Il Sole 24 Ore Online

Domenica, 14 marzo 1999


Europei o americani? Bipolarismo senza progetti
di Ilvo Diamanti

Il dibattito politico, oggi, si è infiammato. Ma qual è la posta in gioco? Non è chiaro. Perché, dopo la crisi dell’alternativa fra destra e sinistra, oggi si scolorano le altre distinzioni che, negli anni 90, avevano caratterizzato il rapporto fra società e politica. La frattura territoriale, fra unità e secessione, fra Stato centrale e Nord, che la Lega ha messo fra parentesi, per sfruttare il binomio immigrazione-criminalità. La divisione fra Polo e Ulivo. Oggi poco rilevante. Soprattutto per l’Ulivo. Il cui sfaldamento ha trasformato gli alleati in competitori accesi. Tanto che il portavoce dei Verdi, Luigi Manconi, all’Assemblea congressuale svoltasi in questi giorni, ha sentito il bisogno di ricordare (anche a se stesso) che l’avversario è il Centro-destra, non la formazione dei Democratici. Un richiamo che, tuttavia, definisce un desiderio, più che un dato di realtà. Perché l’alternativa più rilevante, oggi, è trasversale agli schieramenti. E mette a confronto modelli di partito. Piuttosto che idee, contenuti e valori. Una competizione che ha nel referendum sul sistema elettorale un punto di svolta topico. E nelle elezioni europee di giugno l’appuntamento decisivo per la verifica. La resa dei conti.

Due modelli di partito. Il primo è il "modello europeo". Sostenuto da chi ritiene che la democrazia italiana si debba riformare riferendosi alle famiglie e alle culture politiche storiche del sistema politico "continentale". Socialisti, popolari, liberali. Un’ipotesi perseguita da figure e soggetti diversi. Perlopiù eredi dei principali partiti tradizionali. D’Alema, Marini, Cossiga, una parte dei Ds e dei popolari, i Rifondatori vecchi e nuovi. Ma anche Berlusconi. Come Berlusconi. Alla ricerca di legittimare se stesso e una Forza politica, che, al di là della sua figura, stenta a trovare identità. E, per questo, si è agganciato ai Popolari europei. Vi coesistono, come si vede, i proporzionalisti e quei maggioritari che pensano a un bipolarismo fondato sui partiti. Che ne rifletta e tuteli differenze e identità. Per questo temono il referendum. Non per il risultato, ma per il processo. Perché i referendum elettorali negli anni 90 (nel ’91 e nel ’93) sono stati concepiti e vissuti come iniziative contro il sistema dei partiti tradizionali. E hanno, per questo, suscitato un sentimento antipolitico. Perché, inoltre, i referendum sono occasioni di mobilitazione sociale, che permettono a soggetti nuovi, come i Democratici, di rendersi visibili, di reclutare e sollecitare attivisti. Di lanciare una campagna elettorale lunga.

"Contro" il referendum, il "partito europeo" sostiene la via parlamentare alla riforma elettorale (e non solo). Negli ultimi mesi si è, infatti, assistito a un attivismo riformista lodevole, che si spiega non solo con la buona volontà di D’Alema e con l’abilità di Amato. Ma anche con l’esigenza di lanciare agli elettori un messaggio chiaro: «Le riforme le sappiamo e le vogliamo fare». Attraverso i soggetti e i percorsi parlamentari. Non per via extraparlamentare, come, in fondo, è il referendum. Accettato come eccezione. Da circoscrivere rigidamente. Orientandone, con progetti e accordi preventivi, gli esiti.

Sull’altra sponda c’è il "partito americano". Sostenuto dai Democratici di Prodi, Di Pietro e i sindaci. Americano, come orizzonte e metafora. Lo segnalano il nome, ma anche il simbolo scelto, l’asinello, che richiama immediatamente il marchio dei Democratici americani. Segue una logica bipartitica, più che bipolare. Dove i partiti, però, sono altro rispetto a quelli che conosciamo in Italia. Ma anche in Europa. Collettori ampi, che aggregano e federano una pluralità di gruppi, esperienze, leader. Nazionali e locali. La cui mobilitazione avviene, perlopiù, in funzione e in fase elettorale. È, per questo, presidenzialista. Una prospettiva istituzionale che favorisce, più di altre, l’identificazione dei cittadini con alternative semplici e secche.

Privilegia un tipo di competizione maggioritario a turno unico, all’inglese. Che semplifica, fino alla distorsione, la rappresentanza. In questa fase, però, per questo gruppo, importante non è tanto il contenuto della riforma del sistema elettorale e di governo, ma piuttosto il metodo. Il referendum. Perché, come si diceva, traccia un solco netto fra vecchi e nuovi partiti. Fra vecchia e nuova politica.

