Il Sole 24 Ore Online

Giovedì, 18 marzo 1999


Con le primarie la politica migliora
di Gianfranco Pasquino

Elezioni primarie alle quali possano partecipare tutti coloro che hanno il diritto di votare per scegliere il candidato alla più alta carica di governo (e, in prospettiva, dello Stato) sarebbero davvero una significativa novità nella morta gora della politica italiana.

Altrove, in almeno due importanti casi, si tengono da parecchio tempo. Come è ampiamente noto, negli Stati Uniti le elezioni primarie sono perfettamente istituzionalizzate. Da febbraio a giugno, nell’anno delle elezioni presidenziali, gli elettori previamente registratisi come democratici e come repubblicani votano per il loro candidato preferito. Meno noto è che nel giugno del 1998 la California ha totalmente aperto le sue primarie cosicché gli elettori non debbono dichiararsi repubblicani o democratici, sono abilitati a votare anche gli indipendenti senza partito e tutti possono scegliere fra i numerosi candidati senza essere obbligati a rimanere nel recinto del proprio partito.

Ancora meno noto, forse, è che da tempo il Partito radicale argentino tiene elezioni primarie per la scelta del suo candidato presidenziale. Nel novembre del 1998 queste primarie sono state, come diremmo noi, primarie di coalizione, vale a dire nell’ambito della coalizione formata dal Partito radicale e da un variegato schieramento di sinistra «Frepaso» (eccolo: un altro Centro-sinistra eterodosso) che sfida i peronisti. Hanno contrapposto un candidato radicale alla candidata della sinistra e hanno visto la partecipazione di 2.850.000 elettori circa (ha vinto il radicale).

La promessa di Veltroni: primarie per la scelta del candidato premier, che potrebbe essere interpretata come una minaccia nei confronti di Prodi, trova dunque alcuni importanti precedenti. Nel programma dell’Ulivo ’96 si faceva cenno, fra l’altro, a elezioni primarie per la scelta dei candidati al Parlamento nei diversi collegi uninominali. Il problema è posto; la soluzione spaventa chi preferisce non fare contare i voti, che spesso non ha, ma fare contare il potere di interdizione comodamente seduto al tavolo della coalizione. Un punto deve essere chiarissimo: le elezioni primarie servono se vengono allargate a tutti coloro che si dichiarino pubblicamente, ad esempio firmando un apposito registro, elettori della coalizione. Non possono in alcun modo essere riservate agli iscritti ai partiti che, incidentalmente, partecipano poco e sono alquanto manipolabili. Infatti, gli obiettivi perseguiti dalle elezioni primarie sono almeno due.

Il primo consiste nel fare crescere la partecipazione politica, nel mobilitare entusiasmo, energie, risorse a favore della coalizione nel suo insieme ottenendo anche un importante effetto di pubblicità delle qualità dei candidati. Il secondo consiste nello scegliere bene un candidato/a, che significa individuare un candidato/a rappresentativo/a dell’elettorato e potenzialmente vincente.

Naturalmente, gli oppositori delle primarie replicheranno allo stesso modo degli oppositori del maggioritario e della democrazia bipolare: noi italiani non abbiamo la cultura delle primarie. Tuttavia, se competition is competition, allora le primarie si inseriscono perfettamente nel tentativo di rendere più dinamica, più mobile, più competitiva la politica italiana. Certo, appare necessario studiare con cura regole di par condicio per la presentazione dei candidati alle primarie e per la loro campagna elettorale nell’ambito della coalizione, anche se appare probabile che una primaria per la scelta del candidato premier offrirà a tutti i partecipanti fin troppe opportunità di pubblicizzarsi. Semmai, il problema consiste nell’accettazione graziosa della loro sconfitta da parte dei perdenti e nel mantenimento della lealtà e del sostegno nei confronti del candidato/a vincente. Qualche ricompensa non impropria per i perdenti è, tuttavia, facile da individuare.

Il vero rischio delle primarie all’italiana si trova altrove. Che vengano prescelte non perché ritenute strumento di partecipazione e di efficacia democratica per gli elettori, ma meccanismo per rimediare all’incapacità dei dirigenti politici di effettuare la decisiva selezione fra le persone destinate alle più alte cariche di rappresentanza e di governo. Se le primarie servissero soltanto ad alcuni dirigenti politici per togliere le castagne dal fuoco, come oramai appare in buona sostanza essere avvenuto a Bologna, regolando conti interni e esterni, allora non sarebbero soltanto una occasione sprecata, ma un rimedio addirittura peggiore del male, che è e rimane la scelta affidata a pochi oligarchi.

Poiché è possibile andare nella direzione di primarie di coalizione ben regolamentate e ben costruite, non c’è proprio bisogno di tornare indietro. Anzi, è andando speditamente avanti che si possono recuperare i cittadini interessati a contare in politica per migliorarla.

 

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