Il Sole 24 Ore Online

Sabato, 10 aprile 1999


L’appello all’astensionismo mette a rischio la democrazia
di Augusto Barbera

Il "partito trasversale dell’astensione" ha finalmente trovato un leader dichiarato in Umberto Bossi. Dopo la "parentesi" del 1993, in cui la Lega Nord si era pronunciata per il "maggioritario", Bossi torna all’indicazione che diede agli elettori il 9 giugno 1991: «Andate al mare!» (successivamente fatta propria anche da Bettino Craxi).

Non meraviglia tale scelta ostruzionistica (perché di ostruzionismo si tratta), consona alla odierna strategia destabilizzante della Lega. C’è da chiedersi, a questo punto, cosa faranno quei leader politici (da Marini a Bertinotti, da Cossutta a Manconi a Boselli) che, pur avendo ufficialmente scelto la strada del "no", lasciano capire (con maggiore o minore chiarezza) di sperare in una diserzione dal voto. Non possono non sapere che stimolare la disaffezione al voto è gioco non privo di pericoli per l’intero sistema democratico. Accetteranno, per di più, di vedere incassate da Bossi le astensioni da loro stessi eventualmente provocate? E che farà Berlusconi il cui (finora) flebile "sì" rischia di annebbiare la posizione di Forza Italia a vantaggio, nella stessa area di centro-destra, di più decisi concorrenti nel sostegno (An) o nell’avversione (la Lega) al referendum?

Il citato partito trasversale ritiene di avere trovato un insperato alleato in Milosevic. Ma se la scarsa attenzione dei "media" non consente all’opinione pubblica di acquisire maggiori informazioni sulla posta in gioco, è anche vero che in condizioni difficilissime e con stessa scarsa attenzione dei mezzi di informazione (allora colpevolmente ingiustificata) fu possibile conquistare la firma di quasi 700mila cittadini. Peraltro, proprio le giornate drammatiche che l’Italia sta vivendo e le tragedie che si consumano ai propri confini potranno indurre — ne sono sicuro — tanti elettori ad apprezzare le risorse della politica, a esprimere quindi una maggiore volontà di partecipazione.

E c’è, peraltro, un motivo in più per votare "sì". Non è questa la sede per valutare la bontà o meno della condotta del Governo italiano in questa così grave congiuntura internazionale ma c’è un dato preoccupante che emerge chiaramente: l’Italia è l’unico Paese il cui Governo è costretto a muoversi sul filo del rasoio sapendo che una mossa non gradita ora da Cossiga ora da Cossutta può aprire una crisi di governo devastante.

La paura del voto degli italiani accomuna dunque il "fronte dell’astensione". Per il resto tale fronte appare diviso fra chi (il Partito popolare) vuole mantenere in vita il comodo "Mattarellum", chi pensa di tornare all’indietro verso sistemi proporzionali (i Verdi, i socialisti o le varie famiglie comuniste), addirittura alcuni (fra cui il presidente del Comitato del "no", Diego Novelli) mettendo in discussione la stessa legge comunale per l’elezione diretta dei sindaci.

A questi ultimi si è aggregato Giuliano Urbani, attivissimo nel fronte del "no" con un progetto di "proporzionale alla tedesca". Ma l’ex ideologo ufficiale di Forza Italia (o lo è tuttora?) dimentica che in Germania il sistema elettorale fotografa un bipolarismo che già c’è, mentre in Italia si tratta di finire di costruire e consolidare un ancora troppo debole bipolarismo. Facile fare un po’ di conti: l’effetto di tale sistema (che peraltro non sono riusciti a introdurre neanche nella legge per l’elezione del Parlamento europeo) sarebbe il seguente: poiché nessun partito o nessuna coalizione raggiungerebbe il 50% più uno dei voti — secondo i dati del 1996 — né il Centro-destra né il Centro-sinistra riuscirebbero a conquistare la maggioranza dei seggi in Parlamento. Diventerebbe così determinante il voto della Lega e Bossi sarebbe conteso sia da Berlusconi sia da D’Alema (a meno che i due, in tal caso, non portino in dono agli italiani una riedizione consociativa della "unità nazionale").

Non ci sono alternative valide: gli italiani sono chiamati il 18 aprile a concludere, con un "sì" robusto, il percorso iniziato con il voto nei referendum del 9 giugno 1991 e del 18 aprile 1993. I passi in avanti compiuti, e che hanno consentito — ce lo ha ricordato Ciampi — l’ingresso dell’Italia nell’euro, vanno completati eliminando quella distribuzione proporzionale del 25% dei seggi della Camera dei deputati che ha inquinato i risultati positivi indotti dal 75% di seggi assegnati con il sistema uninominale maggioritario.

Ne verrà fuori una buona normativa elettorale, da subito applicabile. Tanto di guadagnato, poi, se il Parlamento trarrà dal pronunciamento elettorale dei cittadini la spinta per una ancora più incisiva strategia di riforme istituzionali. Alcuni progetti sono già stati presentati da questo Governo. Ma D’Alema e Amato sanno bene che essi si scioglierebbero come neve al sole in caso di esito non positivo del referendum maggioritario.

 

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