come esponente della società civile, ha osservato che la polemica interessa più i partiti che gli elettori. E la presidente dei Giovani della Confindustria, Emma Marcegaglia, ha precisato che il referendum «può dare governabilità e stabilità alla politica italiana». In margine alla manifestazione di Roma, Gianfranco Fini è tornato ieri sulla posizione di «scarso fervore referendario» attribuita a Silvio Berlusconi. «Non cè nessuno scontro allinterno del Polo, ma soltanto atteggiamenti diversi», ha precisato il presidente di Alleanza nazionale, ribadendo il suo «massimo impegno per la vittoria del sì». |