Il Sole 24 Ore Online

Giovedì, 1 aprile 1999


Un’occasione per rilanciare la grande sfida delle riforme
di Gianfranco Pasquino

Inutilmente ostinati, battendosi contro tutti i sondaggi che li danno nettamente sconfitti, alcuni parlamentari, per lo più gli stessi che hanno combattuto battaglie perdenti e perdute contro i due precedenti referendum elettorali, cercano di contrastare anche l’attuale referendum per la redistribuzione del recupero proporzionale attraverso l’abolizione della seconda scheda.

Questa seconda scheda, che esibisce i simboli di partito, contiene anche i nomi di quattro candidati e costituisce la rete di sicurezza per non pochi dirigenti di partito. Infatti, parecchi dei parlamentari che si oppongono al referendum sono, per l’appunto, stati eletti proprio grazie alla cosiddetta scheda proporzionale. La sua abolizione implica qualche rischio in più che ciascuno di loro vorrebbe evitare. Ma, «competition is competition» e i sistemi elettorali maggioritari sono fatti proprio per esaltare la competizione conferendo all’elettorato maggiore potere di scelta.

Non sono, invece, necessariamente fatti per ridurre il numero dei partiti. Tuttavia, è curioso che siano proprio gli esponenti dei partiti piccoli, spesso nati da scissioni, a sostenere che il maggioritario sotto versione Mattarellum ha fatto crescere il numero dei partiti italiani (e consentito la nascita e la riproduzione dei loro partiti). Non è affatto così: sono, al contrario, loro stessi ad avere prima contrattato numerosi seggi sicuri con i partiti più grandi della coalizione prescelta, poi ad avere formato gruppi parlamentari autonomi anche se eletti, ad esempio, sotto il simbolo dell’Ulivo, infine, ad essersi appropriati dei fondi del finanziamento pubblico distribuito, inopinatamente, in maniera proporzionale.

La lezione è che il maggioritario crea le condizioni elettorali per una riduzione del numero dei partiti, ma queste condizioni possono essere ribaltate da un uso spregiudicato della contrattazione fra partitini, dei regolamenti parlamentari e del finanziamento delle strutture partitiche. L’insegnamento operativo è che dopo il referendum chi vuole davvero un maggioritario funzionante dovrebbe operare su quelle due leve: regolamenti parlamentari, finanziamento pubblico.
Quanto alle obiezioni di merito degli oppositori del referendum, oltre a quella, infondata, sulla moltiplicazione dei partiti, che costituisce in effetti soltanto una loro promessa/minaccia, ve ne sono due, entrambe molto malposte. La prima proviene dalla Lega, che sostiene che i recuperi dei secondi piazzati nelle varie circoscrizioni potrebbero andare a favore dei candidati nel Meridione. Sicuramente no, poiché la distribuzione dei seggi rimarrà comunque territorialmente invariata nel numero e i candidati recuperati saranno in ciascuna circoscrizione italiana coloro che risulteranno i migliori secondi in Piemonte e in Lombardia come in Campania e in Sicilia. Fra l’altro, questo tipo di recupero non svantaggia affatto a priori la Lega.

La seconda obiezione riguarda per l’appunto il fatto che verranno eletti in Parlamento non soltanto i vincitori, coloro che hanno ottenuto più voti, nei singoli collegi uninominali, ma anche i secondi piazzati contraddicendo la logica maggioritaria: un effetto che viene ritenuto addirittura scandaloso. Questa obiezione è davvero sorprendente perché con il Mattarellum vigente già succede, anzi è insito nel meccanismo della legge elettorale, che i recuperati proporzionalmente al Senato siano ovviamente i migliori perdenti, ovvero i secondi piazzati. Dato poi che il recupero avviene su base regionale può addirittura succedere che non soltanto il secondo, ma persino il terzo piazzato venga recuperato ed eletto. Ad uso non soltanto della Lega, ma di tutti i critici del referendum ricorderò che il collegio senatoriale di Piacenza è rappresentato in Parlamento sia dal candidato dell’Ulivo vittorioso che dal secondo piazzato del Polo e dal terzo piazzato della Lega. Chi si scandalizza di questo esito non dovrebbe preoccuparsi soltanto di sconfiggere l’attuale referendum, ma di cambiare la legge elettorale vigente.

