Il Sole 24 Ore Online

Giovedì, 8 aprile 1999


I liberal di Forza Italia chiedono chiarezza al leader - La Lega invita all’astensione
«Berlusconi esca allo scoperto»
La divisione tra favorevoli e contrari è trasversale ai Poli
Molte le posizioni autonome nelle forze politiche
di Franco Colasanti

ROMA — Cancellare il "mattarellum": questo l’imperativo categorico dei referendari. È necessario, spiegano, bonificare il sistema politico dall’inquinamento provocato da un metodo elettorale misto, frutto d’un ambiguo compromesso "di stagione" e causa d’una degenerazione partitica matrice di 44 formazioni regolarmente censite sull’anagrafe della "seconda repubblica". Per i sostenitori della consultazione del 18 aprile, l’impegno scavalca per ora le scelte ideologiche e le fedeltà di partito. Tutti insieme, sia pure con qualche tensione, nel comitato promotore; tutti insieme, nella campagna di voto, a pochi giorni da un referendum che non riesce ancora a "farsi sentire". E che, sotto i colpi dell’"oscuramento" indotto dall’ennesimo conflitto balcanico, comincia a manifestare l’affanno del quorum (secondo un sondaggio Datamedia solo il 50,2% degli italiani avrebbe già deciso di recarsi alle urne).

L’obiettivo dell’eliminazione della quota proporzionale dal metodo di scelta dei deputati è fortemente condiviso e avversato, ma i passaggi successivi a questo traguardo denunciano differenze soltanto accantonate (doppio turno o voto unico?). In realtà, sia il fronte del "sì" al quesito referendario sia simmetricamente quello del "no", mettono insieme provenienze e destinazioni troppo diverse fra loro per consentire una convivenza che non sia soltanto episodica. Favorevoli e contrari si raggruppano infatti del tutto trasversalmente rispetto ai due poli di sinistra e di destra e persino rispetto agli stessi partiti d’appartenenza. L’eterogeneità politica di referendari e antireferendari è peraltro una caratteristica di tutte le consultazioni di questo tipo; e ne costituisce forse anche un punto di forza.

Nel voto di domenica 18, però, l’elemento della trasversalità ha un’accentuazione particolare. Ed è esaltata dalla circostanza che molto spesso adesioni e avversioni celano perplessità inconfessate e riserve mentali. Non tutti i "fan" dichiarati del maggioritario sono in sostanza veramente convinti della bontà di questo sistema elettorale. E non sono pochi fra loro i nostalgici del proporzionale puro d’un tempo ancora abbastanza vicino. A occupare la posizione più sofferta fra i maggioritari perplessi è Silvio Berlusconi. Il leader del Polo non s’è certo preoccupato di celare che, al di là dell’indicazione pro-referendum di Forza Italia, «il suo cuore batte per il proporzionale».

Lo sostengono polemicamente gli esponenti della componente "liberal" del partito, guidata da Peppino Calderisi, che elencano la «serie sconcertante» di dichiarazioni e di proposte del leader, a cominciare da quella di destinare ai profughi del Kosovo la somma necessaria per il finanziamento della consultazione. Insomma, Berlusconi è per il sì al referendum o propende per l’astensione? Se lo chiedono i referendari forzisti, in minoranza all’interno del partito, ma fra i più attivi sostenitori della scelta del maggioritario. D’altra parte, è un fatto che il presidente forzista continui a esser tentato dal proporzionale, un sistema che lascia indubbiamente molti più margini all’iniziativa dei partiti. Ed è un fatto che fra i promotori referendari ci siano personaggi come Di Pietro, Segni, Occhetto, tutti lontani dalle preferenze e dalle strategie berlusconiane. O addirittura in conflitto con esse.

Più chiaramente schierati sul fronte del "sì" all’abrogazione della quota proporzionale sono i diessini. Ma non tutti, perché mentre Walter Veltroni è fra i più convinti sostenitori del quesito referendario, Massimo D’Alema, pur avendo confermato il suo assenso, si mostra tutt’altro che entusiasta. Non a caso il presidente del Consiglio ha puntato in un primo momento sulla riforma della legge elettorale per via parlamentare. E ora continua a ripetere che le Camere, una volta che il referendum fosse stato approvato dagli elettori, dovrebbero in ogni caso intervenire per razionalizzare la disciplina di voto. Sono le due strategie che il leader ha successivamente utilizzato nell’intento di smontare le motivazioni referendarie.

Per il sì senza riserve sono i Democratici di Romano Prodi con contorno di ulivisti vari; i diniani di Rinnovamento italiano e i radicali di Marco Pannella. Al loro fianco ci sono, compatti e convinti, gli esponenti di An e i seguaci del Ccd di Pierferdinando Casini. Insieme alla componente liberal di Forza Italia, costituiscono l’ala pro-maggioritario del Polo e si contrappongono nei fatti alla palese "disaffezione" che caratterizza invece molti esponenti forzisti. «Quella referendaria è un’occasione irripetibile», ha ricordato ieri Gianfranco Fini. Sono invece più che mai incerti e divisi i cossighiani di stretta osservanza, suggestionati forse dal ripensamento dell’ex capo dello Stato. Che, partito come entusiasta promotore del referendum, è arrivato recentemente alla conclusione della sua "pericolosità".

Lo schieramento del "no" recluta adepti soprattutto fra le forze minori, più esposte ai contraccolpi d’un sistema maggioritario. È presente a sinistra ma conta anche sul sostegno convinto della Lega Nord e dei forzisti guidati da Giuliano Urbani. Fortemente avversi sono i popolari, i Verdi, i socialisti di varia etichetta e tutti gli esponenti delle diverse sopravvivenze comuniste: quelli di ortodossia bertinottiana, i cossuttiani di opzione governativa e la componente comunista dei Ds. Più che sulle loro buone ragioni, puntano tutti sull’ipotesi dell’astensionismo, capace di fulminare definitivamente non solo il referendum ma qualunque futura ipotesi di riforma elettorale. Lo confessano senza problemi i leghisti, che per il 18 aprile invitano gli elettori a tenersi alla larga dalle urne. L’appello non è nuovo, ma al suo precedente autore, Bettino Craxi, non ha portato molta fortuna.

 

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