Il Sole 24 Ore Online

Mercoledì, 14 aprile 1999


Schiacciata dalla drammatica crisi nei Balcani,
la campagna elettorale si surriscalda solo alla vigilia del voto
Un referendum che lascerà il segno
Qualunque sarà il risultato di domenica gli attuali equilibri della politica sono destinati a mutare profondamente
di Franco Colasanti

ROMA — Sovrastato, quasi coperto dai fragori dell’ennesima crisi balcanica, il referendum per la cancellazione della quota proporzionale dal sistema elettorale della Camera ha lungamente stentato a individuare un suo spazio d’attenzione. Tant’è che soltanto alla vigilia dell’apertura delle urne di domenica prossima ha preso a proporsi con tutte le sue non lievi implicazioni e potenzialità politiche. Così, nonostante una drammatica congiuntura internazionale, a dispetto delle forti divergenze che dividono i sostenitori e a dispetto dell’impegno al silenzio cui si sono legati gli avversari, la consultazione ha finito per raggiungere anche un elettorato sempre più distratto e sempre meno interessato alle vicende della "Seconda repubblica".
Comincia a emergere la consapevolezza che questo referendum somigli assai poco ai tanti che si sono affastellati nelle successive primavere della politica. E che gli elettori hanno lasciato cadere segnando percentuali d’astensione in costante crescita: più lontani dai seggi e più vicini alle spiagge marine. Nessuno dei sette quesiti proposti due anni fa è riuscito ad allontanarsi dal 30% di partecipazione, una quota che ha condannato tutte le consultazioni all’invalidità per mancato conseguimento del quorum minimo stabilito dalla legge: il 50% più uno degli elettori iscritti nelle liste. Overdose di votazioni e marginalità delle materie sottoposte a giudizio sembravano destinate a condannare "a morte" lo stesso istituto referendario.
L’unico quesito di domenica 18 aprile, lungo 48 righe d’una domanda che toglie il fiato ma che è sufficientemente chiara nella sua essenzialità, abbandona però il campo specialistico e torna a investire i cittadini col problema della riforma del sistema elettorale. Abolire il 25% di proporzionale del "Mattarellum" e passare di conseguenza al maggioritario puro (quello all’inglese) o restare così come stiamo? Mettendo nel conto che, dopo tre successivi fallimenti "bicamerali", il Parlamento ha fornito ampia prova della sua inadeguatezza a intervenire in materia. Persino per introdurre una sia pur minima soglia di sbarramento nel sistema di voto europeo, che condanna il nostro Paese, unico fra i Quindici, alla polverizzazione e alla marginalizzazione della rappresentanza.
Un referendum "elettorale" è stato quello del ’91 sulle preferenze, il cui successo ha avviato la crisi dei grandi partiti del "vecchio regime". E ancora "elettorale", riguardava il Senato, è stata la consultazione che due anni dopo ha aperto la strada all’elezione diretta dei sindaci e al primo intervento di riduzione del proporzionale puro, che ha scandito mezzo secolo di storia nazionale. Perciò, quale che sia la sentenza che domenica sera uscirà dalle urne, neppure questo nuovo voto sarà ininfluente. Perchè il "sì" come il "no" sono destinati a incidere in profondo negli attuali equilibri politici, prima ancora che a determinare i contenuti d’una legge elettorale. Si comincia con la corsa al Quirinale ma potrebbe venire in discussione la stessa sopravvivenza della legislatura.
Su questi presupposti s’è arroventato, a un soffio dall’epilogo, uno scontro elettorale che sembrava incapace d’uscire dal ristretto circuito dei cultori. S’è accesa la battaglia del quorum, alla quale hanno finito per dare spazio proprio gli avversari della consultazione; avevano infatti puntato decisi sul silenzio per oscurare un’occasione di voto che rappresenta invece un passaggio fondamentale nella vicenda politica nazionale. I sondaggisti si sono avventurati nelle previsioni, dando conto di un’incerta maggioranza di votanti. Da ultimo hanno garantito che il quorum sarà raggiunto. Resta però il rischio e l’allarme, forse un po’ esorcisticamente enfatizzati dagli stessi promotori del primo appuntamento dell’anno con le urne.
Ma, proprio quando una brevissima e silenziosissima campagna elettorale sta per concludersi, e quando comincia a mostrare difficoltà la strategia dell’astensione posta in essere dai sostenitori dello statu quo, è il fronte proreferendario a essere investito dalla sue stesse interne contraddizioni. Affiorano le incomprensioni fra i leader del Polo e le divergenze fra quelli della maggioranza mentre cresce la distanza fra Centro-destra e Centro-sinistra sugli scenari che potrebbero aprirsi sin dalla prossima settimana.
Fra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, accusato di «scarso fervore referendario», prosegue una disputa che il leader forzista prova a chiudere tranquillizzando il suo collega di An a furia di sondaggi beneaugurali. Il quorum sarà scavalcato, la partecipazione si aggirerà intorno al 57 per cento, i sì stravinceranno, assicura Berlusconi citando i suoi aruspici personali. Nella maggioranza, frattanto, Walter Veltroni esclude divergenze coi popolari di Franco Marini e insiste nel tentativo di legare il sì a un sistema elettorale a doppio turno di collegio. Anticipando la prospettiva d’un aspro dopo referendum.


