Il Sole 24 Ore Online

Domenica, 11 aprile 1999


«Referendum, poi le riforme»
Per D’Alema il voto «non è la panacea» ma può servire a riprendere la via della Bicamerale. Appello a Berlusconi perché il confronto ricominci dopo la consultazione anti-proporzionale
di Franco Colasanti

ROMA — «Il referendum non è la panacea di tutti i mali, ma può giovare al recupero dell’impegno riformatore»: alla vigilia del voto per la definitiva soppressione del sistema proporzionale, Massimo D’Alema provvede a "registrare" con puntualità la sua opinione sulla consultazione popolare di domenica prossima. Il presidente del Consiglio fa sapere che intende dare «un nuovo slancio riformista all’azione del Governo e della maggioranza», ricominciando con la legge elettorale. E invita perciò l’opposizione al confronto per «ritessere la tela strappata per errore da Silvio Berlusconi ai tempi della Bicamerale». Punto di partenza è proprio il quesito pro maggioritario.

Mentre il fronte del "sì" continua a biasimare lo scarso fervore referendario di Silvio Berlusconi, il capo del Governo provvede a collocarsi più esplicitamente fra i sostenitori della necessità d’eliminare la quota proporzionale dal sistema elettorale della Camera. Beninteso: il presidente D’Alema non manifesta di certo un eccessivo entusiasmo nei confronti d’una consultazione che appena un paio di mesi addietro ha invano tentato di «svirilizzare» (è il verbo utilizzato per l’occasione da Armando Cossutta). Allora ha proposto al Parlamento una riforma elettorale potenzialmente capace di superare e cancellare il quesito referendario. Successivamente, il presidente del Consiglio ha confermato il suo "sì" nella scheda elettorale, ma non ha certo dimenticato le sue perplessità sulla consultazione.

Ora, però, approssimandosi la prova del referendum e quando non sono certamente del tutto superati i rischi d’un annullamento della consultazione per mancato raggiungimento del quorum di maggioranza, D’Alema recupera il ruolo di presidente d’una Bicamerale sia pure fallita e si preoccupa di propiziare il successo del "sì", assicurando così al suo Governo la profondità della prospettiva riformista. Con un impegno, quello di metter finalmente mano al processo di modernizzazione delle istituzioni del Paese, capace di consentire alla legislatura una vita un po’ meno precaria. Avendo chiara la consapevolezza che un’assai improbabile vittoria del "no" o anche un meno improbabile successo dell’astensione, cancellerebbe ogni ipotesi riformista.

Di qui la riproposizione della via parlamentare alle riforme per un dopo referendum possibilmente meno traumatico e di qui il necessario e realistico rilancio «del dialogo e della convergenza con l’opposizione». Con la conseguente derubricazione della responsabilità per l’immatura fine della Commissione bicamerale: che se prima era «colpa» di Berlusconi, ora diventa un più scusabile «errore» del leader di Forza Italia. D’Alema, quindi, si "riconcilia" definitivamente col referendum, anche se non rinuncia a esorcizzare il sistema elettorale che deriverebbe dal suo successo. E che il Pds è più che mai deciso a correggere con l’introduzione del doppio turno di collegio.

Per il momento, comunque, si tratta di superare l’oscuramento che col "favore" della crisi balcanica continua a far pendere sul voto la minaccia dell’astensione. E si tratta di vincere il diffuso disinteresse degli elettori, che troppe volte hanno assistito al tradimento delle loro indicazioni referendarie da parte della classe politica. Ma l’appuntamento di domenica è troppo importante perché si possa preferire alle urne la "gita al mare", continua a esortare Gianfranco Fini: il 18 aprile, ricorda il presidente di Alleanza nazionale, è una tappa fondamentale sulla strada del bipolarismo. Sulla necessità che gli italiani non disertino le urne insiste peraltro anche un’autorità istituzionale come il presidente della Camera: il voto è l’esercizio della democrazia, «è un diritto che gli italiani hanno conquistato col sangue», ricorda Luciano Violante.


Il comitato per il sì: «Il quorum c’è»
Dal ’74 è mancato per 10 quesiti su 45

ROMA — Un italiano su due avrebbe già deciso di andare a votare, domenica prossima. È quanto risulta da un sondaggio Unicab commissionato del comitato per il referendum maggioritario. Maurizio Chiocchetti, Giuseppe Basini e Luigi Abete hanno reso noti i dati principali della rilevazione, conclusasi l’8 aprile.

