La
consultazione popolare? Occasione da non perdere Il referendum che abolisce lo scrutinio di lista e, conseguentemente, la seconda scheda per lelezione del 25% dei componenti la Camera dei deputati, conducendo pertanto tale ramo del Parlamento a un sistema di voto assai simile a quello già in vigore per il Senato, ha una varietà di significati politici che merita brevemente richiamare. In primo luogo, va detto che la lunghezza del quesito referendario, spesso sottolineata con intenti polemici per evidenziare una presunta difficoltà di risposta da parte del comune cittadino, in realtà si può politicamente riassumere con molta semplicità nei seguenti termini: votando sì, e quindi abolendo lo scrutinio di lista con distribuzione proporzionale del 25% dei seggi della Camera dei deputati, si rende omogeneo lintero sistema elettorale, precedentemente legato a una logica contraddittoria includente sia un criterio uninominale maggioritario sia un criterio proporzionale, il primo teso a favorire candidature di coalizione, il secondo teso a garantire candidature di partito. Il primo, dunque, orientato in senso bipolare, il secondo in senso multipolare. Un altro aspetto da porre in evidenza è questo. Nessun sistema elettorale è condizione sufficiente per assicurare, da solo, governabilità, vale a dire coesione, durata, coerenza programmatica della maggioranza parlamentare e del relativo Esecutivo. Chi promette risultati del genere o, comunque, chi collega esiti siffatti esclusivamente con linfluenza del sistema elettorale, quale che esso sia, afferma cosa non realistica. Allo stesso modo, non basta una formula elettorale a trasformare un sistema partitico in unaltra specie di sistema partitico, a modificare gli assetti numerici e la meccanica operativa che presiede alla dinamica interattiva dei partiti stessi. Tutti questi risultati esigono ulteriori condizioni (inerenti al quadro costituzionale, ai caratteri organizzativi e culturali delle forze politiche, ai mutamenti sociali), soprattutto in presenza di un panorama partitico destrutturato, o comunque per vari aspetti magmatico, come è quello attuale in Italia. Ma, detto questo, labrogazione dello scrutinio di lista costituisce un incentivo (comunque necessario, quandanche non sufficiente) a impostare la competizione su base bipolare, e perciò spinge i partiti alle trasformazioni anche organizzative, anche culturali e programmatiche indispensabili per rendere più facile, o meno difficile, la transizione verso una meccanica francamente bipolare. Viceversa, se il 18 aprile non si raggiungesse il quorum degli aventi diritto al voto, o se prevalesse il no, vi sarebbe subito dopo una forte spinta verso tentazioni neoproporzionali, che agirebbero in controtendenza rispetto ai faticosi sviluppi bipolari che il sistema politico sta cercando di realizzare. Infine, un terzo aspetto va sottolineato. Mantenendo fisso lattuale numero dei collegi uninominali, labolizione dello scrutinio di lista non penalizza la rappresentatività del nuovo sistema elettorale emergente dal referendum. Infatti, il 25% dei seggi viene redistribuito tra i cosiddetti "migliori perdenti" nei collegi uninominali, e ciò significa che in tutte le Regioni saranno eletti anche deputati delle minoranze: nelle Regioni a prevalenza di Centro-sinistra saranno espressi anche deputati del Centro-destra, e viceversa. Ciò ha una conseguenza di primario rilievo: si evita che il sistema partitico si frantumi in sede territoriale, con il Centro-destra rappresentato solo in talune Regioni e il Centro-sinistra in altre. Vi è, invece, un effetto di "rinazionalizzazione" del sistema partitico che è di grande importanza se si vuole andare verso una configurazione bipolare con coalizioni partitiche dotate di legittimazione popolare su base nazionale, quindi generale. Insomma, il cambio di sistema elettorale prodotto dal referendum non ha costi per la politica italiana, e può comportare taluni significativi vantaggi. Perché perdere loccasione? |
Secondo Fini e il