Il partito "americano" è trasversale e composito, come quello "europeo". In particolare, oltre ai Democratici, vi partecipano Fini e An, con Segni. Emblematicamente. Perché Segni è colui che, per primo, ha avviato questo percorso. Agli inizi degli anni 90. Senza riuscire, in seguito, a interpretarne "politicamente" le conseguenze. Ma anche nel caso di Fini i motivi di questa scelta sono chiari. Perché egli mira a legittimare se stesso e An senza la tutela di Berlusconi. Perché, la costruzione di un gioco fondato su nuove regole e su nuovi attori gli permetterebbe di recidere quelle radici che lo legano a una tradizione compromettente.

Le vicende dell’ultima settimana confermano come le distinzioni fra questi schieramenti trasversali oggi siano più nette di quelle fra Centro-sinistra e Centro-destra. Si pensi al dibattito parlamentare sulla nuova legge relativa al finanziamento pubblico ai partiti, che ha visto l’asse Prodi-Di Pietro-Fini-Segni contrapporsi, ferocemente, a tutti gli altri. O alla proposta venuta dall’area An-Ccd (attratto, l’ultimo, dal modello americano dopo che, di scissione in scissione, il suo "radicamento" si è ormai dissolto) di promuovere, a destra, una nuova aggregazione politica, definita con il simbolo dell’Elefantino. Un controcanto immediato all’Asinello. La stessa riforma federalista, rilanciata dopo mesi di silenzio, al di là della dubbia praticabilità del progetto, ribadisce che i mutamenti si debbono e possono fare attraverso le vie e i soggetti parlamentari. Senza strappi istituzionali e contrapposizioni sociali.

Peraltro, la polemica fra partito "americano" ed "europeo" avviene, ormai esplicitamente. Gli "europei" imputano agli altri di essere fuori della storia e dall’Europa. Di perseguire ipotesi populiste, pericolose per la democrazia. Gli "americani" sostengono che i partiti europei, in Italia, sono "virtuali". I socialisti sono pressoché scomparsi, mentre i Ds non interpretano l’eredità socialdemocratica. E i democristiani sono frammentati. Sostengono, inoltre, che senza "strappi", senza referendum, la democrazia italiana non riesce a cambiare. Che questi partiti sono incapaci di riformare il sistema e tanto più di autoriformarsi.

Per questo ritengo che la sequenza referendum-elezioni europee produrrà esiti che vanno ben oltre una nuova legge elettorale e una diversa composizione del Parlamento europeo. Il che mi induce a sollevare due ulteriori questioni.

La prima riguarda il futuro delle alleanze dopo il voto europeo di giugno. Ritenere che i pezzi delle coalizioni formatesi in questi ultimi anni possano, dopo il 13 giugno, essere riattaccati, anche se faticosamente, mi sembra poco credibile. Un successo dei Democratici che avvenisse in concomitanza con un sensibile arretramento dei Ds e dei Popolari produrrebbe effetti laceranti non solo sull’alleanza fra questi partiti. Ma anzitutto al loro interno. I due modelli di partito, le due ipotesi di democrazia mi sembrano destinati, quindi, a entrare in collisione. E in tempi non troppo lunghi. Dettando assetti nuovi da quelli attuali.

La seconda riguarda il rapporto (e il distacco) fra sistema politico e società civile. Penso, infatti, che, fuori dai soggetti coinvolti e dalla cerchia degli addetti ai lavori, questi processi e queste divisioni risultino privi di significato. Anche perché riducono tutto a "democrazia formale". Regole e norme. Mentre, come si è detto, non coinvolgono con eguale intensità progetti, valori, contenuti. Né il retroterra sociale.

E se oggi — chi più, chi meno — tutti sono liberali, liberisti e federalisti. Se il confronto sulla democrazia possibile è circoscritto all’alternativa fra doppio turno chiuso e aperto, fra presidenzialismo, semipresidenzialismo e premierato; allora, perché sperare che la caduta, non dico di passione civile, ma anche solo di interesse verso la politica e la sfera pubblica, possano rallentare?


Dibattito trasparente sui candidati al Colle
di Gianfranco Pasquino

Il 42% degli elettori, secondo un sondaggio dell’Unicab, ritiene che l’evento politico più importante dei prossimi tre mesi sarà l’elezione della presidente della Repubblica, seguito dalle elezioni europee (36%) e dal referendum elettorale (22%). Ci sono buone ragioni per pensare che gli elettori considerino meno importante il referendum elettorale perché danno per scontato il suo esito abrogativo. Ci sono altre buone ragioni per pensare che anche i dirigenti di partito ritengano che l’elezione della prossima presidente della Repubblica sarà l’evento più importante della primavera istituzionale italiana sia perché si stanno preparando, avanzando e ritirando candidature e facendo circolare una modica dose di veleni politici, sia perché alcuni hanno reagito in modo abbastanza scomposto alla candidatura di una outsider (tale perché fuori dal Parlamento italiano e fuori dall’attuale circuito partitico), quella di Emma Bonino.

