La Stampa

Giovedì, 21 gennaio 1999


Il referendum, questo sconosciuto
Sondaggio "La Stampa-Explorer": D'Alema piace più di Prodi, ma il suo governo non convince
Più del 61% non sa che c'è, o non capisce cosa tratta
di Raffaella Silipo

Verrà il referendum, ma gli italiani non sanno di che si tratta. I dati del sondaggio "Ipsos Explorer-La Stampa" sono davvero poco incoraggianti: il 61,4 % degli intervistati non conosce - o non ha capito - il quesito. A parziale conforto di Segni e Di Pietro c'è però da dire che, dopo la spiegazione, il 45,3 % sostiene che voterà sì e solo il 15,4 % no. "Il problema - spiega il direttore di "Explorer" Stefano Draghi - non è quale schieramento vincerebbe, perchè i sì sono in netto vantaggio. Ma se si raggiungerà il quorum: perchè dovrebbe votare chi ignora la posta in gioco?". Il consiglio ai referendari è chiaro: in campagna elettorale, massimo sforzo sul fronte dell'informazione più che su quello della propaganda.

I dati di Explorer (le rilevazioni sono fatte con interviste telefoniche, metodo CATI, su un campione di mille individui rappresentativo degli elettori) fotografano poi l'attuale situazione politica italiana in tutte le sue sfaccettature: la tenuta del governo D'Alema, la corsa al Quirinale, le intenzioni di voto. E i risultati sono sorprendenti, contradditori, proprio come la realtà. Innanzitutto emerge la curiosa accoppiata leader forte-governo debole. L'esecutivo attuale piace sensibilmente meno di quello che l'ha preceduto, ma D'Alema come premier piace molto più di Prodi. L'indice di soddisfazione del governo era 30 per la truppa guidata da Prodi, a settembre ed è 24 oggi per l'esercito di D'Alema, che però si porta a casa un "personale" indice di giudizio di 62 (piace al 55,9 %, dispiace solo al 34), mentre Prodi arrivava solo al 40 (piaceva al 37,7 %, spiaceva al 56,2). "Non è poi un dato così sorprendente - dice Draghi -. Il governo D'Alema viene percepito dalla gente come più debole per capacità e scelta dei ministri, ma soprattutto per la maggioranza, meno omogenea, che lo sostiene. Ma al premier viene riconosciuta unanimemente grande forza politica. Diciamo la verità: è difficile avere un consenso personale più alto di quello che D'Alema ha oggi, oltretutto se si considera che lui non ha goduto dell'effetto euforia post-vittoria elettorale, quell'effetto che aveva portato Prodi a sfiorare il 60 %, all'indomani della vittoria dell'aprile 1996".

D'Alema quindi può rallegrarsi, il suo governo meno: gli italiani hanno anche scarse aspettative sulla sua tenuta, forse proprio dovuti ai dubbi sulla "strana" maggioranza con l'Udr: pensa che sia destinato a durare il 34,3 % degli intervistati, è invece sfiduciato il 49,9%. E, data l'aria che tira a Palazzo Chigi in questi giorni, non mancheranno verifiche sul campo.

Il sondaggio si occupa poi di presidenza della Repubblica: tra i papabili in testa è sempre Fini con l'11,7 %, ma in calo rispetto a settembre. Al secondo posto sale Emma Bonino con il 9 % (a settembre non era in lizza). "E' lei - giudica Draghi - la vera novità nel panorama quirinalizio. Evidentemente agli italiani piace l'idea di un Capo dello Stato donna, e di lei apprezzano che sia defilata politicamente, e dunque dia maggiori garanzie di rimanere super partes ". Terzo posto per Berlusconi all'8,4 %, quarto per Scalfaro (8,2 %) pure lui in calo, seguito subito dopo da Di Pietro, "la cui popolarità però - sottolinea Draghi - da quando si è dimesso da ministro dei Lavori Pubblici, è calata a picco, fino a portarlo a livello degli altri leader". E' crollata anche la popolarità di Cossiga: da quando l'Udr è al governo l'ex presidente ha perso le simpatie nell'elettorato di centrodestra e non ne ha guadagnate altrettante nel centrosinistra. L'indice di giudizio su Scalfaro è comunque buono, 66: il 48,4 % lo trova abbastanza bravo, al 25,2 invece non piace. Ma la stragrande maggioranza (74,6) non lo rieleggerebbe. Lo rivedrebbe bene al Quirinale solo il 19,9 %. "E' comprensibile - dice Draghi - sette anni di mandato sono molti, e lui ha già una certa età. Evidentemente c'è una preoccupazione sull'opportunità di un uomo così anziano al Quirinale".

Se comunque il referendum passerà, e l'Italia sarà governata da un maggioritario quasi puro, alle prossime elezioni sarà una bella lotta. Il testa a testa tra Polo e Ulivo è infatti totale: le intenzioni di voto parlano di un 45,4 % per il centrosinistra a fronte di un 45,3 % del centrodestra. L'Ulivo è stabile, è il Polo ad aver guadagnato terreno (5 punti dall'aprile '96 a oggi), a scapito soprattutto della Lega che scende dal 10,8 al 5,7 %. "Ma sono dati tutti da verificare - conclude Draghi -. Perché Bossi e i suoi normalmente si attivano sempre a ridosso del voto".