segretario dei Ds il risultato del 18 aprile ROMA Con il referendum antiproporzionale del 18 aprile non si sceglie solo un sistema elettorale. Si compie una scelta politica di fondo, si decide se ridare lena al processo riformatore, che ha vissuto una lunga battuta di arresto, o se questo non vada invece definitivamente affossato. E questa tensione riformatrice potrebbe vivere ben oltre il referendum, influenzando anche la scelta del prossimo capo dello Stato. Questo pensano i sostenitori del referendum e in virtù di questa considerazione credono che la battaglia vada giocata alla luce del sole, senza tatticismi, dichiarandosi apertamente per il sì o per il no, senza quindi «astensioni sussurrate», senza inviti nemmeno chiaramente espressi a non partecipare al voto per far così mancare il quorum. E questo pensano anche i Giovani imprenditori di Confindustria, che ieri hanno organizzato un convegno di esplicito appoggio al referendum, con a fianco gli industriali «senior», del resto da sempre, dal 91, ha ricordato Innocenzo Cipolletta, direttore generale della confederazione, in prima linea nel processo di riforma delle istituzioni. Invitati da Emma Margegaglia, presidente dei Giovani imprenditori, erano ieri sia i riformatori, Mario Segni e Luigi Abete, sia il segretario dei Ds, Walter Veltroni, e il presidente di An, Gianfranco Fini. Tutti hanno detto la stessa cosa. Che questo referendum può essere la pietra tombale del riformismo, o invece il momento di rilancio di questo processo. «O il referendum vince ha detto Segni e riprende la marcia verso la stabilità, o perde, ma allora il contraccolpo sarà inevitabile e irresistibile, perché la posta in gioco è molto alta». Daccordo Veltroni e Fini. Il presidente di An si è scagliato contro i tanti che «dicono che il sistema è imperfetto, ma poi non fanno nulla per cambiare le cose». Il segretario dei Ds ha sostenuto che il 18 aprile non «perde o vince un partito, ma chi vuole il cambiamento o chi non lo vuole: se il referendum non passa ha spiegato la transizione politica subirà una grave battuta darresto, si tornerà indietro di parecchi anni». Emma Marcegaglia è stata ancora più netta. Nello spiegare i motivi che hanno spinto i Giovani imprenditori ad appoggiare questo referendum, come anche a suo tempo quelli del 91 e del 93, ha ricordato che «lefficienza politica è fondamentale per dare competitività alleconomia», ma anche che è difficile che il processo si compia da solo. «La transizione è stata lunga ha detto si sono fatte tante cose, ma ora occorre velocizzare il cambiamento e si è dimostrato che la politica da sola non è in grado di innovarsi». E Cipolletta ha ricordato come questo appoggio non sia estraneo ai compiti di Confindustria. «La politica ha detto è fuori dei nostri compiti, non la riforma delle istituzioni che fanno politica». Importante è che si raggiunga il quorum, risultato in forse, anche perché la guerra in Serbia, così dolorosa, così vicina, ha certamente distratto lattenzione dei più. Di qui linvito a dare visibilità al sostegno al referendum, come faranno i Giovani imprenditori che l8 aprile daranno vita a una serie di manifestazioni di sostegno in tutte le città. Ma soprattutto tutti si sono detti contro chi invita a non votare, senza nemmeno dirlo ad alta voce. «Rispetto chi dice no e vota no ha detto Veltroni ma è moralmente inaccettabile la posizione di chi fa intendere che se non si vota è meglio». «Lastensione sussurrata ha detto Segni è peggio dell"andate al mare" di Craxi nel 91». Luigi Abete si è rivolto a tutti coloro che non hanno votato nelle ultime elezioni, evidentemente perché non si ritrovavano nel sistema politico attuale. «Questa è la vostra occasione per cambiare le cose ha detto ma se non votate nemmeno adesso, tanto vale che vi dimettiate dallessere un cittadino italiano». Ma la cosa forse più importante è che questa tensione riformatrice può vivere al di là del referendum. Sia Veltroni che Fini hanno infatti detto che la scelta influenzerà anche le prossime vicende politiche, in primo luogo lelezione del presidente della Repubblica. «Tutti coloro che sono a questo tavolo ha detto Veltroni vorrebbero un presidente convinto bipolarista e la vittoria del sì renderebbe la scelta più facile». «Per avere lappoggio di An ha detto Fini il capo dello Stato deve essere un convinto sostenitore del bipolarismo, dellalternanza e del maggioritario. Aspettiamo dichiarazioni dei papabili da qui al 18 aprile». |