Interpellato in materia, D’Alema, che pochi giorni prima aveva proposto la ricandidatura a termine di Scalfaro, ha addirittura annunciato che non si occupa di candidature! Peccato, perché il Presidente del Consiglio ha sicuramente voce in capitolo e soprattutto perché l’80% dei cittadini ritiene, secondo il sondaggio summenzionato, che «le candidature, oltre che rese pubbliche, debbano anche essere dibattute pubblicamente».

Riesce difficile capire perché questa opinione dei cittadini/e e la candidatura in forme nuove, ma legittime — un comitato di persone che, da diverse provenienze politiche, ritengono che Emma Bonino abbia qualità politiche e personali per diventare una ottima presidente della Repubblica — debbano essere bollate con gli oramai classici, ma probabilmente già logorati, epiteti di deriva plebiscitaria e demagogia populista.

È un brutto segnale della incompiuta e arenata transizione politica e istituzionale italiana che siano i dirigenti dei partiti a sostenere una concezione della democrazia arroccata dentro i partiti e nei rapporti fra loro e esclusivamente affidata al loro circuito. Il segnale è brutto anche perché sono proprio quei dirigenti di partito a non volere e non sapere presentare candidature e argomentarle con riferimento ai loro meriti politici e alle loro potenzialità quali presidenti della Repubblica.
Ecco, il dibattito pubblico su nomi e contenuti che, fra l’altro, servirebbe anche a rivitalizzare alcune delle languenti proposte di riforma della Bicamerale, servirebbe ad arricchire e ad articolare la democrazia italiana. Cosicché, ha fatto bene Veltroni a dichiarare che il candidato dei Democratici di sinistra sarà Carlo Azeglio Ciampi che risponde a ben sette condizioni nessuna delle quali, curiosamente, non si attaglia anche a Emma Bonino (e quasi tutte escludono candidati e ricandidati dei Popolari).

Il ruolo della più alta carica dello Stato italiano è messo in discussione da più parti sia per come Scalfaro lo ha esercitato che per come dovrebbe essere riformato. Ed è giusto sapere quali sono le preferenze istituzionali dei candidati/e non tanto, come ritengono alcuni frettolosi commentatori, perché dal Colle del Quirinale si innesti una marcia presidenzialista, ovvero un freno parlamentarista, quanto perché è in gioco una elementare esigenza democratica di trasparenza.

D’altronde, è noto che, a suo tempo Scalfaro venne eletto, sotto l’urgenza, anche perché come parlamentarista si contrapponeva al Cossiga presidenzialista. L’ironia della piccola storia italiana ha poi voluto che nei comportamenti e nelle esternazioni Scalfaro sia diventato un incisivo presidenzialista. È altrettanto noto che, lasciando da parte i temi costituzionali e elettorali più scottanti — la forma di governo e la legge elettorale (che, forse, il referendum risolverà) — almeno due tematiche debbono essere affrontate di petto.

Insomma, se si vuole il federalismo sarà molto più facile farlo qualora al Quirinale sia collocata una persona che crede a questa prospettiva e ne garantisca con la sua autorevolezza le possibilità di attuazione. Se si vuole una partecipazione incisiva dell’Italia all’Unione Europea, è indispensabile che al Quirinale, a sostegno dei Governi che vogliano rispondere a questa esigenza, operi un’europeista convinta e apprezzata. Naturalmente, è lecito avere opinioni diverse su tutti questi temi.

È altrettanto lecito avere opinioni totalmente divergenti sulle qualità necessarie a fare un buon Presidente che sovrintenda nel suo lungo settennato all’evoluzione della transizione italiana. Meno lecito, e indice di una visione angusta e misera della democrazia, è rifiutare che le diverse opinioni vengano confrontate in pubblico. Non c’è bisogno di essere seguaci di Habermas per credere che a fondamento della democrazia sta la comunicazione più ampia possibile delle preferenze politiche da parte del più ampio numero di partecipanti interessati.

Esemplarmente, la candidatura di Emma Bonino può preoccupare soltanto quei dirigenti dei partiti che vogliano restringere la democrazia a scambi autoreferenziali, ma costituisce una significativa opportunità di partecipazione politica e, forse, qualcosa di più. Proprio perché Ciampi è un concorrente apprezzabilissimo è ancora più giusto che si apra il dibattito pubblico.

 

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