«Per motivi di correttezza — ha spiegato Abete — non possiamo divulgarli integralmente, ma sono più che fiducioso e più che convinto che tutto andrà bene». Chiocchetti e Abete hanno aggiunto che «dal sondaggio emergono due dati importanti». Il primo è quello relativo al fatto che un italiano su due ha già deciso di andare a votare, «e questo — hanno sottolineato — vuol dire che il 50% degli elettori ha già deciso di partecipare alla consultazione». Del rimanente 50%, il 25 — secondo la rilevazione — ha già maturato la decisione di non recarsi alle urne, mentre il restante 25% è ancora indeciso. Il secondo dato è che il 75 per cento degli interessati al voto denuncia di avere scarse informazioni sulle ragioni del "sì" e del "no".

«Questo — hanno sottolineato — richiede un impegno non soltanto da parte nostra, ma di tutti i mass media, a utilizzare i prossimi giorni per dare tutte le informazioni necessarie». A questo scopo verranno proposti due «spot» televisivi: vi compaiono tutti i principali promotori del referendum che in tre minuti spiegano le ragioni del "sì". Il 14 aprile alle 17,30 una manifestazione al Teatro Tenda di Roma concluderà la campagna elettorale.

Dal ’74, data del primo referendum sulla legge relativa al divorzio, fino al ’97, data degli ultimi referendum radicali, si sono svolti nel nostro Paese ben 45 referendum. Dieci sono stati invalidati per mancanza di quorum, 19 volte l’elettorato si è espresso per l’abrogazione delle leggi sottoposte a quesito, 16 volte contro.

In una prima fase i quesiti si sono concentrati su tematiche relative ai diritti civili (divorzio nel ’74, aborto nell’81) o su tematiche sociali (costo del lavoro nell’85) e hanno visto confermate fino a tutto l’85 le scelte del legislatore. Infatti i primi 10 referendum vedono significative prevalenze del no.

Nell’87, coi referendum sul nucleare e sulla responsabilità civile dei magistrati, si afferma per la prima volta il sì (in tutti e cinque i quesiti sottoposti simultaneamente al corpo elettorale). Nella tornata seguente, del ’90, per pochi punti percentuali i referendum ecologisti su caccia e pesticidi sono i primi a mancare il quorum. Col ’91 (preferenza unica) si passa a una tematica che coinvolge i diritti politici, e si torna sia a un’ampia partecipazione sia a un forte successo del sì. Analoga tendenza nel ’93 con l’approvazione di tutti gli 8 quesiti abrogativi, con una maggioranza schiacciante a favore del maggioritario e contro il finanziamento pubblico dei partiti, molto ristretta nel quesito che abroga alcune norme repressive in materia di droga.

Nel ’95 l’elettorato mostra invece di distinguere: approva 5 quesiti (tra cui quello sulla ritenuta obbligatoria in favore dei sindacati in busta paga) e ne boccia 7 (tra cui quello che avrebbe imposto il turno unico per l’elezione diretta dei sindaci). Nel ’97 per i 7 referendum radicali la partecipazione crolla a poco più del 30 per cento.


Nella corsa al Colle vince la partitocrazia
di Gianfranco Pasquino

La richiesta rivolta ai partiti e ai parlamentari di esplicitare i criteri con i quali scegliere la prossima Presidente della Repubblica e di indicarne le qualità non ha fatto molta breccia nel mondo della partitocrazia. La ragione non è soltanto che questo mondo ha le sue priorità ed è attualmente più impegnato a chiamare a raccolta le energie contro il referendum elettorale, ma è soprattutto perché la richiesta è inusitata e irrituale, ha prodotto irritazione, implica rompere vecchi e utili schemi.

Fra i Grandi, anzi Grandissimi Elettori, soltanto il segretario dei Democratici di Sinistra Veltroni ha colto efficacemente l’opportunità, stilando i criteri e indicando, non soltanto per le sue notevoli competenze economiche e europeistiche, Ciampi. Fra gli altri protagonisti sono, invece, emersi, anzi riemersi alcuni antichissimi e non brillantissimi criteri. Probabilmente, il peggiore di questi è il criterio del riequilibrio. Con un Diessino a Palazzo Chigi al Quirinale dovrebbe, anzi deve, andare un Popolare.