TUTTI I PRONOSTICI PER IL SI'

MILANO. Il 78,4 per cento degli italiani è favorevole alla decisione della Corte costituzionale e approva il referendum sull'abrogazione della quota proporzionale; il 6,3 per cento è contrario, mentre il 15,3 per cento non si esprime o non ha opinioni in merito all'argomento. E' questo il risultato di un sondaggio dell'Istituto di ricerca Datamedia commissionato dal quotidiano "Il Tempo" che ha rilevato, ieri, su un campione prestratificato di mille adulti, rappresentativi della popolazione italiana, le opinioni degli italiani in merito all'approvazione del referendum abrogativo della quota proporzionale nell'elezione della Camera dei deputati. "Siamo rimasti sorpresi dallo scarso numero di persone che si sono dichiarate contrarie, appena il 6,3% - ha dichiarato Giampaolo Cresci, direttore del Tempo - . Così come sorprende che solo il 15% non abbia voluto rispondere o non abbia saputo di che si trattava. Ciò significa la grande attesa per il giudizio della Corte costituzionale e l'interesse che circonda il referendum".


I referendari: alle urne il 18 aprile
Segni: fare in fretta, niente leggi-truffa. La sinistra Ds per il no.
Prodi: c'è ancora tempo per una riforma
E Berlusconi: libertà di voto per gli elettori di Forza Italia
di Aldo Cazzullo

ROMA. Il terremoto innescato dal sì della Corte Costituzionale al referendum fa traballare i palazzi della politica; e non sono scosse di assestamento. La prospettiva della trasformazione del sistema elettorale in maggioritario puro riaccende la contesa delle riforme e apre spaccature tra gli schieramenti e all'interno dei partiti: la sinistra Ds sconfessa la linea del segretario Walter Veltroni e si schiera per il no; Giuliano Urbani e Giulio Tremonti rilanciano il cancellierato alla tedesca con sbarramento al 5%, ma non convincono il capogruppo di Forza Italia alla Camera Beppe Pisanu. La maggioranza si ricompatta solo per chiedere un intervento del Parlamento, prima o dopo il voto, per varare una nuova legge elettorale. "Nessun accordo con gli artefici e i beneficiari dei ribaltoni", chiude subito Pisanu. Commenta l'Osservatore romano: "E' stata una giornata ricca di colpi di scena, che peseranno in maniera decisiva nei prossimi mesi sugli equilibri politici". E Gianfranco Fini: "Il 19 gennaio 1999 sarà una di quelle date politiche da segnare sul calendario. Tra fallimento dell'Udr e sì al referendum, è cambiato tutto".

Berlusconi dichiara: "Lasceremo libertà di valutazione al nostro interno e credo quindi che questo significherà anche libertà di voto per gli elettori sul referendum". Mentre Fini attacca: "Negli ultimi anni la partitocrazia ha più volte ingannato gli italiani. Non si può ingannarli ancora, impedendo loro di votare". Quasi le stesse parole spende Mario Segni per ribadire il suo no a qualsiasi riforma prima che si aprano le urne: "In passato gli italiani sono stati truffati dopo il referendum. Cerchiamo almeno di evitare che siano truffati prima". "Se il quesito è stato ammesso - aggiunge Fini - è perché la legge che deriverebbe è autosufficiente. C'è la possibilità dopo il voto di cambiarla; la possibilità, non l'obbligo". La legge ci vuole eccome, secondo la maggioranza. Da un'eventuale vittoria del sì scaturirebbero "norme bizzarre", spiega D'Alema, "con il 25% dei deputati scelti tra i perdenti sulla base di un meccanismo casuale. E' chiaro che nessun Paese normale può avere un sistema di questo tipo". Il capogruppo Ds al Senato Cesare Salvi annuncia: "Siamo disponibili ad avviare subito il confronto parlamentare sulle riforme". "Una posizione eversiva", secondo Taradash. Marini ricorda che da tempo il ministro Amato lavora alla bozza di una nuova legge elettorale, e che "Berlusconi non da oggi si dice disponibile ad aggiustare la legge in Parlamento".

L'idea dei popolari è di estendere alla Camera il sistema elettorale del Senato. Persino Romano Prodi ritiene che ci sia "ancora tempo per una legge che racchiuda il referendum e lo eviti. Perché il referendum è come un'accetta, mentre per fare una bella immagine serve lo scalpello". Ma è probabile, come riconosce Veltroni, che al Parlamento mancherà il tempo per intervenire. Soprattutto se sarà accolto l'appello del Comitato referendario, ribadito da Pannella e Occhetto, a fissare la prima data disponibile, domenica 18 aprile, per sottrarre il quesito elettorale alle turbative causate dalla battaglia per il Quirinale e da quella per le europee. Deciderà Scalfaro. L'ipotesi di votare nello stesso giorno per referendum, europee e amministrative è esclusa dal ministero dell'Interno, a meno che nuove norme non rendano compatibili tempi e modalità. Sull'esito del referendum, i primi sondaggi lasciano pochi dubbi: secondo Datamedia, il 78,4% è pronto a votare sì, il 6,3% si dice contrario e il 15,3% non si esprime.

La campagna elettorale è già cominciata. Armando Cossutta sollecita la creazione di Comitati per il no, che possono contare sul sostegno dei popolari, della Lega, dei Socialisti democratici di Enrico Boselli, del partito socialista di Gianni De Michelis, della Fiamma tricolare di Pino Rauti, e anche di esponenti della sinistra Ds. I referendari di Forza Italia, guidati da Martino e Calderisi, lanciano invece un appello per "i Comitati del Polo per il sì". La Confindustria conferma il suo appoggio: "Può servire a sbloccare alcune situazioni incancrenite", spiega il presidente Giorgio Fossa. "Ora tutti salgono sul carro del referendum perché è 'trendy' - ironizza D'Alema -. Ma fui io il primo leader politico, molti mesi fa a Firenze, a dire che, se si blocca la via delle riforme in Parlamento, il ricorso al referendum può essere un utile stimolo".

 

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