Coalizioni più omogenee per allontanare le crisi
di Mario Segni

Il risultato del voto di domenica è estremamente incerto. Non è per tattica che lo dico. Ne sono profondamente convinto, al di là di alcuni sondaggi. Intendiamoci, non credo affatto che gli orientamenti di fondo degli italiani siano mutati. L’Italia apprezza profondamente la grande innovazione che i precedenti referendum hanno portato nella vita dei comuni, l’elezione diretta dei sindaci. È sempre forte il desiderio di chiarezza, di stabilità, di efficienza delle istituzioni, frutti tipici del sistema maggioritario. Ma è il quadro particolare in cui si svolge il referendum a metterne a rischio il risultato.

In primo luogo vi è ovviamente la tragedia del Kosovo, che ha giustamente concentrato l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass media. Ma c’è dell’altro. L’Italia vive una crisi profonda di sfiducia nella politica, quasi di rigetto. Una serie di vicende ha profondamente scosso la speranza che le istituzioni del nostro Paese potessero rapidamente europeizzarsi.

Le crisi dei due governi espressi dal voto popolare (quello di Berlusconi prima e di Prodi poi), i vergognosi ribaltoni in cinque regioni, la palese violazione della volontà popolare compiuta in occasione di alcuni referendum (il più grave di tutti quello sul finanziamento dei partiti) hanno scavato un solco profondo tra lo Stato e i cittadini.

Voglio dire subito che comprendo perfettamente questo stato d’animo. In gran parte esso è anche il mio. Ciò che preoccupa è però che questo malessere, o addirittura questo sdegno, non provochino una reazione, un desiderio di cambiamento, ma determinino una sorta di rassegnazione. Si diffonde infatti un’idea pericolosissima: che l’Italia sia eternamente condannata ad avere uno Stato debole, governi instabili, una politica incomprensibile e pasticciona.

Il vero nemico del referendum è proprio questo: la rassegnazione. Essa rischia di far dimenticare che il referendum è diretto a combattere proprio quei mali che sdegnano l’opinione pubblica; rischia di far dimenticare che i principali avversari dell’operazione referendaria sono quei leader, come Bossi e Bertinotti, che hanno provocato crisi che hanno sdegnato gli italiani; rischia di far dimenticare che una vittoria del sì taglierebbe l’erba sotto i piedi ai movimenti trasformistici alla Mastella che rappresentano la mina più grave per la stabilità politica.

Dopo anni di inerzia parlamentare, dopo tre bicamerali fallite, il referendum dà ai cittadini uno straordinario strumento per avvicinare il nostro Paese alle grandi democrazie occidentali. La scomparsa del voto proporzionale sulle liste di partito, causa di eterna rissosità delle alleanze, creerebbe una spinta fortissima verso le creazioni di coalizioni omogenee, che sarebbero costrette a presentarsi ovunque con lo stesso simbolo e lo stesso programma; lo spazio per gli accordi di desistenza, fonte di tanti guai, sarebbe pressoché annullato; lo scenario delle elezioni non sarebbe più quello di una serie di partiti in lotta tra di loro, anche quando appartengano alla stessa alleanza, ma quello di una competizione tra due coalizioni contrapposte. Insomma, sarebbe un passo enorme, forse irreversibile, verso un vero bipolarismo.

Ma occorre sapere se questo strumento non verrà usato, se il quorum non verrà raggiunto, le conquiste faticosamente raggiunte negli ultimi anni saranno spazzate via. Questo referendum si ricollega a quelli del ’91 e del ’93. Se prevarranno le astensioni i risultati raggiunti allora, le prime sconfitte della partitocrazia, la marcia verso la stabilità, verrebbero annullate. In piena coscienza lancio quindi un grido d’allarme: per quanto riguarda le riforme il 18 aprile ci giochiamo tutto.


