Schiacciata dalla
drammatica crisi nei Balcani, ROMA Sovrastato,
quasi coperto dai fragori dellennesima crisi
balcanica, il referendum per la cancellazione della quota
proporzionale dal sistema elettorale della Camera ha
lungamente stentato a individuare un suo spazio
dattenzione. Tantè che soltanto alla vigilia
dellapertura delle urne di domenica prossima ha
preso a proporsi con tutte le sue non lievi implicazioni
e potenzialità politiche. Così, nonostante una
drammatica congiuntura internazionale, a dispetto delle
forti divergenze che dividono i sostenitori e a dispetto
dellimpegno al silenzio cui si sono legati gli
avversari, la consultazione ha finito per raggiungere
anche un elettorato sempre più distratto e sempre meno
interessato alle vicende della "Seconda
repubblica". |
Coalizioni
più omogenee per allontanare le crisi Il risultato del voto di domenica è estremamente incerto. Non è per tattica che lo dico. Ne sono profondamente convinto, al di là di alcuni sondaggi. Intendiamoci, non credo affatto che gli orientamenti di fondo degli italiani siano mutati. LItalia apprezza profondamente la grande innovazione che i precedenti referendum hanno portato nella vita dei comuni, lelezione diretta dei sindaci. È sempre forte il desiderio di chiarezza, di stabilità, di efficienza delle istituzioni, frutti tipici del sistema maggioritario. Ma è il quadro particolare in cui si svolge il referendum a metterne a rischio il risultato. In primo luogo vi è ovviamente la tragedia del Kosovo, che ha giustamente concentrato lattenzione dellopinione pubblica e dei mass media. Ma cè dellaltro. LItalia vive una crisi profonda di sfiducia nella politica, quasi di rigetto. Una serie di vicende ha profondamente scosso la speranza che le istituzioni del nostro Paese potessero rapidamente europeizzarsi. Le crisi dei due governi espressi dal voto popolare (quello di Berlusconi prima e di Prodi poi), i vergognosi ribaltoni in cinque regioni, la palese violazione della volontà popolare compiuta in occasione di alcuni referendum (il più grave di tutti quello sul finanziamento dei partiti) hanno scavato un solco profondo tra lo Stato e i cittadini. Voglio dire subito che comprendo perfettamente questo stato danimo. In gran parte esso è anche il mio. Ciò che preoccupa è però che questo malessere, o addirittura questo sdegno, non provochino una reazione, un desiderio di cambiamento, ma determinino una sorta di rassegnazione. Si diffonde infatti unidea pericolosissima: che lItalia sia eternamente condannata ad avere uno Stato debole, governi instabili, una politica incomprensibile e pasticciona. Il vero nemico del referendum è proprio questo: la rassegnazione. Essa rischia di far dimenticare che il referendum è diretto a combattere proprio quei mali che sdegnano lopinione pubblica; rischia di far dimenticare che i principali avversari delloperazione referendaria sono quei leader, come Bossi e Bertinotti, che hanno provocato crisi che hanno sdegnato gli italiani; rischia di far dimenticare che una vittoria del sì taglierebbe lerba sotto i piedi ai movimenti trasformistici alla Mastella che rappresentano la mina più grave per la stabilità politica. Dopo anni di inerzia parlamentare, dopo tre bicamerali fallite, il referendum dà ai cittadini uno straordinario strumento per avvicinare il nostro Paese alle grandi democrazie occidentali. La scomparsa del voto proporzionale sulle liste di partito, causa di eterna rissosità delle alleanze, creerebbe una spinta fortissima verso le creazioni di coalizioni omogenee, che sarebbero costrette a presentarsi ovunque con lo stesso simbolo e lo stesso programma; lo spazio per gli accordi di desistenza, fonte di tanti guai, sarebbe pressoché annullato; lo scenario delle elezioni non sarebbe più quello di una serie di partiti in lotta tra di loro, anche quando appartengano alla stessa alleanza, ma quello di una competizione tra due coalizioni contrapposte. Insomma, sarebbe un passo enorme, forse irreversibile, verso un vero bipolarismo. Ma occorre sapere se questo strumento non verrà usato, se il quorum non verrà raggiunto, le conquiste faticosamente raggiunte negli ultimi anni saranno spazzate via. Questo referendum si ricollega a quelli del 91 e del 93. Se prevarranno le astensioni i risultati raggiunti allora, le prime sconfitte della partitocrazia, la marcia verso la stabilità, verrebbero annullate. In piena coscienza lancio quindi un grido dallarme: per quanto riguarda le riforme il 18 aprile ci giochiamo tutto. |
Una