Le obiezioni a questo criterio dovrebbero venire un po’ da tutti. I diessini potrebbero obiettare che l’inquilino del Quirinale vi rimane sette anni, quello di Palazzo Chigi sicuramente molto meno. Dall’aprile 1996 all’ottobre 1998 esponenti di estrazione democristiana, cioè "popolare", hanno occupato le tre cariche istituzionali più importanti: Presidenza della Repubblica, Presidenza del Senato, Presidenza del Consiglio, un fenomeno verificatosi l’ultima volta nel 1978. Sostenere che soltanto un popolare rappresenta in riequilibrio costituisce una discriminazione contro tutti gli altri componenti della maggioranza di governo, alcuni dei quali hanno i titoli, se di questi si discutesse, per diventare buoni presidenti della Repubblica. Infine, non è nella disponibilità dei diessini attribuire quella carica e neppure di sponsorizzare un solo nome. Infatti, fra i criteri plausibili rientrerebbe anche quello di individuare un punto di equilibrio fra maggioranza e opposizione ed è curioso come Marini ritenga che il suo candidato/a possa essere contemporaneamente sia il punto di equilibrio dentro la maggioranza di Centro-sinistra che quello fra questa maggioranza e l’opposizione.

Fra l’altro, l’opposizione ha ragione ad attendersi non la proposta secca di un unico nome quanto di una rosa, anche ristretta, ma che contenga più di un nome. Comunque, se di equilibrio bisogna continuare a parlare, l’unico equilibrio che deve interessare i Grandi Elettori non è quello autoreferenziale nel loro ambito esclusivo e neppure fra le sole istituzioni: Presidenza della Repubblica, Governo, Parlamento, quanto, molto più specificamente e significativamente, l’equilibrio fra le istituzioni e i cittadini, l’opinione pubblica. In questo modo, per prevenire una malposta obiezione, non ci si affiderebbe affatto a una deriva plebiscitaria, ma si prenderebbe in seria considerazione il dettato costituzionale che il Presidente "rappresenta l’unità nazionale", che è quanto nessuno dei partiti e nessuno degli schieramenti può pretendere di saper fare.

A questo punto, prendendo atto che alcuni Grandi Elettori preferiscono evitare di esprimersi sui criteri e sulle qualità dei candidati/e, arrivando persino a dichiarare, con spregio dell’opinione pubblica e della trasparenza democratica, che hanno un nome, ma non lo riveleranno mai preferendo piuttosto metterlo in un cassetto oppure nel frigorifero, non resta che chiedere ai Grandi Candidati di rompere quella che è opacità e non riservatezza che, per cariche tipo la Presidenza della Repubblica, non sembra essere una virtù democratica, e dichiarare i loro criteri, il loro programma.

Sembra che Emma Bonino stia lavorando a un sintetico documento di questo genere che legge la Costituzione e indica i criteri di comportamento di una buona Presidente. Qualcuno ha suggerito, e si può concordare, che una buona Presidente dovrà sapere accompagnare con buone riforme costituzionali la transizione politico-istituzionale fino al suo compimento. D’altronde, Scalfaro ha rivendicato più di una volta i meriti in materia del suo mandato, ed è egualmente stato criticato su parecchi punti specifici, ma il suo record per una eventuale ricandidatura è (quasi) del tutto pubblico.

Non è troppo chiedere a Ciampi di uscire dal suo austero riserbo e di disegnare il profilo del Presidente che vorrebbe, e che lui stesso potrebbe essere. Non è provocatorio chiedere ai popolari Rosa Russo Jervolino e Nicola Mancino quali sono i loro specifici criteri e quale sarà il loro impegno. Naturalmente, la stessa richiesta varrà per chiunque altro intenda fare votare il suo nome. Se i candidati sono parlamentari, la loro pronuncia in materia di criteri e di qualità politiche e personali, anche qualora essi stessi volessero escludersi dalla corsa al Quirinale, costituirebbe un contributo alla trasparenza.

In questo modo, per la prima gli elettori e l’opinione pubblica potrebbero conoscere gli elementi seguendo i quali i loro rappresentanti votano per la più alta carica dello Stato. Sarebbe un fatto senza precedenti, meritevole di grande apprezzamento.

 

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