Una scheda-rompicapo e troppa disinformazione
di Diego Novelli

Perché voterò no? Semplicemente perché non intendo essere imbrogliato, poiché il referendum escogitato da alcuni uomini politici in declino altro non è che un gigantesco imbroglio. È sufficiente prendere in mano il fac-simile (distribuito dal ministero degli Interni) per rendersi conto di che cosa si troveranno di fronte domenica, al momento del voto, gli elettori italiani: una maxi-scheda con su riportate le 117 frasi della legge vigente di cui si chiede l’abrogazione. È stato cronometrato che per leggere tutti i quesiti sottoposti al giudizio degli elettori, e riportati sulla scheda, sarebbero necessari sedici minuti.

Non è una cosa seria a partire dalla scheda e ci domandiamo come abbia potuto la Corte costituzionale ammettere una stramberia come questa. Se poi entriamo nel merito l’imbroglio risulta plateale. Infatti i sostenitori del "sì" vogliono far credere, ad esempio, che con il voto di domenica si è chiamati a scegliere tra maggioritario e proporzionale, il che non è vero. Si tratta semplicemente di una diversa ripartizione del 25% assegnato con il proporzionale, attraverso il ripescaggio dei candidati sconfitti nei collegi uninominali. Si potrebbe verificare addirittura l’ipotesi che le forze vincenti nell’uninominale si vedano surclassate da quelle perdenti attraverso questo perverso marchingegno. Non solo, ma i ripescaggi potrebbero essere più di uno nel corso di una legislatura (in caso di morte o di dimissioni di un parlamentare) rimettendo in discussione ogni volta gli equilibri tra maggioranza e opposizione.

I referendari dicono che con la vittoria dei "sì" si eviteranno in futuro i ribaltoni, i passaggi da un gruppo all’altro e soprattutto la frantumazione della rappresentanza in Parlamento. Tutto falso. Le maggioranze potranno anche dopo il referendum essere ribaltate, poiché non esiste vincolo di mandato per i parlamentari (articolo 67 della Costituzione), quindi trasferimenti dei singoli e le transumanze di interi gruppi si verificheranno secondo la "sensibilità" degli eletti. Inoltre i gruppi parlamentari in base al regolamento della Camera dei deputati, potranno essere comunque sino a 31, un gruppo ogni 20 deputati. I massimi esponenti dei referendari (da Segni a Occhetto, con l’aggiunta avvenuta in un secondo tempo di Fini) sono stati tutti allevati nei partiti, sin dalla più tenera età. Ebbene, oggi questi personaggi politici conducono una irresponsabile campagna di denigrazione nei confronti dei partiti senza dirci però con quali nuovi strumenti intendono sostituirli per garantire un reale esercizio della democrazia. Chi sceglierà alle prossime elezioni candidati per i collegi uninominali: lo Spirito Santo, oppure gruppi sempre più ristretti di persone, o i nuovi leader-padroni?

Mario Segni, in buona compagnia con Emma Bonino (sponsorizzata da una singolare cordata nientemeno che per la Presidenza della Repubblica) ha già dichiarato che in caso di vittoria dei "sì" il referendum avrà un valore autoapplicativo, cioè, non potrà essere successivamente fatta una nuova legge elettorale, esattamente il contrario di quanto ha dichiarato in questi giorni Walter Veltroni il quale ha sostenuto che la vittoria dei "sì" «significherà la volontà degli elettori per il doppio turno». La Bonino, in omaggio al ruolo da lei medesima attribuitosi di "garante della legge" accettando l’investitura per il Quirinale, è giunta ad affermare che il Parlamento «non è più legittimato a modificare il testo della legge risultante dal referendum».

La campagna elettorale che sta per concludersi ha evidenziato la scarsa informazione degli elettori ai quali si è cercato di far credere quello che non è. Un esempio per tutti. Luciano De Crescenzo, noto scrittore, ha dichiarato a la Repubblica (domenica 11 aprile): «Voterò sì perché ho capito che il proporzionale rende più ricattabile il Governo. Ricordiamoci che Romano Prodi è stato fatto fuori per un solo voto».

Che cosa centri il proporzionale Dio solo lo sa, oltre tutto lo sgambetto a Prodi è stato possibile anche perché un eletto con il maggioritario nello schieramento dell’Ulivo è passato all’opposizione: se ignora queste cose De Crescenzo, figuriamoci cosa ne sa la stragrande maggioranza degli elettori.

Per ultimo ritengo inquietanti i collegamenti fatti tra una eventuale vittoria del "sì" e le ambizioni non nascoste della Destra: dalla presidenza della Repubblica (per Segni), al partito dell’Elefante, alle auspicate svolte di tipo bonapartista. Il 18 aprile sono in gioco dunque anche questioni riguardanti la democrazia.

 

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