scheda-rompicapo e troppa disinformazione Perché voterò no? Semplicemente perché non intendo essere imbrogliato, poiché il referendum escogitato da alcuni uomini politici in declino altro non è che un gigantesco imbroglio. È sufficiente prendere in mano il fac-simile (distribuito dal ministero degli Interni) per rendersi conto di che cosa si troveranno di fronte domenica, al momento del voto, gli elettori italiani: una maxi-scheda con su riportate le 117 frasi della legge vigente di cui si chiede labrogazione. È stato cronometrato che per leggere tutti i quesiti sottoposti al giudizio degli elettori, e riportati sulla scheda, sarebbero necessari sedici minuti. Non è una cosa seria a partire dalla scheda e ci domandiamo come abbia potuto la Corte costituzionale ammettere una stramberia come questa. Se poi entriamo nel merito limbroglio risulta plateale. Infatti i sostenitori del "sì" vogliono far credere, ad esempio, che con il voto di domenica si è chiamati a scegliere tra maggioritario e proporzionale, il che non è vero. Si tratta semplicemente di una diversa ripartizione del 25% assegnato con il proporzionale, attraverso il ripescaggio dei candidati sconfitti nei collegi uninominali. Si potrebbe verificare addirittura lipotesi che le forze vincenti nelluninominale si vedano surclassate da quelle perdenti attraverso questo perverso marchingegno. Non solo, ma i ripescaggi potrebbero essere più di uno nel corso di una legislatura (in caso di morte o di dimissioni di un parlamentare) rimettendo in discussione ogni volta gli equilibri tra maggioranza e opposizione. I referendari dicono che con la vittoria dei "sì" si eviteranno in futuro i ribaltoni, i passaggi da un gruppo allaltro e soprattutto la frantumazione della rappresentanza in Parlamento. Tutto falso. Le maggioranze potranno anche dopo il referendum essere ribaltate, poiché non esiste vincolo di mandato per i parlamentari (articolo 67 della Costituzione), quindi trasferimenti dei singoli e le transumanze di interi gruppi si verificheranno secondo la "sensibilità" degli eletti. Inoltre i gruppi parlamentari in base al regolamento della Camera dei deputati, potranno essere comunque sino a 31, un gruppo ogni 20 deputati. I massimi esponenti dei referendari (da Segni a Occhetto, con laggiunta avvenuta in un secondo tempo di Fini) sono stati tutti allevati nei partiti, sin dalla più tenera età. Ebbene, oggi questi personaggi politici conducono una irresponsabile campagna di denigrazione nei confronti dei partiti senza dirci però con quali nuovi strumenti intendono sostituirli per garantire un reale esercizio della democrazia. Chi sceglierà alle prossime elezioni candidati per i collegi uninominali: lo Spirito Santo, oppure gruppi sempre più ristretti di persone, o i nuovi leader-padroni? Mario Segni, in buona compagnia con Emma Bonino (sponsorizzata da una singolare cordata nientemeno che per la Presidenza della Repubblica) ha già dichiarato che in caso di vittoria dei "sì" il referendum avrà un valore autoapplicativo, cioè, non potrà essere successivamente fatta una nuova legge elettorale, esattamente il contrario di quanto ha dichiarato in questi giorni Walter Veltroni il quale ha sostenuto che la vittoria dei "sì" «significherà la volontà degli elettori per il doppio turno». La Bonino, in omaggio al ruolo da lei medesima attribuitosi di "garante della legge" accettando linvestitura per il Quirinale, è giunta ad affermare che il Parlamento «non è più legittimato a modificare il testo della legge risultante dal referendum». La campagna elettorale che sta per concludersi ha evidenziato la scarsa informazione degli elettori ai quali si è cercato di far credere quello che non è. Un esempio per tutti. Luciano De Crescenzo, noto scrittore, ha dichiarato a la Repubblica (domenica 11 aprile): «Voterò sì perché ho capito che il proporzionale rende più ricattabile il Governo. Ricordiamoci che Romano Prodi è stato fatto fuori per un solo voto». Che cosa centri il proporzionale Dio solo lo sa, oltre tutto lo sgambetto a Prodi è stato possibile anche perché un eletto con il maggioritario nello schieramento dellUlivo è passato allopposizione: se ignora queste cose De Crescenzo, figuriamoci cosa ne sa la stragrande maggioranza degli elettori. Per ultimo ritengo inquietanti i collegamenti fatti tra una eventuale vittoria del "sì" e le ambizioni non nascoste della Destra: dalla presidenza della Repubblica (per Segni), al partito dellElefante, alle auspicate svolte di tipo bonapartista. Il 18 aprile sono in gioco dunque anche questioni riguardanti la democrazia. |