Quanto alle conseguenze del referendum, se non ne avesse, come sostengono alcuni fautori del no che, peraltro, più spesso sembrano sperare che l’astensionismo vanificherà il referendum, non si capirebbe perché opporvisi. In verità, il referendum promette due esiti entrambi accettabili e fecondi. Il primo è che, comunque, razionalizza il sistema elettorale della Camera e lo rende più simile a quello del Senato di modo che, fino a quando si manterrà il sistema bicamerale paritario, peraltro da riformare il prima possibile, si avranno meno rischi di maggioranze differenti nei due rami del Parlamento.

Il secondo esito è che gli elettori, come è avvenuto nelle due precedenti occasioni, votando "sì" segnaleranno ancora una volta che desiderano una riforma in senso davvero maggioritario della legge elettorale. Daranno un mandato a parlamentari e dirigenti di partito che, salvo lodevoli e minoritarie eccezioni, non hanno voluto e non hanno ancora saputo riformare il Mattarellum. Rafforzati dal voto popolare i riformatori potranno rilanciare la sfida, altrimenti il sistema politico italiano continuerà a rimanere in mezzo al guado di una transizione che dà poco di buono o, addirittura, si vedrà esposto alle tentazioni dei restauratori.


L’ex premier chiede un incontro ai leader del Polo, a Veltroni e ad Abete
per contrastare l’astensionismo - Allarme di Fini
Prodi: «Difendiamo il nostro referendum»
Un documento della maggioranza ripropone il disegno di legge elettorale Amato-Villone, contrario lo Sdi
di F.For.

ROMA — Una riunione per «discutere insieme sui modi nei quali intervenire per dare al nostro referendum la spinta indispensabile per il suo successo». Romano Prodi dà appuntamento, per i «giorni immediatamente successivi alla Pasqua», a Luigi Abete, Silvio Berlusconi, Pierferdinando Casini, Gianfranco Fini e Walter Veltroni. Oggetto dell’incontro il referendum che stenta a trovare spazio sui mezzi di informazione. «Una carenza — ha osservato Prodi — che rischia di mettere in forse l’esito stesso di una consultazione che è una tappa fondamentale nel processo di rinnovamento del sistema politico italiano».

Sulla scarsa attenzione di cui gode il quesito referendario è tornato ieri anche Gianfranco Fini: «Nonostante una congiura del silenzio — ha affermato il leader di An — sono sicuro che i cittadini andranno a votare». Mentre Mario Segni ha osservato che «il comitato per il no si sta trasformando nel fronte dell’astensione».

La maggioranza, intanto, ha rilanciato ieri il progetto di riforma elettorale Amato-Villone. In una riunione dei capigruppo al Senato, infatti, è stata fissata la data del 21 aprile, subito dopo il referendum, per la ripresa delle votazioni alla commissione Affari costituzionali del Senato.
Al termine della riunione, alla quale ha partecipato anche il ministro per le Riforme istituzionali, Giuliano Amato, è stato anche diffuso un documento sottoscritto da Cesare Salvi (Ds), Leopoldo Elia (Ppi), Maurizio Pieroni (Verdi), Luigi Marino (Pdci), Ombretta Fumagalli Carulli (Ri) e Roberto Napoli (Udr).

Un documento che sottolinea come «l’esigenza di una nuova legge elettorale derivi dall’inadeguatezza sia dell’attuale sistema sia di quello che emergerebbe da un esito positivo della consultazione». La maggioranza conferma, quindi, «la scelta già compiuta per un sistema basato sull’assegnazione della gran parte dei seggi mediante il doppio turno nei collegi uninominali e sull’attribuzione della quota residua ai fini del cosiddetto diritto di tribuna, da assegnare a candidati che si presentino nei collegi uninominali». Un sistema che, sottolineano i capigruppo, supera la legge attuale sottoposta al quesito referendario.

L’iniziativa è stata subito bocciata da Forza Italia, secondo cui si tratta di «una vera e propria provocazione, una chiara manovra per sgonfiare il referendum». Ma anche tra le file della maggioranza c’è stata una defezione. Per lo Sdi, infatti, si è trattato di «una grave forzatura, oltretutto a referendum indetto, di cui proprio non si sentiva il bisogno».

 

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